Oscar entrò nel pub e, con un colpo d’occhio, individuò subito nel caos della sala il tavole dei suoi amici. Si conoscevano fin dai tempi delle elementari, Mirco, Luca, Stefano e Oscar, e già allora formavano un “gruppo” inseparabile. La voglia di studiare scarseggiava e così, dopo le medie, avevano deciso di iscriversi al Professionale, tanto per non rimanere a casa senza far nulla. Erano ragazzi rumorosi e sempre in lotta per la sufficienza, ma suscitavano la simpatia dei professori e così non venivano mai bocciati. I compagni li chiamavano, un po’ sul serio, un po’ per burla, i tre Moschettieri. Oscar era D’Artagnan.

Gli scherzi tra i banchi di scuola però appartenevano ormai al passato: da un paio d’anni, la mattina, Oscar si alzava presto per andare a lavorare, tutti i giorni tranne il fine settimana. Così sabato sera faceva tardi in discoteca con Cristina, la sua fidanzata, e la domenica passava qualche ora in birreria, divertendosi con gli amici di un tempo. Ma a mezzanotte, come Cenerentola, doveva lasciare la festa perché lunedì il turno in fabbrica iniziava alle sei. I compagni erano, a loro modo, più fortunati, perché avevano trovato solo impieghi saltuari, a parte  Luca: lui era perennemente disoccupato.

“In fondo è la stessa vita di prima – pensava Oscar – il lavoro è come la scuola: superiori che comandano, orari da rispettare, compiti da eseguire, però a fine mese porti a casa uno stipendio ben più sostanzioso della paghetta settimanale da studente, e tutto per te”. Viveva ancora in famiglia ma i genitori non gli chiedevano nulla: consideravano già un guadagno avere un figlio che non piantava grane e andava a lavorare senza lamentarsi.

Oscar si fece largo tra la folla degli avventori e raggiunse la compagnia:

“Brutte carogne! – esclamò – avete cominciato a bere senza di me” e, per completare lo scherzo, mise le mani al collo di Stefano che subito tirò fuori la lingua e strabuzzò gli occhi fingendo di soffocare.

“Luchino aveva sete, oggi ha fatto due colloqui di lavoro. Buca e buca con acqua” disse ironico Mirco. Luca intanto se ne stava mogio, mogio in un angolo del tavolo.

“Niente musi lunghi! – replicò Oscar – oggi pago io, non ci sono problemi!”

“Davvero? Allora invece delle solite birrette ci facciamo portare una bottiglia di vodka” propose Stefano.

“Ma sì, tanto torniamo a casa a piedi. Se ritroviamo strada…” disse Oscar, ordinando alla cameriera una bottiglia della marca migliore.

Al primo bicchiere urlarono in coro “Prosit, alla faccia della Befana e alla salute di Luca”. Befana era il soprannome che avevano affibbiato alla professoressa Datini, un’anziana insegnate di lettere che, per tre anni, aveva sopportato con eroica pazienza i lazzi e le intemperanze dei “Moschettieri”.

“Accidenti se brucia! Alcol puro” esclamò Mirco, appena riprese fiato.

“A me viene da vomitare” mormorò Luca, e non parlava solo degli effetti della vodka. Aveva bisogno di lavorare, la fidanzate era incinta e dovevano sposarsi, ma nessuno lo assumeva, neanche avesse la peste.

“Però è anche colpa tua, testone! – disse Stefano – quando ti presenti ad un colloquio devi sembrare contento e pieno di voglia di fare. Sei lì per metterti in vendita: la compreresti una Panda tutta ammaccata e con il motore che perde i colpi? all’esaminatore devi sembrare una Ferrari!”

“Già, secondo te i guai fanno venire l’allegria e vincere il Gran Premio” replicò Luca sconsolato.

“Stefano ha ragione: chi vuoi che ti assuma, con quell’aria da cane bastonato? A guardarti in faccia viene la depressione. Quando ti vedono i padroni ‘si toccano’, altro che darti lavoro.” esclamò Oscar, rincarando la dose

“Potresti provare con le pompe funebri Nannozzi” aggiunse ridendo Mirco

“Bel consiglio! lo sai che ha paura dei morti! Per Halloween non esce neanche di casa!” commentò, con finta serietà, Stefano.

Luca quella sera non trovava divertenti le battute dei compagni, ma lasciava correre perché Oscar, Stefano e Mirco erano i suoi amici più cari, quasi dei fratelli. E poi non avevano tutti i torti: era davvero un pauroso, un pessimista, il più debole del gruppo ed anche il più sfortunato. Si meritava le sue disgrazie!

“Non te la prendere, Luchino, scherziamo per tirarti su – disse Oscar – Fatti un altro goccio! Almeno stasera dimentica i brutti pensieri.”

“Vorrei vedere voi, nella mia situazione” mormorò amaro Luca, ingollando il secondo bicchiere di vodka.

I quattro moschettieri fortunatamente avevano la sbronza allegra e, quando l’alcol cominciò a fare effetto, il clima della serata migliorò decisamente.

Anche Luca divenne euforico ma, dopo un po’, sentì davvero bisogno di vomitare e, barcollando, si diresse al bagno. Era quasi alla meta quando urtò contro un tavolo ed una sedia. Sulla sedia poggiava il fondo schiena una bionda formosa con tacchi alti, minigonna all’inguine e maglietta aderente. Luca la guardò con il sorriso ebete dell’ubriaco, si accorse che era bella, ma il suo cervello annebbiato non poteva elaborare pensieri più complessi sull’argomento.

Pardon, madame” bofonchiò Luca e, ridacchiando, mise una mano sulla spalla della ragazza, ma senza cattive intenzioni: voleva solo farle capire che davvero l’aveva urtata per sbaglio, non ce l’aveva con lei, anzi, le voleva bene! A quel livello di tasso alcolico, del resto, voleva bene a tutto il mondo.

L’uomo al tavolo della bionda, un tipo rasato e con la faccia da bulldog, non gradì il gesto e si alzò di scatto infuriato, afferrando Luca per il maglione.

“Ma che fai, maiale? Prima mi rovesci la birra sui pantaloni e poi allunghi le tue manacce sulla mia donna!” urlò con rabbia.

Lo sbronzo, preso per il collo, aveva voglia di abbandonarsi a corpo morto in quella strana posizione, chiudere gli occhi e dormire. L’uomo però lo scosse violentemente e Luca, come una bottiglia di spumante agitata con troppa energia, gli vomitò sulla camicia.

“Hai proprio bisogno di una lezione, porco schifoso, t’insegno io come si dice pardon!” gridò il tipo rasato, trascinando Luca verso l’uscita di sicurezza che dava sul retro. Sbucarono in un vicolo buio e l’uomo cominciò subito a picchiare sodo: Luca, a terra, non si difendeva, aveva ancora stampato in faccia il risolino dell’ebbrezza e la vodka gli faceva l’effetto di un potente anestetico.

I tre amici al tavolo non si erano accorti dell’alterco ma, dopo un po’, Oscar pensò che Luca era da troppo tempo in bagno e si alzò per andare a controllare. Il “piccolo”, lo chiamavano così tra loro quando non era presente, reggeva male l’alcool. Anzi, a dire il vero, non reggeva bene nulla. Magari aveva bisogno d’aiuto.

Passando vicino alla porta di sicurezza Oscar sentì un rumore sordo, come se venisse colpita una gigantesca palla sgonfia. “Pugni e calci – pensò subito – si stanno picchiando”. Decise di uscire nel vicolo per dare un’occhiata.

Nonostante l’oscurità riconobbe subito Luca: era a terra e non emetteva un grido mentre il suo aggressore, in piedi, lo prendeva a calci nello stomaco. Aveva la faccia sporca, di certo il naso era rotto. Quello era il suo punto debole; anche a scuola, da bambino, gli capitava spesso di buttare sangue come una fontana: “epistassi” gridavano le maestre, correndo in cerca di un asciugamano. Oscar, senza pensarci due volte, si aggrappò alla schiena dell’energumeno a peso morto, tentando di allontanarlo da Luca, ma il tipo conosceva le arti marziali e, con un colpo di gomito, lo scaraventò contro un bidone della spazzatura. Il contenitore si rovesciò, vomitando lattine e bottiglie, avanzi del pub.

Oscar si ritrovò a terra circondato da un mare di vetri rotti. La sua mano era posata su qualcosa di tondeggiante, un collo di bottiglia: afferrò quel grosso  pezzo di vetro e si gettò di nuovo addosso al bulldog.

Come aveva visto fare nei film d’azione, lo afferrò di spalle e, passando sul davanti il braccio, strusciò con forza il vetro contro la sua gola: all’improvviso senti scorrere sulla mano qualcosa di caldo, un liquido che usciva a getto, come da una rubinetto. L’uomo si afflosciò sulle gambe, senza un lamento e poi crollò addosso a Luca che giaceva rannicchiato a terra. Il vicolo era quasi al buio, ma Oscar si accorse di avere la manica della camicia impregnata di un liquido scuro, ed anche a terra c’era una pozza di quel colore. Sangue!

Luca intanto, schiacciato dal peso del corpo, si era messo a gridare. Alla fine riuscì a scivolare fuori, nascondendosi terrorizzato dietro un bidone.

Oscar guardò l’uomo a terra, il collo di bottiglia, la sua mano e comprese in un attimo la gravità della situazione. Non sapeva cosa fare.

Pensò di toccare il corpo… magari era solo ferito. Ma tutto quel sangue…Cristina, infermiera al pronto soccorso, gli aveva raccontato che un ragazzo, la settimana passata, era morto dopo un incidente stradale per emorragia, eppure non aveva neppure un mignolo fratturato: arteria femorale recisa, cinque litri di sangue sparsi sull’asfalto. Bisogna legare a monte della ferita. Ma come si lega a monte una gola tagliata? Forse poteva chiamare al telefonino Cristina, oppure suo padre. Ma era inutile, perché quello era indubbiamente morto e nessuno poteva farlo tornare in vita.

“No, non è accaduto niente – mormorò Oscar per rassicurarsi – E’solo un brutto sogno.”

Intanto Luca si era messo a piangere e ripeteva come un ossesso “Madonnina mia aiutami!”

Una voce dentro Oscar cominciò a gridare “Scappa! non è colpa tua! corri a casa, prendi un po’ di soldi e sparisci, vai all’estero, in America, in Brasile. Non farti prendere!”.

Intanto una piccola folla di avventori del pub, attirata dalle urla di Luca, si era raccolta intorno alla porta di sicurezza. Il chiarore proveniente dal locale illuminava il vicolo. Quando Oscar si voltò  verso la luce, sporco di sangue e con lo sguardo allucinato i curiosi indietreggiarono impauriti. Solo Stefano e Mirco si fecero avanti: alla vista di quella scena la loro sbronza era istantaneamente svaporata.

Stefano aiutò Luca, coperto da capo a piedi di sangue, ad alzarsi, Mirco si avvicinò ad Oscar, gli tolse di mano con delicatezza il collo di bottiglia e lo gettò via, poi mise un braccio intorno alle spalle dell’amico mormorando “tranquillo, tranquillo, ci sono io con te.”

Intanto la ragazza della sedia si era fatta coraggio ed aveva sollevato da un lato la testa del morto, caduto a terra bocconi. Quasi si staccava dal corpo. L’uomo aveva gli occhi aperti, stupiti, come se non volesse credere di essere arrivato al capolinea, fregato da una mezzacartuccia qualsiasi. La ragazza scoppiò in lacrime e corse via.

“Era un figlio di puttana – disse qualcuno dei presenti – per un nulla menava le mani.”

“Sì, una vera carogna, un prepotente – aggiunse un’altra voce – ma finalmente ha trovato chi gli ha dato una lezione. Se l’è proprio meritata.”

“Ma io no, io no – pensò Oscar – io non me lo merito di essere un assassino. Se domani non mi presento al lavoro mi licenziano e un altro posto dove lo trovo, di questi tempi? E poi ci sono Cristina, la mamma, il babbo… cosa gli racconto? E il processo, gli avvocati, …ci vogliono soldi per uscire di galera!”

Dopo pochi minuti giunse un’ambulanza: gli infermieri diedero un’occhiata superficiale al cadavere e caricarono Luca, partendo a sirena spiegata.

Oscar era rimasto nel vicolo, seduto su una sedia che avevano portato dal pub. La sua vittima lo osservava con un occhio spalancato, pieno d’interrogativi ma Stefano teneva la testa dell’amico girata, perché non incrociasse lo sguardo del morto.

Poi arrivarono due auto della polizia: mentre gli agenti lo caricavano in macchina Oscar si rese all’improvviso conto di vivere nella realtà: l’uomo a terra, i poliziotti, le manette, la folla dei curiosi, Stefano e Mirco in lacrime, tutto era indubbiamente vero, ma sembrava appartenere ad un’altra dimensione, un mondo diverso da quello in cui si trovava  tre ore prima, quando era entrato nel pub, in  una serata come tante, con un destino diverso in tasca.

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Rosanna Bogo