“Ecco, lo sento, sta per cominciare” disse la signora Margherita con tono irritato, posando bruscamente la pentola sul fornello. Il colpo secco risuonò per tutta la cucina e un po’ d’acqua uscì dalla pila, rischiando di spengere la fiamma.

“Sì, hai ragione, manca poco” rispose tranquillamente il marito, senza sollevare gli occhi dal giornale. Il gesto della moglie aveva un chiaro intento provocatorio, ma era sabato, fuori il sole brillava, gli uccellini cantavano e, per nulla al mondo, si sarebbe lasciato trascinare in una discussione domestica, soprattutto prima di pranzo.

“E’ insopportabile, mi fa impazzire. Lo odio, gli torcerei il collo! – proseguì la moglie, sempre più arrabbiata – sono una casalinga, io! a mezzogiorno devo preparare il pranzo per i figli che tornano da scuola: il mio è un lavoro, non un divertimento, e nessuno ha diritto di farmi uscire dai gangheri proprio mentre sto cucinando! E tu potresti almeno darmi ragione, una volta tanto, visto che non intendi reagire!”.

“Ma via, povero Professore! in fondo lo fa solo a mezzogiorno. Certo, se fosse mezzanotte…allora sì che avresti motivi per protestare. E poi, che mi dici di don Anselmo? quando andiamo in vacanza a casa dei tuoi tutte le mattine alle sei ci sveglia suonando a distesa le sue maledette campane e fa bestemmiare mezzo paese senza motivo, perché sa bene, il tonacone, che le vecchiette della prima messa stanno già in chiesa ad aspettarlo da un bel po’! vuoi eliminare anche lui?”

Margherita, cattolica praticante, trovò subito un argomento per controbattere la malevola osservazione del consorte:

“Don Anselmo con le sue campane almeno ci ricorda che abbiamo un’anima e un giorno dovremo renderne conto a Dio.”

“Beh, allora diciamo che il Professor Fausto D’Errico ci ricorda che esiste il tempo e un giorno per noi finirà” replicò conciliante il marito. Quindi girò rumorosamente il foglio del giornale con l’aria di dire “E ora lasciami leggere in pace.”

Margherita lo guardò da dietro le spalle con malcelato disprezzo: “Signor ‘porta pazienza’ dei miei stivali – pensò adirata – sono dieci mesi che questa storia va avanti! fossi io l’uomo di casa… sarebbe già finita da un pezzo, con le buone o con le cattive.”

Poi, per dare sfogo alla sua rabbia, prese il batticarne e iniziò a percuotere furiosamente una bistecca, immaginando di colpire la testa del vicino.

Proprio in quel momento nell’appartamento adiacente, come ogni giorno alle 12 in punto, cominciò uno strano concerto: più che una musica era un rumore, una specie di sinfonia futurista eseguita non da veri strumenti, ma da un numero imprecisato di gong, cuckoo, carillon e campanelli di orologi che entravano contemporaneamente in funzione. L’effetto acustico prodotto dalla combinazione casuale di suoni tanto diversi era davvero sgradevole ma, fortunatamente, la fastidiosa sarabanda durava meno di un minuto. Mentre le ultime caotiche note si dissolvevano nell’aria, per qualche secondo ancora un carillon continuava a suonare un piacevole motivetto e quell’allegro finale  faceva imbestialire Margherita più di tutto il concerto cacofonico che lo precedeva. Era convinta che fosse una specie di sberleffo con cui il “maniaco” la derideva: “visto! – le diceva con la sua piccola marcia trionfale – anche oggi sono riuscito a romperti impunemente i timpani”.

Una volta, sperando di ammansirla, il marito le aveva spiegato che si trattava di un popolare inno militare inglese, ‘Rule Britannia’, ma l’informazione era servita solo ad arricchire il repertorio di invettive della moglie: “Che vadano all’inferno, il vecchio pazzo e la sua maledetta Britannia!” aveva urlato Margherita, sbattendo un piatto per terra.

Il marito, in parte, comprendeva l’irritazione della moglie: lui e i bambini durante la settimana e, spesso, anche nei giorni di festa, alle 12 non si trovavano in casa, Margherita invece ogni mattina, da quando si erano trasferiti nel nuovo appartamento, doveva subire quel fastidioso rumore. La sua reazione però era decisamente eccessiva. Perché mai l’ira divina avrebbe dovuto incenerire un povero vecchio che, a parte il rumoroso concertino quotidiano, non creava problemi al prossimo e rispettava scrupolosamente tutte le norme condominiali? Subito dopo il trasloco lo aveva incontrato un paio di volte sul pianerottolo: sembrava un signore colto e tranquillo, di certo più educato del resto dei vicini che gettavano per le scale cartacce e sigarette, lasciavano che il cane sporcasse l’ascensore, salutavano con un grugnito e nel cortile parcheggiavano sempre fuori dalle strisce.

Così, per curiosità e per spirito di contraddizione, quando il sabato pomeriggio Margherita usciva con le amiche per andare al cinema o al centro commerciale, aveva preso l’abitudine di fare visita al “nemico”, ma non troppo spesso, perché temeva di essere scoperto dalla moglie.

Se però il momento era propizio e la via sgombra, si faceva coraggio e suonava il campanello dell’appartamento accanto. Appena il Professore apriva la porta sgusciava dentro rapido come un topo, poi si affacciava un attimo per controllare che nessun occhio indiscreto avesse notato i suoi movimenti.

Al Professore D’Errico la solitudine non era mai piaciuta. Socievole di carattere, per trentacinque anni aveva insegnato letteratura tedesca all’Università, convivendo con una folla di colleghi e studenti. La vecchiaia però lo aveva privato delle usuali compagnie: la moglie era morta già da qualche anno mentre gli amici più cari e i parenti, se ancora respiravano e conservavano il ben dell’intelletto, soffrivano di mille acciacchi e raramente uscivano di casa. Per questo motivo riceveva con piacere anche le visite del nuovo vicino di casa, nonostante si comportasse in modo alquanto strano. Aveva un atteggiamento sempre circospetto, controllava se qualcuno lo seguiva, parlava a voce bassa…come se temesse di essere spiato. Probabilmente soffriva di una leggera mania di persecuzione ma, al giorno d’oggi, pensava il Professore, con  una telecamera di sorveglianza ad ogni pie’ sospinto e la possibilità di intercettare le telefonate utilizzando semplici dispositivi venduti in televisione, la sua innocua ossessione non sembrava del tutto priva di fondamento.

Così, quando sentiva il segnale convenzionale che avevano adottato di comune accordo, tre colpi di campanello, uno lungo e due brevi, correva ad aprire e faceva accomodare il suo ospite in salotto.

A secondo dell’ora, gli offriva un caffè o un bicchierino di Porto, ma niente di forte perché temeva di interferire con eventuali terapie farmacologiche.

Il vicino lavorava come funzionario in una nota banca cittadina e, nonostante la giovane età, già occupava una posizione di rilievo. Del resto si capiva subito che era dotato di una vivace intelligenza, e si teneva aggiornato non solo riguardo alle questioni d’Ufficio. Seguiva il notiziario locale e nazionale alla televisione, leggeva i giornali e si recava a tutte le riunioni condominiali. Con il Professore parlava di questioni riguardanti il palazzo, oppure commentava i fatti politici e le notizie più interessanti del giorno. Però non aveva una formazione umanistica: poteva disquisire con competenza sull’andamento dei mercati e delle Borse, ma non era in grado di sostenere una discussione di argomento letterario.

Così, dopo una mezz’ora di piacevoli chiacchiere sul più e sul meno, gli argomenti a disposizione si esaurivano e la conversazione iniziava a languire. Ma invece di accomiatarsi, come di solito accade in simili situazioni, l’ospite si sprofondava ancora di più tra i cuscini di seta del divano, rimanendo in silenzio. Il Professore, per educazione, si sentiva in dovere di continuare a parlare  ed il dialogo si trasformava in monologo: in fondo, però, non gli dispiaceva avere ancora un “pubblico”, sia pure così ristretto, disposto ad ascoltare le sue storie come un tempo, quando all’Università teneva affollate conferenze.

Bravo insegnante, Fausto era anche un abile intrattenitore. Quasi sempre esordiva prendendo spunto da uno dei numerosi viaggi che aveva compiuto in giro per il mondo, in compagnia della moglie, tra gli anni ’50 e ’70: un repertorio praticamente inesauribile. Con la stessa vivacità poteva descrivere la grigia atmosfera di Mosca ai tempi di Breznev e l’allegra vita a bordo del transatlantico con cui aveva raggiunto New York nel 1956: ricordava ancora lo stupore provato alla vista dell’impressionante skyline verticale di quella metropoli così come conservava impresso nella mente  il tetro aspetto del Muro di Berlino.

Di ogni città visitata conosceva i musei, le biblioteche, i negozi d’antiquariato, la moglie invece si lasciava attrarre dagli aspetti pittoreschi dei luoghi e lo trascinava per mercatini e suk, nei quartieri degli artisti o nei locali più alla moda. E gli aneddoti divertenti, di solito, riguardavano questa parte del viaggio.

Il professore sosteneva di non aver mai viaggiato per  mera curiosità, a parte due escursioni di genere opposto: nel deserto a dorso di dromedario per incontrare i Tuareg e al circolo polare artico per vedere, attraverso il finestrino di un vagone ferroviario, il sole di mezzanotte. Esperienze bizzarre che però avevano lasciato un segno nell’anima.

L’ospite ascoltava attento, senza fare domande. Anche lui aveva visitato gran parte delle città citate dal Professore, ma in aereo e seguendo programmi preconfezionati dalle agenzie turistiche: ora si  rendeva conto di non avere visto, in realtà, nulla.

Di tanto in tanto, per rompere la monotonia del discorso, il Professore raccontava qualche divertente storiella, oppure apriva l’album di famiglia e mostrava curiose foto di antenati garibaldini, bisnonne suffragette, prozii aviatori o cantanti d’Opera in veste di Rigoletto…prima o poi, però, inevitabilmente, il discorso cadeva sulla sua collezione di pendole.

Del resto il salotto conteneva decine di orologi di tutte le fogge e dimensioni, ignorarli era impossibile; anche in questa occasione, tuttavia, il Professore sapeva essere un brillante intrattenitore. Presentava ogni pezzo come fosse un amico di cui conosceva a menadito la biografia: citava il luogo e l’epoca della “nascita”, il nome dei “genitori”, l’orologiaio creatore del movimento e l’ebanista fabbricatore della cassa, ricordava dove si erano incontrati la prima volta e ricostruiva, con l’aiuto di un po’ di fantasia, l’avventuroso viaggio che la pendola aveva percorso prima di entrare nella collezione.

E, proprio come fossero esseri viventi, il Professore non lasciava mai sole le sue “protette”: quando partiva per un viaggio o doveva allontanarsi per motivi di salute, affidava le chiavi di casa al garzone del suo orologiaio di fiducia, perché ogni giorno effettuasse la necessaria manutenzione.

“Lo chiamo ancora Carlino, ma ormai l’apprendista dell’Orioli è due volte nonno ed ha i capelli bianchi” disse una volta al suo ospite, quasi si accorgesse per la prima volta dello scorrere implacabile degli anni. In effetti non aveva mai dato particolare importanza al tempo: collezionava orologi ma aveva la pessima abitudine di arrivare in ritardo agli appuntamenti e questa incoerenza suscitava commenti sarcastici da parte di amici e parenti, vittime della sua sbadataggine.

“Sì, Carlino è bravo – aggiunse – ma non come il suo maestro. Per fortuna l’Orioli,  benché anziano, ha ancora la mano ferma e la vista d’aquila, altrimenti le mie pendole sarebbero nei guai!”.

Una volta Fausto aveva raccontato al suo ospite la vita del cartel “ormolu” appeso sopra al divano, un sontuoso orologio rococò di bronzo dorato alto quasi un metro, pieno di foglie, piume e uccellini, che terminava, in alto e in basso, a punta. Era stato realizzato a Parigi, durante il regno di Luigi XV, dall’orologiaio Leveque per il boudoir di una nobile dama il cui stemma ornava un angolo della cassa ma, dopo qualche decennio, la Rivoluzione lo aveva sfrattato dalla sua prima dimora; venduto in gran fretta da un “emigrato” in fuga o rubato durante un saccheggio, probabilmente aveva abbellito per qualche anno l’appartamento di un facoltoso citoyen. Poi, a causa dei suoi svolazzi fuori moda, della doratura usurata, dell’imprecisione nel segnare le ore, era passato nelle stanze della servitù e quindi in una modesta casa borghese finché, un brutto giorno, il meccanismo aveva smesso definitivamente di funzionare. Con i ricci scheggiati, ingrigito e immobile come un cadavere, Fausto l’aveva casualmente scovato nel suo ultimo rifugio, un robivecchi a Nantes e, investendo pochi franchi, l’aveva salvato. Grazie alle cure dell’Orioli ed all’opera di un bravo ebanista, in poche settimane il cartel era resuscitato e da anni faceva di nuovo bella mostra di sé sulla parete dell’elegante salotto di casa D’Errico, come se nulla fosse accaduto nei due secoli e mezzo precedenti!

Questa piccola storia, in gran parte immaginaria ma plausibile, sarebbe piaciuto a Margherita, pensava il marito: faceva meditare sul senso della vita, sulle difficoltà che, dopo una caduta, si devono affrontare per tornare al punto di partenza e recuperare la propria dignità.

In effetti non aveva mai riflettuto sulla possibilità che anche gli oggetti potessero avere una specie di esistenza, qualcosa di simile ad un destino …e i carillon, quei motivetti che sembravano così odiosi, confusi nel clangore del concerto di mezzogiorno, sentiti uno per uno, non erano affatto sgradevoli, soprattutto ‘Rule Britannia’. La canzone, gli aveva spiegato il Professore, suonava per ultima perché, essendo un inno molto amato dagli Inglesi, aveva una carica di lunga durata: i maliziosi intenti derisori del vicino “maniaco” esistevano dunque solo nell’immaginazione esasperata di Margherita!

E poi c’erano gli orologi con automi: guardando quelle figurine in movimento, elaborate riproduzioni di forme umane e animali, provava un senso di stupore quasi infantile. A suo avviso la pendola più bella della collezione del Professor D’Errico era un orologio tedesco con una coppia in lite che, ogni sessanta minuti, usciva da un’aggraziata casetta e si colpiva con un matterello tante volte quanti erano i rintocchi da segnare. Sembravano lui e Margherita vent’anni dopo!

Certo l’ambiguità della situazione lo imbarazzava: per tacitare la coscienza si ripeteva che fare compagnia ad una persona sola e anziana era, in generale, un comportamento da buon cristiano e la moglie, se non fosse stata accecata dall’odio, avrebbe dovuto considerare le visite fate al vicino “opere di carità” e lodarlo piuttosto che… non osava neppure immaginare cosa sarebbe accaduto se il suo segreto legame con il “nemico” fosse venuto alla luce. Di certo Margherita non si sarebbe limitata ad usare il matterello come l’automa della pendola tedesca…

E poi trovava umiliante essere considerato in famiglia un debole perché non risolveva la questione del “concerto delle 12” ed era stanco di fingere di non dare importanza al problema per giustificare un atteggiamento tollerante che aveva ben altra spiegazione. La sorda rabbia della moglie lo preoccupava ma, pur di non turbare la vita del Professor D’Errico, era disposto anche a fare il doppio gioco e subire le occhiatacce di Margherita: imporre il silenzio alle pendole significava cancellare l’unico evento importante nella giornata di quel vecchio signore, togliere ad un uomo ormai vicino alla morte il desiderio di svegliarsi ogni mattina per ascoltare, ancora una volta, il coro delle sue “vecchie amiche” riconoscenti.  E perché poi? Cos’erano, dopo tutto, sessanta secondi di rumore nell’arco di 24 ore! E i vicini del piano di sotto che baruffavano alle due di notte per faccende di corna, e gli studenti del terzo piano sempre a festeggiare una laurea o un esame superato! Forse non disturbavano anche loro?

Il professor Fausto D’Errico, in effetti, era un pacifico docente universitario in pensione, vedovo, solo, pieno di acciacchi ma ancora mentalmente lucido. La sua unica ‘bizzarria’ era collezionare orologi, una passione che coltivava fin dall’infanzia. Già da bambino raccoglieva i cipolloni rotti buttati in soffitta e gli orologi di familiari defunti dimenticati in fondo ai cassetti: l’orologino a spilla con un’agata della bisnonna, l’orologio da ufficiale d’artiglieria del nonno, Cavaliere di Vittorio Veneto, il cronometro svizzero che lo zio, morto ad Al Alamein, aveva prudentemente lasciato a casa. I parenti, per il suo compleanno, sapevano sempre quale regalo lo avrebbe reso felice.

Raggiunta l’indipendenza economica, Fausto si era messo a frequentare i mercatini dell’usato, le fiere specializzate, le aste, i negozi d’antiquariato, arricchendo notevolmente la sua raccolta.

Poi, dopo il matrimonio, con un intero appartamento a disposizione, aveva deciso di vendere gli orologi da tasca e da polso per dedicarsi esclusivamente alle pendole. In pochi anni aveva occupato ogni angolo e muro della casa con un pezzo della sua nuova collezione: pendole da terra, imponenti come torri, Terry Clock americani degli inizi dell’Ottocento, così allegri sulla mensola del caminetto accanto alle compassate sorelle inglesi di epoca vittoriana, pendole da parete di tutte le fogge, raffinati ‘cartel’ in bronzo o in legno, ridicoli Banjo Clock made in Usa, grandi Parliament Clock inglesi e pendole economiche prodotte oltremanica nel XVIII secolo, fastosi orologi in porcellana di Meissen e persino vecchi cuckoo tedeschi, deliziosamente kitsch con i loro uccellini svolazzanti e i pesi a forma di pigna.

Elena, la moglie, all’inizio, aveva tentato di arginare l’invasione delle rivali meccaniche, ma ben presto si era arresa, ottenendo solo che nessun pezzo della collezione entrasse in camera da letto.

Per rispetto del vicinato e della moglie, Fausto aveva fatto modificare i suoi orologi in modo che suonassero, brevemente, una sola volta al giorno, alle 12 in punto, e ogni mattina, all’alba, si alzava per sincronizzare i meccanismi. Quando ancora insegnava, programmava le lezioni in modo da arrivare a casa in tempo per godersi quel piccolo concerto, dopo il pensionamento aveva preso l’abitudine di pranzare presto e attendere, seduto in salotto, lo scoccare della mezza; poi andava a riposare qualche ora sul letto. Ormai era vecchio e vivere lo affaticava, ma non rinunciava a coltivare la grande passione della sua vita: il tic tac degli orologi era per lui il battere di tanti cuori e il suono che le pendole emettevano, tutte insieme, alle 12, gli sembrava la voce di care amiche che lo ringraziavano per l’affetto con cui le accudiva. Perché Fausto, ogni giorno, spolverava con delicatezza le casse, puliva i quadranti, combatteva i tarli, eliminava le ossidazioni, correggeva ritardi o anticipi e, al  momento giusto, non dimenticava mai di ricaricare le molle. Se però scopriva un guasto meccanico non si azzardava a toccare i delicati ingranaggi che muovevano le lancette. Per guarire le ‘vecchie signore, così chiamava scherzosamente le sue pendole, occorrevano le abili mani di un vero ‘chirurgo’ come l’Orioli.

La moglie, con il tempo, aveva imparato a convivere con l’hobby del marito: lo accompagnava nei suoi viaggi in giro per il mondo alla ricercare di qualche nuovo pezzo e, per Natale, metteva sotto l’albero prodotti per il trattamento dei legni antichi, speciali spray antitarlo, vecchi cataloghi d’asta, foto e stampe d’epoca che ritraevano pendole. Ovviamente mai si era azzardata a regalare a Fausto un orologio per la sua collezione: sarebbe stato come pretendere di scegliere l’amante per un marito dongiovanni.

Raggiunta la mezza età, Elena aveva iniziato a soffrire di angina: le arterie piano, piano si erano chiuse e il chirurgo che l’aveva operata, evidentemente meno abile dell’Orioli, non era riuscito a riattivare il tic tac del suo cuore. Per il marito, più anziano di quasi dieci anni, era stato un dolore enorme ed imprevisto. Così, vedovo e pensionato, non aveva altro scopo nella vita che prendersi cura dei suoi orologi.

Anche quella mattina, conclusa la toilette delle “vecchie signore”, Fausto aveva consumato un pasto frugale e si era seduto sul divano: come ogni giorno attendeva il canto meridiano delle pendole.

Tutte le porte interne dell’appartamento erano aperte e, a mezzogiorno in punto, un’onda di rumore iniziò a diffondersi di stanza in stanza. Il consueto caos di trilli e carillon aveva però qualcosa di anomalo che non sfuggì al suo orecchio esercitato. Non si trattava del basso continuo prodotto dal batticarne della signora Margherita: nel coro mancava una voce!

Fausto riconobbe subito l’assente: era la pendola da parete inglese del 1790 che, dopo la morte della moglie, teneva appesa in camera da letto. Aveva l’aspetto lineare di un Parliament Clock da taverna, ma in scala ridotta: la piccola cassa rettangolare, priva di decori, era sormontata da un quadrante rotondo a fondo bianco che il precedente proprietario aveva dotato di un vetro di protezione, accentuando così l’anacronistica aria “Novecento” dell’antico manufatto.

Fausto possedeva pezzi ben più pregiati, cartel francesi della metà del XVIII secolo, Grandfather Clock della fine del Seicento, rari orologi con automi, ma era particolarmente legato a quella piccola pendola per ragioni sentimentali: l’avevano comprata insieme, lui e la moglie, durante il loro viaggio di nozze a Parigi, in un polveroso negozietto di bric-à-brac.

Elena se n’era invaghita perché credeva fosse un oggetto di Art Decò, il rigattiere, per alzare il prezzo, l’aveva spavaldamente spacciata per un Pub Clock di fine Ottocento, ma all’occhio fine del collezionista, nonostante i graffi, lo sporco e le ammaccature, era subito apparsa per quello che era.

Così, quel giorno, il novello sposo aveva nello stesso tempo accontentato la sua dolce metà, reso felice un commerciante ignorante  e concluso un buon affare.

Benché sembrasse una signorina della “Belle Epoque”, la pendola di Elena era comunque una “vecchietta” bicentenaria soggetta ad improvvise rotture e Fausto, per valutare il danno, si precipitò subito nella camera dove la silente stava appesa ormai da otto anni. Le lancette segnavano le sei e mezzo.

“Dovrei aver rimesso l’orario della pendola appena uscito dal letto, come ogni mattina – pensò tra sé – ma, a dire il vero, non ricordo di averlo fatto… succede così quando si diventa vecchi… eppure da giovane avevo una memoria di ferro!”

Sconsolato si mise ad osservare il quadrante e, con stupore, notò che le lancette sembravano sganciate dal perno di rotazione:

“Se sono cadute in basso per gravità – mormorò rincuorato – il danno non riguarda il meccanismo e magari potrei risolvere il problema stringendo un semplice dado.”

Era talmente turbato dall’inconveniente e confuso dal rumore del concerto in corso che non fece caso all’immobilità del pendolo, seminascosto nella piccola cassa rettangolare.

Contravvenendo ai suoi principi, Fausto decise così di provvedere da solo alla riparazione: afferrò la prima sedia a portata di mano e, senza neppure togliersi le pantofole, ci salì sopra. Aprì il gancio di ottone che serrava lo sportello del quadrante ma il vetro non si mosse, sembrava incollato. Eppure Orioli, durante l’ultima revisione non gli aveva segnalato quel difetto…il blocco doveva dipendere da qualcosa di banale, probabilmente un granello di polvere o di ruggine incastrato nella cerniera. Per vincere la resistenza del piccolo intoppo, Fausto tirò a sé con più forza il gancio: riuscì ad aprire lo sportello, ma il brusco movimento gli fece perdere l’equilibrio.

In un attimo comprese che stava per cadere all’indietro e la sua nuca, inevitabilmente, avrebbe urtato contro la spalliera del letto matrimoniale, una struttura con grossi pomelli e tondini di tre centimetri… solido ferro battuto tedesco del XIX secolo.

“Che sciocco che sono! – pensò quasi contemporaneamente – Quante volte ho letto ai miei studenti i versi in cui Goethe descrive la morte di Faust “…Der Greis hier liegt im Sand/Die Uhr steht still/ Steht still! Sie schweigtt wie Mitternacht/Der Zeiger fällt/ Er fällt! Es ist vollbracht.” *

All’improvviso avvertì come un’esplosione e la sua mente si oscurò. Tutto era già accaduto quando, trascorso qualche secondo, tornò in sé:

“Adesso capisco – mormorò, ormai agonizzante sul pavimento – la pendola funzionava, ma non segnava più il tempo di questo mondo: indicava che era giunta la mia ora.”

I vicini, nonostante il frastuono degli orologi, avevano sentito il terribile colpo prodotto dalla caduta. Pensarono subito ad una disgrazia e, mentre la signora Margherita chiamava il 118, il marito corse a suonare il campanello dell’appartamento del Professore, poi si mise a battere pugni sulla porta, urlando di aprire. Dall’interno, a parte l’usuale tic tac, non proveniva più alcun rumore. Il concerto era terminato e Fausto non poteva rispondere: giaceva immobile a terra con la testa fracassata, immersa in una pozza di sangue, e la bocca atteggiata in una specie di sorriso, come se morire lo avesse reso quasi felice. No, la vecchia amata pendola di Elena non l’aveva tradito: fino all’ultimo istante aveva segnato fedelmente, attimo per attimo, il tempo della sua vita.

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J.W Goethe, Faust, vv, 11593-94

Mefistofele :.. Il vecchio è qui disteso  sulla sabbia!/ L’orologio si ferma –

Coro: Si  ferma! È silenzioso come la mezzanotte./ La lancetta è caduta* –

Mefistofele:  E’ caduto! Tutto è compiuto.

*All’epoca in cui si svolge il Faust gli orologi avevano solo la lancetta delle ore: la lancetta caduta segna dunque le sei. Solo grazie agli studi di Galileo sul pendolo si realizzarono i primi orologi con due lancette.

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Rosanna Bogo