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I segnalibri di Sant'Agostino

Il 28 Agosto la Chiesa Cattolica festeggia Sant'Agostino. Noi abbiamo preparato dei segnalibri, utilizzando l'opera di Simone Martini. Potete scaricarli dall'area di download.

 

Archivio per ottobre 2010

La festa del diavolo


– Bella questa festa, dovremmo farne più spesso!
– Eh, ma se ogni volta bevi come stasera…
– Non ho bevuto tanto!
– Arthur, gli hai sgonfiato la cantina!!
E si sentirono delle gran risa dall’altra parte del telefono.
– Ci vediamo domani a lavoro!
– Se ce la fai… Ciao Arthur!

In effetti alla festa aveva bevuto davvero tanto, tre bicchieri di Prosecco, poi un numero imprecisato di cocktail a base di Martini e infine lo avevano coinvolto in un giro di grappa che si era concluso con la bottiglia vuota; tutto questo alcool non era stato accompagnato da molto cibo nello stomaco e adesso era ridotto in condizioni pessime.

Ora sarebbe tornato a casa, dove l’aspettavano una bella doccia e il letto caldo. Doveva resistere il tempo necessario ad arrivare, sperando nella buona sorte: incontrare una pattuglia della polizia in quel momento avrebbe significato sicuramente almeno una multa.

Tutto intento a guardare la strada, la sua attenzione venne all’improvviso distolta da un’auto che viaggiava un po’ a zig-zag.

“Quello deve aver bevuto più di me” pensò Arthur.

Ma poi quello alzò i fari e cominciò a stargli “al culo”.

“Cazzo fai?” e cominciò a lampeggiare col faro antinebbia posteriore e accese le 4 frecce, ma quello non sembrò accorgersi della rabbia di Arthur.

“Vai, giro qui, ci metterò 5 minuti di più, ma almeno mi tolgo questo stronzo da dietro”, ma quello girò nella stessa direzione. Nello stesso momento in cui girava e i fari alti non lo accecavano più, Arthur fece in tempo a vedere la faccia del suo inseguitore. Una faccia rossa, con un naso aquilino, dei denti aguzzi e… erano corna quelle che gli spuntavano tra i capelli? Arthur non poteva credere a quello che aveva visto. Eppure era così, era inseguito dal diavolo!

“Ecco là un altro incrocio, giro a destra…magari quello va a dritto”, ma nuovamente il diavolo svoltò dietro alla macchina di Arthur che sempre più sconvolto prese il cellulare per chiamare qualcuno, la polizia, la fidanzata…ancora non aveva deciso, ma qualcuno che potesse aiutarlo.

Compose in automatico il 112 e appena sentì la voce dall’altra parte urlò “Aiuto, mi sta inseguendo il diavolo!”. Ma senza avere il tempo di finire la frase, il cellulare gli sfuggì di mano e cadde sul tappetino del lato passeggero. Arthur continuò a urlare la sua richiesta di aiuto e allungò una mano per recuperare il telefono. Si piegò appena per provare a raggiungerlo e in quell’istante il pilastro di un sottopassaggio spuntò dal nulla e fermò la fuga di Arthur.

Il diavolo vide la macchina davanti a sé curvare verso sinistra e sbattere a gran velocità nel pilastro del sottopassaggio che avrebbero dovuto imboccare. Mise la freccia e fermò l’auto. Uscì, si avvicinò all’auto tutta accartocciata e vide due occhi spaventati fissarlo da dentro l’abitacolo. Aprì la portiera e cercò di controllare il polso di quell’uomo, ma era ormai morto.

Si tolse allora la maschera dalla faccia e la gettò a terra, gli era passata la voglia di andare a quella festa così stupida.

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Juan

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Ognissanti

Hallowe’en è, per mia convinzione, una delle tante mode americane insulse che inquinano la nostra vita; su Scrivolo però la vediamo come una occasione di stimolo per cercare di inventare qualche nuovo racconto.

In attesa delle nostre produzioni del 2010 (ce ne saranno? forse sì, il nostro Juan, più avvezzo a scrivere codice PHP che racconti, ha già in serbo qualcosa e, nel frattempo, ha ritoccato opportunamente la grafica del sito [non vi stupite per quello che vedrete e continuate a leggerci]) ripubblichiamo, in un unico file PDF, due racconti che abbiamo scritto lo scorso anno: li trovate nell’area di download.

J. I.

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Dr J. Iccapot

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Due storie di Halloween

Due racconti di Hallowe’en pubblicati nel 2009.

Li potete scaricare dall’area di download o direttamente da questo link: Due racconti di Hallowe'en (1179)

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admin

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Aurora 457 – 2

Seconda Parte

Qui la Prima parte

Il ritardo stava diventando davvero preoccupante e, in quel frangente, non avevo davvero voglia di ascoltare sciocchezze: quindi, per evitare che la mia compagna di sventura mi propinasse la sua barzelletta  stantia, risposi subito:

“Sì, certo che la conosco – e in effetti non mentivo ma, sul momento, stranamente ricordavo solo il finale della storia – non è quella che si conclude con l’uomo che dice tra sé ‘erano quarant’anni che volevo dare uno schiaffo a un prete’?” aggiunsi.

“Sì, proprio quella – disse la sconosciuta – la prima volta che mio fratello me la raccontò mi fece tanto ridere, ma ora non riesco a rammentare la parte centrale della barzelletta.”

“Neppure io – aggiunsi stupita – eppure sono certa di conoscerla…forse è un’amnesia causata dallo stress per il guasto.”

“Ammetterà che è un fatto strano” disse la vicina. Mi voltai verso di lei e la osservai nella penombra: era una donna di mezza età, di certo più vecchia di me. Non riuscivo a sbirciare cosa indossasse perché era completamente avvolta nel bel mantello verde scuro però, grazie alle luci di sicurezza del corridoio centrale, potevo vedere distintamente le sue scarpe. Erano molto eleganti…probabilmente di Ferragamo. Io non posso permettermi certe spese, però ogni tanto mi fermo a sognare davanti alle vetrine delle grandi firme e un po’ me ne intendo. Anche il profumo, amaro ma con una base di fiori d’arancio, mi sembrò di lusso. Stavo per chiedermi perché una signora così in tiro non viaggiasse in prima quando mi ricordai che il nostro treno era una “littorina”, aveva solo vagoni di seconda classe.

“Sì, è un caso, una banale coincidenza, la memoria a volte si prende gioco di noi” risposi.

“Lei mi delude, cara signora: legge libri gialli e crede alle banali coincidenze!” esclamò con tono ironico la sconosciuta.

“Non saprei che altra espressione usare…’fortuita combinazione’ le sembra più appropriata?” replicai un po’ infastidita dall’osservazione della mia interlocutrice .

“Per me è un messaggio dall’aldilà” fu la sibillina risposta della misteriosa signora.

“Ecco – mi dissi – gratta via l’ironia snob e trovi qualche turba mentale. Speriamo almeno che non sia una pazza pericolosa. Non bastavano il claustrofobico e il cannaiolo con la sua erba dolciastra, ora abbiamo anche la medium.”

“L’ho turbata?” chiese la vicina con tono più gentile. Aveva compreso al volo il significato del mio silenzio.

Proprio in quel momento passò sull’altro binario a gran velocità un treno pieno di luci, vagon-lit, con ristorante… di certo era diretto a Parigi. Sobbalzai per lo spavento prodotto da quel rumore improvviso, amplificato dal rimbombo del tunnel. La signora trovò comica la mia reazione: non potevo vedere la sua bocca ma percepivo che stava trattenendo a fatica una risata.

“Altro che amante del thriller! Lei, mia cara, si spaventa se cade una foglia! – disse la mia compagna di viaggio con voce divertita – Chi sa cosa farebbe se ora  scoprisse di essere seduta accanto ad un’assassina!?”

“Non sono affatto paurosa però non sopporto i rumori improvvisi – dissi per giustificare il mio atteggiamento – è un intolleranza comune a molte persone!  Quanto agli assassini non mi spaventano: nei libri gialli dei miei autori preferiti i colpevoli sono sempre persone in apparenza normali e, se questi racconti rispecchiano la realtà, chi sa quante volte mi sarà gia capitato di stare sul tram, al cinema o dal dottore, seduta accanto ad un killer. E poi chiunque potenzialmente è un omicida, dipende dalla situazione.”

La signora parve all’improvviso disinteressarsi dell’argomento assassini e tornò alla questione della barzelletta.

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Rosanna Bogo

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L’assuefazione

ORE 9:00 – Questa volta sono stata decisa. L’ho trattato male. Gli ho detto di non infastidirmi più, che tanto non mi innamorerò mai di lui. E come potrei innamorarmi di uno che è capace, in una sola mattinata, di scrivermi più di venti messaggi? Ho dovuto togliere la suoneria del cellulare, ho lasciato solo la vibrazione. Ieri mattina, a quest’ora, me ne aveva già mandati cinque con scritto “mi manchi” ed altrettanti con “ti penso sempre”. Gli ho risposto secca con: “Io no”. Ma quanto spende, al mese, di cellulare?

ORE 10.30 – Non ci posso credere….neanche un messaggio. Ah, che meraviglia!

ORE 12.00 – Che bello! Ha funzionato…non ha chiamato, non ha scritto, non è neanche su Facebook. Mi sono collegata poco fa e non ha tentato di iniziare una conversazione in chat, come accadeva negli ultimi tempi ogni volta che osavo accedere. Finalmente mi sento libera.

ORE 13.00 – Gli sarà mica successo qualcosa? Non sarà che l’ho trattato troppo male…?

ORE 14.00 – Bisogna che sappia se è andato in ufficio oppure no, ma senza che lui se ne accorga. Potrei chiamare la sua collega Luisella con la scusa di chiederle quando riapre la palestra di suo marito. Vorrei solo sapere se sta bene. Così sarà tutto risolto.

ORE 14.30 – Ok, in ufficio c’è; l’ho sentito parlare mentre conversavo con Luisella e il tono di voce era quello di sempre. Stava scherzando con qualcuno, forse con quella che lo chiama sempre quando andiamo a cena fuori. Quando andavamo cena fuori, pardon. Ora sono libera di uscire senza sentirmi in dovere di invitarlo. Ah! Che bello!

ORE 15.00 – Tra poco uscirà, non si è fatto sentire per niente. Finalmente. Più tardi esco anch’io e vado a fare spese in centro.

ORE 15.30 – Niente messaggi, niente mail. Ha scritto sulla sua bacheca di Facebook che oggi è una bella giornata di sole. Sta bene, meno male. Meno male, perché io, invece, mi sento terribilmente sola…

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Beatrix

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Beatrix, Musica tra i Pescecani

Le puntate del racconto di Beatrix raccolte per una lettura più agevole.

E’ possibile scaricare il file direttamente qui: Beatrix, Musica tra i Pescecani (1049)

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admin

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Aurora 457 – 1


Prima Parte

Questa storia non mi riguarda. Parla di esistenze casualmente inciampate nel mio presente e di vicende accadute ad estranei senza volto, nomi e destini terreni che ignorerei se il tram che venerdì scorso doveva portarmi alla stazione fosse arrivato con un minuto di ritardo e avessi perso, come altri venerdì, l’interregionale delle 18,30.

Se ora conosco fin troppo bene la vita  di Marco e Margherita Pontirelli è perché quel giorno, per l’appunto, tutto filò stranamente liscio.

Quando varcai l’ingresso della stazione vidi il mio treno ancora fermo al binario sette. Aveva le porte aperte, come se la partenza non fosse imminente:

“Almeno questa volta non mi tocca correre a perdifiato” pensai rincuorata.

Con calma raggiunsi l’ultimo vagone del convoglio e salii proprio un attimo prima che le porte automatiche si chiudessero.

Ormai ho una certa età e più di un acciacco, ma il pensiero di perdere un mezzo di trasporto, quale che sia, mi fa correre come un leprotto. Il fatto è che odio aspettare la prossima corsa del tram o il treno successivo, non sopporto di sprecare il mio tempo sgomitando tra la folla raccolta alle fermate dell’autobus e trovo deprimente  passare ore sulle funeree panchine di marmo che fiancheggiano i binari, tra barboni olezzanti e ragazzini chiassosi. Mi pare di essere già al camposanto.

Senza contare che spesso questi moderni mezzi pubblici si fanno attendere e desiderare come belle dame, ma poi ci trasportano ad una velocità media che non supera il passo del bue, la passeggiata di quattro o cinque chilometri  che si fa senza sforzo in un’ora: sono convinta che in città converrebbe spostarsi a piedi, però dopo una giornata di lavoro trascorsa lottando contro computer capricciosi e colleghi bizzosi, non ho abbastanza lucidità per agire razionalmente e così mi ammasso come tutti alla fermata, sperando che il mio bus prima o poi si materializzi.

Sembriamo un gregge di pecore in mezzo ad un campo d’estate, con la differenza che, il più delle volte, dobbiamo proteggerci non dal sole ma dalla pioggia.

Qualcuno, esasperato, ogni tanto osa protestare per il disservizio…

“E’ il traffico” replicano autorevoli come Pitonesse autisti e controllori, quasi si trattasse di una maledizione divina o di un terremoto. Eppure noi vagabondi delle linee urbane non ci spostiamo a caso in città: accompagnati da un corteggio di auto mono passeggero, andiamo o torniamo da scuole, uffici, negozi seguendo orari e direzioni prevedibili: per le autorità gestire questi flussi  in modo razionale dovrebbe essere semplice, ma forse chi ci governa, vedendo con quale stoica rassegnazione subiamo il nostro fato, non  intende turbare l’equilibrio cosmico.

Dal punto di vista dei trasporti il venerdì è per me il giorno più critico: non vado a dormire nella cameretta che ho affittato anni fa da un’anziana signora, la vedova Cavallari, ma torno a casa per trascorrere il week-end in famiglia. Quindi, uscita dall’Ufficio aspetto con particolare impazienza il bus che dovrebbe portami alla stazione in tempo per prendere il treno che, dopo quattro ore, mi sbarcherà nella mia città natale.

La coincidenza mi angoscia e, mentre cammino su e giù per sfogare l’ansia, a volte mi capita di vedere un’ombra che dondola, appeso al pennone, anzi al lampione, più alto…immagino sia il colpevole delle mie sofferenze di viaggiatore, il responsabile dei ritardi, delle lunghe attese, dei vagoni sporchi però so bene che si tratta solo di un innocuo bandone pubblicitario agitato dal vento…

Ma torniamo al treno in partenza dal binario sette lo scorso venerdì.

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Rosanna Bogo

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Musica tra i Pescecani – 4

Brecht in carcere - da: http://www.compagniadellafortezza.org/photogallery

Quarta e Ultima Parte

Qui la Terza parte.

Marcello alzò la cornetta del telefono e riconobbe la voce di Gigi che, in modo assai concitato, diceva: “Ma lo sai che è successo ieri sera? L’hai letto il giornale?”

Per alcuni attimi rimase spaesato: ma cosa stava dicendo il suo amico? Poi, pian piano, i ricordi riaffiorarono dalla sua memoria assonnata e le immagini della sera precedente gli affollarono la mente. Erano stati di nuovo a suonare allo spettacolo del carcere, ma questa volta all’aperto, in una piazza gremita di gente curiosa. La serata era stata lunga poiché erano intervenuti degli ospiti, tra cui un comico ed un famoso gruppo rock ed erano rientrati così tardi che sua moglie, che di solito lo aspettava alzata, l’aveva trovata già a letto addormentata. Dovevano essere state almeno le tre. Marcello, meccanicamente, guardò l’orologio: segnava le dieci e un quarto. Aveva dormito oltre sette ore, eppure si sentiva ancora assonnato. Gigi invece, all’altro capo del telefono, sembrava perfettamente lucido e riposato: “Te l’avevo detto, io, ricordi?! Secondo me qui qualcuno tenta la fuga, con tutta questa gente chi vuoi che si accorga se manca un detenuto. Si vedeva che i carabinieri guardavano lo spettacolo, mica i carcerati! Comunque io non mi ero accorto di niente, mi sembrava che quando siamo venuti via e abbiamo salutato ci fossero tutti. Forse è scappato dopo….”

“Scappato?! Ma chi?”

“E che ne so chi! Un delinquente, come li chiami tu!”

“E infatti si chiamano così. Insomma mi stai dicendo che ieri sera è scappato un delinquente durante la baraonda? Bravo! Ha fatto proprio bene! Così imparano! Ma sarà uno di quelli che abbiamo conosciuto?”

“Certo! Hanno fatto uscire solo gli attori e quindi ha recitato e poi è scappato. Ma sul giornale non c’è scritto il nome. Chissà qual è…”

“Quello più furbo! Suvvia, Gigi, ora che mi hai dato la notizia torna in piazza a fare quattro chiacchiere con gli altri assidui frequentatori delle nostre vie. Io stamani ho in programma di finire il modellino dell’Andrea Doria. Buona giornata!”

Riagganciò. Si pentì di essere stato un po’ brusco, ma doveva ancora finire di svegliarsi e non aveva voglia di stare a sentire tutti i discorsi di Gigi, che quando iniziava non la finiva più. Era solo in casa e poteva dedicarsi al suo hobby preferito con tutta la calma che gli occorreva. Mentre incollava la prua della nave pezzo per pezzo, le facce dei detenuti e dello spettacolo gli scorrevano davanti. Gigi aveva ragione, avevano fatto uscire solo gli attori – e nemmeno tutti – e quindi l’evaso doveva per forza essere uno di loro. Si erano incontrati nel pomeriggio, al teatro, per fare una prova, visto che lo spettacolo sarebbe stato un po’ diverso da quello che avevano messo in scena, per tre volte, all’interno del carcere. Durante la pausa per la cena, nel bar-trattoria di fronte al teatro, aveva osservato a lungo le mosse dei detenuti. Per curiosità, o forse per noia. Alcuni di loro avevano ospiti venuti appositamente per vederli. Il nero, per esempio, era con una altro uomo, un po’ più maturo, che a giudicare dall’aspetto poteva essere il padre. Il cantante, invece, si era seduto ad un tavolo con un  ragazzetto e avevano mangiato della zuppa. A chi lo salutava diceva: “Vedi? Questo è mio figlio!” Marcello si era meravigliato: il cantante sembrava un ragazzo ed invece aveva prole, esattamente come un uomo. Gli altri erano in gruppo, insieme al regista e ai tecnici delle luci e del suono. Carmelo era con una donna; una bella signora dai capelli biondi e lunghi, vestita alla moda e piuttosto raffinata. Marcello avrebbe scommesso che non si trattava della moglie. Erano stati per tutto il tempo al bancone del bar, seduti su quegli strani sgabelli tipici di questi locali ed avevano sorseggiato a lungo un aperitivo, senza mangiare niente, assorti in una conversazione fitta e quasi sussurrata. Carmelo era riuscito comunque a non perdere il contatto con il gruppo radunato attorno al regista ed aveva continuato ad intervenire di quando in quando nella loro conversazione con taglienti battute in dialetto napoletano. Ogni volta, però, tornava ad immergersi nel dialogo con la donna, a voce bassa e con atteggiamento complice. Marcello, Gigi e Mario avevano consumato una cena di tutto rispetto, incuranti del diabete, dell’ipertensione e del colesterolo. Quindi, tutti insieme, si erano recati nella piazza.

La prua dell’Andrea Doria era quasi ultimata quando Marcello sentì la moglie rientrare. “Ma lo sai cosa è successo ieri sera al vostro spettacolo?” chiese subito la donna, quasi gridando, dal corridoio. “Dicono che è scappato un carcerato. Tu non mi avevi detto niente e invece in giro non si parla di altro. Hanno tutti paura al pensiero che un pregiudicato stia vagando libero da queste parti. Speriamo che lo prendano presto!”

Marcello non rispose. Poche settimane prima avrebbe detto la stessa cosa. Ma ora era diverso.

Continuò, in silenzio, il suo lavoro, concentrandosi sulla perfezione degli incastri della sua creatura. In fondo al cuore, nel più inconfessabile dei suoi pensieri, vedeva già Carmelo, vestito elegante e con la donna bionda al suo fianco, attraversare l’Oceano per raggiungere, finalmente libero, le calde spiagge di Cuba.

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Beatrix

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Balconing

Erano giovani inesperti e stare in gruppo li rassicurava. Il più audace, in piedi su una sporgenza a metà del  palo di un lampione, propose ai  compagni “Buttiamoci da quassù!.”

“No, troppo alto –  sentenziò il ‘capo’, considerato il più esperto perché aveva già ripetuto tre volte la prova d’iniziazione, sempre con ottimi risultati – qualche burba potrebbe farsi male.”

Un grassottello pessimista che dubitava di sopravvivere a quella ‘eroica’ giornata tirò un respiro di sollievo. Già si immaginava venire giù da quell’altezza spaventosa in verticale e spiaccicarsi a terra come un uovo.  Che colpa aveva se era il solo figlio rimasto a sua madre e lei lo rimpinzava per tre!

“Allora andiamo lì, su quella costruzione più bassa” propose un tipo agitato che aveva fretta di mettersi in mostra o, forse, di levarsi il pensiero. L’edificio era un casotto ad un piano: “misura giusta” sentenziò il ‘capo’e nessuno osò criticare la sua affermazione.

Si raccolsero tutti sul tetto piatto e incatramato della piccola costruzione. Alcuni si sporsero dal parapetto per valutare meglio l’altezza: anche scendere da là non era uno scherzo, pensarono.

“Per me si può fare, davvero!” disse il ‘capo’, rassicurando i compagni.

Al grassottello sembrava comunque un salto troppo pericoloso: dopo tutto erano dei principianti e, da lì, l’effetto ‘pera marcia’ poteva essere letale!

I più paurosi, riuniti in un angolo, decisero di buttarsi sui tettucci delle macchine parcheggiate per attutire il primo colpo, e poi scendere a terra. Il loro confabulare insospettì il ‘capo’.

“Niente trucchi, intesi! le macchine sono escluse: questa è una prova d’iniziazione, non un gioco: dobbiamo dimostrare cosa sappiamo fare davvero, i pivelli che se la fanno sotto possono tornare dalla mamma. E chi bara se la vedrà con me…”

“Spicciamoci” disse l’audace, arrivato sul tetto per ultimo. Scendere dal suo lampione non era stato facile.

“Sì, non perdiamo tempo, comincia a fare freddo, dobbiamo essere pronti ad affrontare il futuro” osservò un tipo smagrito e tremolante. Probabilmente veniva da una famiglia numerosa, ma in certe situazioni, pensò il grassottello, meglio essere pelle e ossa che tondi come palle.

“Che c’è, tremi di paura?” gli chiese l’audace.

“No, ho freddo. Non lo vedi che sono poco coperto!” rispose il magro. E forse era vero.

“Ma se ci facciamo male come torniamo a casa?” chiese uno dei pavidi.

“Chiudi il becco. Se ti rompi qualcosa a casa non ci torni” rispose il “capo” seccamente.

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Rosanna Bogo

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Musica tra i Pescecani – 3

Brecht in carcere - da: http://www.compagniadellafortezza.org/photogallery

Terza Parte

Qui la Seconda parte.

Prima di entrare nel carcere, il giorno dello spettacolo, Marcello si fermò sulla soglia. Guardò l’orologio, constatò che l’anticipo era di soli cinque minuti e si tranquillizzò. Per salire le scale, tuttavia, aspettò che si fosse formato un gruppetto di colleghi musicanti e si unì a loro. Gigi era ancora fuori a fumare.

Lo spettacolo si sarebbe tenuto all’interno del teatro tenda in cui avevano fatto le prove la settimana precedente e Marcello già sapeva che avrebbe sofferto un caldo terribile. Era contento che mancasse poco a poter scrivere la parola “fine” a questa insolita esperienza.

Con tale stato d’animo entrò, insieme agli altri e col clarinetto sotto il braccio, all’interno del tendone. Lo spazio, dentro, non si connotava più come uno stanzone spoglio e scheletrito; pareti di stoffa colorata creavano i diversi ambienti necessari all’allestimento dello spettacolo e cartelli di cartone maldestramente scritti ne indicavano la funzione: e così c’erano la sala trucco, il guardaroba, la zona “ballerini” quella “cantanti” e quella “attori”.

“Il cartello DELINQUENTI non lo vedo….” borbottò Marcello.

“Come dici?” chiese Gigi, tutto intento a guardarsi attorno.

“Dicevo che non vedo un cartello con scritto MUSICISTI o SUONATORI o BANDA” ribatté pronto Marcello “chissà dove dobbiamo andare”.

“Dovete andare al guardaroba” intervenne un uomo.

Nel suo volto Marcello riconobbe il detenuto che avevano conosciuto la prima sera di prove e che doveva interpretare il personaggio di Mackie Messer, il bandito dal coltello facile.

“Vi abbiamo riservato un angolo per gli strumenti, venite con me” e li guidò tra le pareti, qualcuna di lino, qualcuna di cotone, qualcuna bianca, qualcun’altra colorata.

All’interno del guardaroba una ragazza con i capelli raccolti a cipolla li accolse cordialmente e consegnò loro i vestiti di scena: giacche nere di varia foggia ed altrettanti cappelli, uno per ognuno.

“Come state bene con questo cappello” disse il detenuto a Marcello, non appena ebbe indossato il suo abito “sembrate proprio un signore”

L’uomo era evidentemente meridionale; di Napoli, per la precisione, come spiegò poco dopo.

Marcello non riuscì a mordersi la lingua, come si era abituato a fare per evitare di dire le cose in modo troppo diretto: “Levami una curiosità: perché sei…si insomma, perché vivi qui? Che cosa hai fatto?”

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Beatrix

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Scrivolo

i racconti del nano grafomane

http://www.scrivolo.it

Segnalibri Sant’Agostino

Segnalibri Agostino

Il 28 Agosto la Chiesa Cattolica festeggia Sant’Agostino. Un’occasione, per noi, per ricordare il grande lettore (e scrittore!), morto 1583 anni fa.

Da stampare fronte e retro e  ritagliare: Segnalibro Sant'Agostino (483)

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Dr J. Iccapot