Decima Parte.

Qui la Nona Parte.

Carlo giunse al capezzale di Marcantonio mezz’ora dopo il ricovero in clinica e, la sera stessa, si ripresentò in ospedale accompagnato da Marisa: esagerando un po’ riguardo alle reali condizioni di salute del ferito, era riuscito a trascinare la matura Giulietta al capezzale del suo antico Romeo.

Marisa non aveva mai smesso di pensare a Marcantonio con affetto e, proprio per questo, da anni evitava di incontrarlo: non poteva sopportare l’idea che il suo primo amore diciottenne si fosse trasformato in un maturo signore che forse non avrebbe neppure riconosciuto. Per questo, anche dopo la morte di Marcella, quando entrambi erano tornati di nuovo liberi, si era tenuta alla larga: i cambiamenti prodotti dal trascorrere degli anni la spaventavano ma, soprattutto, temeva di scoprire che pure i sentimenti potevano invecchiare.

A volte,  guardando le foto di gruppo che la ritraevano con i compagni di classe del Fibonacci, Marisa stentava a riconoscersi in quel suo alter ego ormai ingoiato dal tempo, ma individuava subito il volto intelligente e sereno di Marcantonio.

Ormai si sentiva vecchia e stanca: i dispiaceri di un matrimonio sbagliato, gli anni sprecati a prendersi cura, senza affetto, di un uomo infedele tornato all’ovile solo perché malato, avevano trasformato la sua faccia in una maschera d’infelicità: gli occhi, incavati, erano cerchiati di scuro e le sottili labbra del primo bacio avevano preso una piega triste, sembravano la fessura di una macchinetta per le bibite. In certi momenti si domandava chi fosse quella donna sconosciuta che la fissava dallo specchio con uno sguardo perennemente amareggiato.

Quando però Carlo l’aveva informata della drammatica aggressione subita da Marcantonio si era fatta coraggio: di fronte alla morte valeva la pena di accantonare le remore ed i timori, forse quella era l’ultima possibilità che il destino le offriva di rivedere, su questa terra, colui che aveva tanto amato.

Quando entrò nella stanza del ferito Marisa rimase doppiamente stupita: per prima cosa notò che la fisionomia di Marcantonio, nonostante i capelli bianchi e le rughe, non sembrava affatto mutata, poi si rese conto che il paziente, benché intorpidito dai sedativi, non era assolutamente in fin di vita e rivolse a Carlo uno sguardo di rimprovero, privo però di acredine. L’aveva ingannata, ma era contenta di essere caduta nella sua trappola.

Marcantonio, dopo qualche minuto, tornò cosciente ed ebbe l’impressione di vedere accanto al suo letto Marcella, la moglie. Allo stesso tempo sentiva la voce di Carlo che lo chiamava ripetendo “Sveglia, sveglia dormiglione! ti ho portato Marisa!”

“Da ragazze Marisa e Marcella non si somigliavano – pensò Coriolano, fingendosi ancora assopito –  mia moglie aveva gli occhi castani e i capelli rosso Tiziano, lunghi sulle spalle…l’altra era bionda con la coda di cavallo e l’iride azzurra come il cielo… però invecchiando le donne, sembrano tutte uscite dallo stesso parrucchiere: permanente, meche, tinture …chi le riconosce più!”. Alla fine si fece coraggio e socchiuse di nuovo le palpebre: gli occhi celesti di Marisa, sebbene un po’ sbiaditi, lo rassicurarono, non era ancora entrato nel regno dei morti.

Coriolano trascorse in clinica una settimana, affettuosamente assistito da Marisa. Ogni sera Carlo si tratteneva al suo capezzale almeno mezz’ora, spesso accompagnato da Clotilde, il vecchio Traini invece si limitò a qualche telefonata, non amava frequentare gli ospedali. Anche Ada chiamava quotidianamente dall’Australia per informarsi sulle condizioni del padre, addirittura due o tre volte al giorno.

Poi Marcantonio venne dimesso, ma le visite degli amici non si interruppero. Marisa, in particolare, divenne una presenza costante e discreta in casa Coriolano. Carlo, forse un po’ infastidito da quella presenza femminile che di nuovo si intrometteva tra lui e l’amico del cuore, non perdeva occasione per scherzare sui  “due colombi”, esclamando ironicamente  “Se son rose fioriranno…”.

Le sue allusioni imbarazzavano Marisa,  Marcantonio invece non sembrava infastidito dalle battute di Carlo: dopo tanti anni di solitudine non trovava affatto sgradevole una compagnia femminile.

Il Processo contro Guido si aprì a novembre. Era un caso di routine e, ovviamente, non suscitò l’interesse dei mass media: a fronte dei tanti delitti cruenti che abitualmente affollavano le pagine di cronaca nera predilette da casalinghe e pensionati, si trattava di una vicenda banale, benché la parte lesa fosse tutelata, a titolo amichevole, da uno dei principi del Foro, il celebre avvocato Traini.

Nicola, per evitare a Marcantonio il fastidio di testimoniare, aveva sommerso i giudici di certificati medici comprovanti che il suo cliente, ancora sotto choc, non era in grado di sopportare lo stress di un interrogatorio. Del resto non ricordava nulla dei fatti accaduti, tanto meno, l’aspetto dell’aggressore, quindi la sua deposizione era del tutto irrilevante ai fini del processo. I periti nominati dal tribunale confermarono l’amnesia e così Coriolano partecipò al dibattimento nelle comode vesti di semplice spettatore.

Anche senza la sua testimonianza il Pubblico Ministero fu comunque in grado di ricostruire in modo convincente gli eventi del 19 giugno. L’imputato, secondo l’accusa, aveva trovato per caso le chiavi smarrite dal Professore e forse più volte si era introdotto furtivamente nel suo appartamento, sottraendo piccole somme di denaro. Il 19 giugno però qualcosa era andato storto: Coriolano era rientrato prima del previsto, scoprendo il ladruncolo all’opera, e Livoni, consapevole di essere stato smascherato, aveva tentato di uccidere lo scomodo testimone con un coltello portato da casa. Poi era fuggito, prendendo solo una minima parte del bottino.

Guido si dichiarava innocente ma non disponeva di un alibi. Le sue impronte erano sull’arma del delitto, sulla porta e sulle chiavi dell’appartamento del Professore inoltre, al momento dell’arresto, aveva in tasca una banconota macchiata con il sangue della vittima: tutte prove schiaccianti  che  rendevano il castello accusatoria inattaccabile.

Furto continuato, rapina e tentato omicidio non erano bruscolini e l’imputato, consapevole di trovarsi in un grosso guaio, si era rivolto ad un costoso studio legale. La storiella dell’invito per festeggiare la vendita della casa, dell’improvvisa follia del professore, delle minacce subite, però non reggeva: neppure i suoi difensori ci credevano veramente.

Guido comprendeva di essere in trappola: eppure era innocente, innocente! ma la sola persona che poteva salvarlo, Coriolano, non era in grado di testimoniare.

Di fronte ai giudici l’accusato cercò ingenuamente di far apparire i suoi rapporti con la vittima quasi amichevoli, ma venne subito smentito dalla testimonianza degli altri condomini: tutti dichiararono che il Livoni detestava il Professore, inoltre a nessuno risultava che Coriolano avesse intenzione di vendere casa, anzi, in più occasioni aveva affermato che, per nulla al mondo, avrebbe lasciato il suo appartamento.

La condanna, dopo una breve camera di consiglio, fu severa.

“I delinquenti a volte non sono dotati di grande intelligenza – osservò Nicola Traini, commentando la sentenza con Marcantonio e Carlo – prendersi gioco di loro è fin troppo facile. Anche la Giustizia, del resto, non sempre riesce a tenere in equilibrio i piatti della sua bilancia…tanto per fare un esempio, sulle mazzette trovate a casa del Livoni la Scientifica non ha ritenuto necessario cercare le impronte e, il sangue sulle banconote…è un particolare melodrammatico, del tutto  superfluo… persino eccessivo. “Il troppo stroppia”, si sa: scommetto che se avessero analizzato tutti i biglietti avrebbero trovato ovunque tracce di sangue identiche, una bella coincidenza…Eh sì, con me, caro Marcantonio, non l’avresti spuntata”

“Per fortuna non fai il pubblico ministero, Nicola –  rispose Coriolano sorridendo – e poi, che ci vuoi fare, il delitto perfetto non esiste, un penalista bravo come te lo dovrebbe sapere”

“Già, esistono solo indagini imperfette” ribatté l’avvocato Traini, pensieroso.

“Se Guido non avesse usato un’arma probabilmente sarebbe già fuori con la condizionale – osservò Carlo. Non comprendeva l’argomento della conversazione tra il fratello e l’amico, ma voleva comunque dire la sua sulla vicenda – tra un furto e un rapina con accoltellamento c’è una bella differenza per la corte!”.

Proprio in quel momento il telefonino di Nicola si mise a vibrare:  don Casimiro voleva essere informato sulla sentenza. Si complimentò con il figlio avvocato e poi chiese di  parlare con Marcantonio: “Gatto e topo” disse ridacchiando il vecchio notaio.

“Lo sa, don Casimiro, – rispose Coriolano – è proprio vero, mutando l’ordine degli addendi la somma non cambia”. Nicola rimase in silenzio. Carlo invece esclamò in tono scherzoso “Adesso comunicate addirittura in codice. Siete peggio della Santa Veme!”

Segue…

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Rosanna Bogo