Sesta Parte.

Qui la Quinta Parte.

La sera i Traini con il loro ospite si riunirono nella sala da pranzo della villa, a pian terreno. Le tende erano ancora aperte e, attraverso le grandi vetrate, si vedevano, di tanto in tanto, baluginare nel buio luci di navi in transito e qualche timida stella.

“Il diavolo mi mise in casa, quella sciagurata di tua moglie! – dichiarò, appena seduta a tavola, donna Rosaria, rivolta a Carlo. Ovviamente alludeva alla povera Katia – Altro che badante! sono io che devo badare a quello che succede e fare il cane da guardia, alla mia età! La mia povera madre, lei sì che sapeva dare buoni consigli… quando andai sposa, mi disse: ‘Rosà, pigliati solo serve ammogliate e brutte, vedrai…lavorano di più e non danno pensieri”. E aveva ragione, santa donna, ma la signora Clotilde sbuffa, si vergogna di Maruzza, Caterina e Nennella, dice che sono tre vecchie balene… il personale, secondo lei, deve essere “fine”. Ma che differenza fa se la servitù è grassa o magra?”

“Non fine, mamma, “fain”, è inglese. Clo vorrebbe che il personale fosse bello, di piacevole aspetto” precisò Carlo, con tono leggermente spazientito.

“Il personale di Katia per essere bello è bello, questo non si può negare! e pure fine…” disse don Casimiro strizzando l’occhio a Marcantonio  “ma per me, ormai, è come guardare un quadro.”

“Di personale di servizio, parlavo. Scostumato! E poi non fare tanto lo spiritoso, altro che quadrati, circoli e triangoli, a voi uomini, finché respirate, non si devono mai allentare le redini, mai!” replicò indispettita donna Rosaria.

“Il resto della compagnia dov’è” chiese Carlo, tanto per cambiare argomento

“In montagna, a godersi il gelo e la neve – riferì don Casimiro – da quelle parti, a fine inverno, vengono certe valanghe che è un piacere farsi travolgere. Le più agili si chiamano slavine, ma non preoccuparti, Rosà, non fanno le badanti. E poi al mare, quando non è stagione di bagni, i ragazzi non vogliono venire, è troppo “boring”.”

“Eh sì, anche se non fa freddo qui tira sempre vento” rispose la moglie, forse pensando che il marito parlasse della Bora. Carlo questa volta non commentò l’osservazione fuori luogo della madre.

Donna Rosaria Despinoza apparteneva ad una nobile e facoltosa famiglia, ma i genitori non avevano ritenuto necessario impartire alla numerosa prole di sesso femminile una regolare istruzione scolastica: chiuse in convento, Rosaria e le sorelle avevano imparato dalle suore a leggere e scrivere, ricamare, comportarsi con garbo a tavola, strimpellare il piano e masticare un po’ di francese; poi la madre, donna Geraldina, si era preoccupata di spiegare alle figlie i segreti della vita coniugale e le regole per governare una casa signorile. Cos’altro serviva sapere ad una ragazza con una buona dote e un nome prestigioso in un paese del Sud?

Certo non era stato facile per Rosaria adattarsi a vivere in casa Traini, gente colta e un po’ bizzarra: aveva pazientemente sopportato l’ironia del suocero, la sicumera di Casimiro, il carattere chiuso e scontroso di Nicola, il suo primogenito, e l’eccessiva sensibilità del figlio minore, Carlo. Avrebbe voluto anche una femmina e spesso, da giovane, ripeteva “Tre è il numero perfetto, tre, non due”, il marito però non intendeva mettersi in casa altre beghe, soprattutto beghe in gonnella.

Rispetto agli standard della buona società cittadina, Rosaria era decisamente priva di “classe”, tuttavia aveva svolto con impegno il difficile mestiere di madre ed era stata quella che donna Geraldina avrebbe definito una buona sposa, ovvero una moglie gelosa in modo asfissiante. Don Casimiro l’aveva soprannominata “la mia Stasi” e lei, per orgoglio, in cinquanta anni di matrimonio, non aveva mai voluto sapere se quella strana parola fosse un vezzeggiativo nordico o un insulto.

“Noi invece, soli soletti, siamo stati d’incanto. E il posto non c’è sembrato affatto boring, vero Marcantonio? – disse Carlo – e poi ho scoperto che anch’io avevo bisogno di un po’ di riposo mentale, lontano dal tran tran quotidiano.”

“Il tran tran ti schiaccia più di un tram tram” replicò il padre, evidentemente in vena di battute.

“Eh già, voi uomini state sempre volentieri per conto vostro, a parlare di femmine e sport, lontano dalla famiglia. La moglie e i figli, si sa, sono solo scocciature” disse donna Rosaria risentita.

Don Casimiro intanto mangiava tranquillamente, senza aprire bocca, e nulla urtava i nervi di donna Rosaria quanto non essere contraddetta dal marito se emetteva sul prossimo giudizi genericamente malevoli, ovvero “non circostanziati”, come diceva il vecchio notaio. Significava che non la stava neppure ascoltando.

“Anche tu, Casimiro – proseguì, spingendo a fondo il suo attacco – sono sicura che saresti contento di vivere da solo, così potresti passare tutto il tempo a rimuginare sull’ingiustizia del mondo e sugli errori del Creatore. Invece la domeniche devi accompagnarmi alla messa delle undici…bene fece mio padre a farti firmare quella carta!”

“Una carta?”chiese Coriolano incuriosito.

“Altro che carta! – esclamò don Casimiro divertito – un vero contratto nuziale mi preparò quella vecchia volpe di mio suocero don Alfonso Despinoza: con la scusa che la sua nobiltà era di schiatta più antica volle stabilire, nero su bianco, quante cameriere, quanti giorni di vacanza al mare, quante visite ai genitori, quanti vestiti nuovi, quante scarpe spettavano ogni anno alla sua Rosariuccia. E, naturalmente, tutte le domeniche insieme alla messa delle undici e passeggiata a braccetto per il corso vestiti in pompa magna.”

“Eri invaghito, di’ la verità – replicò la moglie – altrimenti un uomo del tuo carattere non si sarebbe mai piegato di fronte a mio padre.”

“Eh sì, a vent’anni sembravi proprio una madonna di Raffaello, Rosà! eri più bella della russa che tieni chiusa in cucina…e io avevo perso la testa…pur di sposarti avrei firmato anche la mia condanna a morte.”

“Mi pare però che, alla fine, quel contratto sia stato un buon affare, don Casimiro” disse in tono conciliante Coriolano.

“Già, sono stato fortunato – mormorò il vecchio notaio – però sono fortune che costano care: si pagano con tanta pazienza, sacrifici, rinunce. Oggi al primo screzio, quando si rompe l’incanto dell’innamoramento, saltano subito fuori tutte le magagne. In un baleno si va dall’ avvocato e tanti saluti alla prole e alla famiglia. Noi notai all’apertura di certi testamenti ne vediamo di tutti i colori, famiglie allargate che sembrano la processione del Venerdì Santo, con figli di seconde, terze e quarte nozze e un Harem di vedove.”

“Il matrimonio – disse Coriolano, ripensando a Marcella, una donna come lui tranquilla e senza pretese – è una specie di reazione chimica: non tutti gli elementi sono adatti per combinarsi e creare una molecola stabile. Con mia moglie ho vissuto vent’anni senza mai desiderare di stare da solo, neppure per un attimo. Poi lei purtroppo è morta e, a volte, penso che se l’avessi amata di meno, se non fossimo stati così uniti, non soffrirei tanto per la sua mancanza.”

“Beh, almeno hai avuto venti anni di felicità!” obiettò Carlo.

“Acqua passata non macina più – disse lapidario don Casimiro – la felicità di ieri non ti rallegra oggi, solo il dolore dura nel tempo.”

Coriolano non rispose: in cuor suo dava ragione al vecchio Traini, però comprendeva l’obiezione dell’amico. Già da fidanzata Clotilde era insopportabile ma Carlo, troppo debole per reagire, non aveva avuto la forza di spezzare sul nascere quel legame sbagliato.

“Figlio mio – disse donna Rosaria amareggiata – ti sei scelto una croce pesante e te la sei caricata in spalla da solo. Clotilde non era adatta per fare la moglie a un Traini: collegi svizzeri, università, viaggi all’estero, amici importanti… una femmina del genere non si adatta, non cambia! Puoi solo sopportarla… e guarda come si comporta come me! sono io la signora Traini in questa casa, almeno finché don Casimiro è vivo, scusa marito mio se parlo di certe cose, eppure durante i suoi ricevimenti devo stare seduta in un angolino e dire solo “Molto lieta, sì, grazie, no prego”. Io, una Despinoza, la padrona di casa, costretta a ingollare l’orgoglio e lasciare ad un’altra il posto che mi spetta per non mettere malanimo tra voi sposi. Che vergogna!Vergogna per tutta la famiglia!”.

Marcantonio si concentrò sul contenuto del suo piatto. Si sentiva a disagio, non era abituato a simili conversazioni a tavola. I suoi erano gente tranquilla, non litigavano mai, e con Marcella aveva discusso solo per via di Ada, nel chiuso della camera da letto.

Carlo intanto taceva umiliato: le guance arrossate erano percorse da leggeri spasmi, un fiume di lacrime sembravano sul punto di sgorgare dai suoi occhi di cane barbone. Aveva un carattere troppo accomodante, lo sapeva bene. Però i familiari non si erano certo prodigati per arginare l’invadente prepotenza della marchesina Verdelli. Don Casimiro non ammetteva errori in questo campo. “Chi rompe paga e i cocci sono suoi” gli aveva detto fin dai primi mesi di matrimonio.

“Non occorre ripetere tutte le volte la stessa solfa: lo so, mi sono gettato a mare da solo e devo nuotare – disse Carlo, rivolgendosi più al padre che a donna Rosaria – Ma se non sono capace, se tuo figlio sta con l’acqua alla gola, lo lasci affogare ugualmente?”

“Vuoi che faccia qualcosa per te?” chiese don Casimiro, tagliando una mela con forchetta e coltello.

“Se la buttate fuori di casa io non la trattengo di certo” disse Carlo con voce rotta dalla commozione.

“Veramente pensavo a  qualcosa di più definitivo…” replicò il padre

“Ma che buttare e buttare, è la madre dei tuoi nipoti! – disse donna Rosaria, guardando con severità il marito – è te che dovevamo buttare  quando venisti al mondo! – aggiunse, rivolgendosi al figlio – neppure allora t’ho sentito piangere e urlare. La levatrice ti fece nero di schiaffi per farti venire fuori la voce!”

“Parto difficile, figlio difficile” sentenziò don Casimiro, sputando nel cavo della mano qualche seme del frutto “trenta ore di travaglio, trenta ore…me lo ricordo bene, fumai venti pacchetti di sigarette. I polmoni mi sono rovinato, per colpa di questo scimunito!”

“Ma insomma, Carlo è una brava persona, io lo conosco bene…- replicò Marcantonio, stanco di vedere i due vecchi accanirsi contro l’amico – i figli cattivi fanno ben altre cose!”

“Già, Carlo è fin troppo buono” disse don Casimiro “ma il meglio è nemico del bene. E noi genitori abbiamo il dovere di correggere i figli quando sbagliano. Anche con la verga. E’ scritto nella Bibbia. Però il carattere o ce l’hai o non te lo da neanche il Papa con l’unzione”

“Allora domani vado dall’avvocato e inizio le pratiche di separazione” sbottò Carlo, quasi urlando.

“Uh, che paura che ci fai! però prima telefona a Clo…così sentiamo cosa ne pensa – replicò ironico don Casimiro – e poi il divorzio non serve, una cura di schiaffoni a lei e ai mocciosi, questo risolverebbe!  Beato te, Marcantonio, che la figlia uggiosa ce l’hai agli antipodi”

“Io comunque preferirei vivere ancora in famiglia, con una moglie e una figlia, sebbene uggiosa – osservò Coriolano, un po’ offeso – e poi non in tutte le case c’è disaccordo. Io sono stato un bravo figliolo e con i genitori non discutevo mai”

“Roba di una volta, altri tempi! anch’io sono stato sempre rispettoso, a mio padre davo del voi e baciavo l’anello, tutte le sere. E Rosaria, poverina! fino a diciotto anni l’hanno tenuta in convento, come in prigione. E lei mai un pianto, mai una lamentela, eppure don Alfonso era un grandissimo tiranno!- disse il vecchio notaio rivolgendo un’occhiata affettuosa alla moglie, – ma oggi i figli pesano, i genitori pesano, i mariti pesano, le mogli pesano. Sarà forse un fenomeno fisico dovuto all’inquinamento o all’effetto serra, ma il prossimo nostro è diventato un macigno”

“Ecco, vedi che ho ragione! vorresti vivere da solo anche tu, Casimiro! Pure io ti peso… non sono più una madonna di Gabriello” disse donna Rosaria in lacrime, pensando alla russa in cucina.

“Raffaelo, Raffaello” borbottò il marito irritato.

L’aria a tavola si era fatta pesante: fortunatamente, proprio mentre la situazione sembrava sul punto di esplodere, il cameriere-giardiniere iniziò a servire il sorbetto al limone. I commensali all’improvviso si rasserenarono e, mangiando la prelibatezza, nessuno fiatò.

Terminata la cena, Carlo e la madre si misero a guardare la televisione in una stanzetta accanto al salone, chiusi in un eloquente silenzio pieno di rancore. Carlo era ancora offeso per le parole poco lusinghiere dette da donna Rosaria, la madre in cuor suo gli rimproverava di non avere avuto il coraggio di telefonato a Clo per farsi valere.

Don Casimiro invece voleva cambiare aria e propose al suo ospite una partita a scacchi. L’invito era un ordine e Marcantonio seguì rassegnato il vecchio notaio nella stanza della musica: lì, sul tavolino da fumo che separava le due poltrone davanti al caminetto, da tempo immemorabile era sempre pronta una scacchiera, con i pezzi già predisposti.

“Una partitina sola, però, don Casimiro – supplicò Marcantonio – Le assicuro che negli ultimi decenni non sono migliorato. Vedrà che mi straccia in tre mosse”

“Sempre la solita lagna. Va be’, solo una e ti lascio anche il bianco… per incoraggiamento” rispose don Casimiro.

Marcantonio fece subito la sua apertura.

“Hai pensato?” chiese il vecchio, come se avesse quella domanda in punta di lingua da ore.

“Qualcosina… però in tutta sincerità non vorrei fare davvero del  male a quel disgraziato. I suoi poveri genitori, erano brava gente…e poi un po’ è anche colpa mia, sono un testardo abitudinario, dovrei traslocare”

“Scemenze – sentenziò don Casimiro – comunque, per colpire il nemico, non sempre occorre toccarlo. Non hai mai visto un incontro di judo? l’avversario viene atterrato sfruttando la sua stessa forza. In altre parole, prova ad invertire l’ordine degli addendi e vedrai che la somma non cambia.

Ma prima, secondo me, dovresti divertirti un po’. Pensa a come gioca il gatto con il topo…lo gira di qua, lo gira di là, quello manco capisce che sta in trappola e alla fine viene mangiato in un boccone. Il diavolo è un burlone e tira brutti scherzi, ogni tanto è giusto rendergli la pariglia.”

“Il diavolo non esiste, don Casimiro… e poi non saprei proprio come divertirmi alle spalle del mio avversario”

“Lo sai che “avversario” è il significato del nome Satana? Lucifero, l’angelo luminoso, è detto Satana perché sfida Dio. Tu però non hai di fronte un “avversario” con il piede fesso, ma un topolino con una lunga coda…devi solo preparare bene la trappola… Ad esempio, che mi dici di tua figlia?”

“Non c’è nulla da dire: non ci vediamo da anni; so però che cambia compagno ogni sei mesi. Per Natale mi telefona, è lei che chiama. Dice di essere contenta e mi fa gli auguri. In realtà se ne frega di me, non mi chiede neanche come sto in salute, eppure ho una certa età! Si figuri che non conosco le mie nipotine e già vanno a scuola!”

“Se vuoi davvero diseredarla ti potrei suggerire un’infinità di sistemi…” disse il vecchio notaio, aggiungendo, senza mutare tono “scacco alla regina. Protegge il re sul fianco, non puoi spostarla.  La tua donna è spacciata!”

“No, grazie, è giusto così… Ada avrà quello che la legge stabilisce” rispose Marcantonio, cercando di arginare l’attacco alla regina interponendo un cavallo.

“Allora le vuoi sempre bene!” disse Traini, mangiando il quadrupede, l’ultimo rimasto a Coriolano.

“Certo, però un po’ di rancore, almeno quello, me lo posso concedere, le pare, don Casimiro?!”

“Come no!  la cosa più semplice per non andare avanti è rimanere attaccati al passato. Le famiglie, più o meno, oggi sono tutte come la tua o la mia: piccoli inferni in terra. Però, a tavola, hai detto che ti piacerebbe avere qualcuno vicino…allora cerca di dimenticare i torti e smetti di recriminare. Inizia con Ada una nuova partita! risistema i pezzi sulla scacchiera e fai la prima mossa: ad esempio, se fossi in te, io la inviterei a casa con un po’di amici degli antipodi, per qualche settimana – suggerì il notaio, mangiando la regina di Marcantonio – Lo sai che navigando in rete mio nipote Alfonsino ha scoperto che tua figlia fa parte di un complesso d’archi abbastanza famoso tra i canguri? Si chiamano il “Desert Sound Quartet”. E’ la sola donna del gruppo, laggiù sono ancora all’antica per certe cose. Insomma, le telefoni e ti offri di pagare viaggio e soggiorno per l’intera compagnia cantante, tanto te lo puoi permettere. Così, tra l’altro, potresti conoscere le tue nipotine”

“E con che scusa mi faccio avanti, se a fatica ci sentiamo a Natale” replicò Coriolano, minacciando con la torre il re nero. “Scacco al re, don Casimiro” disse a bassa voce.

“Clotilde organizza, di tanto in tanto, concerti benefici pomeridiani per sostenere nobili cause, rifugi per cani vittime di incidenti stradali, cliniche per dipendenti dal fumo, dall’alcool, dal sesso, tutela di animali in via di estinzione…in primis il panda gigante ma anche il galantuomo e il figlio d’oro – disse don Casimiro ironico, senza distrarsi dal gioco – Ecco la mia idea: il “Desert Sound Quartet” potrebbe esibirsi per le iniziative di mia nuora. La musica da camera è gradevole, personalmente non la trovo affatto noiosa…E poi hai idea di quanti decibel possono sviluppare, senza amplificatori, quattro strumenti a corda suonati per prova in un normale salotto? Così il gatto acchiappa il topolino per la coda… ricordi cosa ti ho detto poco fa, Marcantonio?”.

La partita era agli sgoccioli: don Casimiro, parato lo scacco della torre, lanciò l’attacco finale contro la piccola fortezza di pedoni che Coriolano aveva costruito a difesa del suo re. Fu questione di tre mosse e per Marcantonio giunse la fine.

Coriolano però già da un po’ non pensava più al gioco: aveva compreso al volo il senso di quanto gli suggeriva il vecchio Traini e si chiedeva se fosse un progetto praticabile.

Le due settimane di “convalescenza” passarono piacevoli e veloci: non appena tornato a casa, Marcantonio, rincuorato e pieno di energie, organizzò nei particolari il piano “Desert mouse”. Gli dispiaceva non averlo ideato lui stesso, si sentiva come uno studente che avesse consegnato il foglio del compito in bianco, scoprendo poi che la dimostrazione si risolveva applicando il Teorema di Pitagora.Riguardo all’inversione degli addendi però non aveva ancora ben compreso a cosa il vecchio Traini alludesse.

Mettere in pratica il progetto si rivelò più semplice del previsto. Coriolano telefonò alla figlia pensando di scontrarsi con il solito muro di incomprensione, Ada invece si mostrò piacevolmente sorpresa dall’invito. Era contenta che fosse il padre a fare il primo passo perché si sentiva in colpa  con lui per avere trascurato la  madre malata, ma era troppo orgogliosa per ammettere l’errore.

I colleghi del Quartetto d’archi, a loro volta, si dichiararono subito disponibili a visitare gratis la mitica Penisola del Bel Canto, della pizza e degli spaghetti, mentre le nipotine erano addirittura elettrizzate all’idea di fare un lungo viaggio in aereo per conoscere quel misterioso nonno da cui ogni tanto ricevevano strani regali fuori moda.

Segue…

VN:F [1.9.22_1171]
Rating: 0.0/5 (0 votes cast)

Rosanna Bogo