Un racconto di Luca Berlenghini

“E’ mai possibile – mio angelo custode – che un sentimento solido ed un approdo d’unione tanto sicuro, si dissolva solo a causa del condizionamento sociale, del peso del tempo e dell’avarizia del sentimento?”. Col tardivo senno di poi, io dico che succede ed anche piuttosto spesso. Ed è proprio quello che è capitato a me. L’assoluta illogicità della storia ed i particolari che l’hanno attraversata, rendono ancora più amaro, il ricordo dell’atmosfera incantata dei tempi del mio matrimonio. Assorbiti senza traumi, le scontate difficoltà della prima convivenza, affrontammo con esemplare determinazione la venuta dei due figli ed il conseguente accomodamento di vita e abitudini.

Più tardi, allettato dal successo professionale ma anche per combattere latitanti episodi depressivi, cominciai a destinare sempre più tempo ed energie al lavoro ed alle pubbliche relazioni, diradando la mia presenza in famiglia e trascurando la frequentazione di amici e parenti. Intaccati progressivamente l’afflato e la passionalità coniugali, lasciai sempre maggiori spazi alla passività dell’abbraccio ed alla ripetitività di gesti annoiati, ben lontani dall’appagante sintonia affettiva che ci aveva elargito magiche e travolgenti emozioni. Consentii, così, che nella nostra storia, si intrufolassero pagine non illustrate, segreti oscurati, sguardi non ricambiati. Cominciai a guardare con occhio lussurioso, le curve della bella segretaria, da anni a portata di mano, ma che non mi aveva mai destato voglie particolari, pur permettendosi un abbigliamento disinvolto e persino provocante. Mia moglie, avvertiti i cambiamenti di umore e abitudini, me ne parlò tempestivamente, senza assilli particolari. E fu proprio questa sua straordinaria prudenza a favorire nei primi tempi, dialoghi concilianti ed anche la ripresa di occasionali manifestazioni affettive, da me vissute con ipocrita strumentalizzazione.

Quella mattina, però, fu diverso. Rivolto il solito distaccato saluto “ciao, non mi aspettare, farò tardi”, mi soffermai a guardare mia moglie. L’espressiva fissità dei suoi occhi mi turbò. Un fremito di dolcezza, per un attimo, mi fece accarezzare l’idea di correre ad abbracciarla. Ne fui dissuaso dall’orgoglio e dal gelo indifferente che oramai accompagnava ogni mia azione. Non attesi nemmeno l’arrivo dell’ascensore e scesi di corsa le scale, guadagnando l’uscita. Manifestamente contrariato, mi rifugiai nell’ufficio fino alle ventuno quando mi presentai all’incontro del giovedì con la segretaria amante, serata preannunciata ricca di appetitose novità. Questa furente avventura, aveva contribuito a distrarmi dalle più elementari necessità collaborative che costituiscono il fondamento-salvezza d’ogni rapporto di coppia.

Il massimo dell’indifferenza, lo dimostrai in occasione della grave malattia del secondogenito, lasciando che il terribile fardello cadesse sulle spalle di mia moglie. A riprova della perdita di ogni pudore, mi ero defilato ulteriormente proprio nei momenti bui della sofferenza. Ma quella serata, pur risultando il tutto al di sopra di ogni aspettativa, la vissi senza la consueta partecipazione, annoiato e col desiderio che finisse al più presto. All’alba, rimessomi in macchina e sempre con l’immagine mattutina di mia moglie in mente, avvertii il forte bisogno di svegliarla al rientro e di dirle qualsiasi cosa somigliasse a dichiarazioni di scusa. Mi predisposi così con semplicità, a come mi sarei a lei rivolto. Le avrei solo detto: – “scusami e perdonami, se ancora puoi. M’hai dimostrato che l’amore può avere tanti nomi, ma c’è un solo modo per viverlo: prenderlo per mano, seguirlo con occhi sempre allerti, rianimarlo con l’energia di un sentimento rinnovato”.

Man mano che prendevano corpo questi rasserenanti segnali, mi scoprii gratificato di una carica emotiva che mi spingeva a bruciare gli ultimi chilometri. Contemporaneamente, la stanchezza accumulata in una giornata di lavoro defatigante e l’annebbiamento procurato dall’alcool e dal cibo ingurgitati mi inducevano a ridurre la velocità ed a raddoppiare le precauzioni. Abbordando correttamente l’ultima curva, pregustavo tanto l’imminente incontro con mia moglie che mi esplose dal cuore l’invocazione del suo nome, l’ultima parola da me proferita. Un tracotante fuoristrada lanciato a folle velocità, mi sradicò dalla corsia scagliandomi in alto, per poi infossarmi in un campo circostante.

Quando mi sono trovato tra questi trapassati, ho saputo che alla guida del fuoristrada omicida c’era uno sciagurato godereccio pari mio che aveva fatto della superficialità una virtù, dell’egoismo un titolo di merito, della trasgressione un mito. Appresa la notizia, mia moglie si chiuse ancor più in sé, senza riuscire a versare una sola lacrima, tanto si era consumata per la mia insipienza di uomo da niente. – “Ora và da lei, fedele messaggero, riporta quanto ti ho raccontato e dille che non ho diritto di chiederle niente, nemmeno di implorare il suo perdono. Che sappia almeno che sono morto con l’invocazione del suo nome e con un insanabile rimorso nel cuore”.

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