Ultime pubblicazioni

I segnalibri di Sant'Agostino

Il 28 Agosto la Chiesa Cattolica festeggia Sant'Agostino. Noi abbiamo preparato dei segnalibri, utilizzando l'opera di Simone Martini. Potete scaricarli dall'area di download.

 

Archivio per settembre 2010

Musica tra i Pescecani – 2

Brecht in carcere - da: http://www.compagniadellafortezza.org/photogallery

Seconda Parte

Qui la Prima parte.

Il giorno stabilito per la prima dello spettacolo faceva un gran caldo. “Sono i giorni del sol leone” sentenziò Gigi, mentre guidava la sua vecchia auto per la strada irta che portava al carcere. Marcello si asciugò le gocce di sudore sulla fronte con il fazzoletto, poi rispose: “Meno male che noi andiamo in galera. Vuoi che i nostri amici delinquenti non abbiano l’aria condizionata?” Gigi rise di gusto. Portare in giro Marcello era un vero spasso. Era un personaggio singolare, sempre col sorriso stampato in faccia, con le sue idee fisse ed i sui ragionamenti a cui non ammetteva replica. Quando suonava, però, bisognava lasciarlo stare, che col clarinetto sapeva fare di tutto.

Davanti al carcere, il parcheggio era chiuso con delle transenne. “Eppure l’altra volta avevamo parcheggiato proprio qua” disse Gigi. Poi scese dalla macchina e si guardò intorno, in cerca di un posto libero. In quel mentre un furgone scuro, senza vetri, si fermò di fronte all’edificio. L’autista scese, suonò al portone e, quando gli fu aperto, sparì all’interno. Gigi intanto aveva individuato uno spazio in cui parcheggiare e si stava dando da fare con le manovre. Erano arrivati per primi, come accadeva sempre da anni ad ogni appuntamento musicale. Un anticipo di un’oretta permetteva di trovare un bagno, perlustrare il luogo in cui si trovavano, a volte bere un bicchiere di vino in compagnia. Ormai era un’abitudine.

Finite le manovre, Gigi e Marcello entrarono dentro al carcere, passando dalla porta lasciata aperta dall’autista del furgone, con un anticipo di un’ora rispetto all’ora fissata per il ritrovo. Gigi suonava i piatti e con sé aveva solo un sacchetto di plastica contenente un panino ed una bottiglietta d’ acqua. Marcello, come al solito, stringeva sotto il braccio la custode del clarinetto.

Al piano terra, nelle prime due stanze che si attraversavano subito dopo l’entrata, non c’era nessuno. I due si adagiarono su due sedie di legno, le stesse su cui si erano seduti la sera della prova prima di essere ammessi a salire le scale che portavano all’interno del carcere vero e proprio. Marcello volse un’occhiata soddisfatta alle bocchette dell’impianto di condizionamento e poi guardò Gigi con aria ammiccante, come per dire: “Visto, che ti avevo detto?”. L’altro gli strizzò l’occhio e sorrise. Aspettarono così, in silenzio, per circa venti minuti, finché un uomo non entrò da una porta laterale e, vedendoli, si fermò un attimo con aria meravigliata. Quindi si rivolse ai due chiedendo: “Chi siete? Quelli nuovi?”

E Marcello: “Siamo quelli della banda”

“La banda? Certo, ho capito. Seguitemi per favore.”

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Beatrix

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L’uomo preciso

L’uomo preciso entra nell’ufficio e si siede, in attesa del principale della ditta, con cui deve fare un colloquio di lavoro. Dovrà spiegare perché è appena stato licenziato dal precedente impiego e non sarà facile. Cercherà di far capire a questo sconosciuto che, nonostante le apparenze, lui è un impiegato affidabile che sa fare il suo lavoro. Forse sarà meglio evitare di raccontare della sua vita privata. L’uomo preciso si guarda intorno. Il suo sguardo si fissa sulla maniglia della finestra, che è storta. Chi l’ha chiusa ha fatto un gesto inefficace e approssimato. Sulla scrivania ci sono fogli sparsi, due penne blu senza tappo e un lapis con la punta consumata. Il tampone del timbro è aperto e l’uomo preciso allontana la mano, per essere sicuro di non sporcarsi. No, meglio non raccontare della recente separazione dalla moglie, potrebbe aggravare la situazione. L’uomo preciso guarda l’orologio. Sta aspettando da più di 17 minuti. Decide che aspetterà fino a 30, poi se ne andrà, perché non gli va di lavorare con un capo che non rispetta gli orari. E poi i quadri non sono dritti e le pareti su cui appoggiano andrebbero imbiancate di nuovo. Sul davanzale della finestra, intorno ai gerani in fiore, un nugolo di insetti minuscoli. I fiori portano insetti, si sa.

Dopo 31 minuti dal suo ingresso la segretaria del principale osserva l’uomo preciso uscire dall’ufficio senza aver sostenuto il colloquio. Lo chiama per nome, ma lui non si volta. Dentro l’ufficio la maniglia della finestra è chiusa, i quadri sono stati raddrizzati, i fogli sulla scrivania impilati ordinatamente, le penne blu hanno il tappino e sono state riposte nel portapenne, insieme al lapis, che adesso ha la punta acuminata. Il tampone del timbro è chiuso.

La segretaria sorride e chiude la porta. Quando il capo arriverà saranno grasse risate.

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Beatrix

Un nuovo racconto a puntate

Il racconto a puntate di Rosanna Bogo, La Globalizzazione, le ha preso la mano, diventando ormai dell’ampiezza di un libro.

Abbiamo deciso allora di terminare la pubblicazione a puntate, che stava diventando troppo lunga, per raccogliere il tutto in un file PDF che troverete, la prossima settimana, nell’area di download.

Oggi iniziamo una nuova storia di Beatrix, in quattro puntate.

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admin

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Musica tra i Pescecani – 1

Brecht in carcere - da: http://www.compagniadellafortezza.org/photogallery

Marcello era abituato ad andare in giro con la banda. Avevano visitato innumerevoli paesi e città, incontrato tante persone, partecipato a raduni e concorsi. Però rimase sorpreso quando gli chiesero: “Se andiamo a suonare nel carcere, tu ci sei?”. Sulle prime aveva pensato che stessero scherzando, poi li aveva guardati in faccia e aveva capito che la domanda era seria; in un attimo si era anche reso conto che la sua sorpresa era fuori luogo, perché non c’era nulla di strano. Avevano suonato nelle case di riposo, nelle scuole…e perché non in carcere? Tergiversò, dicendo che non sapeva se in quel periodo sarebbe andato al Nord a trovare suo figlio. In macchina, mentre i due “colleghi” seduti davanti parlavano della pioggia imminente e degli ultimi avvenimenti politici, Marcello pensava e ripensava: a suonare in galera, lo volevano portare. In galera ci sono i delinquenti, e si trovano lì perché hanno fatto del male a qualcuno. Che c’entra che si vada anche a rasserenarli con la musica? Proprio lui, ci volevano portare, lui che pur essendo comunista da sempre, era favorevole alla pena di morte.

Arrivato a casa si confidò con la moglie. Lei lo ascoltò, poi sentenziò: ma scusa, che ti importa, tu non devi mica andare a giudicarli, tu devi solo andare a suonare. Lascia che siano i giudici a stabilire se e quanto devono pagare per il male che hanno fatto. Se ci pensi bene, quando suoni in piazza non lo sai mica chi hai davanti, potrebbe esserci chiunque. Ma tu non lo sai e suoni tranquillo. Non ti pare?

Marcello non sapeva se “gli pareva” o no, doveva ancora riflettere. Poi però passarono i giorni e non ci pensò più. Alla prova, la settimana successiva, il maestro spiegò più precisamente di cosa si trattava. Non era previsto un semplice concerto; la banda avrebbe partecipato allo spettacolo che sarebbe stato messo in scena dalla compagnia teatrale interna al carcere, a cui partecipavano i detenuti considerati meritevoli di avere un “hobby” durante la detenzione. Sarebbe stata un’esperienza unica perché solo in pochi casi veniva consentito l’accesso agli esterni, quindi poteva essere considerata una rara opportunità. Il privilegio di conoscere dei delinquenti. Roba da matti, pensò Marcello. E poi accettò.

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Beatrix

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Pasqualina, la gallina stravagante

Questa è la vera storia della gallina Pasqualina. Da quando era nata, nessuno ricordava di preciso quanti anni prima, aveva sempre manifestato la sua contrarietà e disagio a vivere nel pollaio. Voleva una casa con tutti i comfort, diceva a quelle poche galline che ancora le parlavano. Era considerata stravagante e tutti cercavano di evitarla.

Non passava giorno senza tentare di inventare un nuovo piano per fuggire, ma ogni volta qualcosa non funzionava come lei aveva immaginato, così doveva accontentarsi, derisa da tutte le compagne, del becchime che l’anziano contadino spargeva nel pollaio. Ma tra sé e sé ricambiava ogni risata delle altre galline con nuove promesse di vedere presto il mondo al di fuori del pollaio e di vivere finalmente in una casa vera. E così tornava a pensare ad un nuovo modo per fuggire da quella prigione.

E una volta, finalmente, quella frase prese forma e una notte, neanche riuscendo a capire bene come, si ritrovò fuori dal pollaio.

Pasqualina vagò per qualche ora nelle vicinanze fino a quando venne ammaliata dalle luci di un residence e si avvicinò. Il palazzo era nuovo, con un ampio spiazzo davanti, dove già si immaginava a volteggiare leggiadra. Proprio in quel momento notò anche degli strani oggetti, come delle gabbie sollevate da terra, ma senza esser fatte di rete. Si avvicinò e cominciò a cercare un ingresso a quel palazzo.

Ma mentre la ricerca per entrare nel residence continuava senza successo, Pasqualina venne sorpresa da uno di quegli strani oggetti che le si stava avvicinando. Impaurita, scappò a nascondersi. Ormai stanca e estremamente insicura sul da farsi, si addormentò.

Il giorno successivo si svegliò e con rinnovato coraggio andò alla ricerca di un ingresso. Alla luce del sole riconobbe quegli oggetti che la sera prima l’avevano spaventata: assomigliavano a quello con cui arrivava ogni tanto il nipote del contadino, quando ancora abitava nel pollaio. Le chiamavano auto. Facevano un gran rumore e anche un gran puzzo.

Un po’ di tristezza la prese, un po’ di rimpianto per le sue compagne che erano rimaste in quella gabbia e per la solitudine che la circondava. Ma aveva sognato quel momento per tutta la vita, e per nulla al mondo vi avrebbe rinunciato.

Ad un certo punto vide uscire da una porta un ragazzino. Non aveva mai visto un umano con dei fili che gli cadevano dalle orecchie, pensò che avesse qualche strana malattia, anche perché tutti i bambini che aveva conosciuto, avevano sempre cercato di catturarla, mentre quello se ne stava andando ignorandola completamente. Mentre vedeva il ragazzino allontanarsi, notò che la porta da cui era uscito si stava chiudendo lentamente, così si precipitò nello spiraglio che ancora mancava.

La porta si chiuse sulle sue piume, lasciando la sua coda spelacchiata e immergendola in una penombra a cui fece fatica ad abituarsi.
Si sentì subito osservata, si voltò di scatto e fece un salto all’indietro dopo aver visto quei due occhi verdi che la fissavano nel buio.
“No ti prego” urlò Pasqualina “non mangiarmi!”
E il gatto …

~

Ma nonna – la interruppe la nipote – volevo che mi raccontassi una favola, di quelle che finiscono con il “E vissero felici e contenti!!”

D’accordo – fece la nonna paziente.

~

E il gatto allora le si strofinò addosso e la invitò a mangiare e a bere dalla sua ciotola. Quando fu sazia, le propose di giocare con i suoi gomitoli, ma era troppo stanca e chiese di poter dormire. Aveva ancora paura di quel gatto, ma qualcosa le diceva che poteva fidarsi. Nei giorni successivi, il gatto continuava amorevolmente a prendersi cura di lei, la faceva mangiare, la faceva bere, le lavava le piume con la sua lingua, fino alla sera, quando si addormentavano abbracciati insieme.

E così la loro vita continuò per anni, felici e contenti.

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Juan

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Aggiornamento di fine estate

Vi presentiamo oggi diverse novità, alcune più visibile di altre, ma tutte, lo speriamo, utili.

In primo luogo, il box “Ultime Pubblicazioni” si è ampliato: è stata aggiunta la sezione Downloads e abbiamo reso visibile anche le prime battute dei vari post.

Nella colonna di destra, appena sotto l’immagine di Scrivolo, abbiamo collocato un nuovo box che visualizza a scorrimento tutte le nostre pubblicazioni.

Abbiamo infine aggiunto il pulsante Like di Facebook e la possibilità di esportare i racconti in pdf.

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admin

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La globalizzazione – 8

Ottava Parte

Qui la settima parte.

L’indomani l’allievo Danai trascorse sei ore nella sala saldature e già fremeva dal desiderio di cimentarsi in quel genere di attività. Certo non era come saldare tubi idraulici, però poteva riuscirci, ne era certo.

Il pomeriggio, sdraiato sul divano, cercò nel palmare l’elenco dei funerali previsti per il giorno seguente. Trovò facilmente l’indirizzo dove si sarebbero svolte le esequie di Elena Sandris. L’indomani, giorno di riposo, salì in macchina e disse ad Alfred dove recarsi. Il computer ovviamente pretese di sapere il motivo di quell’insolito viaggio fuori città.

“Andiamo al funerale di una ragazza che ho conosciuto al Centro, è morta in un incidente d’auto.”

La notizia commosse Alfred, producendo il solito effetto Larsen, In certo senso anche lui era “morto” in uno scontro.

Alla cerimonia era presente una piccola folla: i bambini dell’asilo, le madri, una sorella della vittima. Daug trovò strano che a quella famiglia fosse stato concesso un doppio permesso di procreazione, poi però capì il motivo: la ragazza, Elda, era gemella della defunta.

Daug le fece le condoglianze presentandosi come un conoscente di Elena. Elda era troppo sconvolta per fare domande e ringraziò il giovane per la sua partecipazione alle esequie.

Mentre seguiva il piccolo corteo diretto al cimitero Daug notò, quasi in prima fila dietro la bara, Ector. Evidentemente non si fidava di lui. Gli si avvicinò con aria minacciosa, era davvero arrabbiato.

“Si calmi, giovanotto – bisbigliò Ector – mi trovo qui perché sono stato io a convincere la signorina Sandris ad accettare il nuovo lavoro. La mia assenza sarebbe apparsa strana. E poi, mi creda, ho un cuore anch’io e non immaginavo che potesse accadere una disgrazia simile.”

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Rosanna Bogo

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La globalizzazione – 7

Settima Parte

Qui la sesta parte.

Daug venne condotto nel laboratorio del Capo-riparatore Dot. Aveva deciso di salvare la pelle ad ogni costo ed era disposto persino a sembrare un genio, bastava che non lo mandassero al Correzionale o al manicomio: lui voleva solo vivere.

Dot sembrava un tipo autoritario, ma non malvagio come Terios.

“Si direbbe che qualcuno le abbia dato una sberla con i fiocchi” disse Dot guardando in faccia il suo apprendista.

“Si Capo” rispose prontamente Daug.

“Terios è sempre nervoso con voi novellini, vi considera errori della natura, visto che non potete essere errori di OMNIA.”

“Si Capo, ma noi lo abbiamo irritato con le nostre domande.”

“Siete curiosi, eh? E allora perché non mi chiedi cos’è OMNIA, come fanno tutti?”

“Se avessi diritto di saperlo qualcuno me lo avrebbe già detto, Capo. Ho imparato che qui non si fanno domande, si ascolta e si impara. Si risponde solo se interrogati”

“Ma bene – disse Dot compiaciuto – sei un ragazzo sveglio, oltre che dotato e, se vuoi saperlo, potenzialmente più intelligente di me. Ho visto il tuo fascicolo, mi superi di almeno 20 punti nel test del Q.I. Ma dimmi, cos’era che ti attirava tanto nell’idraulica?”

“Le belle signore con tubi guasti, Capo – rispose sinceramente Daug – e l’abbondanza di tempo libero per bere, mangiare e dormire”

Dot sorrise, ormai lo aveva inquadrato: lo trovava simpatico e persino promettente. Lo condusse in un angolo del laboratorio e gli mostrò un disegno: sembrava un gioco di società, uno di quei quesiti enigmistici che si risolvono al mare, per passare il tempo.

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Rosanna Bogo

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La paura, di notte.

Il commissario Garducci stava dormendo ‘il sonno dei giusti’, come lo definiva ironicamente la moglie, invidiosa della sua capacità, quasi infantile, di staccare i contatti con il mondo, quando fu svegliato da una serie di scossoni proprio dalla consorte. Ci mise poco a capire cosa succedeva: era il cellulare che stava suonando e chi sa da quanto tempo! “Grane” fu appena capace di pensare. “Sì?” rispose, concentrando tutta la sua attenzione nel pronunciare con chiarezza quel singolo monosillabo, per non far capire che era ancora intontito; dire anche qualcosa di appena più lungo avrebbe rivelato che aveva la voce ancora impastata dal sonno e che la sua proverbiale lucidità era totalmente assente.

“Arrivo” fu la seconda e ultima parola che disse, prima di chiudere la comunicazione e poggiare di nuovo il cellulare sul comodino. Adesso era perfettamente sveglio. Infilò le ciabatte e corse in cucina; accese la ‘moka’ elettrica e poi entrò in bagno; non poteva uscire di casa senza aver fatto una doccia e preso un caffè, qualunque cosa stesse succedendo.

Con l’accappatoio addosso, asciugandosi i capelli, bevve il caffè che lo aspettava, fumante, nella tazzina bianca e spessa; mentre si vestiva pensò a quello che gli avevano detto dal commissariato: il ‘118’ era stato chiamato in una appartamento a quell’ora di notte (in realtà mancava poco all’alba) dalla telefonata di un uomo che aveva trovato la moglie sul letto matrimoniale, esanime. Ma l’intervento era stato inutile, la donna era già morta e allora era stata avvertita la volante di turno, che in pochi minuti era arrivata sul posto: i poliziotti avevano accertato la morte nel proprio letto della donna, decesso avvenuto, sembrava dai primi accertamenti, durante una colluttazione. A chiamare i soccorsi era stato il marito che però sosteneva di aver dormito tutta la notte al fianco della moglie e di non saper dare una  spiegazione al l’ accaduto.

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Dr J. Iccapot

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La globalizzazione – 6

Sesta Parte

Qui la quinta parte.

Quella mattina Daug si sentiva come se  davvero fosse sul punto di entrare nelle fauci della Betta. Chi sa se se la sarebbe cavata…Si lavò e sbarbò accuratamente, con lo spazzolino strofinò a fondo le unghie e mise persino il gel nei capelli. Vestiti buoni non ne aveva e indossò quello, un po’ lugubre, che teneva in serbo per i funerali.

Alle sette e mezzo salì in macchina:

“Portami al Centro di Formazione Hardware, Alfred, ma senza fretta. Sono in anticipo.”

“Sei caduto dal letto?” replicò ironico Alfred, come se la nuova destinazione non lo stupisse.

“Sarai contento di non essere più il car-supporter di un idraulico.”

“Io non ho mai preteso di cambiare la tua vita, dopo tutto è tua, però sono sicuro che scoprirai che quello dei computer è un mondo affascinante. Certo bighellonare sulle impalcature mentre un robot lavora per te è più comodo, ma ogni uomo deve ricoprire il posto che gli spetta nella società. E questo OMNIA lo sa.”

“E piantala con questa OMNIA! cos’è, un computer di cui eri innamorato da giovane?”

“OMNIA è tutto. Quando sei entrato nella prima classe non ti hanno forse sottoposto a dei test? Ebbene anche quello era OMNIA.”

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Rosanna Bogo

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Scrivolo

i racconti del nano grafomane

http://www.scrivolo.it

Segnalibri Sant’Agostino

Segnalibri Agostino

Il 28 Agosto la Chiesa Cattolica festeggia Sant’Agostino. Un’occasione, per noi, per ricordare il grande lettore (e scrittore!), morto 1583 anni fa.

Da stampare fronte e retro e  ritagliare: Segnalibro Sant'Agostino (483)

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Dr J. Iccapot