Bettina non era più da tempo una giovane sposa. In trenta anni di matrimonio aveva messo al mondo ben tredici figli e l’ultimo nato, anche se non si staccava mai dalle sue gonne, era già un bimbetto di cinque anni. Altri non ne sarebbero venuti.

La fortuna o la mano di Dio l’avevano aiutata e tutti  erano sopravvissuti, tranne uno: la tosse canina se l’era portato via ancora in culla e ora riposava lassù, nel cimitero del paese. Quando, nelle notti d’inverno, il gelido vento che scendeva dai monti faceva cigolare le imposte, Bettina recitava per il piccolo Alfredo la preghiera dei morti, perché non si sentisse solo sotto la sua coperta di neve.

Anche se la vecchia con la falce aveva risparmiato la famiglia, con il passare degli anni la grande casa si era ugualmente svuotata e Bettina ormai doveva occuparsi solo dei cinque figli più piccoli: le tre femmine maggiori già da tempo avevano marito e figli, le due ragazze mezzane lavoravano a servizio in città, il primo maschio ed un fratello di poco più giovane, dopo la rotta di Caporetto, avevano seguito i loro reparti in ritirata, al di là del Piave.

Era l’inverno del 1917, l’esercito nemico aveva invaso le vallate alpine e la pianura fino al grande fiume e lì si era fermato, in attesa del momento migliore per lanciare una nuova offensiva; intanto però il freddo e la carestia tormentavano occupanti e occupati.

I soldati, austriaci, tedeschi ma anche slavi e rumeni, rubacchiavano qua e là nei pollai, gli ufficiali della fureria requisivano vacche e maiali, oltre al fieno per i  cavalli, e ai montanari, da due anni costretti a coltivare i campi ed allevare il bestiame in mezzo ad una guerra, restava ben poco per affrontare l’inverno.

Le riserve di farina gialla, formaggio e patate sfuggite alla razzia degli invasori si esaurirono rapidamente e la penuria divenne ben presto fame. I malati, gli anziani soli, i poveri non resistevano alle privazioni e si mormorava che il parroco del paese si fosse lasciato morire d’inedia per soccorrere, con il poco cibo di cui disponeva, i più bisognosi: molti ormai si nutrivano quasi esclusivamente di erbe selvatiche raccolte nei campi e la loro pelle aveva assunto uno strano colorito verdastro. Dopo una primavera nevosa, venne finalmente il bel tempo.

Con tanta soldataglia in giro, le donne preferivano restare in paese a coltivare l’orto e custodire il pollaio, nei campi più lontani andavano a lavorare vecchi e ragazzi; i bambini raccoglievano nel bosco lamponi, more, mirtilli e funghi, i fratelli maggiori, armati di tagliole e reti, catturavano uccellini e piccoli animali: d’estate si trovare sempre qualcosa da mettere in tavola, ma l’autunno incombeva.

Gli occupanti però non sembravano più baldanzosi come l’anno precedente. La guerra per loro metteva male sul fronte francese e già ai primi freddi cominciò a circolare la voce che si stava trattando un armistizio: in giro c’era aria di smobilitazione.

Bettina aveva provato un gran tuffo al cuore quando il marito le aveva confidato che ormai la guerra era davvero finita e presto avrebbe rivisto i due figli militari. E con il ritorno delle truppe italiane di certo sarebbero giunti anche aiuti alimentari per la popolazione: Bettina ricordava ancora le scatolette di carne e di pomodori che aveva visto, per la prima volta in vita sua, nel 1915.

La grande gioia per l’imminente fine della paura e delle privazioni era però offuscata dal timore dello sbandamento dell’esercito nemico: al momento della resa di certo molti militari avrebbero disertato e, per raggiungere le loro case oltre confine, avrebbero risalito le valli alpine.

Come previsto, all’inizio di novembre una disordinata processione di soldati in fuga  invase la montagna: presto sarebbero arrivate le truppe italiane, ma intanto bisognava stare alla larga dai disertori, uomini disperati, armati e pronti a tutto.

Il marito di Bettina raccomandò alla moglie e ai figli di chiudersi in casa o nascondersi nel caso comparisse  nei dintorni qualche faccia sconosciuta. La loro valle non era tra le più battute ma, nel caos generale, qualche sbandato poteva capitare anche dalle quelle parti.

Bettina era una donna robusta, avvezza a lavorare e comandare come un uomo: prima della Guerra, quando il marito da Pasqua ai Santi mancava da casa, lei guidava da sola la sua piccola tribù. Aveva rifiutato la tutela del suocero e se si era ribellata a quel vecchio burbero, temuto da tutti in famiglia, poteva ben difendersi da un “crucco”, le bastava avere un forcone o un’ascia a portata di mano. Per sé non aveva paura, però doveva pensare ai tre bambini piccoli che la seguivano ovunque. Decise quindi di comportarsi, fino all’arrivo delle truppe italiane, con la massima prudenza.

All’alba il marito e i figli più grandi erano usciti per andare a fare legna nel bosco. Bettina non temeva di rimanere sola con i tre piccoli: il portone era sbarrato, le finestre dei fondi al piano terreno avevano grosse inferiate e poi, a mezzogiorno, la famiglia si sarebbe di nuovo riunita per consumare il pranzo: una minestra in brodo fatta con un coscio di lepre presa alla tagliola, erbette e un po’ di polenta avanzata dalla sera precedente. Una misera pietanza per tante bocche, piccole e grandi, ma si trattava di pazientare ancora qualche giorno.

Mentre appendeva il paiolo pieno d’acqua alla catena del focolare si accorse che la riserva di legna in cucina era quasi finita. Poteva aspettare il ritorno del marito, però intanto bisognava tenere la fiamma viva non solo per cuocere, al momento giusto, la minestra, ma anche per mantenere calda la stanza. La giornata si annunciava fredda, la gatta non si era neppure spostata dal suo rifugio sopra il camino, i bambini giocavano sui sedili del focolare nella stua: ritagliavano dai fogli di un vecchio giornale, usato per attizzare il fuoco, pupazzetti e fotografie, la femmina di sette anni ricuciva un braccino alla sua bambola di pezza.

Anche Bettina prese ago e filo, voleva rammendare uno strappo nei pantaloni pesanti di quello scavezzacollo del suo ultimogenito e mise una sedia accanto alla finestra. Guardò fuori, la valle sembrava come al solito tranquilla, aprì i vetri e si affacciò, per controllare meglio: nei dintorni non si vedeva nessuno, né paesani né stranieri. Aveva promesso al marito che non sarebbe uscita di casa, ma in fondo si trattava di fare pochi metri, arrivare alla tettoia accanto al fienile e caricare una gerla di legna: un lavoro di cinque minuti, pensò Bettina, e poteva essere sicura che il fuoco non si sarebbe spento sul più bello, lasciando la famiglia al freddo e a stomaco vuoto.

“Quando il diavolo ci mette la coda finisce sempre che poi tocca correre dove non si vorrebbe andare – mormorò tra sé e, rivolta ai bambini aggiunse – ora vado a prendere un po’ di legna, ma torno subito! state buoni qui e non toccate nulla, capito?”

I piccoli non risposero e, presi dai loro giochi, non tentarono di seguirla. Bettina scese le scale con la gerla, aprì la porta e  a passo veloce raggiunse la legnaia. Riempì solo in parte la cesta, aveva molta fretta, mise in spalla la gerla e si voltò: fu allora che vide accanto alla porta uno sconosciuto, un brutto ceffo con la divisa sdrucita e il fucile spianato che le faceva cenno di tornare in casa.

“Entrare, entrare, schnell” disse lo straniero con tono minaccioso.

Bettina pensò ai bambini, al rischio che correvano e, senza neppure tentare di prender l’ascia poggiata lì accanto, salì con calma le scale, seguita dall’uomo.

“Schnell, schnell” ripeteva alle sue spalle il disertore. Sembrava intimorito.

Appena entrata nella stua Bettina posò la gerla e subito spinse i bambini nell’angolo più lontano, proteggendoli con il suo corpo.

“Uomo? dove uomo?” chiese bruscamente il brutto ceffo, entrando guardingo nella stanza: forse temeva un agguato, la casa però era silenziosa e, dopo aver dato un’occhiata ai suoi ospiti, lo straniero si tranquillizzò.

“No uomo? Soldat?”

Bettina non rispose, pensasse pure quello che voleva, l’amico di Cecco Beppe! la porta era rimasta aperta ed il marito, tornando a casa, avrebbe subito compreso il problema e risolto la situazione: da qualche parte, nel fienile, teneva nascosto un fucile carico, per ogni evenienza.

Il disertore rispose con un ghigno quasi ironico allo sguardo duro e minaccioso di Bettina, infuriata con lui ma, soprattutto, con se stessa per essersi messa in quel guaio proprio ora che la guerra e la fame stavano per finire.

Probabilmente l’intruso era un uomo di campagna perché istintivamente comprese di trovarsi di fronte ad una femmina che ringhiava per difendeva i suoi piccoli: bastava rimanere a distanza per evitare il pericolo. La sua irruzione aveva del resto uno scopo preciso: si avvicinò al focolare e lo ravvivò aggiungendo qualche legno preso nella gerla, poi estrasse dal tascapane due grosse patate e le sistemò sotto la cenere. Quindi si accomodò sul sedile del camino poggiando al muro il fucile e, tranquillo come fosse a casa propria, si accese un mozzicone di sigaro, prese con la gavetta un po’ d’acqua calda dal paiolo e la mescolò con qualcosa che poteva essere orzo o caffè. Bevve l’intruglio di gusto, forbendosi la bocca con la manica e cominciò a parlare in una lingua incomprensibile. Sembrava raccontasse qualcosa di personale, forse descriveva la sua famiglia perché, ad un certo momento, puntandosi l’indice al petto, fece con la mano il segno quattro, come per dire che lui aveva quattro figli, uno in più. Intanto le patate erano arrivate al punto giusto di cottura. L’intruso le prese in mano soffiando come un mantice, le sbucciò, aggiunse un po’ di sale preso dal tascapane e iniziò a divorarle di gusto.

I bambini da tempo non mangiavano una simile prelibatezza, solo le croste arrostite che rimanevano nel paiolo della polenta erano altrettanto buone. Da dietro le gonne della mamma avevano sbirciato le varie operazioni compiute dallo sconosciuto e ora, con i piccoli occhi sgranati per lo stupore, guardavano la morbida polpa sparire, pezzo a pezzo, nella bocca dell’uomo. Lo straniero non aveva neppure accennato ad un gesto di offerta, probabilmente erano giorni che non metteva nello stomaco cibo caldo e se mai avesse trovato qualcosa nella pentola sul focolare di certo se lo sarebbe mangiato senza tanti complimenti.

I bambini per un attimo si illusero di poter mettere le loro manine almeno sulle bucce, ma lo sbandato le raccolse con cura, riponendole nel tascapane. Infine si alzò e, in silenzio, uscì dalla stanza, scese le scale e prese il viottolo che conduceva verso la strada principale. Bettina per tutto il tempo era rimasta immobile e silenziosa nel suo angolo: aveva percepito nel suo indesiderato ospite una profonda disperazione e temeva che esplodesse in qualche atto violento. Per fortuna anche i bambini, pur spaventati, non si erano mossi e, grazie al cielo, il guaio causato dal suo atto imprudente si era risolto nel migliore dei modi. Corse a chiudere il portone con un sospiro di sollievo, ma quando tornò nella stanza trovò i bambini in lacrime: piangevano perché non avevano avuto neppure un boccone di patata.

“I piccoli hanno ragione – pensò Bettina, tentando di consolare i figli con la promessa di un pezzetto di polenta abbrustolita – un nemico può minacciare, spaventare, derubare e persino uccidere, ma non ha diritto di mangiare così spudoratamente due grosse patate cotte nelle cenere davanti a tre bambini affamati. Quel bastardo poteva andare ad abbuffarsi altrove, ma non l’ha fatto perché è senza cuore”.

Bettina non ce l’aveva con il soldato ma con l’essere umano ed era davvero infuriata: d’impeto aprì la finestra e cominciò ad insultare con i peggiori epiteti che le venivano in mente, compresi alcuni che aveva sentito usare dalle truppe austriache, il disertore che si trovava a metà del sentiero: l’uomo si fermò, si voltò, imbracciò il fucile e lo puntò verso Bettina che però rimase ferma nella sua posizione, allora piegò la bocca in un sorriso amaro, rimise il fucile in spalla e riprese la sua strada. Verso casa.

Il marito, sentendo il resoconto dell’accaduto, condito dai commenti gastronomici dei piccoli protagonisti, si arrabbiò davvero e rimproverò con insolita durezza la moglie: rischiare di beccarsi una fucilata per il piacere di urlare quattro insulti ad un “crucco” che se n’era andato senza neppure fare danni era proprio un gesto da incoscienti.

“Io  non sopporto le prepotenze, lo sai” si giustificò Bettina, cercando di avere l’ultima parola.

“Non ne parliamo più, che è meglio! – rispose il marito – ma la prossima volta che vai in chiesa accendi un cero a sant’Antonio e ringrazialo per aver toccato il cuore di quel soldato, altrimenti ora ti spruzzavamo l’acqua benedetta con il ramo d’olivo.”

“Quello il cuore non ce l’ha proprio! – replicò Bettina –  dovevi vedere con che gusto mangiava di fronte ai bambini le sue belle patate! sant’Antonio lo doveva fulminare! Poveri piccoli, da un anno patiscono la fame”

“Se ti consola pensa che tra poco farà buio il tuo nemico starà cercando un fienile dove passare la notte e per cena mangerà bucce di patata e domani dovrà riprendere il cammino, sia che piova, nevichi o tiri vento, perché la sua casa è lontana. E pensa anche che da qualche parte, oltre il confine, c’è una Bettina che vive di stenti con i suoi quattro bambini e attende il ritorno di quel brutto ceffo che per amor loro arranca nella neve. Io lo comprendo, se non gli avanza neanche un pezzetto di cuore per i figli degli altri: bisogna essere un santo come il nostro povero curato per privarsi del necessario a favore di un estraneo mentre un genitore, quando si sacrifica per i figli, è spinto dall’istinto naturale.”

“Però si trattava di rinunciare solo a un pezzetto di patata, era un piccolo gesto di generosità che magari il Signore gli avrebbe reso centuplicato” disse Bettina.

“O forse no…e chiediti se tu saresti disposta, in questo momento, a togliere una fetta di polenta ai tuoi figli per darla ai bambini del “crucco”…” replicò il marito che ben conosceva il carattere poco generoso della moglie.

Bettina tacque. Ovviamente la risposta era negativa.

“Sai – aggiunse il marito – io invece mi auguro che quel disgraziato riesca a tornare a casa e che un giorno racconti ai figli e alla moglie di quella volta che rinunciò a sparare ad una donna che l’insultava, perché provava compassione per i suoi tre bambini. E spero che in quel momento si senta orgoglioso di non averlo fatto”.

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Rosanna Bogo