Nonno Biagio era sempre il primo a fare colazione; non che avesse particolarmente fame, la mattina: conduceva una vita molto tranquilla, vista l’età, ma la notte dormiva poco e quel primo pasto della giornata serviva a tenerlo impegnato e a fargli passare il tempo; si svegliava nel cuore della notte, dopo poche ore di sonno e se ne stava buono, buono, cercando di non muoversi per non far rumore e svegliare figli e nipoti.

In quelle lunghe ore di attesa pensava e nella mente gli passavano i tanti fatti della sua vita, le storie della sua famiglia ma soprattutto andava indietro nel tempo a quando era giovane e aveva lavorato, e duramente, per il sant’uomo; ora le ossa gli facevano male e si muoveva a fatica ma quanta strada aveva fatto, a piedi, accanto a lui, in giro per mezzo mondo!

I figli e i nipoti e anche i bisnipoti più piccoli lasciavano che fosse il  nonno a cominciare la colazione, per fargli scegliere prima di tutti quello che preferiva: tutti lo rispettavano, per la sua età, per la sua saggezza e perché aveva accompagnato il sant’uomo; Biagio masticava piano, i pochi denti rimasti erano tutti usurati e quel pasto per lui era una cosa lunga ma questo gli permetteva di fare due chiacchiere con la famiglia, che si trovava riunita in più di una generazione.

“Beato te che sei giovane” fece a un nipote (o era un bisnipote? Non se lo ricordava con precisione) “guarda che bella vita fai. Senza nessun merito, tutte le mattine eccoti la pappa pronta!”

“Ma babbo dice che presto faranno lavorare anche me, chissà dove dovrò andare e a fare che cosa. Se va bene, mi toccherà fare l’aiutante a un muratore, con pietre e mattoni e sabbia da portare avanti e indietro tutto il giorno” si lamentò, con voce piagnucolante, il giovane.

“Magari farai invece il garzone di un acquaiolo, le otri sulla schiena e via, tra la sorgente e le casette sparse in questa campagna” lo rincuorò il nonno “ad ogni fermata il carico ti si alleggerirà un poco e il viaggio di ritorno lo farai senza nessun peso, come fosse una passeggiata.”

“Perché non dovrebbe andare a lavorare con un ortolano, nonno”, chiese la mamma, preoccupata per la sorte del suo ‘piccolo’, “a consegnare zucchine e insalate al mercato, dove potrebbe starsene fermo e tranquillo a riposare per delle ore per poi tornare indietro con magari un po’ di verdurine avanzate da mangiare tutte per sé.”

“Uno di questi ragazzi finirà piuttosto aiutante di un beccaio, con quarti di bue o tagli di maiale sulle spalle, e sarà sempre sudato e sporco della polvere della strada e del sangue delle bestie che gli cola addosso” intervenne, a bocca piena, un altro dei nipoti (o era uno dei suoi figli? Biagio non era proprio in grado di dirlo).

“Il tuo ragazzo finirà col trasportare la minestra ai soldati nei campi di battaglia” motteggiò acido un altro componente della grande famiglia “e quando avranno finito la minestra, se le cose andranno male, si mangeranno anche lui.”

“Stai zitto, stupido” rimbeccarono subito un paio delle figlie (o delle mogli dei figli?) “o che son cose che si dicono a un giovane? Non ci sono mica tutti i giorni le guerre e a noi alla guerra non ci manderebbero di certo!”

“E pensare che ai miei tempi, lassù, si viveva di stenti e di bastonate. Siete fortunati, voi. Me li ricordo io, i miei vecchi, carichi di legna andare avanti e indietro finché avevano fiato, col padrone che li picchiava se rallentavano o cascavano sotto il peso!”

E, mentre parlava, il vecchio Biagio indicava verso la montagna, verde scuro, che si stagliava oltre la casa, oltre il prato, oltre il bosco che avevano davanti.

“Era un posto bello, ma il lavoro era tanto e duro, lì. Non vi lamentate, voi fate tutti una bella vita.”

“Su quel monte – riprese il vecchio, seguendo i suoi pensieri – c’erano delle caverne da cui uscivano dei fumi, degli odori così pestiferi che qualcuno c’è addirittura morto dopo averli respirati, un po’ come una delle bocche dell’Inferno, dove vanno a finire tutti gli uomini peccatori. Il sant’uomo ne parlava sempre, dell’Inferno..”

“Il nonno riattacca con la storia del sant’uomo, uffa, non se ne può più, sempre la stessa solfa.” Si lamentò, a bassa voce e a bocca piena, uno dei ragazzi.

Il nipote (o era un bisnipote?) fu però zittito da un veloce calcio appioppato ben bene da un dei figli (o era uno dei suoi nipoti?) più rispettosi.

“Il sant’uomo sapeva tante cose e le aveva lette sui libri ed ero io che portavo i suoi libri.”

“Li portavi ma non li hai letti!” si sentì un commento di uno dei giovani.

“Non li ho letti perché non so leggere e neanche tu, zuccone, sai leggere; di voi, razza di bestie che siete, nessuno sa leggere! Ma il sant’uomo sapeva leggere e in lingue che pochi altri conoscevano, in latino, s’intende, come i preti ma anche in altre che adesso non mi ricordo. E  leggeva e scriveva e parlava, parlava…”

“Parlava a tutti, la gente si riuniva nelle piazze e si faceva un gran silenzio; all’inizio le sue parole erano semplici e qualcuno lo interrompeva, motteggiando come fate voi, stupidi ragazzetti. Poi però, piano, piano, coi suoi racconti, coi suoi esempi, li legava tutti. Io ero lì vicino e lo sentivo e spesso vedevo anche le reazioni di tutta quella folla.

Certe volte, sapete, erano qualche decina di persone, qualche altra saranno state migliaia: e come lo ascoltavano, come pendevano dalle sue labbra, che racconti ed esempi sapeva narrare!

E non parlava mica in latino, che non lo capisce nessuno, ma nella lingua della gente, e se doveva dire ‘pisciare’, diceva ‘pisciare’, mica si vergognava; la gente rideva, ma capiva il senso delle sue parole. E quando scioglieva quelle riunioni, andavano tutti in chiesa, si perdonavano l’un l’altro vecchi rancori, si abbracciavano in lacrime, nei paesi dove era chiamato a parlare si stendeva un velo di pietà, di compassione e di amore. Perché andava dappertutto, dove lo chiamavano, dove c’erano uomini in dissidio e guelfi e ghibellini e fazioni varie, non importava. Lui portava la parola e con la parola acquietava, pacificava, metteva d’accordo, faceva riparare i torti, aggiustava.

E io ero sempre con lui, con tutte quelle pergamene che mi faceva portare in giro e che gli servivano a trovare gli esempi, il modo di parlare, gli argomenti pro e contro per i discorsi che voleva fare e su quei libri c’erano le storie della Bibbia, dei Profeti e di Gesù e i Vangeli domenicali e i sermoni e il libro dell’Apocalisse con le sue note e i salteri e tanti altri di cui non so neanche il nome, pur avendoli portati avanti e indietro per lui durante tutti i nostri spostamenti.”

“E le parole su certi libri le metteva anche lui. Tirava fuori da una scatolina certi pezzi di vetro colorato, come quelli che ci sono nelle finestre delle cattedrali… ma che ne volete sapere, voi, non l’avete mai vista, una cattedrale… e si metteva questi vetri a cavallo del naso e apriva alcuni dei libri che io gli portavo, e poi leggeva le parole che c’erano scritte e poi con uno stecco scriveva le sue parole su un altro libro e così fino a che non aveva finito di leggere le cose che studiava. E qualche volta scriveva le sue parole addirittura accanto alle parole che c’erano nei libri, che deve essere senz’altro un’opera difficile da fare.”

Il vecchio Biagio, quando cominciava a parlare del sant’uomo si trasformava, quasi che fosse lui, adesso, lì davanti alla piccola folla della sua famiglia, a sermoneggiare e dar lezione a quegli zucconi che si erano, ora, tutti ammutoliti.

“Ero con lui, quella volta, a Collemaggio, quando in piazza sulla sua testa comparve la stella. Ci credereste? I cittadini gli avevano preparato una specie di bancone su cui era salito per parlare e farsi sentire anche ai più lontani nella piazza e lui parlava già da un po’ e tutti lo ascoltavano in silenzio. Che spettacolo era! lui così magro e allampanato ma con quella voce che rimbombava e faceva eco sulle mura dell’abbazia e delle case della piazza, e loro tutti zitti, zitti, a contarsi i peccati, a frustrarsi l’anima. E poi, all’improvviso, qualcuno cominciò a bisbigliare, il silenzio si interruppe, il brusio si sparse per la piazza e fu tutto un “Mira!” “Mira!”, gli uni che invitavano gli altri a contemplare una stella fulgentissima che si era accesa, sopra il pulpito del sant’uomo, in pieno giorno e allora tutti si misero in ginocchio lì, per terra, con un rumore di mille ossa spezzate; lui non se ne era accorto subito, si meravigliava della meraviglia degli uditori e studiava d’indagare cosa cercassero, finché poi qualcuno aveva alzato un braccio a indicare e anche lui aveva visto la stella; allora, senza perdersi d’animo, aveva ripreso il suo discorso e cambiato le parole che voleva dire e li aveva portati ancor di più dalla sua parte. Uno spettacolo che solo chi ha avuto la fortuna di vederlo può capire quanta emozione abbia dato. E se ne parlò a lungo, fu uno dei tanti miracoli che lo hanno seguito per tutta la vita.”

Figli, nipoti e bisnipoti si erano ammutoliti, il vecchio Biagio li aveva trascinati, portandoli a sentire le stesse emozioni che aveva vissuto lui tanti anni prima.

“E lui che aveva detto, poi, del miracolo, nonno?”

“Lui era rimasto sorpreso, ne parlò a lungo con i suoi fedeli compagni e anche con me: non si sapeva spiegare come messer Domineddio lo avesse voluto segnare in questo modo. Ché già c’era Francesco, e quello sì che era un Santo, diceva, ma io che meriti ho? Sono un dottore in legge (che io non so però cosa sia) e parlo alla gente per portare le pecore nell’ovile del Padre, perché non le azzannino i lupi o, peggio ancora, perché non si mordano tra loro, ma io che meriti ho? I miei genitori erano ricchi, ho sempre vissuto bene e agiato, a che questo segno che Lui mi ha voluto dare?”

“E nelle sue prediche successive mai, mai ne fece parola, e a chi poi gli chiedeva di raccontare l’episodio, non rispondeva neppure, per quanto grande e potente potesse essere la persona che si trovava davanti.”

“E tu c’eri anche quando morì, nonno?” si intromise un piccoletto che prendeva la parola per la prima volta, infiammato dal racconto del vecchio Biagio.

“Certo che c’ero, dove volevi che fossi? Non andava da nessuna parte, senza di me! Stava male, da tanti anni stava male. Aveva dei disturbi di pancia terribili, io lo so meglio di tutti, gli ero sempre vicino quando ci si spostava da un paese all’altro. Ogni poco chiedeva scusa alla piccola carovana, si doveva fermare, si appartava dietro un albero o un cespuglio e liberava il corpo da quello che lo imbarazzava. E diventava sempre più debole.”

A questo punto qualcuno dei nipotini fece delle battute volgari, rompendo quella atmosfera impregnata di santità che il nonno aveva creato.

“Nonno“ lo interruppe una nipote per rimproverarlo “ma raccontare certe cose davanti ai ragazzi… Non sta mica bene, di un sant’uomo, poi!”

“Ma lui mica se ne vergognava, che credi! Anzi, una volta, e si era in Piazza a Siena, pensa un po’, lo disse davanti a tutti, durante una predica: “Ieri sono andato di corpo ventinove volte, ero più morto che vivo e non credevo di riuscire a parlare davanti a voi, oggi…”

I più giovani non si trattennero più, giù a ridere e a far confusione alle parole del nonno.

“… ma poi era come resuscitato e, gagliardo come un leone, si era erto sul pulpito davanti alla folla che lo ascoltava rapito, a parlare del bene e del male, conquistandoseli tutti!”

“E poi, alla fine, volle tornare ad Aquila, chissà, in tutti quegli anni deve averci ripensato tante volte, alla stella; si era convinto, lo diceva durante il suo ultimo viaggio, da quando partimmo da Massa Marittima, che era lì che doveva andare a morire, lontano da dove era nato, ma vicino a dove messer Domineddio gli aveva dato un segno.”

“E quando arrivò, stremato, vicino ad Aquila, disse ai suoi frati che voleva entrare in città con me perché, scherzò, s’era accorto che quando si arrivava da qualche parte insieme riceveva più onori e che ero io la causa prima delle festose accoglienze che gli venivano tributate nelle diverse città! E fu così che lo accompagnai, anche in questo ultimo viaggio.”

“Ma ci dovemmo fermare nel paesello di San Silvestro, poco fuori la città, per poi prender ricovero nel convento di San Francesco e fu proprio lì, il 20 di Maggio, vigilia dell’Ascensione, che il sant’uomo morì.” Nel dire questo Biagio s’era voltato, due lucciconi gli scorrevano giù dagli occhi e non voleva farli vedere alla famiglia: mosse qualche passo, lento, allontanandosi per restarsene un po’ da solo.

“Quando il babbo fu rimandato qui a Siena, lo sapete – proseguì uno dei figli maggiori, rivolto ai più giovani del gruppo – gli fecero riportare anche tutti i libri, qui, dai buoni frati della Capriola, che da allora lo ospitano quasi in venerazione e danno generosamente vitto e alloggio a tutti noi, che siamo la sua famiglia.”

“E da allora siamo tutti qui”, concluse, rapidamente, commosso anche lui.

“Chissà cos’ hanno queste bestie, stamani, mi sembrano più agitate del solito. Tutte le mattine stanno lì, alla mangiatoia e finché Biagio non ha preso a mangiare loro non mettono in bocca un filo d’erba. Sembra quasi che si siano messi a far capitolo, o di che parleranno mai?”

“O fra’ Gaudenzio, era san Francesco che parlava alle bestie, mica le bestie che parlavano a lui! Che vorresti, che quei somari si raccontassero qualche storiella morale?”

“No, fratello Marco, ma non ti sembra strano questo modo che hanno di riunirsi, tutte le mattine? Li hai mai visti degli asini che si comportano così?”

“Per averli visti, non li ho mai visti, ma il nostro Biagio è un asino speciale, portava i libri di San Bernardino e spesso gli toccava portare in groppa anche il Santo, che per fortuna era magro, magro! Qualcosa gli avrà pure trasmesso, a quella bestia. Conosco tanti uomini che son più bestie di lui, tu no?!”

“Anzi, fai una cosa, visto che Biagio ormai mastica male con quella bocca sdentata che ha: prendi un po’ di carote, spezzettale bene e fa’ che le mangi tutte, che messer Domineddio lo mantenga sano e tra noi quanto più a lungo possibile, ché non sono sicuro che per gli animali un Paradiso, di là, ci sia.”

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Dr J. Iccapot