Per molti anni ho avuto un aspetto giovanile. La mia faccia e il mio modo di fare erano, per così dire, in “conflitto” con il dato anagrafico e molti si meravigliavano quando un documento o un’affermazione buttata lì per caso rivelavano che da un bel po’ avevo superato la boa della quarantina.

Il tempo però, da qualche anno, si è preso la sua rivincita ed ora sembro quello che sono, un vecchio, non nel senso più comune del termine e, tanto meno, in rapporto ai parametri dell’INPS, ma di certo secondo la scala di valori che vige nell’ambiente professionale in cui ho sempre lavorato, l’informatica. Non esiste attività in cui l’obsolescenza delle competenze sia più rapida e l’età degli addetti più bassa, tutto corre a velocità folle, trascinato dal turbine Internet e dai continui progressi tecnologici.

Io mi sono fatto le ossa nei lontani anni ’80, conosco programmi, sistemi operativi e computer ormai entrati nella leggenda, vera archeologia tecnologica ma tutto questo serve, al massimo, per fare conversazione: può capitare che durante una pausa in ufficio o uno spostamento in auto, per distrarsi, qualche collega incuriosito mi chieda notizie su com’era la vita di noi “informatici preistorici”, costretti a “combattere” armati di basic, minuscoli dischi fissi e ridicoli floppy o nastrini. Ho tre decenni d’esperienza alle spalle ma, contrariamente alle altre professioni, per l’informatico l’accumulo di sapere è inutile: non conta ciò che sapevi ieri, o cinque minuti fa, ma ciò che saprai domani. Da questo punto di vista mi posso definire davvero vecchio.

Per carattere sono estroverso e mi piace stare al centro dell’attenzione: quando faccio lunghi viaggi in treno o mi trovo nella sala d’aspetto del dottore, per vincere la noia, cerco sempre di attaccare discorso con i vicini e, di solito, rivelo subito la mia professione, perché so che suscita ancora un certo interesse nei profani, soprattutto di una certa età: ovviamente in queste situazioni non parlo di argomenti tecnici ma racconto aneddoti della mia vita professionale. In tanti anni di lavoro ho conosciuto un’infinità di persone e mi piace tirare fuori qualche fatterello divertente che ha per protagonista un mio cliente o uno dei miei innumerevoli datori di lavoro: a volte, lo ammetto, devo sembrare persino un po’ querulo, comunque posso vantarmi di avere in repertorio un buon numero di storie risalenti all’età “eroica” dei programmatori.

Trenta anni fa, specie in provincia, un informatico era rara avis e veniva considerato dagli audaci che avevano in casa o in ufficio una di quelle misteriose e bizzose creature con tastiera e video, un incrocio tra mago Merlino e un domatore del circo. Per un cavaliere del computer, in lotta con i draghi-bugs, ogni giorno era foriero di nuove avventure tragicomiche.

C’è un solo ricordo del mio passato di giovane informatico capace di mettermi di malumore: è una storia adatta alle serate più buie, ai giorni di tristezza, una vicenda senza dubbio insolita e per niente divertente. Quando la racconto, tanto per sfogarmi, resto sempre con l’amaro in bocca.

All’epoca dei fatti ero davvero alle prime armi: da poco avevo abbandonato l’Università, con la speranza di farmi in breve tempo una buona clientela. Nella cittadina in cui ero nato non avevo molti concorrenti e  le occasioni di guadagno non mancavano.

Lavoravo come free lance e, nel contempo, collaboravo con una piccola azienda che vendeva computer e macchine da scrivere. Ero sempre in giro, una trottola che non si fermava mai: installavo, programmavo, facevo consulenza. Non mi lasciavo sfuggire un cliente, sempre pronto ad andare allo sbaraglio con l’incoscienza dei vent’anni. Dove mi chiamavano, correvo: ero un principiante spudorato, ma le mie conoscenze risultavano più che sufficienti per le necessità informatiche locali.

Fare esperienza accresceva il mio bagaglio professionale, diventavo sempre più competente, leggevo riviste specializzate, mi tenevo aggiornato e poi avevo un certo intuito che, nel nostro mestiere, più arte che scienza, non guasta. Tutto sommato, per l’epoca, ero un buon professionista.

Come ho detto sono un tipo socievole e ben presto mi creai una cerchia di conoscenze nel mio campo d’attività: il rapporto che instaurai con Alessandro Dossi, uno dei miei primi clienti, fu tra i più duraturi.

Non si poteva dire, ma questo lo avrei scoperto tempo dopo, che Dossi fosse una persona di una morale specchiata. Possedeva un’agenzia che forniva “consulenze” commerciali non meglio definite, aveva un paio di computer e tre segretarie; io elaboravo per la sua ditta piccoli programmi di gestione e rimediavo ai pasticci informatici prodotti dalle tre Grazie.

Presto scoprii che Dossi era un personaggio di primo piano in città: ben introdotto in quasi tutte le aziende della zona, aveva parenti, amici o conoscenti piazzati nei gangli vitali dell’Amministrazione e della politica che lo appoggiavano e favorivano in ogni modo, certo non solo per spirito altruistico. Banche, Curia, associazioni di categoria, sindacati,  assicurazioni, nessuno sfuggiva alla ragnatela di Alessandro Dossi, sempre informato su quello che accadeva nei palazzi cittadini, camere da letto comprese.

Dossi, quarantenne dal fisico atletico e molto sensibile al fascino femminile, era membro di  una di quelle Associazioni che, con la scusa di promuovere iniziative benefiche, offrono occasioni d’incontro per uomini d’affari. Ai periodici raduni conviviali partecipavano  tutti i notabili locali: risolte le questioni politiche e conclusi i mercanteggi,  si giocava a carte e si parlava di donne. Sempre quelle degli assenti, s’intende. Ogni tanto si organizzavano feste in onore di autorità di nuova nomina: prefetto, questore, vescovo, non faceva differenza, l’importante era dare il benvenuto ai potenti che si insediavano in città.

Ero nato e cresciuto in quella cittadina, ma la mia famiglia era molto modesta e non avevo mai avuto contatti, in precedenza, con l’ambiente frequentato dal Dossi.

Una mattina ci incontrammo nel suo Ufficio, dovevo mettere a punto una modifica del programma di gestione; le segretarie erano uscite per un caffè e Dossi, forse per vantarsi del suo potere con un “suddito”, mi raccontò che all’incontro conviviale dell’Associazione, il sabato precedente, aveva conosciuto la giovane moglie del nuovo Direttore del carcere. Si era fatto assegnare, con uno dei suoi soliti intrallazzi, il posto accanto alla bella signora e, durante  la cena, le aveva svelato, in modo succinto ma dettagliato, i segreti della buona società locale, le famiglie da frequentare, i dongiovanni da evitare, le amicizie giuste per favorire la carriera del marito. Per cortesia e con il suo usuale fare cameratesco, aveva poi conversato anche con il Direttore, un uomo dall’aria seria, quasi accigliata, molto più anziano della moglie. Di certo non si stava divertendo.

“Il dott. Adolfi non è davvero un tipo allegro, sarà perché passa tutto il giorno in carcere, ma alla fine si è sciolto e siamo diventati amiconi, forse anche grazie ai tre grappini che si è bevuto come ammazza caffè” aggiunse il Dossi.

Il Direttore, immerso nella rilassata atmosfera postprandiale, resa ancora più calorosa dai fumi dell’alcool, aveva raccontato al novello amico un suo grande cruccio: “Questioni di informatica – precisò il Dossi – ma francamente non ho capito un’acca di tutta la strana faccenda che mi ha raccontato. La moglie ha confermato che  si trattava di un problema di grande importanza per il marito e così, alla fine, ho detto che conoscevo un esperto di software affidabile e competente, il migliore in città, in grado di risolvere qualsiasi problema. Ovviamente pensavo a te…”

“Ma…”, cercai di protestare, infastidito non tanto dal fatto di dover fornire una consulenza al buio quanto dal legame che intuiva  tra questo “favore” e qualche progetto segreto del Dossi. Non era il tipo che faceva nulla per nulla.

“Domani lo richiamo”, continuò Dossi “ e gli dico che ti ho parlato. Tu però sei molto indaffarato … e costoso…, ma, per via di un certo favore che mi devi, hai acconsentito a fissare un appuntamento per la prossima settimana. Dopo tutto è un cliente importante”

La mia resistenza cominciò ad indebolirsi. In effetti avrei potuto trarre grandi benefici da quella conoscenza: il Direttore del carcere era pur sempre una delle autorità cittadine e, se fossi riuscito a risolvere il suo problema, forse mi avrebbe fatto una buona pubblicità in certi ambienti, magari mi avrebbe introdotto nel giro all’epoca più ambito, la Pubblica Amministrazione.

Il Dossi tacitò con poche battute le mie deboli proteste e mi salutò esibendo il suo celebre sorriso, un’accattivante fila di denti bianchi che spiccava sulla perfetta abbronzatura, una seconda pelle che sfoggiava in ogni stagione dell’anno. Sembrava sempre appena tornato dalle Maldive.

Sotto le lenti sottili gli occhi chiari di Alessandro  brillarono: mi diede un’affettuosa pacca sulla spalla esclamando: “Visto che piattino ti ho servito? Per te risolvere il rebus del Direttore sarà di sicuro un gioco da ragazzi, di cosa mai potrà aver bisogno il vecchio! E puoi chiedergli il compenso che vuoi. La moglie mi ha detto che il mese scorso ha comprato un Olivetti, una bella spesa, ma non sa come usarlo: passa ore a fissare il video spento con aria sconsolata. Insomma, se accontenti il dott. Adolfi fai un piacere anche alla sua signora, che non ne può più di questa storia”

Mentre pronunciava l’ultima frase Dossi strizzò l’occhio, come a dire che anche lui stava pensando a come rendere contenta la giovane moglie del Direttore.

Mi domandavo quali fossero le necessità informatiche di un carcere: forse un programma di gestione della sicurezza o un data base dei carcerati… Dai discorsi del Dossi si deduceva solo che si trattava di un problema molto complesso. Comunque alla fine accettai  la data e l’ora dell’appuntamento fissati dal Dossi.

Il giorno stabilito, nel pomeriggio, non troppo presto, mi avviai a piedi verso il Carcere cittadino.

La costruzione sorge in una piazzetta lungo una strada mal selciata e in discesa; il carcere è stato ricavato da un antico convento e per questo l’ingresso principale si trova accanto alla facciata di una grande chiesa. Il resto dell’edificio si sviluppa sul retro, verso la parte brulla e non urbanizzata di un valloncello incolto.

Entrare nel carcere, per la prima e, spero, ultima volta, mi fece un effetto sgradevole, un po’ per la trafila della sicurezza, un po’ per gli sguardi curiosi che mi sentivo addosso. Già prima di entrare, mentre mi avvicinavo al portone, sentivo intorno a me un sommesso bisbiglio: sarà un parente? un carcerato in libera uscita? un avvocato? sembravano chiedersi i passanti, lanciandomi un’occhiata in tralice.

Ero già atteso ed una guardia carceraria mi fece da guida, senza proferire parola; in quella calda giornata estiva i mattoni dei muri emanavano un calore stagnante che si avvertiva anche nel breve percorso all’aperto che conduceva all’appartamento privato del Direttore; passando accanto ad un basso rivellino non potei fare a meno di pensare ad una presenza femminile che, con precisione ed armonia, aveva disposto numerosi vasi di gerani a cavallo di quello che era stato un muro di difesa, l’estremo, prima dell’accesso all’interno del fortino.

Il Direttore, contrariamente a quanto sostenuto dal Dossi, si rivelò persona gentile e socievole. Era un sessantenne asciutto, ben vestito, con i capelli candidi e folti, un lieve accento meridionale e spessi occhiali: mi ricevette in un locale spazioso e luminosissimo, il suo studio privato. Attraverso alte finestre chiuse da pesanti grate si intravedevano in lontananza alberi e prati, la zona interna a ridosso delle mura urbane.

Entrando rimasi colpito dalla gran mole di documenti presente nella stanza: i faldoni non erano sparsi sulla scrivania, in gran parte occupata dall’M24, ma si trovavano letteralmente accatastati in alte pile lungo le pareti, posati direttamente sul vecchio pavimento, che mi ricordò, con le sue piastrelle rosse, bianche e nere, la casa dove ero vissuto da bambino.

Il Direttore mi indicò una poltrona  verde e, non appena fui comodamente seduto, cominciò ad espormi il suo problema che era “informatico” in un senso che solo in seguito compresi.

“Vede – mi disse accennando alla massa dei documenti – io ho una passione: da molti anni raccolgo articoli di giornali e di riviste relativi a …, diciamo fatti di sangue: qualche volta li ritaglio, più spesso, negli ultimi tempi, mi limito a metter da parte l’intero giornale, aperto alla pagina che mi interessa. Ho poco tempo da dedicare al mio hobby… il dovere mi assorbe completamente. E poi, fin dall’inizio, non ho seguito una regola precisa: accumulavo i documenti a caso, senza registrarli, e non ricordo più neppure cosa ho letto, se non a grandi linee. Evidentemente mi manca la vocazione dell’archivista! Però ora vorrei mettere un po’ d’ordine, tra non molto andrò in pensione e potrò finalmente scrivere il libro per cui ho messo insieme tutta questa documentazione. Ecco, l’ho fatta venire qui per sapere se è possibile organizzare il mio caos  con l’aiuto dell’informatica, mettere nel mio computer Olivetti tutti i dati e poi avere un mezzo per selezionarli, distinguerli, leggerli e permettermi così di ritrovare gli argomenti che mi interessano velocemente. Magari anche copiarli o stamparli. Capisce bene che un’operazione del genere, fatta a mano, richiederebbe un’altra vita. Da qualche parte ho letto che in America esistono già programmi in grado di fare qualcosa del genere. Sarei disposto anche a spendere… Che si può fare, mi dica!”

Per un attimo fui preso dal panico. Cosa dovevo rispondere? A colpo d’occhio nella stanza si trovavano vari metri cubi di giornali e ritagli, quasi tutti con foto, alcune a colori. Non si trattava di archiviare poche migliaia di record o di “scannerizzare” qualche pagina con un OCR.

Per fortuna proprio in quel momento si sentì battere discretamente alla porta, subito dopo entrò nella stanza una giovane donna. Il Direttore mi presentò alla moglie come il giovane informatico amico di Dossi che l’avrebbe risolto il “problema”. La donna mi sorrise amichevolmente, poi disse:

“Vi posso portare qualcosa? Una bibita, una birra, un caffè…”

Chiesi un caffè: “Allora due caffè bollenti!”, si raccomandò il marito.

La donna mi fece una grande impressione: era decisamente bella, con un volto allungato coperto di efelidi che la facevano sembrare quasi una ragazzina, ma di certo aveva più di trenta anni. Indossava un abito scuro, molto semplice ed elegante, che fasciava il suo corpo flessuoso. Pensai che una donna così era decisamente fuori luogo in quella casa e in quel matrimonio.

In attesa del caffè il Direttore mi raccontò della vita vagabonda che il suo mestiere gli imponeva, del matrimonio, avvenuto una decina d’anni prima, con la figlia di un carissimo amico e collega, dei bambini che non erano venuti, anche perché la moglie non se la sentiva di farli crescere in un carcere e lui, più che un padre, si sentiva ormai un nonno.

La signora rientrò portando a due mani un pesante vassoio con tre raffinate tazzine di porcellana ed una caffettiera d’argento fumante. Posò il suo carico sulla scrivania del marito. Mentre versava la scura bevanda nelle tazzine disse:

“Mi raccomando a lei! Per mio marito è importante avere i suoi articoli in ordine ed io sono stanca di andare in giro per l’Italia con tutte queste balle di giornali polverosi al seguito”. Mentre beveva il suo caffè guardò infastidita i faldoni – La prego, lo faccia contento – aggiunse con tono accorato – metta tutto dentro il computer e liberi Carlo dalla sua ossessione e me da questa marea di cartaccia!”

Io e il Direttore sorbivamo lentamente il caffè, veramente bollente; il marito taceva, scuro in volto, quel discorsetto evidentemente non gli era piaciuto: posò la tazzina e rivolse  alla moglie un sguardo severo:

“Ora puoi portare via il vassoio, grazie” disse freddamente, quasi si rivolgesse ad una domestica.

Io promisi alla signora che avrei fatto tutto il possibile, parlai delle novità nel settore dell’informatica, della possibilità di immagazzinare innumerevoli dati direttamente nel PC. Dopo tutto il problema di mettere ordine in una massa confusa di informazioni era molto sentito anche dalle aziende: organizzare i dati sfruttando le potenzialità dell’informatica non era certo una “fissazione”, caso mai si doveva affrontare un problema di natura tecnica difficile da superare.

La signora, rassicurata, uscì augurandomi “Buon lavoro”.

La breve pausa  mi aveva dato tempo per pensare: cercai di riassumere i fatti essenziali che dovevo tenere presente per valutare la risposta da dare al Direttore. Estrassi dalla mia cartella penna e carta e comincia a scrivere.

L’informatica sfornava allora i suoi primi scanner, ma i ‘486’ al momento erano solo annunciati dalle copertine di Byte, e gli hard disk  avevano capacità che si aggiravano tra i 40 e gli 80 MegaByte.

Feci due conti, ad alta voce, e quindi spiegai al Direttore che l’hard disk di un PC poteva contenere  poche centinaia di ritagli, considerata la presenza di immagini, poi occorreva provvedere ad un salvataggio su cassette a nastro, etichettate opportunamente per ritrovare i dati. Infine si doveva creare un programma ad hoc per registrare e catalogare tutto il materiale secondo chiavi di ricerca che avrebbero  permesso il recupero dei dati. Un’operazione del genere era facilmente realizzabile a livello di computer giganti, i main frame utilizzato dalle Banche o dalle università, ma con un semplice PC diventava un’impresa sovrumana .

Cercai quindi di fargli capire che il progetto, per quanto tecnicamente realizzabile, avrebbe richiesto un archivio enorme, una certa dose di caos sarebbe rimasta e la copiatura o “scannerizzazione” avrebbe richiesto molto tempo. Aggiunsi che si poteva ridurre lo spazio occupato dagli articoli trasformandoli in testo, tramite un programma di riconoscimento dei caratteri, in giro già si vedevano i primi OCR, ma a patto di rileggere ed eliminare, pagina per pagina, gli errori introdotti dal programma. Il Direttore mi ascoltava con attenzione. Dopo tante speranze la consapevolezza di non poter risolvere, come pensava, il problema, faticava a farsi strada nella sua mente. Ma alla fine la realtà ebbe la meglio.

“Certo – dissi per consolarlo – la tecnologia fa di continuo passi da gigante, ma per il momento gli strumenti disponibili non permettono di realizzare quella concentrazione ordinata e consultabile di dati che Lei desidera”.

Vidi il Direttore sprofondare lentamente nella delusione: in pochi minuti invecchiò davanti a me  di almeno dieci anni. Subiva il mio parere  tecnico come una condanna, l’annientamento definitivo di un sogno che accarezzava da un decennio. Guardò con odio l’Olivetti nuovo fiammante posato sulla scrivania. Rimasi sorpreso da quella reazione emotiva, palesata senza ritegno di fronte ad un perfetto estraneo.

“Io sono vecchio – mi disse – e speravo di riuscire a realizzare il mio progetto prima di morire. Per tutta la vita ho accumulato articoli di giornali e di riviste:  mi dicevo, anno dopo anno, che avrei dovuto cominciare a scrivere il mio libro, almeno iniziare il primo capitolo. Gli articoli che mi interessavano aumentavano sempre più, molti li leggevo solo di sfuggita, altri non li ricordo più – con il braccio teso e la mano aperta indicò, a semicerchio, le pile di carte accumulate – mi illudevo che il computer, con una spesa ragionevole, avrebbe risolto tutto. Ne parlano come di un’invenzione quasi fantascientifica, una novità  che cambierà l’esistenza dell’Uomo, rivoluzionerà il modo di vivere, penserà al posto nostro. E invece scopro che è solo una macchina buona per fare i conti dei ragionieri! Tutto il mio lavoro è inutile, non riuscirò a scrivere il mio libro e tra non molto, quando andrò in pensione, questa cartaccia polverosa, come la chiama mia moglie, dovrò buttarla al macero perché, dopo tanti anni di onorato servizio, posseggo solo una casetta di tre stanze al paese!”

Ci salutammo stringendoci la mano, in silenzio.

Uscii dal carcere con un sospiro di sollievo. Riflettevo su quanto tempo sarebbe occorso per produrre un PC in grado di eseguire le operazioni richiesto dal Direttore e, nello stesso tempo pensavo a quello strano uomo che, prossimo alla pensione, cercava di dare un’organizzazione a quei quintali di carte per realizzare un misterioso libro: un volume statistico, una storia d’Italia vista attraverso la cronaca nera o forse un romanzo giallo?

Il Dossi sembrò non dare particolarmente peso al fallimento del mio sopralluogo al carcere: aveva mantenuto la promessa fatta al vecchio Direttore fornendo un informatico in grado di valutare il problema, se poi il parere risultava negativo non era certo colpa sua. Si offrì di compensarmi per il “disturbo” ma io rifiutai: dissi che era un favore tra “amici”, a buon rendere. In realtà mi sentivo scontento, forse potevo fare di più per il Direttore.

Da allora comunque Dossi non parlò  più dell’argomento.

Dopo qualche settimana sul giornale locale comparve una tragica notizia: il Direttore del carcere cittadino, dott. Carlo Adolfi, si era suicidato sparandosi con la pistola d’ordinanza.

Subito mi balenò in mente l’idea che la morte del Direttore fosse collegata in qualche modo al mio parere informatico, una convinzione forse priva di fondamento che però non mi abbandonò più. Per il rimorso non andai neppure al funerale.

La tecnologia intanto progrediva con rapidità impressionante: i dischi fissi aumentavano di continuo la loro capienza, i programmi diventavano sempre più potenti, ed io pensavo alla mia visita nel carcere, alla conversazione di quel pomeriggio d’estate. Considerato il momento avevo dato un parere tecnicamente corretto e onesto, eppure  mi sentivo in qualche modo colpevole di aver tolto le ultime illusioni a quel vecchio signore, spingendolo al suicidio. Se avesse pazientato ancora un po’…solo qualche anno…

Chi sa che fine avevano fatto le sue carte: forse la moglie le aveva conservate, magari si potevano ancora scannerizzare, immagini comprese, e inserire in un data base, analizzare il materiale archiviato e scoprire il misterioso legame, il fil rouge che legava intimamente il caos dei documenti, era quello il contenuto del libro che non sarebbe stato mai scritto.

Dopo qualche anno, per caso, incontrai la vedova Adolfi: passeggiava nel corso, ancora bella ma un po’ sfiorita, elegante come sempre, in compagnia di un signore attempato, un alto dirigente della locale Banca ben noto in città.

La salutai calorosamente e non seppi resistere alla tentazione di chiederle che fine avessero fatto le carte del marito: se erano ancora disponibili mi offrivo di scannerizzarle e analizzarle, per onorare la memoria del povero Direttore.

La signora Adolfi mi guardò con stupore:

“Ma perché, dopo tanti anni, pensa ancora a quelle cartacce? Non avevano alcun valore, erano solo l’espressione del malessere psicologico di cui soffriva da tempo mio marito, un segno della follia che lo ha portato al suicidio. Lei non c’entra nulla con quanto è accaduto, mi creda! E comunque i ritagli ed i giornali che aveva raccolto il povero Carlo sono finiti al macero.”

La notizia della distruzione di quel materiale mi rattristò: non mi sarei mai liberato dal mio senso di colpa.

Tempo dopo mi ritrovai nell’Agenzia di Dossi, dovevo rimediare all’ennesimo disastro informatico causato dalle tre Grazie. Per sfogare la mia amarezza, gli riferii dell’incontro con la signora Adolfi, a braccetto con l’avvocato Strozzi

“Con il vecchio Strozzi? – esclamo Dossi – dovevo immaginarmelo… un banchiere con villa e Ferrari ha sempre il suo fascino. E pensare che lei l’ha conosciuto grazie a me…quella gran troia!”

“Ma che dici!” esclamai scandalizzato, non l’avevo mai più sentito parlare della moglie del Direttore dopo la fallita spedizione al carcere. E poi, in quei termini, davvero non me l’aspettavo. Non nascosi la mia indignazione:

“La signora è vedova, può andare con chi vuole!”

“E prima? Altro che signora e signora! – ribadì con durezza Dossi – Ma davvero non sai perché si è sparato Adolfi? Lei si faceva l’amico in ogni città, per questo si trasferivano di continuo da una sede all’altra. E lui, per distrarsi, pensava al suo libro e ai ritagli di giornale, povero cornuto! Certo sospettava qualcosa, però chiudeva gli occhi, gli piaceva avere una moglie giovane e bella, ma quando ci ha beccati insieme a letto non ha retto alla vergogna. Chi sa, magari nel suo libro voleva raccontare le avventure amorose della moglie”. Dossi si mise a ridere cinicamente, trovava divertente la mia faccia stralunata. Oggi posso dire di essere assolutamente certo di non avere in alcun modo influito sulla decisione del Direttore di togliersi la vita, però a volte penso che se, in qualche modo, gli avessi fatto credere nella possibilità di trovare una soluzione informatica al problema dei suoi scartafacci, forse la speranza di riuscire un giorno a scrivere quel misterioso libro lo avrebbe ancora tenuto in vita, nonostante tutto.

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fuchs