Nona Parte.

Qui l’Ottava Parte.

Dopo qualche giorno iniziò a lamentarsi con i vicini per la scomparsa del portachiavi di sua moglie, un grosso anello d’argento con un pendente a forma di mezza luna. Era un caro ricordo della sua Marcella che usava solo per andare in cantina ma, sottolineava, nel mazzo c’erano anche le chiavi dell’appartamento… di certo lo aveva perso per le scale, ma chi sa in quale angolo era finito…

Poi, contrariamente alle sue abitudini, cominciò a frequentare i crocchi di condomini che si formavano casualmente sui pianerottoli: discuteva con i vicini del più e del meno, ma quando l’argomento cadeva sulle banche o sui furti in casa teneva dei piccoli comizi, sostenendo che il conto corrente rendeva ormai meno di zero e bisognava tornare al vecchio metodo del mattone. Molti abitanti del palazzo, soprattutto i più anziani, condividevano la sua opinione e tutti erano convinto di avere trovato il nascondiglio ideale per tenere al sicuro il gruzzolo casalingo. Alcuni utilizzavano il cassone della serranda, altri preferivano il retro di pesanti mobili, qualcuno calava con corde piccoli sacchetti in tubature o angoli inaccessibili del terrazzino, i meno fantasiosi si limitavano ad infilare grosse banconote nel retro dei quadri, dentro i libri o nel contenitore dei panni sporchi . L’inquilina del terzo piano conservava il suo tesoretto nel bidone del detersivo in polvere. “Hanno idee da far invidia ai più agguerriti trafficanti di coca sudamericani – pensava fra sé Marcantonio – manca solo che si ingoino i risparmi dentro gli ovuli!”. Una signora particolarmente timorosa dei topi d’appartamento aveva adottato un metodo estremo: portava tutti i suoi averi nella borsetta, contanti e gioielli, così era certa di salvarli dai ladri ma si esponeva di continuo al rischio di essere scippata. Coriolano, a sua volta, affermava che il sistema migliore consisteva, paradossalmente, nell’evitare di nascondere il denaro: un delinquente esperto andava istintivamente in cerca di nascondigli e non prestava attenzione, ad esempio, ad un barattolo aperto in bella vista sul ripiano della cucina. Così, nel condominio, tutti sapevano che il Professore aveva perso le chiavi di casa e conservava i suoi risparmi nei barattoli di cucina.

Finalmente giunse anche per Coriolano il D-day: il piano “Tatami” scattò la mattina del 19 giugno, un sabato caldo e già quasi estivo.

Marcantonio tornò dal supermercato con due borse piene, prese l’ascensore, ma non si fermò al pianerottolo del suo appartamento: salì al piano superiore, si fece coraggio e suonò alla porta di Guido. Dopo qualche minuto il giovanotto aprì, in mutande e ancora semiaddormentato.

“Che c’è, Professò? Una perdita d’acqua dal soffitto?”

“No, no, niente disastri, non preoccuparti. Vorrei solo parlare con te, mi fai entrare?”

“Se insiste…s’accomodi…vado a mettermi i pantaloni e arrivo” rispose Guido, un po’ stupito e ancora non del tutto sveglio.

Mentre il padrone di casa si vestiva in bagno, svolgendo nel contempo alcune funzioni fisiologiche, Coriolano posò nell’ingresso le borse. Con rapidità infilò dietro i quadri e sotto i cuscini del divano alcune mazzette di biglietti da cento e duecento euro. Aprì un cassetto della cucina e prese un coltello di medie dimensioni. Lo nascose in una delle due borse. Poi appoggiò il mazzo di chiavi  con la mezza luna appartenuto alla moglie su un mobile vicino alla porta, ben in vista.

Dopo dieci minuti la porta della toilette finalmente si aprì.

“Cosa vuole da me, Professò?” chiese Guido, abbottonandosi la patta dei jeans.

“Niente, solo mi piacerebbe che ci lasciassimo da amici. Ho deciso di vendere casa e così, d’ora in poi, non avremo più motivi per litigare; penso di mettermi in pensione e trasferirmi in campagna”

“Si, così finalmente potrà andare a letto con le galline! Ma non venderà ai Cinesi, vero…o ai Macedoni…!” chiese Guido, improvvisamente preoccupato all’idea di avere a che fare con vicini molto meno remissivi del Professore.

“Beh…non lo so, mi affiderò ad un’agenzia e poi si vedrà…Comunque il mio appartamento non mi sembra il tipo di immobile che può interessare una clientela del genere. Solo di spese condominiali costa una tombola! Però intanto, oggi, potresti venire giù a pranzo da me, così per salutarci da buoni vicini. Ti va? Facciamo verso l’una e mezzo”

“Ma sì, Professò, vengo! se si tratta di un addio vengo proprio volentieri. Però un po’ mi dispiace che se ne vada perché ultimamente andavamo alla grande. S’intende però, spaghetti, eh! niente pappa col pomodoro”

“La pappa non piace neppure a me. Vada per gli spaghetti. E all’arrabbiata!” rispose Coriolano.

Il palazzo quel giorno era quasi deserto. La maggior parte degli abitanti aveva approfittato del bel tempo per andare in gita in collina o al mare e i più anziani stavano già in vacanza con i nipotini. L’appartamento accanto a quello di Guido era vuoto, i proprietari non avevano resistito al rumore e  da tempo si erano trasferiti altrove. Unica presenza certa nello stabile era la vecchia maestra in pensione che abitava sul pianerottolo di Coriolano, ma la povera donna non ci sentiva quasi più: usciva la mattina presto per fare la spesa e poi passava il resto della giornata seduta in poltrona a leggere romanzi davanti al ventilatore. Ogni tanto Coriolano le prestava qualche libro: per farsi aprire doveva passare un biglietto sotto la porta indicando l’ora precisa in cui si sarebbe presentato: suonare il campanello non serviva a nulla.

Marcantonio scese le scale con il cuore in gola: entrò in casa con le sue chiavi e lasciò accostata la porta, ma in modo che quasi non si notasse che era aperta. Andò in cucina, estrasse dal sacchetto il coltello che aveva preso in casa di Guido e lo sistemò sul tavolo, ben in vista e con il manico dalla parte della porta. Quindi mise il tagliere sul piano accanto ai fuochi e cominciò a spezzettare le verdure con la mannaia, un attrezzo che le massaie usano per rompere le ossa del coniglio o dell’agnello. All’una e mezza Guido scese le scale tenendo in mano il mazzo con la mezza luna che aveva trovato in casa: si accorse che la porta era aperta e, invece di suonare il campanello, spinse l’anta con la mano.

“Professò, sono io! – esclamò Guido, entrando spavaldamente. Si diresse subito in cucina:

“ha lasciato la porta di casa aperta e si è dimenticato le chiavi su da me…-  disse con tono ironico – mi sa che si comincia a perdere colpi, eh Professò… dovrebbe prendersi una bella badante!”

Coriolano, intento a tagliuzzare le verdure dando le spalle alla porta, si girò per un attimo e, sorridendo, lo ringraziò per le chiavi:

“Meno male che le hai trovate tu, sono così smemorato! – disse, riprendendo a lavorare al tagliere – Pensa che, per sicurezza, ne tengo sempre un altro mazzo in tasca…  beh, sì vede che  sto proprio rincretinendo, succede quando l’età avanza! E poi da ieri sera ho un gran mal di testa. Chi sa cosa mi succede…”

“Che ha preparato di buono” chiese Guido, con tono quasi gentile, incuriosito dall’armeggiare del Professore intorno ai fuochi.

“Quello che ti meriti, carogna!” gridò Coriolano voltandosi di scatto con la mannaia levata in alto. Sgranava gli occhi come un folle e, con un brusco movimento, fece volutamente cadere a terra i barattoli in cui aveva messo una notevole quantità di banconote. Una nuvola di biglietti di grosso taglio svolazzò per la cucina, atterrando sul pavimento.

“Ora te lo do io quello che ti meriti! ti cavo il cuore, brutto ladro… sei venuto per derubarmi vero? Come sapevi che tenevo i quattrini nei barattoli, delinquente? – urlava Coriolano, certo di non essere sentito dai vicini  – ma io non te li lascerò pendere, no, no! mi difenderò, maledetto assassino!”. Come forsennato Marcantonio era decisamente convincente: da giovane aveva recitato nel teatro universitario e, negli ultimi giorni, si era a lungo esercitato allo specchio atteggiandosi a re Lear e Amleto.

Guido pensò che il Professore fosse davvero uscito di senno: anche se non aveva ancora sessanta anni ai suoi occhi sembrava un vecchio e vecchio, per lui, era sinonimo di rimbambito e arteriosclerotico. Decise quindi di tranquillizzare il nonnetto e poi tagliare la corda. Appena al sicuro avrebbe chiamato il 118.

“Ma Professore, mi ha invitato lei, non se lo ricorda? Si calmi” disse, con voce conciliante. Coriolano intanto si avvicinava al suo ospite brandendo minacciosamente la mannaia: Guido si spaventò e d’istinto prese il coltello posato sul tavolo, indietreggiando. Voleva solo tenere a distanza quel vecchio matto, arrivare alla porta e scappare.

“Su, via, Professore, sia ragionevole… non sono un ladro, sono Guido, il suo vicino di casa, il figlio dei Livoni e i barattoli…i barattoli li ha  rovesciati lei …io non voglio i suoi soldi…mi creda!” balbettò indietreggiando il giovanotto.

“No, non ti conosco, non ti ho mai visto prima. Tu sei solo un ladro, un ladro che vuole prendersi i miei risparmi, poi però mi ucciderai lo stesso, non è vero? Perché sei un assassino” esclamò Coriolano con il tono apodittico del folle. Ormai era ad un passo da Guido

“Lei è fuori di testa, Professore! posi quella mannaia, è un’arma pericolosa, si potrebbe fare male…”

“Sì, sei un assassino! Hai un coltello e mi vuoi pugnalare a morte” gridò Marcantonio, sgranando gli occhi e sollevando la sua arma, pronto a colpire per primo l’avversario.

Senza riflettere, per istinto, Guido mosse in avanti la mano in cui stringeva il coltello: il gesto doveva servire per tenere a distanza l’aggressore, ma Coriolano gli si gettò volutamente addosso, di peso. Guido si rese conto che lo stava pugnalando perché il coltello, all’improvviso, aveva incontrato una forte resistenza…sbalordito, non ritirò subito la mano e così la lama penetrò nel corpo. La vittima, senza un lamento, si accasciò a terra, bocconi. Un filo di sangue rigava il pavimento.

Guido venne subito preso dal panico, gettò il coltello, raccolse alla rinfusa una manciata di banconote da terra e fuggì. Era convinto di avere gravemente ferito e forse ucciso il suo vicino: non aveva tempo per rientrare a casa, doveva scappare. Corse giù per le scale a perdifiato e sparì nelle strade vuote e abbacinate del primo pomeriggio.

In realtà la ferita di Marcantonio era superficiale: per evitare conseguenze gravi, nonostante il caldo, aveva indossato una giacca da camera pesante. Un po’ di sangue comunque era davvero uscito da un piccolo taglio sul fianco, ma rientrava nel piano, così la scena del delitto diventava più credibile: una rapina a mano armata finita male, con un ferito a terra e parte del bottino sparso per la cucina.

Dopo una mezz’ora un inquilino aprì il portone e Marcantonio iniziò a invocare aiuto.  Guido aveva lasciato la porta spalancata ed il condomino, sentendo le grida, salì le scale ed entrò nell’appartamento di Coriolano. La Polizia e l’ambulanza arrivarono dopo pochi minuti, quasi contemporaneamente.

Coriolano  appariva confuso, sofferente. Non riusciva neppure a dire il suo nome: fu il vicino ad indicare le generalità della vittima agli agenti. Venne subito caricato sulla barella e portato all’ospedale.

“E’ stato fortunato, signore, – disse l’infermiera del Pronto Soccorso – la ferita sembra superficiale, ma deve essersi  preso un bello spavento, vero?!”

“Cosa è successo?” chiese il poliziotto di turno.

“Non so, ho la mente vuota – rispose, con un filo di voce, Coriolano – sabato la domestica non viene, volevo cucinare un minestrone. Avevo preparato il battuto, ma qualcosa mancava… Allora sono uscito per fare un po’ di spesa e al ritorno… beh sì, c’era qualcuno in casa. Poi tutto diventa buio, confuso. Ricordo solo la sirena dell’ambulanza e quello che è successo dopo”

“Amnesia da trauma, a volte è reversibile”  sentenziò il dottore del Pronto Soccorso

Naturalmente sul coltello, su alcune banconote e sul mazzo di chiavi con la mezza luna, quello che Coriolano diceva di avere smarrito qualche giorno prima, furono trovate le impronte di Guido, già schedato in gioventù per piccoli reati di droga. E la porta non era stata scassinata.

L’appartamento del Livoni venne subito perquisito e non fu difficile per gli investigatori rinvenire, nascoste qua e là, banconote dello stesso taglio di quelle contenute nei barattoli della vittima. Nella cucina di Guido furono trovati altri coltelli simili a quello usato per ferire il  vicino.

Il commissario si limitò a fare la somma degli addendi. Vittima: Coriolano Marcantonio, professore di mezza età, vive da solo e conserva molto denaro in casa; presunto aggressore: Livoni Guido, condomino di trentadue anni, pregiudicato e disoccupato. Svolgimento dei fatti: il Livoni trova un mazzo di chiavi smarrito dal Professore, si introduce nel suo appartamento per commettere un furto ma viene scoperto dal padrone di casa, quindi accoltella lo scomodo testimone e taglia la corda.

Il coltello, le impronte, le mazzette in casa del Livoni erano prove sufficienti per chiudere immediatamente il caso: non occorreva neppure attendere che alla vittima tornasse la memoria.

Così venne subito spiccato mandato di cattura per Guido e, dopo pochi giorni, il sospetto fu fermato alla frontiera con la Slovenia. Aveva ancora in tasca una banconota da cento euro su cui si notava una piccola macchia di sangue: gli esami della scientifica dimostrarono che apparteneva alla vittima. Ma non era un caso fortunato: la mattina della “rapina” Coriolano, usando l’ago della moglie, si era punto un dito e, come previsto dal piano “Tatami”, aveva “marchiato” tutte le banconote dei barattoli.

Segue…

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Rosanna Bogo