Quinta Parte.

Qui la Quarta Parte.

“Atropo può ben aspettare qualche giorno – mormorò Coriolano entrando in cucina: la ramanzina di don Casimiro lo aveva scosso ma, stranamente, anche rincuorato. Si preparò una doppia camomilla, per allentare la tensione, e si sdraiò sul divano del soggiorno. Con le cuffia imbottita dello stereo sparata al massimo ascoltò l’intera ‘Patetica’ di Tchaikovsky. Era il sottofondo musicale che aveva scelto per  il suo ‘ultimo atto’ perché, nel finale, il grande artista russo era riuscito ad esprimere come nessun altro compositore la tragedia dell’inevitabile resa dell’uomo di fronte alle trionfanti armate del male. “Chi sa se davvero si è suicidato… – si chiese Coriolano – e poi per una faccenda d’onore tanto banale, come riferiscono certi biografi. Avesse avuto un vicino come il mio! allora sì che si sarebbe ammazzato per una buona ragione, a meno di non essere, come Beethovhen, sordo peggio di una campana”.

Ascoltò ancora un po’ di musica classica rilassante, del genere  Pachelbel e Hendel, poi  verso le tre di mattina, quando ormai nel palazzo regnava il silenzio, andò nello studio e si mise alla scrivania. Prese dal blocco degli appunti un foglio bianco, aprì il cappuccio della sua fedele stilografica e si mise a fissare le righe della pagina: nonostante la frase del vecchio Traini “occhio per occhio, dente per dente, male per male” gli rimbombasse nella testa come un maglio, nessuna idea omicida si formava tra le sinapsi del suo cervello, abituate ai pacifici ragionamenti di un maturo professore di matematica. La sua mente  sembrava del tutto vuota.

“Evidentemente non si diventa assassini in una notte” pensò sconsolato: decise allora di mettersi nei panni di un autore di noir intento a scrivere un romanzo in cui un trafficante di armi cercava di uccidere uno spacciatore di droga suo rivale. Così almeno il lato morale della questione non gli avrebbe creato un blocco psicologico.

L’escamotage liberò le fantasie nascoste negli angoli più oscuri dell’animo di Coriolano: il block-notes in breve si riempì di efferati progetti per eliminare l’immaginario nemico con i metodi più crudeli o bizzarri: un’esplosioni di gas metano, una corda invisibile tesa lungo le scale, un guasto all’ascensore, la punta di un ombrello intinta nel curaro, sostanze venefiche introdotte attraverso un foro nel pavimento, l’ incendio del palazzo, un vaso di fiori gettato dal balcone, un pacco omaggio di dolci avvelenati, una scossa elettrica trasmessa attraverso la ringhiera del terrazzo, il filo dei panni o il cavo del telefono. I piani escogitati gli scorrevano davanti agli occhi come piccoli film ma, nell’ultima inquadratura il trafficante d’armi finiva regolarmente dietro le sbarre. E quella, pensò Coriolano, sarebbe stata di certo anche la sua sorte, se avesse tentato di mettere in atto simili imprese.

“Ha ragione don Casimiro – mormorò tra sé Marcantonio – la legge non si preoccupa di difendere la pace di un onesto cittadino, ma si fa in quattro per punire l’assassino di un delinquente”. Occorreva trovare una soluzione senza conseguenze carcerarie, il famoso ‘delitto perfetto’.

Coriolano si pentì di non avere mai amato i libri gialli ed i film polizieschi: chi sa quante informazioni interessanti avrebbero potuto fornirgli il tenente Colombo, Ellery Queen, il Commissario Maigret o Nero Wolf.

Invece di ritirarsi nello studio a leggere ‘Guerra e pace’ o ‘Notre Dame de Paris’, si ripromise di seguire con attenzione i thriller ambientati nei laboratori della polizia scientifica trasmessi di continuo, la sera, dalla televisione, ma già sapeva che, alla prima scena truculenta, avrebbe cambiato canale: provava un’invincibile ripugnanza per il sangue, per la violenza, per la crudeltà.

“Immaginare di uccidere una persona che si odia è indubbiamente  piacevole – ammise con se stesso Coriolano – ma passare dalla teoria alla pratica, usare in corpore vili armi da fuoco o da taglio, richiede ben altra tempra, non fa per me. In nessun caso riuscirei a considerare un essere umano alla stregua di un cinghiale”.

Marcantonio si ricordò all’improvviso dei poveri genitori dell’ungulato, i Livoni, brava gente che il destino aveva crudelmente maltrattato: la compassione che provava per la loro sorte attenuò, momentaneamente, la colpa del figlio. Forse, pensò, doveva orientarsi su qualcosa di meno radicale dell’omicidio, una punizione giusta ma non troppo pesante.

Quando, alle sette in punto, la radiosveglia, come ogni giorno, iniziò a trasmettere il notiziario, Coriolano sollevò a fatica la testa dalla scrivania. Si era assopito lì, nello studio, sui fogli pieni di scarabocchi: si sentiva le braccia intorpidite, la schiena a pezzi e di certo non aveva dormito più di un’ora. Benché intontito, si vestì alla meno peggio e corse a scuola. Non era mai arrivato in ritardo!

Verso le undici, mentre tentava di spiegare il teorema di Talete alla Prima b, trattenendo a fatica gli sbadigli, Coriolano venne chiamato con urgenza in Segreteria: era desiderato al telefono.

A scuola, per dare il buon esempio, non portava il telefonino e così, angosciato all’idea che una disgrazia fosse accaduta ad Ada o alle nipotine, raggiunse con passo rapido l’Ufficio. Fortunatamente era solo una comunicazione urbana.

“Marcantonio? sono Carlo” disse la voce nella cornetta.

“Che succede… tuo padre…come si sente” chiese Coriolano stupito e preoccupato. Sul momento pensò che la disgrazia da comunicare con tanta urgenza riguardasse il vecchio Traini. Un colpo apoplettico non di rado è preceduto da uno stato di agitazione mentale.

“Che c’entra mio padre, quello sta bene come sempre, anzi, dopo l’illuminante conversazione di ieri sera mi guarda con un’aria ironica insopportabile. Sembra sempre sul punto di ridermi in faccia. Beh, comunque in certo senso il vecchio c’entra, come sempre: mi ha ordinato di accompagnarti per due settimane nella nostra casa al mare, per rinfrescarti il cervello, ha detto.”

“Grazie, grazie di cuore, siete davvero premurosi, però noi insegnanti non possiamo metterci in ferie senza preavviso… per via delle supplenze.”

“Ma che ferie e ferie. Mio padre ha detto che sei in malattia. Come si chiama il tuo medico di famiglia?”

“No, no, il mio dottore è una persona seria, non rilascia certificati di comodo, è davvero molto scrupoloso nel suo lavoro… o forse tuo padre intende ricorrere ai suoi metodi… stragiudiziali?”

“Dimmi come si chiama il dottore e ti prometto che vedrà sorgere anche l’alba di domani – disse con comica serietà Carlo – ci penso io a tenere a bada il Giustiziere della notte.”

“Già, dimenticavo che ormai viviamo nel Far West: si chiama Del Bianco, dottor Alcide del Bianco – rispose Coriolano, incuriosito dalle tresche del vecchio Traini – ma vedrai che sarà irremovibile. Con lui don  Casimiro non la spunta.”

“Bene, prepara la valigia per domani sera. Vengo a prenderti alle sette. Passo e chiudo” disse Carlo ridendo. Anche Marcantonio, alla fine trovò divertente tutta la faccenda: voleva proprio vedere come si sarebbe conclusa.

Quando, verso le due del pomeriggio, Coriolano aprì il portone di casa, gettò al solito un’occhiata alla cassetta della posta: conteneva due lettere e non erano le solite bollette.

Appena giunto nel suo appartamento aprì quella che indicava come mittente il dottor del Bianco. Conteneva un certificato: il suo medico curante gli diagnosticava uno stato depressivo prescrivendo almeno due settimane di riposo assoluto in una località marina. L’altra busta era già aperta e conteneva una lettera del più celebre neurologo della locale università, Prof. Aldo Tombesi, al collega dottor Del Bianco. Il luminare informava il medico di famiglia di avere visitato il sig. Marcantonio Coriolano trovandolo affetto da una grave sindrome di affaticamento mentale, accompagnata da turbe del sonno, tachicardia, pressione instabile ed extrasistole. Si trattava di un particolare disturbo pre-depressivo, una nuova malattia professionale che colpiva un terzo dei docenti delle prime classi  superiori, oggetto di recenti interessantissimi studi. In pratica il Tombesi sentenziava che il paziente, per liberarsi dallo stress accumulato negli ultimi mesi a causa dei suoi turbolenti allievi ed evitare una depressione severa, aveva bisogno di “staccare” per almeno due settimane.

Marcantonio notò che ambedue i medici parlavano in termini generici dei suoi disturbi mentali e non accennavano mai alla possibilità di un gesto estremo.

L’indomani Coriolano avvertì la Segretaria del Liceo che non si sarebbe presentato al lavoro: mandava un certificato per due settimane.

Nel pomeriggio Marcantonio aprì la porta al medico fiscale, prontamente inviato dalla scuola: si era fatto collegare dall’elettricista una piantana dell’ingresso al pulsante esterno così, anche quando aveva i tappi negli orecchi e lo stereo di Guido andava al massimo, l’accensione intermittente della lampada lo avvertiva se qualcuno suonava il campanello.

Il dottore, gridando a squarciagola chiese se era lui il Prof. Marcantonio Coriolano, lesse le diagnosi, confermò i giorni di malattia e poi, accomiatandosi chiese, sempre urlando:

“Ma c’è spesso tanto rumore, qui sopra?”

“Sempre, e va avanti così fino a notte fonda!”

“Perché non cambia casa?”

“Sono un testardo”

“Ma se resta qui altro che stress, lei finisce in clinica”

“Lì almeno c’è silenzio” rispose gridando Coriolano, mentre il dottore scendeva già le scale.

Il certificato prevedeva che il malato si allontanasse dal proprio domicilio e Marcantonio preparò la valigia: alle sette in punto, scese in strada.

Carlo lo aspettava con la sua Mercedes sportiva metallizzata. Proprio in quel momento entravano nel portone due amici di Guido, facce decisamente poco raccomandabili.  Colpiti dalla lussuosa vettura, si abbandonarono a sguaiati commenti “Ma guarda ‘sti vecchietti che motorizzazione… e dove andate, bellezze, a travestiti?”

“Simpatici, vero?” disse Marcantonio salendo in macchina.

“Si, hai veramente dei vicini di classe!” rispose Carlo ridendo.

“Ma non ti scoccia, Carlo, lasciare tutto così, all’improvviso? – domandò Marcantonio, divenuto all’improvviso serio – eravamo amici, non lo nego, ma sono passati decenni. Non mi devi nulla e fai tutto questo per me, non capisco…e mi dispiace davvero per il tuo lavoro.”

“Lo sai che gli ordini di mio padre non si discutono. E poi, sincerità per sincerità, lasciare casa per due settimane, non vedere il vecchio “Hannibal”, la mia noiosissima moglie, i tre pargoli ormai adolescenti e insopportabili, non è affatto un disturbo, lo definirei  piuttosto un terno al lotto!”

“E i tuoi impegni professionali…gli appuntamenti.”

“Il vecchio mi sostituirà. Immagino che molti clienti saranno felici di trovarlo al mio posto, perché tutti lo stimano più di me. E abbiamo anche due tirocinanti molto bravi che lo adorano”

“Siete davvero gentili con me, ma perché vi prendete tanto disturbo?”

“La conosci no, la storia di tuo zio Achille in Russia? E poi noi eravamo davvero amici, un tempo? ti ricordi?”

“Sì, amici del cuore, ma all’Università ci siamo persi di vista. Studi diversi, compagnie diverse…”
“No, in realtà la causa è un’altra. Ti ricordi che già al primo anno ero fidanzato con Clo, la mia cara moglie? E Clotilde dei marchesi Verdelli di Sabbioneta non gradiva che frequentassi gente di basso livello come, ad esempio, un certo sig. Coriolano. Mi ha allontanato da tutti gli amici e da allora vedo solo gente del suo ambiente, persone “chic”, francamente antipatiche.”

“Ma l’odioso prof. Verdelli, il torturatore delle derivate, era per caso parente di Clotilde?”

“Sì, cugino di suo padre, e questo doveva mettermi in guardia. Ma l’amore, l’amore…l’amore ti rende pazzo, poi però la passione svapora, il sesso diventa abitudine e il matrimonio si trasforma in ipocrita convivenza. Noi Traini comunque siamo gente all’antica, non divorziamo, sarebbe come ammettere di avere sbagliato. Quando torno a casa voglio chiedere a mio padre se anche l’uxoricidio può rientrare nel suo concetto di inevitabile lotta tra il bene e il male. Tu che ne dici?”

“Dipende – rispose ridendo Coriolano – ad esempio Macbeth avrebbe fatto bene ad eliminare la sua signora all’inizio del dramma perché va in rovina proprio per i pessimi consigli della crudele Lady”

“Ed Erode! Come la mettiamo con Erode? Non era forse di Erodiade l’idea di decapitare il Battista?!”

Il viaggio proseguì allegramente: per due vecchi ex goliardi la misoginia era un argomento che offriva infiniti spunti  di conversazione.

La casa al mare dei Traini era in realtà una villa ancora più lussuosa della residenza di città. La mattina seguente Coriolano si accorse che, oltre alla piscina ed al campo da tennis che già conosceva,  il parco ospitava anche un piccolo green.

“L’abbiamo realizzato dieci anni fa – disse Carlo – gli amici di Clotilde amano giocare a golf. Mio padre ha dovuto cedere ma, come ritorsione, ha installato nel boschetto un meccanismo per il tiro al piattello: ogni tanto fa suonare una sirena, significa “allontanarsi immediatamente dal prato”, quindi si affaccia al terrazzo della sua camera da letto e, gridando a squarciagola ‘pull’, bombarda il campo di schegge. Il green diviene inutilizzabile e così mia moglie è costretta a scusarsi per le follie del suocero  “rimbambito”. Non sa proprio con chi ha a che fare, povera donna.”

“E’ un bel modo per tenersi in esercizio con le armi da fuoco” commentò ironico Coriolano

“Senza dubbio e poi così si diverte alle spalle dei ospiti snob di Clotilde. E vedessi come recita la parte del vecchio fuori di testa a tavola! noi familiari ridiamo da matti, ma con la faccia più seria del mondo. Solo Clotilde crede davvero che sia diventato arteriosclerotico. Pensa che ha persino assunto una badante tutta per lui.”

“Già, la bella ucraina…”

“Vedo che sei già informato…e il vecchio per le russe ha un debole, ricordi di guerra, dice…”

Tra i due amici rinacque subito la confidenza di un tempo. Scherzavano, parlavano di politica, di religione, di problemi familiari, di figli, di difficoltà presenti e gioie passate. Sembrava fossero rimasti separati solo qualche giorno.

“Promettimi che quando torneremo in città ci vedremo ancora – disse Carlo –  e staremo insieme come durante questa vacanza.”

“Sì, ma di nascosto, come due amanti, per non contrariare Clotilde” rispose scherzando Marcantonio.

“Mi credi se ti dico che in tanti anni non l’ho mai tradita!?… eppure mi piacerebbe proprio che sospettasse qualcosa, magari una relazione omosessuale: ti immagini che vergogna per lei, una Verdelli di Sabbioneta, essere cornificata con  un uomo e, per giunta, privo di quarti nobiliari! Dovrebbe tacere e soffrire in silenzio, altro che divorzio o separazione.”

Carlo era molto gentile e disponibile, però non voleva parlare delle teorie sul male esposte dal padre. Anche se era lì con l’incarico di aiutare Marcantonio a “schiarirsi le idee” non intendeva affatto aiutare l’amico a pianificare un reato di sangue.

Per il fine settimana giunsero alla villa il vecchio notaio con la moglie, donna Rosaria, e la bella ucraina Katia. La giovane badante aveva un’aria terribilmente infelice e donna Rosaria la seguiva come un’ombra, minacciosa al pari del fantasma di Banco.

Segue…

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Rosanna Bogo