La piccola stanza era immersa nella penombra. Alcuni monitor, poggiati su carrelli, emettevano una fioca luce ed un rumore intermittente ma regolare: per il momento, tutto procedeva normalmente. Del resto all’ospite sdraiato nel letto poco importava che il neon centrale fosse o meno acceso: gli strumenti che controllavano i suoi parametri vitali, battito cardiaco, frequenza respiratoria, pressione, segnalavano una debole attività elettrica del cervello.

Il paziente era un uomo di mezza età, immobile, con gli occhi chiusi: le sue braccia, stese lungo il corpo, magre e di un pallore spettrale, si confondevano con il bianco del lenzuolo. Dormiva o, quanto meno, sembrava che dormisse, ininterrottamente, da quasi tre mesi.

Certo non si poteva dire che il suo volto avesse quella che le anziane signore, porgendo l’ultimo saluto a qualche parente o conoscente nella camera mortuaria, di solito definiscono “un’espressione serena”, però non mostrava segni di sofferenza, forse perché, attraverso la flebo appesa accanto alla testata del letto, nelle sue vene entrava un potente analgesico.

Per tutta la vita il giacente era stato un inguaribile insonne ed ora, in certo senso, si prendeva una rivincita sul misterioso tarlo notturno che aveva ticchettato nel suo cervello fin dalla giovinezza, costringendolo a trascorrere interminabili ore con gli occhi spalancati nel buio.

In effetti, da quando aveva raggiunto la mezza età, non considerava più l’impossibilità di dormire regolarmente solo un problema: la mattina spesso si alzava stanco ma, di notte, approfittando dell’oscurità e del silenzio, aveva imparato a lasciar correre liberamente i pensieri che, di giorno, gli impegni e il rumore del mondo rendevano impercettibili.

L’insonnia non è che l’appendice notturna e solitaria dell’esistenza quotidiana: ognuno vive a modo suo  e, rigirandosi nel letto, veglia in maniera diversa.  L’innamorato pensa alla sua bella, l’uomo indebitato non chiude occhio per una cambiale in sospeso, l’industriale si agita per i tanti progetti che gli frullano in testa, la madre di famiglia studia il menù del giorno dopo, oppure si angoscia per i figli, il depresso piange e si abbandona a pensieri ancora più neri del buio. L’ospite di quella stanza era una persona comune, insegnava storia e filosofia in un liceo, aveva una famiglia, moglie, figli e persino nipoti, in apparenza poteva sembrare felice, ma trascorreva le sue notti in bianco pensando sempre al passato. Rivedeva i volti della sua infanzia, ricordava le grandi speranze dell’adolescenza, l’amore dei vent’anni, i giorni felici trascorsi nelle aule dell’università, i primi incarichi d’insegnamento. Ogni tanto però i fastidi del presente interrompevano il dolce flusso della memoria e, controvoglia, si metteva a riflettere sull’imminente conclusione dell’anno scolastico, sugli scrutini e sugli esami di maturità, oppure sulle beghe di famiglia. Con la moglie, così diversa da lui, vive in perenne armistizio ed i figli, ormai adulti, erano sempre scontenti e nervosi, frettolosi come se il loro tempo scorresse più veloce. Eppure non avevano ancora quaranta anni.

Nelle sue veglie notturne spesso pensava anche alla morte, ma senza timore. Quando ricordava i momenti più sereni del passato, si rendeva conto che quasi tutti i personaggi evocati appartenevano ormai al mondo delle ombre: sopravvivevano solo come immagini impresse nella sua mente e in qualche foto ingiallita. Presto però anche il loro ricordo sarebbe svanito: era quello il destino di ogni uomo.

D’estate, prima di cena, seguiva volentieri le repliche degli “show del sabato sera”, trasmissioni ancora in bianco e nero degli anni Sessanta e Settanta, e divideva i comici, gli attori e le soubrettes in vivi e morti: spesso, con un certo disappunto, notava che in scena erano presenti solo defunti.

“Per fortuna qualche matura signora dello spettacolo tiene ancora duro – pensava immalinconito – altrimenti sarebbe una continua danza macabra”.

Suo padre, uomo pratico ed ingegnere, sosteneva che si comincia ad invecchiare quando, tra le nostre conoscenze, il numero dei morti supera quello dei vivi. Ora che i capelli cominciavano ad imbiancare il figlio riteneva avesse solo in parte ragione: si dovevano conteggiare esclusivamente le persone di una cerchia ristretta, parenti e compagni di vecchia data, perché la società moderna moltiplica all’infinito gli incontri occasionali e le “amicizie” superficiali. La matematica senza dubbio non ingannava ma, come professore di Storia, preferiva descrivere la vecchiaia con una similitudine ispirata alle vicende della Grande Guerra: quando nasciamo iniziamo una marcia che, dalle retrovie della gioventù, ci porta verso il fronte della vecchiaia. All’inizio rischiamo solo di beccare qualche tiro troppo lungo, ma via, via che i ranghi delle truppe che ci precedono si assottigliano, la linea del fuoco si avvicina.  Prima o poi, ci ritroviamo in trincea e come i tanti fantaccini periti sulla Somme o sulle Dolomiti, siamo destinati a cadere “eroicamente” sul campo. Camposanto, s’intende, non campo di battaglia.

Comunque, in base al criterio di suo padre, da tempo doveva considerarsi un vecchio. La generazione nata agli inizi del Novecento era ormai ridotta ad uno sparuto plotone. Il padre, gli zii gli amici di famiglia se n’erano già andati da tempo; qualche arzillo ottantenne ancora rispondeva all’appello, ma il bollettino di guerra segnalava continue perdite: ormai la sua generazione, nata dopo la Seconda Guerra Mondale aveva raggiunto gli avamposti ed era pronta per il botto finale. Il colpo di mortaio che l’avrebbe fatto fuori forse era già nel tubo.

Quando le meditazioni notturne sulla morte divenivano troppo angoscianti, a volte si domandava se non fossero più saggi di lui Filippo e Marisa, i suoi figli: sempre troppo indaffarati per fermarsi a guardare in faccia la realtà, vivevano dentro un vortice di impegni che non lasciava spazio né alla felicità né alla tristezza e, tanto meno, al pensiero della fine. Forse si credevano eterni. Andavano al lavoro, uscivano a cena con gli amici, partivano per le vacanze, seguivano corsi di lingue, di yoga, di cucina, frequentavano la palestra, ma, soprattutto, si occupavano dei figli: li accompagnavano a scuola, a nuoto, a danza, a karate, dal pediatra, dallo psicologo, presenziavano alle recite di fine anno, ai saggi di ginnastica, si recavano regolarmente ai colloqui con le maestre. Ogni secondo della loro esistenza era prenotato con mesi d’anticipo.

Non ricordava che i suoi genitori gli avessero dedicato tanta parte del loro tempo, eppure non si era mai sentito un figlio trascurato e riteneva anzi di avere trascorso un’infanzia felice: il padre seguiva i suoi progressi scolastici, la madre lo curava quando aveva qualche malanno, insieme facevano piacevoli vacanze, ma le loro vite scorrevano parallele, ognuno aveva uno spazio per sé ed un ruolo diverso all’interno della famiglia.

“Tra aumento dei divorzi e proliferare di scuole di nuoto, di danza, di inglese, di musica esiste di certo un rapporto di causa ed effetto – diceva, di tanto in tanto, alla moglie – ed i nostri figli, se non la piantano di comportarsi con i bambini come api operaie freneticamente impegnate ad accudire la regina dell’alveare, finiranno per divorziare. Quando una coppia non ha tempo per parlare e litigare, prima o poi comunica solo attraverso gli avvocati.”

Questo genere di discorsi mandava la moglie su tutte le furie: “Solo un uomo insensibile come te può fare dell’umorismo su cose tanto gravi” replicava sdegnata. Lo aveva sempre considerato un padre “assente” e, ora che i ragazzi erano grandi, indifferente alle difficoltà che dovevano fronteggiare per gestire la loro prole nel caotico mondo moderno.

“Non sono affatto genitori asfissianti – affermava con convinzione – ma adulti coscienziosi che non esitano ad anteporre il bene dei figli alle esigenze personali. Tu però ovviamente non puoi capire, non ti sei mai sacrificato come fanno loro.”

Anche Filippo e Marisa, naturalmente, sostenevano di essere stati ignorati dal padre. E, dal loro punto di vista di api operaie, avevano ragione: il suo progetto di stabilire con i figli un rapporto sano, basato sul rispetto e sulla differenza dei ruoli era fallito, così come non aveva avuto successo il tentativo di amalgamarsi con la moglie. Da tempo non ricordava cosa mai lo avesse indotto a sposare una persona simile. Certo era un uomo difficile, non poteva negarlo, ma da sempre sentiva la mancanza, al suo fianco, di una vera “compagna” in grado di comprenderlo e amarlo per quello che era.

“Forse con un’altra donna sarei stato felice – pensava dopo ogni discussione domestica – ammesso che un simile stato emotivo possa durare nel tempo e non  sia solo una fugace interruzione nel “continuum” doloroso della vita. Diciamo che, magari, sarei stato meno infelice”.

La moglie però non aveva tutti i torti: in certi matrimoni non comunicare è un vantaggio e la Chiesa, nella sua infinita saggezza, imponendo ai coniugi di procreare, doveva avere previsto con millenni di anticipo la necessità di non lasciare Filippo e Marisa soli con i rispettivi coniugi senza un ruolino di marcia stringente incentrato sui bisogni dei “bambini” e tutto il resto dell’ambaradan.

Per non stare in silenzio, lui, da quasi quaranta anni, accettava di intavolare inutili discussioni con la moglie, una donna ottusa e piena di rancore, che non perdeva occasione per rinfacciargli sempre le stesse presunte colpe: egoismo, sarcasmo, insensibilità. Forse era davvero meglio andare a lezione di pilates o di cucina macrobiotica.

Ultimamente, durante una delle solite interminabili liti, iniziata a tavola, durante la cena, e proseguita in salotto, davanti al televisore, la moglie, per la prima volta, aveva tirato in ballo anche questioni economiche: oltre alle solite geremiadi sulle sue carenze parentali, adesso batteva cassa per conto dei figli.

“Filippo e Marisa lavorano e guadagnano bene, non hanno certo bisogno dei miei risparmi” aveva replicato il marito.

“Sono anche i miei risparmi! da quaranta anni faccio il mio dovere di moglie e di madre, avrò diritto ad avere voce in capitolo! Siamo o no in comunione di beni?”  Si sentiva che parlava su suggerimento del figlio, laureato in Economia e Commercio.

“E quale sarebbe la disgrazia che ha mandato in miseria i nostri figli? forse le Assicurazioni Lombarde sono fallite o il Ministero della Pubblica Istruzione ha chiuso i battenti?” chiese il marito con tono ironico.

“Non c’è nulla da scherzare, Marisa e Filippo hanno bisogno di una casa più grande, per via dei bambini. L’altro giorno siamo andati a vedere una bella villetta, col giardino, in periferia. Se ne possono ricavare due appartamenti grandi per loro e un quartierino per noi: cominciamo a invecchiare, presto avremo bisogno di qualcuno che ci aiuti…Se vendiamo tutto…la possiamo comprare”

L’idea di lasciare la bella casa di famiglia dove era nato e cresciuto per finire in un “trivani” di periferia in compagnia  della moglie, di Filippo, Marisa e rispettive figliolanze lo mandò davvero su tutte le furie. Si alzò dal divano fuori di sé e, battendo un pugno sul tavolo urlò “Basta, adesso basta. Questa è la mia casa e qui voglio morire”.

La moglie scappò in camera impaurita, lui si chiuse nello studio. Non stava bene, era arrabbiato e si sentiva offeso da quella congiura ordita alle sue spalle da moglie e figli, come se già fosse un vecchio rimbambito che si può manipolare con quattro chiacchiere. Se ne andassero pure tutti quanti nella loro villa in periferia, lui rimaneva volentieri solo, con i suoi libri, i suoi mobili, le tende di velluto ricamate dalla madre.

Per tranquillizzarsi bevve un bicchierino di brandy e si accomodò in poltrona. Per qualche attimo si assopì ma, al risveglio, sentì un violento dolore al petto.

“Ci siamo, è un infarto – si disse – stai a vedere che questa volta i cecchini mi hanno beccato davvero!” Era a un passo dalla morte ma non provava paura, ormai l’idea gli era familiare. Si ricordò di una storiella che aveva letto in un saggio di Freud sull’umorismo e pensò “anche per me la serata comincia male!” Non aveva forza e, in fondo, neanche voglia di chiedere aiuto.

“Ma sì – pensò – io me ne vado ai “cipressini” e loro a vivere in periferia. E tutti vissero felici e contenti nella loro villa con giardino, come nelle favole.

In pochi secondi perse conoscenza ma, invece del nulla in cui aveva sempre sperato o del  tunnel luminoso con cori angelici e festanti parenti defunti descritto dai sedicenti “resuscitati”, si ritrovò immerso nel buio totale.  Dopo un tempo infinito, qualche mese o forse solo un attimo, si risvegliò in un letto, incapace di muoversi, parlare o aprire gli occhi. Evidentemente non era riuscito a varcare la soglia dell’eternità e si trovava ancora sulla terra, ma i collegamenti elettrici tra il suo cervello ed il corpo erano interrotti. “Black-out” avrebbe detto il padre ingegnere.

“Porca miseria, sono in coma!” esclamò tra sé, rendendosi conto all’improvviso della drammatica situazione in cui si trovava. Avrebbe voluto gridare, ma la lingua era paralizzata. Non riusciva a parlare o a muovere un mignolo: altro che “novissimi” e giudizio di Minosse, la faccenda era grave ma ricordava più un racconto horror di Edgar Allan Poe che la Divina Commedia o il catechismo. Per fortuna però l’udito funzionava e, stranamente, meglio del solito. Da qualche minuto sentiva dei rumori, sempre più chiari. Anche se non vedeva, si rendeva conto di essere all’interno di una stanza in cui qualcuno si muoveva. Sconosciuti, pensò. Di certo non era a casa perché non avvertiva il tipico afrore di canfora che proveniva dall’armadio della sua camera da letto. Piuttosto avvertiva sentori chimici, odore d’ospedale.

“Mi sembra stabile, respira autonomamente” disse una voce maschile dal tono autoritario.

“Sarà una bella gatta da pelare per i familiari” commentò un’altra voce bassa, ma in apparenza più giovanile.

“Un infarto così di solito non lascia scampo, ma questa è una generazione robusta, nata dopo la guerra e ben nutrita” osservò la prima voce.

“Forse potrebbe riprendersi” aggiunse timidamente una voce acuta, femminile.

“Non dica scemenze, dottoressa. Le probabilità che torni cosciente sono forse una su cento, non possiamo illudere i parenti. La medicina deve essere onesta e, se occorre, spietata. Comunque lasciamo che  la natura faccia il suo corso” replicò, quasi irritata, la voce autoritaria.

“In fondo, Professore, è colpa nostra se non è morto. L’abbiamo rianimato ed ecco il risultato. Con i giovani vale la pena rischiare, ma se succedesse a mio padre…aspetterei parecchie ore prima di chiamare l’ambulanza” replicò la seconda voce maschile.

“E bravo dottor Fratti, ora mi diventa anche parricida.”

“Lo sa bene, Professore, in ogni medico si nasconde un potenziale omicida” disse ridendo il dottor Fratti.

L’uomo nel letto sentì aprire e chiudere la porta. I due uomini erano usciti, ma nella stanza  si avvertivano ancora delle presenze. La giovane dottoressa forse non era sola.

“I dottori sono fatti così, devono farci il callo – disse la sconosciuta rimasta fino ad allora in silenzio – io lavoro come l’infermiera da venti anni e le posso assicurare che più si vive a contatto con la morte più si diventa cinici: se non si costruisce una corazza anche lei, cara la mia dottoressa, è meglio faccia il medico di famiglia. In ospedale c’è troppo dolore e con la compassione non si resiste allo spettacolo di tanta sofferenza fisica e morale concentrata in un solo luogo. Lo strazio dei parenti, giovani corpi devastati e certi calvari… interminabili. Mi dia retta, si abitui a considerare i malati casi clinici, cartelle da riempire di dati, o cambi lavoro.”

“Forse avrei dovuto scegliere una specializzazione diversa.”

“La migliore, mi creda, è anatomia legale. I morti sono i soli qui dentro che non hanno bisogno della nostra pietà.”

“Già, per loro non possiamo fare più nulla. Ho sostituito bene la flebo, infermiera?”

“Sì certo dottoressa. Fosse tutta questione di aghi e cannule il nostro sarebbe un lavoro da nulla…”. La voce dell’infermiera svanì mentre la porta si chiudeva. Le due donne lasciarono la stanza vuota.

Per qualche ora l’uomo nel letto dormì o, almeno sognò. Non i genitori o i familiari, ma i suoi studenti della IV liceo. Era in cattedra e come sempre spiegava un argomento di storia. Prima dell’infarto era arrivato quasi alla fine del programma, ed in effetti immaginava di parlare della Rivoluzione Francese. Era una normale lezione nella sua solita classe. Fu svegliato, ovvero distratto dal suo fantasticare, da strani rumori. Qualcuno era entrato nella stanza. Anche la moglie doveva trovarsi lì, vicino al letto, avvertiva la fragranza di Passion, il suo profumo preferito, mista ad un leggero sentore di naftalina, la puzza inconfondibile che, da oltre quaranta anni, lo perseguitava. Mai nessuna tarma, pensò sorridendo mentalmente, aveva osato entrare nell’armadio della moglie.

“Guarda, sembra che si sia mosso”. L’uomo nel letto ebbe di nuovo un leggero fremito riconoscendo la voce di sua figlia Marisa.

“Si è mosso, è vero!” disse la moglie.

“E’ un’impressione. I dottori non danno speranze. Il babbo rimarrà così per non si sa quanto tempo e poi morirà” replicò una voce maschile. Era Filippo.

“Tu invece vivrai in eterno, figlio mio carissimo” commentò tra sé il giacente. Filippo aveva la strana capacità di trasformare il suo umorismo in sarcasmo. Somigliava come una goccia d’acqua alla madre, era un individuo mediocre e testardo. A tutti i costi aveva voluto laurearsi in Economia e Commercio ed era pienamente soddisfatto del suo impiego nel settore assicurativo. De gustibus… Ovviamente questo non gli impediva di amarlo, era pur sempre sangue suo!

Marisa sembrava meno ottusa: insegnante di inglese alle medie ovvero, come lei precisava, in una scuola secondaria di primo grado, viveva solo per i figli e per l’amato marito Gianluigi, impiegato in banca. Il genero però di certo non era nella stanza, gli ospedali lo terrorizzavano. Non si era neppure presentato in sala di attesa quando la moglie aveva partorito. Marisa non era poi tanto male, in gioventù amava i libri e qualche volta discutevano di letteratura.  Come argomento di tesi aveva scelto un romanzo di Hemingway, “A Farewell to Arms”. Il ricordo deviò il corso dei suoi pensieri.

“Mi piacerebbe  Un addio alle armi ambientato in questo ospedale – pensò l’uomo nel letto – un grande amore tra la dottoressa troppo sensibile ed un paziente in coma, non un vecchio come me, ovviamente, ma un giovane aitante che, alla fine della storia, si risveglia grazie alle sue cure, guarisce, torna al fronte e muore eroicamente. L’infermiera sarebbe più adatta al ruolo, ma dalla voce si direbbe un po’ troppo frollata.”

“Vostro padre è stato un buon genitore, dovete ricordarlo com’era in vita” disse la moglie con voce chiara, senza tremiti.

“Sembra che  legga un Bollettino di Guerra – commentò ironicamente tra sé l’uomo nel letto – ma dopo tutto è lei la protagonista femminile del dramma, la “sposa affranta”. Però siamo al primo atto e già mi ha seppellito!”

Anche se comprendeva di trovarsi in una specie di incubo non riusciva ad essere serio: in quella situazione i suoi familiari lo facevano proprio ridere, come se qualcuno lo stuzzicasse con una piuma sotto la pianta del piede.

“Com’era in vita? – esclamò Filippo –  te lo dico io com’era, un gran egoista, sempre chiuso nel suo studio, con la testa nei libri.” Il giovane uomo sembrava davvero arrabbiato: la sua compagna, Annalisa, si intromise prontamente nella conversazione per tentare di spengere l’incendio sul nascere:

“Non mi pare il caso, Filippo, questi discorsi… in un momento del genere…”

“E soprattutto, non davanti al babbo, potrebbe sentirti” lo rimproverò la sorella.

“Ma se non mi ha mai ascoltato in vita sua! stai a vedere che mi sente da morto” ribatté Filippo.

“Guarda che è ancora vivo. Il coma è uno stato da cui si può uscire” replicò Marisa.

“Certo, se gli appare padre Pio. Ma per un miscredente come lui non credo si scomoderà qualche  santo del Paradiso” concluse lapidario Filippo.

“Sembra che il giovanotto abbia ereditato qualche briciola del mio sarcasmo – osservò stupito l’uomo nel  letto – la rabbia lo rende più acuto del solito.”

“Insomma Filippo, piantala. Pensa agli estranei che ti possono sentire” disse stizzita Annalisa.

“La mia quasi nuora – pensò l’uomo nel letto – ha proprio il culto della rispettabilità, eppure sono otto anni che aspetta di essere legalmente impalmata! Hanno già messo al mondo due figli e Filippo il conformista non la vuole sposare: per dispetto, per dimostrare che è lui a comandare, non certo perché crede nel libero amore! Carogna perbenista.”

“Ora basta, signori, l’orario delle visita è finito, il paziente deve riposare”. Era la voce del dottor Fratti. In verità l’uomo nel letto non capiva cosa l’aspirante parricida in camice intendesse con il termine “riposare”, visto che da chi sa quanto tempo non un muscolo del suo corpo si muoveva, tuttavia era grato al dottore per aver posto fine alla visita dei familiari.

“Un momento, i bambini devono salutare il nonno” disse Marisa.

“Marisa è sempre la solita sentimentale – pensò l’uomo nel letto – però i bambini no, per carità, non li faccia entrare dottor Fratti! Li adoro, ma a distanza di sicurezza, come la Gioconda o la Venere di Milo.”

Ovviamente poco dopo entrò il corteo dei quattro pargoli, disposti in fila indiana, pronti a depositare i loro bacini bavosi sulla guancia pallida del nonno in coma.

“Beh, in fondo sono i miei nipotini, che colpa hanno di essere nati – l’uomo nel letto provava un po’ di vergogna per la sua reazione iniziale – povere creature! diventeranno come Filippo, Marisa, Gianluigi, Annalisa ed il loro nonno, ridotto ad un vegetale o magari già pasto per vermi, non potrà fare nulla per evitarlo.” Questo pensiero lo commosse sinceramente.

“Guarda, nonno piange” esclamò Teresa, la bimba di Filippo.

“E’ una reazione di tipo vegetativo, i pazienti in coma a volte rispondono agli stimoli esterni. Probabilmente si tratta dell’effetto di una corrente d’aria” spiegò l’onnisciente dottor Fratti.

“Certo, in ospedale soffia il vento della tundra…- commentò tra sé l’uomo nel letto – Teresina, cocca del nonno, solo tu ti sei accorta che sono ancora qui e che ti voglio bene.”

“Nonno piange, nonno piange” Teresa aveva dato la stura ad una di quelle bizze clamorose che solo i bambini di tre anni sono in grado di mettere in scena. Fu trascinata via tra urli e pianti con il resto dell’asilo d’infanzia. Nella stanza tornò il silenzio. Non tutti però erano usciti, qualcuno bisbigliava.

“Dottore, pensa che il calvario di mio marito durerà a lungo?” L’uomo nel letto si sforzava di percepire ogni singola sillaba di quella conversazione: non aveva mai pensato che sua moglie fosse così impaziente di rimanere vedova e la domanda lo sconcertò.

“Nessuno può dirlo, ma sia certa che non soffre.”

“E’ per i figli, sa. Devono pagare il mutuo della villetta che hanno comprato ed in questa situazione ovviamente non possiamo aprire la successione. Mio marito aveva un appartamento in città e diverse proprietà al paese, ereditate da un suo zio;  e noi vorremmo vendere…”

L’uomo nel letto non credeva alle sue orecchie:

“Mia cara Carla – pensò irritato – si dice mio “marito ha”, non “aveva”, almeno fino a  quando il becchino non mi coprirà di terra sono ancora vivo. Ed i tuoi figli si paghino da soli la villa o almeno abbiano il buon gusto di aspettare che mi cada il naso, come era solita dire la mia povera nonna.” Una rabbia intensa lo stava invadendo, si ricordò che quello era l’argomento della lite serale che aveva scatenato l’infarto.

“Signora, siamo nelle mani di Dio. La medicina ha fatto tutto il possibile. Venga, l’accompagno dal Professore. Le spiegherà la situazione meglio di me.” Fratti e la moglie lasciarono insieme la stanza.

L’uomo nel letto si sentiva scoppiare la testa, aveva l’impressione che il suo cervello ospitasse un campo di pale eoliche:

“E’ così che si reagisce all’agonia di un padre, di un marito?!- gridò in silenzio – qualche lacrimuccia e poi subito le mani al portafoglio! peggio di grassatori di strada. Sciacalli, avvoltoi, briganti!”

Non si sentiva più tanto rassegnato a morire: avrebbe voluto alzarsi da quel letto, smettere di giocare alla bella addormentata nel bosco e prendere a calci nel didietro tutta la famiglia, genero e nuora inclusi.

“E pensare che non ho fatto testamento, povero idiota che sono! – pensò stizzito – se trovo un metodo per comunicare, magari con il codice Morse, muovendo gli occhi o un dito, ve lo faccio vedere io il mutuo, vi lascio la legittima e tutto il resto va alla protezione degli animali. I cani sono di sicuro più meritevoli di voi.”

Se prima era in pace con sé, disposto al grande passo, ora provava solo una profonda ira ed un senso doloroso di impotenza. Immaginò con angoscia che forse avrebbe dovuto sopportare la visita periodica di quei condor, impazienti di cibarsi del suo cadavere, per anni. Un incubo. Certo non lo avrebbero lasciato in pace, anche per non sfigurare di fronte alla gente, Annalisa non era la sola ipocrita in famiglia. In quel momento desiderò davvero di essere gia morto.

Per molte ore la camera rimase immersa nel silenzio. Le macchine ticchettavano regolarmente, una mosca svolazzava, l’uomo giaceva nel letto disperato e terrorizzato. Poi la porta all’improvviso si aprì e  qualcosa di ingombrante fu trascinato all’interno della stanza. Voci maschili, sottovoce, si consigliavano su dove collocare una barella.

“Accostala qui, così lo collegano alla macchina.”

“Piano, non fare rumore, magari mettiamo paura a quest’altro disgraziato.”

“Almeno i portantini sembrano avere un po’ di rispetto per i malati – pensò l’uomo nel letto – si preoccupano di non spaventarmi.”

“Poveretto anche questo però! un incidente sul lavoro e a quaranta anni è già in partenza! Vado a chiamare la moglie.” Una terza persona, forse l’infermiera di prima, entrò e lavorò a lungo intorno ai macchinari ed alla barella.

“Signora, si accomodi ma parli a bassa voce – bisbigliò fuori dalla porta uno dei barellieri – Non potrebbe rimanere qui, è una stanza a pagamento… ma tanto non c’è nessuno che fa la notte all’altro malato. Non si preoccupi, è in coma profondo, non sente. Consideri di essere sola con suo marito.”

La donna entrò singhiozzando nella stanza. Dopo un po’ smise di piangere e con voce dolce e disperata iniziò a parlare con il  moribondo che però non le rispondeva e, probabilmente, neppure la sentiva. Gli sussurrava parole d’amore,  ricordava i progetti che non avevano ancora realizzato, lo rassicurava, lo pregava di non lasciarla. Il nuovo arrivato rantolava da spezzare il cuore, lei gli rimase accanto fino all’alba: poi, all’improvviso, ci fu un gran  trambusto, la donna gridò per qualche minuto, e la barella venne immediatamente portata fuori. La stanza tornò vuota e silenziosa.

L’uomo nel letto era affranto ma, nello stesso tempo, quasi felice.

Per tutta la notte aveva ascoltato quel lungo addio e benché la donna fosse lì per un altro, uno sconosciuto vissuto chi sa dove e chi sa come, aveva provato la sensazione che in qualche modo quelle parole fossero rivolte anche a lui,  per consolarlo del suo dolore donandogli la dolcezza di sperimentare  come si muore sentendosi amati.

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Rosanna Bogo