Prima Parte

Questa storia non mi riguarda. Parla di esistenze casualmente inciampate nel mio presente e di vicende accadute ad estranei senza volto, nomi e destini terreni che ignorerei se il tram che venerdì scorso doveva portarmi alla stazione fosse arrivato con un minuto di ritardo e avessi perso, come altri venerdì, l’interregionale delle 18,30.

Se ora conosco fin troppo bene la vita  di Marco e Margherita Pontirelli è perché quel giorno, per l’appunto, tutto filò stranamente liscio.

Quando varcai l’ingresso della stazione vidi il mio treno ancora fermo al binario sette. Aveva le porte aperte, come se la partenza non fosse imminente:

“Almeno questa volta non mi tocca correre a perdifiato” pensai rincuorata.

Con calma raggiunsi l’ultimo vagone del convoglio e salii proprio un attimo prima che le porte automatiche si chiudessero.

Ormai ho una certa età e più di un acciacco, ma il pensiero di perdere un mezzo di trasporto, quale che sia, mi fa correre come un leprotto. Il fatto è che odio aspettare la prossima corsa del tram o il treno successivo, non sopporto di sprecare il mio tempo sgomitando tra la folla raccolta alle fermate dell’autobus e trovo deprimente  passare ore sulle funeree panchine di marmo che fiancheggiano i binari, tra barboni olezzanti e ragazzini chiassosi. Mi pare di essere già al camposanto.

Senza contare che spesso questi moderni mezzi pubblici si fanno attendere e desiderare come belle dame, ma poi ci trasportano ad una velocità media che non supera il passo del bue, la passeggiata di quattro o cinque chilometri  che si fa senza sforzo in un’ora: sono convinta che in città converrebbe spostarsi a piedi, però dopo una giornata di lavoro trascorsa lottando contro computer capricciosi e colleghi bizzosi, non ho abbastanza lucidità per agire razionalmente e così mi ammasso come tutti alla fermata, sperando che il mio bus prima o poi si materializzi.

Sembriamo un gregge di pecore in mezzo ad un campo d’estate, con la differenza che, il più delle volte, dobbiamo proteggerci non dal sole ma dalla pioggia.

Qualcuno, esasperato, ogni tanto osa protestare per il disservizio…

“E’ il traffico” replicano autorevoli come Pitonesse autisti e controllori, quasi si trattasse di una maledizione divina o di un terremoto. Eppure noi vagabondi delle linee urbane non ci spostiamo a caso in città: accompagnati da un corteggio di auto mono passeggero, andiamo o torniamo da scuole, uffici, negozi seguendo orari e direzioni prevedibili: per le autorità gestire questi flussi  in modo razionale dovrebbe essere semplice, ma forse chi ci governa, vedendo con quale stoica rassegnazione subiamo il nostro fato, non  intende turbare l’equilibrio cosmico.

Dal punto di vista dei trasporti il venerdì è per me il giorno più critico: non vado a dormire nella cameretta che ho affittato anni fa da un’anziana signora, la vedova Cavallari, ma torno a casa per trascorrere il week-end in famiglia. Quindi, uscita dall’Ufficio aspetto con particolare impazienza il bus che dovrebbe portami alla stazione in tempo per prendere il treno che, dopo quattro ore, mi sbarcherà nella mia città natale.

La coincidenza mi angoscia e, mentre cammino su e giù per sfogare l’ansia, a volte mi capita di vedere un’ombra che dondola, appeso al pennone, anzi al lampione, più alto…immagino sia il colpevole delle mie sofferenze di viaggiatore, il responsabile dei ritardi, delle lunghe attese, dei vagoni sporchi però so bene che si tratta solo di un innocuo bandone pubblicitario agitato dal vento…

Ma torniamo al treno in partenza dal binario sette lo scorso venerdì.

Il vagone in cui ero entrata sembrava abbastanza affollato, ma i posti a sedere non mancavano: ne scelsi uno adatto ai miei gusti. Non mi interessa stare accanto al finestrino o sedermi orientato nel senso di marcia, per me l’importante è che il sedile accanto sia vuoto, in modo che possa tenere vicino borsa, giaccone, e portatile senza infastidire nessuno.

Anche quel venerdì riuscii a sistemarmi al meglio ma, all’ultima fermata urbana, non lontano dall’Ospedale, salì sul vagone una signora di mezza età che si fermò nel corridoio proprio accanto a me. Immobile, silenziosa, chiaramente aspirava a impossessarsi del mio “secondo” posto.

“E’ libero, scusi?” chiese dopo qualche secondo. Sbuffando posai il libro sul bracciolo e, senza parlare ma mostrandomi palesemente infastidita, misi il mio bagaglio nella retina, tenendo con me solo la borsa. Non guardai neppure in faccia l’importuna viaggiatrice, una donna alta e magra, con un mantello di loden orlato di volpe, e ripresi a leggere il mio giallo.

Non alzai la testa per almeno un’ora: ignorare la mia vicina era un modo per  protestare contro  la sua importuna invasione. Dopo tutto c’erano altri posti vuoti! Ma non spettava a me spostarmi, significava dargliela vinta!

La noia di vedere sempre gli stessi paesaggi, le stesse case, gli stessi campi, la necessità di non addormentarsi per non mancare la fermata giusta e, soprattutto, il desiderio di evitare conversazioni banali. spesso fanno del così detto pendolare un lettore coatto. Certo oggi esistono anche comode cuffiette per gli mp3 player ma, a meno di non limitarsi a brani di musica da camera, si finisce inevitabilmente per canticchiare o agitarsi seguendo il ritmo, specie se si è  nati alla metà del secolo passato e si ascoltano rock, disco e pop. Un comportamento del genere in pubblico non mi pare decoroso per una donna della mia età e poi, a dirla tutta, quelle “redini” da ciuco penzolanti ai lati della testa non sono affatto eleganti. Così, per evitare il ridicolo, mi limito a leggere, di solito gialli  di autori consacrati, Ellery Queen, Agatha Christie  o Georges Simenon.

Alla quarta fermata già il vagone cominciò a svuotarsi e al capoluogo successivo i viaggiatori scesero in massa. Il convoglio fece una sosta più lunga del previsto e ripartì con in forte ritardo. Problemi tecnici, spiegò il controllore.

Fuori dal finestrino era già buio pesto e si dovevano ancora superare le gallerie a strapiombo sul mare, una tratta tanto bella d’estate al tramonto quanto deprimente con il buio nelle serate autunnali.

Mentre il treno si trovava a metà del tunnel più lungo all’improvviso si fermò e, dopo qualche secondo, le luci si spensero. Il buio, il timore di uno scontro con un altro treno o di un incendio a bordo e la consapevolezza di essere bloccati dentro un tubo di cemento lungo centinaia di metri misero in subbuglio i pochi viaggiatori rimasti. I dormienti si svegliarono, i più impauriti cominciarono a spostarsi alla cieca. La signora accanto a me rimase immobile e tranquilla, ma dal respiro sentivo che era sveglia.   Per fortuna entrarono subito in funzione le luci di sicurezza e il controllore attraversò velocemente tutti i vagoni informando i viaggiatori che si trattava solo di un banale guasto alla linea elettrica, niente di preoccupante. Fuori intanto si era scatenato un temporale coi fiocchi  e il vento trascinava aria fredda e umida nel tunnel.

“Possiamo scendere?- chiese un signore che sedeva accanto alla porta di uscita – negli spazi chiusi mi sento soffocare e preferirei aspettare all’aperto la fine dell’emergenza.”

“Mi dispiace, signore – rispose il controllore – è vietato scendere. Comunque, a parte il pericolo di essere risucchiato dai treni dell’altro binario, non interessato dal guasto, dovrebbe fare parecchie centinaia di metri prima di uscire dalla galleria e poi si troverebbe in una zona scoscesa, a picco sul mare, al buio in mezzo a una bufera.”

“Beh, allora per un po’ cercherò di resistere” rispose il passeggero claustrofobico “Vuole le mie cuffiette, per distrarsi – disse un ragazzo che non sembrava preoccupato dal contrattempo – la sintonizzo su un radiogiornale così ascolta un po’ di vere disgrazie e magari dopo ci racconta le previsioni del tempo.”

“Sì grazie – rispose l’uomo –  davvero gentile, così almeno penso ad altro.”

“A parte tutto, Capo – disse il giovanotto, dopo che ebbe aiutato il signore ad indossare le cuffiette – non ci sarà mica il rischio, per così dire, di essere inculati da qualche locale a gasolio?”

“Ma che vai a pensare!- replicò il controllore allontanandosi – non siamo mica nell’Ottocento! ci sono sistemi di sicurezza che mantengono rosso il semaforo all’imboccatura del tunnel fino a quando non siamo passati dalla prossima stazione.”

Neanche lui però sembrava convinto di quello che diceva: qualche volta, d’estate, aveva preso servizio montando alla stazioncina  al termine delle gallerie e conosceva bene il Capo Laiola. Quello, all’ora di cena, aveva il televisore al massimo e il fiasco del vino al minimo. Controllava i binari con la coda dell’occhio e poteva benissimo scambiare un carro soccorso o un camion sulla statale per un treno, magari aveva pure disattivato i segnalatori automatici per non essere disturbato durante il quizzone. Un altro ferroviere, al suo posto, sarebbe già entrato in galleria per rendersi conto di persona della situazione o, almeno, avrebbe chiesto un mezzo per ispezionare il tunnel e portare il convoglio fino alla stazione. Ma sul capostazione Laiola non si poteva contare.

Il giovanotto notò che il controllore era scuro in volto ma, a forza di brucare erba, era diventato un fatalista: se il destino voleva che crepasse dentro quel tunnel era inutile agitarsi. Si alzò per andare alla toilette: alla seconda canna già si sentiva in armonia con il mondo intero e pronto ad accettare il suo karma a gasolio!

Per risparmiare corrente il macchinista lasciò in funzione solo le luci di sicurezza più basse, così i viaggiatori non sarebbero inciampati se volevano spostarsi o andare alla toilette.

“Conosce la storiella del prete, della bella ragazza, del giovanotto e dell’uomo rimasti al buio nello scompartimento di un treno?” mi chiese all’improvviso la viaggiatrice importuna che, fino a quel momento, non aveva aperto bocca, neanche per chiedere notizie sul guasto.

Continua…

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Rosanna Bogo