Il commissario Garducci stava dormendo ‘il sonno dei giusti’, come lo definiva ironicamente la moglie, invidiosa della sua capacità, quasi infantile, di staccare i contatti con il mondo, quando fu svegliato da una serie di scossoni proprio dalla consorte. Ci mise poco a capire cosa succedeva: era il cellulare che stava suonando e chi sa da quanto tempo! “Grane” fu appena capace di pensare. “Sì?” rispose, concentrando tutta la sua attenzione nel pronunciare con chiarezza quel singolo monosillabo, per non far capire che era ancora intontito; dire anche qualcosa di appena più lungo avrebbe rivelato che aveva la voce ancora impastata dal sonno e che la sua proverbiale lucidità era totalmente assente.

“Arrivo” fu la seconda e ultima parola che disse, prima di chiudere la comunicazione e poggiare di nuovo il cellulare sul comodino. Adesso era perfettamente sveglio. Infilò le ciabatte e corse in cucina; accese la ‘moka’ elettrica e poi entrò in bagno; non poteva uscire di casa senza aver fatto una doccia e preso un caffè, qualunque cosa stesse succedendo.

Con l’accappatoio addosso, asciugandosi i capelli, bevve il caffè che lo aspettava, fumante, nella tazzina bianca e spessa; mentre si vestiva pensò a quello che gli avevano detto dal commissariato: il ‘118’ era stato chiamato in una appartamento a quell’ora di notte (in realtà mancava poco all’alba) dalla telefonata di un uomo che aveva trovato la moglie sul letto matrimoniale, esanime. Ma l’intervento era stato inutile, la donna era già morta e allora era stata avvertita la volante di turno, che in pochi minuti era arrivata sul posto: i poliziotti avevano accertato la morte nel proprio letto della donna, decesso avvenuto, sembrava dai primi accertamenti, durante una colluttazione. A chiamare i soccorsi era stato il marito che però sosteneva di aver dormito tutta la notte al fianco della moglie e di non saper dare una  spiegazione al l’ accaduto.

“Mi sono svegliato all’improvviso, ho capito che qualcosa non andava, c’era la luce accesa sul mio comodino, il letto era disfatto e lei era come l’ha vista – disse il signor Binetti, marito della vittima, al commissario – deve essere entrato qualcuno per rubare, non so, forse è venuto in camera da letto, lei si sarà svegliata e lui…”  era ancora in pigiama, a piedi nudi e stava seduto al tavolo di cucina, con la testa tra le mani. Piangeva disperatamente mentre nella camera matrimoniale venivano fatte foto e rilevamenti.

Il commissario entrò nella stanza: Carla, la moglie, vestita con una tuta blu, giaceva di traverso sulla parte bassa del letto.

Non sembrava una commedia, l’uomo era sinceramente sconvolto e confuso da quella tragedia improvvisa; dai primi rilevamenti non risultavano però effrazioni alle finestre; i ragazzi del ‘118’ confermarono che, al loro arrivo, avevano trovato la porta socchiusa, ma era usuale, nel caso di un intervento urgente, serviva per agevolare il loro ingresso. La porta di sicurezza dell’appartamento a prima vista non risultava forzata dall’esterno.

“Si vesta, signor Binetti – lo sollecitò il commissario – deve venire con me in commissariato.”

L’uomo si alzò e si diresse meccanicamente verso la camera da letto.

“No, non può entrare in camera, mi dispiace, le faccio portare io qualcosa da uno dei ragazzi”, disse il commissario fermandolo. Fece un cenno ad uno dei suoi uomini, che dopo qualche minuto tornò con degli indumenti sottobraccio; appena il Binetti fu vestito, il poliziotto prese in consegna pigiama, slip e maglietta per consegnarli al laboratorio della Scientifica.

Svegliati entrambi nel cuore della notte, i due uomini si trovarono a percorrere in auto le strade della città che dormiva ancora; i semafori avevano tutti il lampeggiatore acceso, qualche camion della nettezza urbana e due lente spazzatrici rassettavano le vie pronte ad accogliere il caos quotidiano. Ciascuno era chiuso  nei suoi pensieri.

Il Binetti, in auto, non aveva fatto parola; il commissario ogni tanto lo aveva guardato in faccia, ma lo aveva colto sempre con la stessa espressione accigliata, il labbro inferiore un po’ sporgente quasi a fare il broncio, i capelli, neri,  irti in una parte della testa, come se si fosse addormentato in una posizione strana, dopo essersi girato e rigirato nel letto.

Prima di  interrogare l’uomo, un bancario da pochi mesi trasferitosi in città a seguito di un tanto atteso ‘avvicinamento’, il commissario fece portare due caffè che entrambi bevvero quasi automaticamente ma il Binetti, avendo utilizzato solo metà dello zucchero della bustina, l’aveva ripiegata accuratamente mettendola sul piattino perché lo zucchero non si spargesse sulla scrivania. “E’ tornato lucido e cosciente dei suoi gesti” pensò il commissario.

“Ho paura ” disse il Binetti, parlando con voce bassa e sollevando piano lo sguardo dalla tazzina vuota alla faccia del commissario. “Ho paura…”

“Di che cosa ha paura?”

“Di quello che è successo, perché non mi rendo conto, non capisco…”

“Lei e sua moglie andavate d’accordo?”

“Sì, certo, stava per cominciare una nuova fase della vita. Dopo alcuni anni passati lontani dalla nostra città questo trasferimento ci era sembrato più di un premio: finalmente saremmo tornati vicini alle nostre famiglie, ai nostri amici, ai luoghi dove siamo cresciuti… Avremmo potuto mettere al mondo dei figli: Carla li voleva così tanto – due lacrime gli stavano scivolando lungo le guance – e con i genitori vicini, che ci avrebbero dato una mano, finalmente sarebbe stato possibile.”

“Come siete vestiti quando rimanete in casa, la sera, a guardare la TV?”

L’uomo non capiva il senso della domanda, ma rispose: “Di solito ci mettiamo delle tute, sa quelle tipo ‘da ginnastica’, sono comode…”

“E per andare a letto?”

Ancora lo sguardo interrogativo del Binetti, dritto in faccia al commissario. “In pigiama, forse mi ha visto…”

“E sua moglie?”

“In pigiama anche lei. A me piacciono quelli di cotone, sa, un po’ stile ‘ospedale'; lei invece va matta per pigiama chiari, a disegnini colorati..”.  “Andava matta…” si corresse, ammutolendo subito dopo.

“Mi racconti cosa è successo.”

“Gli l’ho già detto: mi sono svegliato all’improvviso, il letto era in disordine, mia moglie era sdraiata di traverso, in fondo ai miei piedi.”

“E lei cosa ha fatto?”

“Cosa ho fatto? Mi sono tirato su, ho cercato di alzarla, chiamandola, pensavo fosse svenuta. Ma la testa le si è piegata sulla spalla, aveva della saliva che le usciva dalla bocca – distolse lo sguardo del commissario, per fissarlo sulla parete bianca che aveva di fronte – non sono riuscito a sentire il polso… Ho chiamato subito il 118.”

“In casa non c’era nessuno?”

“No.”

“Poi cosa ha fatto?”

“Ho aspettato il ‘118’, cercavo di muoverla, di sentire se respirava… Ma non dava segni di vita.”

“Non ha pensato di chiamare i vicini?”

“Veramente no, siamo qui da poco e nel palazzo non conosco nessuno, chi potevo chiamare? Mi sono dato da fare intorno a Carla, ho cercato di farle un massaggio cardiaco; ho partecipato ai corsi di pronto soccorso, in Banca… speravo servisse a qualcosa”.  La voce, di nuovo, si ruppe.

“E poi?”

“E poi hanno suonato al portone del palazzo, era il ‘118’, li ho fatti entrare.”

“E la porta di casa sua era chiusa a chiave?”

“Sì, certo. L’ho aperta per far entrare i soccorritori e sono tornato in camera” rispose il Binetti, senza neppure stare a riflettere; poi capì il punto. “E’ una porta di sicurezza e abbiamo anche una di quelle vecchie barre blocca-battenti; sa, Carla aveva paura quando era in casa da sola.”

“E quindi era tutto sbarrato, nessuno è potuto entrare in casa sua.”

“Già”. L’uomo abbassò la testa e passò la mano sinistra un paio di volte sopra i capelli, lisciandoli, per appianare la piega curiosa che avevano preso.

“A che ora siete andati a dormire ieri sera?”

“Non lo so, cioè io verso le undici ma ho lasciato mia moglie davanti alla TV e non l’ho sentita venire a letto.”

“Dorme molto profondamente” osservò il commissario, sperando che, da questo piccolo sfogo, cominciassero a venir fuori dei dettagli.

“Sì, e credo che questo sia il problema”. Fece una pausa, fissando ancora la parete di fronte,  pensando a qualcosa che non voleva dire neppure a se stesso. “Sì, deve essere questo il problema” ripeté, guardando il commissario ma distogliendo subito lo sguardo dal suo volto. Si passò ancora una volta la mano sui capelli arruffati.

“Quale problema? Cosa la preoccupa così tanto?”

“Il sonno, commissario, il sonno; avevo paura di quello che poteva succedere, lo avevo detto anche a Carla; all’inizio ci scherzavamo, ma poi…”

Il commissario si fece attento.

“Vede, da piccolo viveva con noi anche mio nonno materno e qualche volta, la notte, ci svegliava con un suo mugolio piuttosto forte e inquietante; bisognava che qualcuno andasse a svegliarlo, quasi sempre era la mamma; all’inizio pensavo che fossero dei semplici incubi, ma una volta mi svelò che aveva un sogno ricorrente, quello di essere minacciato da un lupo. La cosa mi fece sorridere, ma lui mi disse che tutto era cominciato con una storia che gli avevano raccontato le sorelle, da piccino, per impaurirlo e per non farlo andare in giro, di sera, nel bosco vicino a casa. Il racconto lo aveva così impressionato che qualche volta, anche adesso che era vecchio, la notte sognava che il lupo stava per saltargli addosso e allora lui urlava per chiedere aiuto e l’urlo che era nel suo incubo si trasformava nel mugolio lamentoso che sentivamo; qualche volta riusciva a svegliarsi da solo ma molto spesso nel sonno doveva continuare a urlare fino a che qualcuno di noi andava a ‘salvarlo’ svegliandolo.”

“Ma suo nonno che c’entra, mi scusi?” il commissario aveva lo sguardo preoccupato.

“Non lo so, fatto sta che, verso i vent’anni, anche io ho cominciato ad avere un incubo ricorrente: sogno che nella mia casa stiano entrando dei ladri, oppure sono io che entro in una stanza dove ci sono dei malfattori; allora vengo preso da una paura terribile e mi metto a urlare, nel sogno. E urlo anche nella realtà, così forte da svegliare tutta la casa. E’ un grido agghiacciante, mi diceva la mamma.”

“E questa cosa è continuata nel tempo?”

“Purtroppo sì, a fasi alterne. Dopo sposato, quando comincio il mugolio che poi si trasforma in un urlo angoscioso, Carla mi sveglia… mi svegliava… subito, così evito il fortissimo senso di terrore e di morte imminente che mi prende in queste situazioni.”

“Vede, commissario, è una sensazione che non le so descrivere ma è molto, molto reale, come quando uno sta per affogare: io annego dentro il mio incubo e annaspo disperato; per uscirne fuori urlo per la paura ma una parte di me sa che urlo anche per svegliarmi o perché arrivi qualcuno che mi svegli. E’ la sensazione più sgradevole che abbia mai provato: ci si deve sentire così quando ci si accorge che si sta per morire.” Abbassò di nuovo la testa, pensando alla moglie.

“E sono sicuro che se nessuno mi svegliasse, sarei capace di morire di paura” aggiunse dopo un attimo, guardando fisso negli occhi il commissario, che si era fatto serio in volto.

“E quando si sveglia ricorda tutto?”

“No, non sempre. Qualche volta mia moglie la mattina mi chiedeva cosa avessi sognato, la notte, perché avevo cominciato ad urlare e lei mi aveva scosso, svegliandomi ma io non ricordavo nulla, né il sogno né il fatto di essere stato svegliato.”

“Negli ultimi tempi si era anche un po’ scocciata: diceva che quando mi svegliavo mi tiravo su dal letto guardandola con occhi sbarrati, come fuori di me, senza riconoscerla, terrorizzato e nell’atteggiamento di chi si senta minacciato; la mattina non ricordavo più nulla; lei credeva che io facessi finta di essere smemorato per prenderla in giro! Alla fine, scherzando, ma ora non so più quanto, mi aveva detto che la prossima volta che avessi fatto una scena del genere mi avrebbe fatto delle foto, così che la mattina dopo non avrei più potuto negare il mio comportamento, di fronte a delle prove.”

“Quindi, da quanto mi dice, è possibile che il suo ‘incubo’ si sia evoluto e che lei, svegliato in modo diverso dal solito, abbia avuto una reazione violenta?”

L’uomo guardò il commissario negli occhi, senza dire nulla.

Il commissario prese il telefono e chiamò il suo vice, che aveva lasciato a seguire le indagini nell’appartamento. “Boddi, avete trovato lì una macchina fotografica? Come, che c’entra, l’avete trovata o no? Ah, bene. Hai guardato le ultime foto? Guardale adesso, dai. Che vuoi che sia complicato, quelle trappolette sono tutte uguali. Allora se c’è qualche agente più giovane lì con te, fatti aiutare! Trovato? Bene, allora, le foto? Aspetto… Sì? Somiglia al signor Binetti, i capelli scarmigliati e gli occhi sbarrati da matto? Sì. Che dice il collega? Sì, ho capito, una foto fatta da vicino, ma col flash, molto sovraesposta. Ok, ok, non perdere d’occhio la macchina fotografica, è importante, poi ti spiego.”

Chiuse la comunicazione e si rivolse a Marco Binetti.

“Ha sentito, no? Ora la faccio accompagnare in camera di sicurezza, poi le farò firmare il verbale delle sue dichiarazioni, che abbiamo registrato. Il giudice sarà qui tra qualche ora. Penso che un buon avvocato e con l’aiuto di uno psichiatra ne possa venir fuori, ma credo anche che avrà bisogno di un forte sostegno psicologico, d’ora in poi. Noi intanto continueremo gli esami scientifici e di laboratorio, per avere un quadro completo della situazione.”

Il commissario Garducci quella sera rientrò per cena quasi in orario; una volta tanto riusciva a mangiare a casa, tranquillo.

“La telefonata di stamani?” gli chiese la moglie, quando furono seduti a tavola di fronte a due piatti di penne al pomodoro e zucchini.

“Nulla, le solite cose, un marito che ha ammazzato la moglie” le rispose il commissario, masticando lentamente. “Senti, vedi ancora quella tua amica… Laura? Quella che lavora all’ospedale?”, le chiese poi.

“Mah, sì, ci telefoniamo ancora, qualche volta, ma non lavora più all’ospedale. Perché?”

“E cosa fa, adesso?”

“Fa la libera professione, ha aperto uno studio, ma per lei è dura: mettersi a fare la psichiatra, in una città come la nostra…”

“Dammi il numero di telefono, domattina la chiamo, ho bisogno di una consulenza” continuò il commissario, masticando ancora pensosamente.

“Per il caso di stamani di quello che ha ammazzato la moglie?”

“Già. E poi non vorrei – scherzò versandole nel bicchiere del Montepulciano dalla bottiglia appena aperta – che tu rischiassi di fare la stessa fine…”

“Chissà come faresti senza di me!” rispose la moglie con lo stesso tono scherzoso, rispondendo al cenno di brindisi del marito.

“Ah, stanotte dormirò sul divano, sono agitato, non vorrei svegliarti.”

“Con il tuo solito incubo? Giuro che se ti metti di nuovo ad urlare nel sonno, una volta o l’altra, invece di svegliarti con delicatezza, comincio a prenderti a pugni” lo minacciò lei, portando in cucina le fondine sporche.

“Non lo fare” le gridò dietro il commissario “non voglio rimanere vedovo.”

Il commissario Garducci aveva un incubo ricorrente: sognava di ricevere una telefonata, il cui contenuto era sempre lo stesso: dall’altra parte del filo qualcuno, qualche volta era un uomo, qualche altra volta una donna, lo avvisava che lui, Stefano, era morto. La notizia lo terrorizzava, pensava davvero di essere morto e urlava, urlava a squarciagola, finché qualcuno non arrivava a svegliarlo.

Anche sua madre ogni tanto faceva un sogno simile, dopo che una notte dalla caserma era arrivata la telefonata di un collega del marito che l’avvertiva che l’uomo aveva avuto un grave incidente. In realtà era stato appena ucciso in un conflitto a fuoco tra la sua pattuglia e una banda di balordi. Lei sognava ogni tanto di ricevere quella telefonata; lui era piccolino quando il padre era morto e non si ricordava nulla ma conosceva bene il mugolio, in tono crescente, che veniva dalla camera da letto di sua madre e si trasformava poi in un urlo che lo raggelava, se non riusciva a svegliarla subito.

E, da quando aveva quindici anni, anche lui aveva cominciato ad avere il ‘suo’ incubo. Ma adesso era ora di chiarire la cosa, perché non era più solo una bizzarra eredità familiare. Non era, lo aveva ben visto, il semplice e innocuo ‘Pavor nocturnus’ di un bambino cresciuto.

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Dr J. Iccapot