Marisa entrò in chiesa con aria accigliata: sfiorò appena la superficie dell’acqua benedetta nella Pila e fece nell’aria un ghirigoro che somigliava più a un gesto del linguaggio dei sordomuti che a un segno di croce, quindi percorse con passo da bersagliere tutta la navata, abbassò appena un ginocchio davanti all’altare rischiando una distorsione e, senza bussare, aprì la porta della Sacrestia. Era su tutte le furie.

Don Rolando si stava mettendo la stola per la prima messa e quasi si spaventò per l’improvvisa irruzione.

“Benedetta donna, so bene che sei una vedova senza grilli per il capo e omnia munda mundis, ma se arrivavi un minuto prima mi avresti trovato in mutande! Non puoi annunciarti dando un colpetto alla porta, come fanno tutti, se non altro per riguardo alle mie vecchie coronarie?”

“Ha visto, Reverendo?” chiese Marisa, senza neppure scusarsi per il suo comportamento scortese.

“Sì, ho visto” rispose Don Rolando, che già sapeva cosa aveva fatto infuriare la donna.

Bei tempi quando il lavoro di sacrestano era svolto da taciturni e retribuiti uomini di mezza età: ora, per tenere aperta la chiesa, doveva affidarsi a un gruppo di volenterose parrocchiane, tutte donne devote in età più che canonica, impeccabili nello spolvero degli arredi, instancabili nel passare il cencio avanti e indietro sul logoro pavimento della navata, lodevoli nel mantenere in ordine le candele davanti alle Sacre immagini, sempre presenti al Rosario, ma anche pronte a mettere il becco in questioni che esulavano dall’ambito delle loro competenze.

Del piccolo sodalizio di ‘pie donne’, così definite da don Rolando con una punta di ironia che le interessate fingevano di non cogliere, Marisa era la leader incontrastata. Quel ruolo le veniva riconosciuto dalle amiche non in considerazione dell’età, era anzi una delle più giovani del gruppo, ma perché sapeva vita, morte e miracoli di mezza città. Per quaranta anni era stata dipendente delle Poste e, a forza di consegnare lettere, cartoline, raccomandate e telegrammi, conosceva un po’ tutti.

Già da bambina era socievole e curiosa: ficcava il naso dappertutto, tanto che nel rione la chiamavano scherzosamente il ‘Gazzettino de’ Bindi’. Il padre, Alfeo Bindi, faceva il pizzicagnolo e da lui Marisa aveva ereditato l’ironia e la tendenza ad attaccare discorso con gli estranei; la mamma, Caterina, era una donna sinceramente devota e, per tutta la vita, aveva cercato di trasformare il difetto della figlia in una virtù, o quasi. “Non devi essere ciacciona – le ripeteva di continuo – però, se senti dire che qualcuno ha avuto una disgrazia, è senza lavoro o sta male, cerca di avvicinarlo, una buona parola che consola a volte vale come oro. Ascolta chi vuole sfogarsi per i torti subiti o ti racconta i suoi crucci, ma poi non spettegolare in giro, comportati come il prete nel confessionale”.

Marisa, accompagnando la mamma a portare una po’ di farina, qualche pezzo di cacio o un rotolo di salsicce nelle stamberghe di vecchietti senza famiglia, vedove povere con prole o malati cronici, aveva imparato la lezione. Alfeo si lamentava che dal suo negozio sparissero misteriosamente scatolette di tonno, salumi e ballini di legumi secchi, ma sapeva bene chi erano le ‘ladre’, tuttavia non voleva dare l’Imprimatur, come diceva ironicamente, alle segrete attività della moglie.

Quando si accorgeva di qualche ‘asportazione’ si limitava a criptici rimproveri: “La beneficenza la devono fare le Signore in pelliccia della San Vincenzo, per guadagnarsi il Paradiso: a noi gente del popolo ci tocca di diritto. Lo dice il Vangelo”.

Però poi quando morì, già anziano, Marisa trovò tanti ‘libretti’ di poveri clienti da cui il padre non si era mai fatto pagare.

Marisa insomma veniva da una famiglia di gente di cuore e, fin da giovane, teneva ‘sotto controllo’ il quartiere a fin di bene. Però, ultimamente, anche quel piccolo mondo era cambiato.

Se prima l’egoismo era frutto dell’istinto di sopravvivenza, perché la miseria era grande e molti avevano appena l’indispensabile, ora l’indifferenza per le sofferenze ed i bisogni altrui era un effetto della ‘modernità’ che portava nelle vecchie case del centro gente di altre regioni e altri continenti, mentre molte delle famiglie che avevano vissuto tra quelle mura scalcinate per generazioni si trasferivano nei condomini di periferia. La frantumazione sociale, la perdita di coesione, erano fenomeni irreversibili: i nuovi arrivati andavano al lavoro la mattina e ricomparivano la sera, frequentavano solo connazionali o parenti e, anche dopo anni, rimanevano degli estranei.

Era come vivere in un deserto, nessuno bussava alla porta del vicino se non per protestare dei rumori, della puzza di cucinato, dei panni che sgocciolavano. I drammi privati si consumano tra quattro pareti nell’indifferenza generale. C’erano stati tre suicidi, nell’ultimo anno, e nessuno sapeva il motivo di quei gesti estremi, un tempo eventi eccezionali nel quartiere.

Marisa però aveva continuato per la sua strada: se scopriva, attraverso i suoi innumerevoli canali d’informazione, persone sole o malate, anziani abbandonati  o capofamiglia disoccupati, insomma ‘bisognosi’ che poteva aiutare, subito cercava di avvicinarli per dare un consiglio o una mano. Quando il caso era grave si rivolgeva a Don Rolando e il sacerdote, uomo saggio, professore di filosofia e amico di molti personaggi influenti in città, spesso riusciva a risolvere il problema.

Da quando il quartiere si era ‘rinnovato’ a volte però capitava che l’interessamento di Marisa venisse scambiato per semplice curiosità e, non di rado, i suoi ‘poveri’ di spirito o di mezzi le sbattevano letteralmente la porta in faccia. Lei, con cristiana pazienza, sopportava anche questo.

Con gli anni Marisa era rimasta sola: il figlio, laureato in ingegneria, aveva trovato lavoro in una città del Nord, poi anche Achille, il marito, un po’ alla volta se n’era andato, consumato da un cancro. La moglie l’aveva assistito amorevolmente durante tutta la malattia: gli voleva bene anche se il loro matrimonio non era stato del tutto felice.

Achille, impiegato dell’Anagrafe, negli anni cinquanta si era iscritto al partito comunista e non approvava le opere di bene della moglie e, ancor meno, le sue frequentazioni  clericali. Marisa gli faceva notare che vivevano nell’appartamento ereditato dai suoi genitori, in casa entravano due stipendi statali e avevano un solo figlio, potevano quindi ben permettersi di aiutare qualche poveretto in difficoltà. Ma Achille, su questo punto, si mostrava insensibile. Marisa però non demordeva.

“Ai bisognosi deve provvedere lo Stato, non c’è forse l’ECA? – ribatteva il marito, con l’aria di chi sta sempre dalla parte della ragione – e poi, quando andremo noi al potere, tutti vivranno decorosamente, non ci saranno più né ricchi né poveri”.

Quanto alla religione, Achille cercava in tutti i modi di disintossicare la moglie dall’oppio dei popoli, ma se affrontava l’argomento Marisa tirava fuori le unghie e tutto il carattere energico ereditato dalla madre.

In confessionale Marisa, dispiaciuta per questi contrasti coniugali, riferiva i discorsi del marito a don Rolando e il parroco, all’epoca un giovane prete battagliero, faceva il ‘controcanto’ al concertino di Achille:

“Non devi ascoltarlo, parla a vanvera – diceva don Rolando –  Dio non voglia che i cavalli dei cosacchi arrivino davvero ad abbeverarsi sul Tevere, ma se mai i Rossi dovessero vincere stai certa che distribuiranno solo miseria e ateismo. E i potenti, quelli che comandano, continueranno ad avere belle ville e auto di lusso. O credi davvero che quel simpaticone di Nikita viva in una bilocale di periferia e viaggi in vespa?”.

Achille non lasciò mai il Partito ma, negli ultimi anni, non partecipava più ai dibattiti politici: le novità gli confondevano le idee. Quando sentì vicina la fine, forse per consolare la moglie in lacrime, fece chiamare don Rolando e prese l’estrema unzione, ma per portare il feretro in chiesa Marisa fu costretta a combattere con i compagni della sezione ‘Gramsci’: solo quando don Rolando dichiarò, senza mezzi termini, che Achille aveva fatto una morte cristiana i Rossi si ritirarono, riavvolgendo mestamente le loro bandiere sgargianti.

“In casa Bindi – aveva gridato Marisa, sbattendo la porta di casa alle spalle degli sconfitti – quando si sta nella cassa  si va sempre a fare un giretto in chiesa, a salutare quel tizio che si è fatto mettere in croce per i poveri”.

Ora però l’argomento della contesa tra Marisa e don Rolando era proprio un povero, un vecchio mendicante straniero che, da qualche mese, stazionava davanti alla chiesa. Inizialmente Marisa lo aveva avvicinato, per sapere dove viveva e perché stava lì, ma l’uomo non rispondeva e farfugliava sempre la stessa frase “brava signora, dare elemosina, ho fame. Dare elemosina, grazie”. Marisa notò che era ben ammaestrato perché, se il passante era un uomo, diceva “bravo signore, dare elemosina”: provò a portargli qualcosa da mangiare, ma il vecchio non sembrava affamato né particolarmente sporco. Poi si mise ad osservarlo di nascosto e notò che, ogni tanto, un giovanotto, di certo straniero, passava di là, scambiava due parole con il mendicante, senza dare nell’occhio, e se ne andava.

“Come fanno i protettori con le baldracche di strada” pensò Marisa, che subito corse in canonica per rivelare a don Rolando la sua scoperta.

“E’ tutta un’organizzazione – disse Marisa – quel vecchio è in mano ad un clan che gli fornisce vitto e alloggio, fa il mendicante di professione per conto terzi, magari guadagna bene, però come le p…”

“Modera i termini, Marisa!”

“Insomma, come le donne di strada, riceve solo una minima a parte di quello che guadagna.”

“Non mi racconti nulla di nuovo” rispose don Rolando.

“E le sembra normale? E’ giusto che accadano cose del genere?”

“No, però nostro Signore ha detto che la sinistra non deve sapere cosa fa la destra. Il buon cristiano dona a chi chiede senza tante indagini… e tu ti metti a fare la Signora in Giallo! E’ l’atto che noi compiamo che conta, non la qualità della persona che riceve l’elemosina.

“Così se un giorno, per scherzo, Berlusconi si mette qui davanti tendendo la mano e io gli do un euro faccio un’opera di bene? per me faccio una bella  coglionata.”

“Marisa, questa è la nostra religione. Il Buon Samaritano soccorre l’uomo picchiato dai ladri anche se appartiene ad un popolo nemico del suo e non si mette a sottilizzare su chi è e perché sta lì e da dove viene e se potrebbe  farsi soccorrere da qualche altro passante. Non ti fermeresti ad aiutare un uomo moribondo a terra se tu sapessi che è stato colpito mentre faceva una rapina? E’ pur sempre un figlio di Dio che sta per rendere l’anima e ha bisogno, come tutti, di una mano fraterna da stringere.”

Marisa tacque, ma in cuor suo continuava a pensare che la carità fosse un’altra cosa, quella che gli aveva insegnato sua madre, una vicinanza calda e continua alla sofferenza e non la formalità di chi mette mano al portafoglio e poi tira diritto pensando di mettersi la coscienza  a posto con un attimo di pietà e cinque euro.

Non potendo opporsi alla volontà di don Rolando, intenzionato a tollerare la presenza del mendicante nonostante sapesse la verità, Marisa aveva tentato di mettere in atto qualche piccola iniziativa dissuasiva autonoma.

L’accattone, un uomo anziano e magrolino, stava seduto sul gradino davanti alla porta della chiesa e, per la verità non dava fastidio, a parte la sua cantilena sull’elemosina.  Approfittando della modesta ampiezza dell’ingresso, Marisa collocò nell’angolo dove abitualmente si sedeva il vecchio un grosso vaso di aspidistra, una pianta con grandi foglie verdi, ormai fuori moda, che spesso si trova nelle chiese perché sopporta l’oscurità, resiste al freddo, alla siccità e alle malattie. Così rimaneva libero solo lo spazio necessario ai fedeli per entrare in chiesa, e il mendicante, avrebbe dovuto cambiare zona.

Don Rolando non disse nulla, non voleva mettersi a litigare con Marisa e poi era curioso di vedere come si sarebbe evoluta la faccenda.

Marisa aveva una vera predilezione per le aspidistre, diceva che erano piante cristiane: sopportavano tutti i maltrattamenti, si accontentavano di poco e decoravano la chiesa con le loro belle foglie senza chiedere nulla in cambio. Sul terrazzo di casa ospitava molti vasi di questa pianta e, ogni tanto, li scambiava con quelli della chiesa perché, nel buio della navata le aspidistre un po’ s’intristivano. A volte le spose lasciavano in dono a don Rolando qualche arbusto raro usato per addobbare l’altare, ma nessuno sopravviveva a lungo. “Proprio come i matrimoni moderni, durano sei mesi e poi avvizziscono” commentava Marisa quando doveva buttare nel sacco le belle e costose piante ormai secche.

L’aspidistra sul gradino non solo faceva una bella figura, ma sembrava aver risolto definitivamente il problema, perché quel giorno il mendicante non si presentò.

La mattina dopo però stava di nuovo lì, sdraiato per terra, con la schiena appoggiata alla facciata della chiesa. Era l’inattesa ricomparsa del vecchio che aveva mandato su tutte le furie Marisa, decisa  a smuovere l’inerzia di don Rolando.

“Si rende conto, Reverendo, che chi passa davanti alla nostra chiesa di sicuro ci giudica gente senza cuore, dei cristiani ipocriti che gozzovigliano come il ricco Epulone mentre fuori il povero Lazzaro batte i denti e patisce la fame buttato sul selciato? Non pensano che dietro c’è tutta un’organizzazione, peggio che per le donne di strada. Magari lo picchiano pure, se non accatta abbastanza denaro.”

“Senti, Marisa, mi sono informato. Non vengono maltrattati e con quello che guadagnano possono mantenere la famiglia al loro paese. Capisco che, secondo gli insegnamenti che hai ricevuto dalla tua buona mamma, non è esattamente un povero, però puoi consideralo un lavoratore. Cercheresti di scacciare un tagliapietre che sbozza le lastre davanti alla chiesa?”

“Ma che discorsi fa, don Rolando, e sì che ha insegnato trenta anni filosofia al liceo! Ammettiamo che sia un lavoratore: io non ho niente in contrario se va a fare il suo mestiere davanti al negozio di un gioielliere, ma per guadagnare usa la nostra chiesa, le persone che passando davanti al portone aperto danno un’occhiata al Cristo sull’altare, si segnano e poi aprono il portafoglio perché pensano alle parole di nostro Signore, fatevi un tesoro nel regno dei cieli.”

“Vedi, fa bene alla loro anima.”

“E alle tasche degli sfruttatori, ma non alla Chiesa: quel vecchio è un dito accusatorio ingiustamente puntato contro la Chiesa di Cristo, è una cattiva pubblicità in un mondo in cui il materialismo e l’indifferenza prendono sempre più piede. ”

“E cosa possiamo farci? Il Signore ha detto i poveri li avrete sempre con voi.”

“Allora procuriamoci un vero mendicante ‘doc’! glielo trovo io un vecchino che con la pensione non arriva a fine mese, lo metto sul gradino della chiesa con un cartello ‘Questo è un povero, non un lavoratore della mendicità. Prende cinquecento euro di pensione e ne paga trecento per un monolocale fatiscente, la chiesa lo aiuta come può, aiutatelo anche voi’ e ‘Imprimatur’ del Vescovo in calce. Che ne pensa?”

“Penso che a quel vecchio tu già paghi le bollette e lo riempi di scatolame, ma lo aiuti in modo riservato per difendere il suo decoro, forse la sola cosa di valore che gli è rimasta. Non lo esporresti mai con quel cartello, come un povero Cristo in croce.”

“Lo sa vero, che lei è perfido, a volte? Ha studiato troppo.”

“E tu lo sai cos’erano i ‘poveri vergognosi’?”

“No, ma a volte ho visto quella scritta su delle antiche cassette delle elemosine con il frontale di marmo.”

“Infatti sono cose di secoli fa: i ‘poveri vergognosi’ erano nobili diventati poveri che vivevano grazie alla carità delle Confraternite e della Chiesa, ma ricevevano questo aiuto in segreto, non dovevano confondersi con la massa dei normali mendicanti che chiedevano l’elemosina tendendo la mano. Se un artigiano diventava storpio per un incidente o una donna rimaneva vedova e senza famiglia o un poveraccio non trovava lavoro dovevo mendicare in pubblico. I ‘poveri vergognosi’ invece avevano diritto a stare comodamente a casa loro e prendevano pure il doppio del sussidio.”

“Più che poveri vergognosi direi che erano dei bei furbi!”

“A quel tempo era il modo escogitato da chi comandava per nascondere le magagne delle classi più elevate:  un marchese che chiedeva l’elemosina avrebbe svergognato tutta l’aristocrazia.

Oggi la mentalità moderna non è molto diversa, solo è diventata democratica: noi ci sentiamo cittadini con uguali diritti e pensiamo che chi non ha mezzi per vivere perché disoccupato o malato o vecchio deve essere assistito dallo Stato, non umiliarsi a tendere la mano per la strada. E non è neppure un’idea nuova: l’ECA, l’Ente Comunale di Assistenza, fu creata al tempo di Mussolini con lo scopo di mantenere i poveri del comune, in teoria quindi non dovevano più esserci mendicanti. Solo da qualche anno l’accattonaggio è di nuovo legale. Pensa che gran progresso abbiamo fatto!”

“Il mio Achille ce l’aveva sempre in bocca, questo ECA: secondo lui fare la carità era un’offesa perché il cittadino bisognoso aveva diritto ad essere soccorso dal Comune. Ma l’Amministrazione dava solo un misero aiuto. Chi sa se Achille sapeva che il suo caro ECA era un’invenzione dei fascisti?”

“Comunque il vecchietto è di nuovo al suo posto di lavoro, solo che ora sta scomodo, la gente si commuove di più e giudica con maggior severità l’insensibilità della Chiesa, mi guarda storto e pensa che non sia un buon prete. E intanto l’organizzazione degli sfruttatori ci guadagna. Senti, Marisa, i casi sono due: o mettiamo il filo spinato e i cavalli di frisia intorno alla chiesa o lo rimandiamo al suo paese e gli spediamo per posta uno stipendio pari a quello che guadagnava qui. Però, stai sicura, il giorno dopo te ne ritrovi un altro allo stesso posto, magari ancora più vecchio, o un ragazzo storpio o una donna senza le gambe o un paralitico in carrozzina.”

“Lei mi prende in giro, don Rolando, non è giusto! Non possiamo mica pagare uno stipendio a tutti i disgraziati del mondo.”

“E infatti il buon Samaritano non andava in giro con un’ambulanza per soccorrere tutti i Giudei vittima dei briganti della Palestina: vide uno sconosciuto ferito e lo soccorse. Il Signore vuole che  amiamo il prossimo nostro, ma con le forze che abbiamo!”

Marisa, sconfitta ancora una  volta nello scontro dialettico da don Rolando, un po’ si risentì.

“Io ho fatto solo la sesta e mia madre a fatica riusciva a scrivere la sua firma, però, caro don Rolando, penso che sapesse riguardo alla carità molte cose che un prete istruito e di buona famiglia come lei non potrà mai capire. Comunque sia fatta la sua volontà, vado a togliere il vaso di aspidistra, ha già preso fin troppo sole, povera pianta”.

Marisa non faceva mai le cose a metà: usci sul sagrato, sollevò il pesante vaso come fosse un fuscello e lo portò ai piedi dell’altare, poi prese il cuscino della sedia dove di solito si sedeva don Rolando quando recitava il Rosario e lo portò fuori, posandolo, ben sprimacciato, sul gradino. Indicò quindi al mendicante che poteva riprendersi il suo posto. Il vecchio la guardò con stupore, ma accettò subito l’invito. Coprì il cuscino con la sua giacca e disse”Grazie signora”.

“Prego. Signore, però non te lo fregare, siamo intesi?”

“Grazie signora. Fare elemosina” rispose il mendicante. Nelle sue intenzioni di certo voleva dire che non l’avrebbe preso ed era grato per quella gentilezza.

“Se don Rolando stasera mi chiede dov’è la sua amata imbottitura, gli risponderò per le rime ‘ama il prossimo tuo come te stesso’ – disse tra sé Marisa, rientrando in chiesa – e così almeno farà un po’ di penitenza. Perché è un buon prete, ma un troppo filosofico”.

Intanto erano arrivate le altre devote del gruppo delle pulizie.

“Hai visto, Marisa, quello è tornato!” esclamò Attilia, la prima ad entrare.

“A don Rolando sta bene così, mi ha fatto togliere il vaso, tanto se non si sedeva sul gradino stava buttato per terra e faceva ancora più compassione” rispose Marisa.

“A me veramente non fa tanta compassione – disse Fedora, una delle più anziane delle ‘pie donne’ – io e il mio Antenore abbiamo sgobbato tutta la vita per allevare con dignità cinque figli e avevamo le pezze al … insomma non avevamo un becco di un quattrino. Ora vivo con la pensione minima e sto in casa della mia nuora vedova che mi tiene come una regina. Si vede che mi considera una brava persona. Ma quello lì fuori, chi è? che vuole? non ha figli che lo possano aiutare? Magari da giovane è stato un cattivo padre, oppure un delinquente.”

“Sai chi è quello lì fuori, Fedora? quello è il prossimo tuo  e sei vuoi andare in Paradiso a rivedere Antenore e il tuo figliolo morto lo devi amare, o almeno sopportare” replico Marisa.

“E magari gli devo dare anche cinque euro della mia pensione minima!” disse Fedora ironica.

“Già, non è facile come un tempo essere buoni cristiani. Se eri povera, rigavi diritto, rispettavi i genitori e il marito, non facevi la pettegola ti guadagnavi il cielo – osservò Miranda, la sola che ancora avesse il marito vivo –  ma ora non si è più sicuri di nulla. Il mio Aldo, da quando non si può più muovere, guarda sempre la televisione e mi ha detto che di recente c’è stato un incontro tra il Papa e i capi di tutte le  religioni. Come se ci fossero altre religioni. A me don Carlo, il prete che c’era prima di don Rolando diceva sempre che la fede è tutta nel quadro della Madonna col bambino che gli stranieri vengono a vedere perché l’ha fatta un pittore famoso. Gesù Bambino tiene in mano un foglio dove c’è scritto ‘Via, vita, veritas’: vuol dire che Cristo è la via per la salvezza, ci dona la vita eterna e la sua parola è la verità. O quante verità ci sono al mondo oggi?”

“Che vuoi che ne sappia, chiedilo a don Rolando. E’ lui il filosofo. Io non mi azzardo a dirgli più nulla, perché mi fa  passare per tonta” rispose Marisa.

Intanto fuori il mendicante ripeteva la sua litania “brava signora, bravo signore” e tra sé pensava alla vecchia moglie che aveva lasciato a casa e ai figli. Tutti lavoravano, nessuno moriva di fame, ma non voleva pesare su quei poveri ragazzi che già dovevano pensare a mantenere le loro famiglie.

Un suo cugino, qualche mese prima, gli aveva detto che c’era gente che cercava persone disposte ad andare all’estero per guadagnare qualcosa, lui aveva obiettato che era troppo vecchio per fare il manovale, non riusciva più neppure a vangare il suo pezzetto di terra, senza l’aiuto dei figli. Ma il parente gli aveva detto che cercavano proprio tipi così e lui, magrolino, emaciato e bassetto, andava più che bene. Però non doveva essere debole di polmoni, perché bisognava stare all’aria aperta e prendersi un po’ di pioggia.

Lui era un contadino, il freddo e l’acqua non lo spaventavano, così aveva accettato quello strano lavoro. Al suo paese, un borgo un tempo ai confini della vecchia Unione Sovietica, un mendicante non si sapeva neanche cosa fosse: erano talmente poveri che nessuno aveva un soldo da dare in carità al prossimo, però si aiutavano a vicenda e non facevano mancare un piatto di minestra a chi stava male. Accompagnato dal  cugino si era presentato ai mercanti di accattoni che subito l’avevano arruolato.

Aveva imparato a memoria le frasi da ripetere e si era abituato a stare seduto per ore nello stesso posto, in grandi città che neppure si era mai immaginato esistessero: doveva sopportare l’immobilità, il caldo, il freddo, il vento, la pioggia ma il lavoro, tutto sommato, non era duro. Certo avrebbe preferito stare a casa, fare piccoli lavori nell’orto, curare le galline, tenere compagnia alla moglie e ai nipotini, ma così guadagnava un bel po’ di denaro che spediva ai Suoi. Ancora un mese di quella vita e sarebbe tornato in famiglia, un altro del suo paese era già pronto a partire per sostituirlo.

Per non annoiarsi guardava la folla che percorreva in su e giù la strada: in gran parte erano sempre le solite persone che andava o tornava dal lavoro oppure donne del quartiere che uscivano a fare la spesa. Però, per la maggior parte del tempo, pensava al suo villaggio e ai parenti: immaginava cosa stessero facendo il quel momento, vedeva la moglie che preparava la minestra, la nuora nel pollaio che governava le galline, un figlio al mercato a vendere le uova e la frutta, un altro che potava le viti. Il maggiore era fabbro, faceva attrezzi da lavoro, ferrava anche i cavalli e i muli. Era il più fortunato, guadagnava bene e non avrebbe voluto che il padre partisse: diceva che non era dignitoso per la famiglia lasciare che un vecchio si sacrificasse così. Ma lui non andava mica a rubare, non faceva nulla di male, stava davanti a una chiesa senza disturbare e non entrava, perché non era battezzato: il governo ai suoi tempi non gradiva che la gente avesse una religione, ma sua nonna era ortodossa e di nascosto gli aveva insegnato qualche preghiera. Dopo settanta anni, quando sentiva lo strano coro di voci che proveniva ogni tanto dalla chiesa, quelle vecchie litanie gli tornavano alla mente. Allora si chiedeva se davvero esistesse Dio e se serviva a qualcosa prostrarsi di fronte alla statua di quell’uomo inchiodato alla Croce. Da bambino lo avevano fatto inginocchiare di fronte alla statua di Stalin, ma poi si era scoperto che era una gran carogna.

Alle cinque del pomeriggio don Rolando entrò in chiesa dal portone e constatò con soddisfazione che il vecchietto era al suo posto, sul gradino. Come ogni giorno gli diede la solita moneta da due euro. Il vecchio questa volta non disse “Bravo signore, Elemosina,” ma “Grazie, Pop”. Don Rolando non ci fece caso, era in ritardo per il Rosario e le sue fedeli esigevano la massima puntualità. Avrebbero potuto dirselo da sole, il Rosario, ma il parroco si sentiva in dovere di fare con loro questo esercizio spirituale che, tra l’altro, gli rasserenava l’animo.

Prese la sua sedia e notò subito la mancanza del cuscino, un oggetto di scarso valore ma molto morbido e apprezzato dal suo anziano osso sacro. Si rivolse verso Marisa per chiedere una spiegazione, ma quando incrociò lo sguardo della donna, ironico e trionfante, comprese al volo l’accaduto.

“Care figliole, scusatemi per il ritardo: sono stato trattenuto in Curia e al Vescovo non si può mettere fretta. Ma prima di recitare il Santo Rosario vorrei rivolgere un particolare ringraziamento al Signore che oggi, tramite una sua umile pecorella, ha voluto ricordarmi la prima regola di ogni buon cristiano: ‘ama il prossimo tuo come te stesso’. Adesso possiamo iniziare…”

All’ora di chiusura Marisa trovò il cuscino appoggiato all’acquasantiera. Don Rolando attraversò la navata un po’ claudicante, stare seduto sul duro legno lo aveva acciaccato, e la raggiunse.

“Tutto bene, Marisa? Vedo che hai ritrovato il mio cuscino” disse con aria serafica.

“Va bene, non la faccia tanto lunga! E smetta di zoppicare per farmi sentire in colpa. Domani comprerò al mercato un cuscino di piume, tutto per lei.”

“Non lo voglio il cuscino, d’ora in poi dirò il Rosario sulla sedia così com’è o, se mi gira, in ginocchio. Per espiare la mia supponenza verso di te e la noncuranza nei confronti del mendicante. Oggi, quando gli ho dato i soliti due euro, mi ha detto ‘grazie pop’ e io non ho capito perché.”

“E che significa? Non la seguo”rispose Marisa.

“Vuol dire che è un ortodosso o comunque viene da uno di quei paesi che erano nella vecchia Unione sovietica e, per un attimo, mi ha riconosciuto come un pop, un uomo del Signore, ringraziandomi per quel cuscino. Il merito invece era solo tuo: un po’ l’hai fatto per darmi una lezione, lo so, ma anche per buon cuore, io ti conosco bene, cara la mia ‘pia donna’.”

“Se non è proprio un miscredente domani faccio una prova: gli regalo la crocetta che portava al collo quel diavolaccio del mio Achille, un dono di fidanzata che non aveva potuto rifiutare”.

Don Rolando comprese il valore espiativo di quel regalo e, tornando verso la Sacrestia, si commosse.

L’indomani Marisa attese in chiesa che il ‘responsabile’ dell’organizzazione accompagnasse il vecchio alla sua postazione: quando il giovanotto si fu allontanato, uscì con il cuscino e lo posò al solito posto. Il vecchietto disse “grazie” e si accomodò, Marisa allora gli mostro la crocetta di Achille e, agitando l’anello di nozze che potava alla catenina, gli fece capire che quell’oggetto era appartenuta al suo defunto marito. Il vecchio respinse il dono, scuotendo la testa, allora Marisa ebbe l’idea di dire la parola magica “Pop, pop” e il vecchio smise di fare resistenza, prese la croce e la strinse forte in mano.

Marisa rientrò tutta contenta in chiesa, andò davanti alla statua della Madonna Immacolata, la sua preferita, e si inginocchiò. Silenziosamente recitò un Ave Maria, poi si rivolse al marito ‘Visto Achille, la tua croce è andata a un ‘compagno’, speriamo che si converta come è successo a te. So che quando ci rivedremo tu l’avrai ancora al collo e, una volta tanto, non mi rimprovererai di avere speso soldi per una cosa inutile”.

Il vecchio intanto era ancora stupito per quel dono inaspettato. Riaprì la mano e notò che la crocetta aveva lasciato sul palmo, coperto da una spessa pelle di contadino, un’impronta netta. Chiuse di nuovo la mano e pensò che avrebbe portata la crocetta in regalo alla moglie, lei un po’ di fede l’aveva sempre avuta. Lui invece non credeva in Dio ed era troppo vecchio per cambiare idea, ma forse Dio credeva in lui e gli aveva mandato dei messaggeri perché si svegliasse da un lungo sonno. Strinse con forza la crocetta nel pugno e chiese in dono la fede, magari non subito ma prima dell’ultimo momento “nell’ora della nostra morte” come diceva la preghiera che gli aveva insegnato la nonna.

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Rosanna Bogo