Brecht in carcere - da: http://www.compagniadellafortezza.org/photogallery

Seconda Parte

Qui la Prima parte.

Il giorno stabilito per la prima dello spettacolo faceva un gran caldo. “Sono i giorni del sol leone” sentenziò Gigi, mentre guidava la sua vecchia auto per la strada irta che portava al carcere. Marcello si asciugò le gocce di sudore sulla fronte con il fazzoletto, poi rispose: “Meno male che noi andiamo in galera. Vuoi che i nostri amici delinquenti non abbiano l’aria condizionata?” Gigi rise di gusto. Portare in giro Marcello era un vero spasso. Era un personaggio singolare, sempre col sorriso stampato in faccia, con le sue idee fisse ed i sui ragionamenti a cui non ammetteva replica. Quando suonava, però, bisognava lasciarlo stare, che col clarinetto sapeva fare di tutto.

Davanti al carcere, il parcheggio era chiuso con delle transenne. “Eppure l’altra volta avevamo parcheggiato proprio qua” disse Gigi. Poi scese dalla macchina e si guardò intorno, in cerca di un posto libero. In quel mentre un furgone scuro, senza vetri, si fermò di fronte all’edificio. L’autista scese, suonò al portone e, quando gli fu aperto, sparì all’interno. Gigi intanto aveva individuato uno spazio in cui parcheggiare e si stava dando da fare con le manovre. Erano arrivati per primi, come accadeva sempre da anni ad ogni appuntamento musicale. Un anticipo di un’oretta permetteva di trovare un bagno, perlustrare il luogo in cui si trovavano, a volte bere un bicchiere di vino in compagnia. Ormai era un’abitudine.

Finite le manovre, Gigi e Marcello entrarono dentro al carcere, passando dalla porta lasciata aperta dall’autista del furgone, con un anticipo di un’ora rispetto all’ora fissata per il ritrovo. Gigi suonava i piatti e con sé aveva solo un sacchetto di plastica contenente un panino ed una bottiglietta d’ acqua. Marcello, come al solito, stringeva sotto il braccio la custode del clarinetto.

Al piano terra, nelle prime due stanze che si attraversavano subito dopo l’entrata, non c’era nessuno. I due si adagiarono su due sedie di legno, le stesse su cui si erano seduti la sera della prova prima di essere ammessi a salire le scale che portavano all’interno del carcere vero e proprio. Marcello volse un’occhiata soddisfatta alle bocchette dell’impianto di condizionamento e poi guardò Gigi con aria ammiccante, come per dire: “Visto, che ti avevo detto?”. L’altro gli strizzò l’occhio e sorrise. Aspettarono così, in silenzio, per circa venti minuti, finché un uomo non entrò da una porta laterale e, vedendoli, si fermò un attimo con aria meravigliata. Quindi si rivolse ai due chiedendo: “Chi siete? Quelli nuovi?”

E Marcello: “Siamo quelli della banda”

“La banda? Certo, ho capito. Seguitemi per favore.”

Si incamminarono su per le scale, oltrepassarono la guardiola, il cortile interno dove già fervevano i preparativi per lo spettacolo, con tutto un andirivieni di omaccioni e tecnici alle prese con la scenografia. Marcello indicò il piccolo teatro-tenda allestito vicino alla gabbia-palestra e disse:

“Scusi, ma noi non dobbiamo andare là?”

“Non lo so se ci potete andare”, rispose l’uomo.

Marcello non capì che cosa volesse dire, ma pensò che tutte queste precauzioni probabilmente erano eccessive. Per una volta si pentì di essere arrivato in anticipo. Intanto il carceriere continuava a camminare, e i due continuavano a seguirlo. A metà di un lungo corridoio si fermarono davanti ad un cancello di ferro. L’uomo tirò fuori un mazzo di grosse chiavi ed aprì, facendo cenno ai due di entrare. Quando il cancello di richiuse alle loro spalle Marcello ebbe la sensazione di essere in trappola. “Stai a vedere che ora ci ingaragiano!” pensò. Ma Gigi sembrava così tranquillo che anche lui si acquietò. Dopo una cinquantina di metri un altro cancello, del tutto simile al primo. Sulle pareti del corridoio tante porte, ognuna con una finestrina al centro. Marcello si affacciò ad una di esse, e vide la galera in faccia. Dentro, un uomo dormiva su un lettino ed un altro stava leggendo un libro su uno sgabello, con la schiena appoggiata al muro. Si volse verso di lui e sorrise. “Ecco, ho appena visto il sorriso di un delinquente”, pensò Marcello. All’improvviso realizzò che in tutta quella situazione c’era qualcosa di strano: perché mai li stavano portando dove si trovavano le celle dei detenuti? Loro dovevano suonare, ma nel teatro, o al limite aspettare nella sala in cui erano stati per la prova…non certo andare a fare un giro turistico tra i carcerati!

“Scusi..…ma dove ci sta portando?”

Il carceriere si girò, stupito: “Come dove vi porto? In cella!”

“Ma noi siamo venuti per suonare!”

“….Suonare? Ma non siete quelli nuovi che sono arrivati poco fa?”

“Noi siamo arrivati poco fa, ma perché siamo in anticipo…”

“Macché in anticipo, vi aspettiamo da stamattina!”

“Eh no, signore!” Gigi era diventato rosso e la sua voce aveva preso riflessi argentini “ci deve essere un errore, noi dovevamo arrivare alle quattro e cioè tra mezz’ora, invece siamo arrivati alle tre e cioè mezz’ora fa. E comunque noi dobbiamo suonare con la banda…ma lei…. dove ci voleva portare…??”

“Aspettate un attimo.”

Estrasse dalla tasca un cellulare e compose un numero: “Pronto? Sì, senti, sono io, sono qui nel braccio 3 con due che dovrebbero essere quelli nuovi ma continuano a dire di dover suonare…di essere della banda…a me hanno detto di portarli qui nella cella 68, ma mi sembrano strani…eh infatti mi è venuto il dubbio anche a me…senti un po’ giù al teatrino se aspettavano gente a suonare per davvero…sì, aspetta che controllo una cosa….”

Si rivolse a Marcello e, indicando la custode del clarinetto, gli chiese: “Mi fa un po’ vedere che cosa c’è lì dentro?”

“Qui dentro? Ma c’è il mio piffero!” ed aprì la valigetta nera, mostrando all’uomo lo strumento di ebano con le chiavi d’argento che si era regalato qualche anno prima.

Il carceriere riprese il telefono: “Si, senti, questo qui ha uno strumento sul serio, io credevo che fosse la valigia invece è….un clarino, credo…li riporto giù…ma allora quelli nuovi dove sono? Il furgone è arrivato, ne sono sicuro”.

Poi, rivolgendosi a Gigi e a Marcello: “Scusate tanto, deve esserci stato un equivoco…dovrebbero essere arrivati due nuovi ma devo ancora capire dove sono. Vi riaccompagno fuori, al teatrino, però per favore non muovetevi di lì. Oramai siete dentro e non potete uscire fino a dopo lo spettacolo”

“Eh sì…” ribatté Marcello “ormai siamo dentro…”. Voleva essere una battuta ma il carceriere non aveva tanta voglia di ridere e non ebbe alcuna reazione.

Li portò nel cortile, indicò loro la tenda e li salutò: “Allora, signori, vi conviene aspettare là sotto quella tettoia, dove c’è un po’ d’ombra. Scusate ancora e buona esibizione. Verrò a sentirvi.”

Quindi si diresse verso la porta che riconduceva alla guardiola.

Un attimo dopo l’uomo era già scomparso dalla sua vista, ma Marcello poté sentire chiaramente le risate dei colleghi e le battute sull’accaduto: “Bella figura!!!”

“Non ci posso credere, stavi per rinchiudere due musicisti!”

“Dai, ma come si fa a scambiare due musicisti per rapinatori, e per di più a mano armata?? Ah ah ah!!!!”

E il carceriere che rispondeva: “Per forza! Ma l’avete visto che facce che si ritrovano???”

Continua….

VN:F [1.9.22_1171]
Rating: 0.0/5 (0 votes cast)

Beatrix