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I segnalibri di Sant'Agostino

Il 28 Agosto la Chiesa Cattolica festeggia Sant'Agostino. Noi abbiamo preparato dei segnalibri, utilizzando l'opera di Simone Martini. Potete scaricarli dall'area di download.

 

Archivio per maggio 2010

L’acceleratore

Che macchina fantastica. Adesso vado da quella stronza e vedrai che tornerà con me. Mio padre mi ha fatto proprio un gran regalo. Cioè poi gli renderò i soldi, è naturale. Questo è soltanto un prestito. Con lo stipendio della caffetteria di questa estate…gli rendo tutto. Le piacerà un casino e tornerà con me. Lei non può stare senza di me.

Togliti nonno. Torna a casa. Vai a coltivare il tuo orto. Levati dalle palle.

Basta ora ti sorpasso, m’hai proprio rotto.

Acceleratore a tavoletta, curva cieca, pochi metri dal sottopassaggio autostradale, inizia il sorpasso, un camion sull’altra corsia, una curva per evitarlo.

Ah! tutta colpa di quel vecchio…comunque è andata bene, ho evitato quel tir e ho sorpassato quel vecchio. Mi sembra di volare, in pochi minuti sono da lei.

Un’altra curva, l’incrocio a destra e poi il cortile della sua villetta. I suoi genitori sono come sempre in giardino a giocare col cane. Sua sorella sarà in giro. La sua macchina è parcheggiata là. La chiamo e scenderà di corsa e mi abbraccerà.

~

Quando l’ambulanza arrivò, Mattia era ormai privo coscienza, adagiato sull’airbag della sua Audi TT, senza cintura di sicurezza, schiantato all’entrata del sottopassaggio autostradale, a pochi chilometri di distanza da casa dei suoi genitori, col piede ancora su un acceleratore ormai esanime.

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Juan

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Sailing to Byzantium – 4


Quarta Parte.

Qui la Terza Parte.

Coriolano uscì dallo Studio Traini quasi allegro. Si sentiva stranamente sollevato:

“E’ ovvio che sia così – pensò con amara ironia – il più è fatto, ora non resta che recidere lo stame, come avrebbe detto la professoressa Pollini, la mia vecchia insegnante di greco”. Si avviò quindi verso casa con l’animo fermo di un Ciro Menotti o un Cesare Battisti.

Era da poco rientrato nel suo appartamento quando, nonostante il baccano proveniente dal piano superiore, sentì squillare il telefono. Rispose di malavoglia: solo un rompiscatole poteva essere così maleducato da telefonare, all’ora di cena, in una casa di gente perbene.

“Sei tu, Marcantonio?” Coriolano riconobbe subito la voce di Carlo Traini. Sembrava agitato.

“Sì, certo. C’è qualche problema con il testamento?”

“No, no, stai tranquillo, ma mio padre ti vuole vedere. E subito, qui, a casa nostra. Ti ricordi dove abitiamo, vero?”

“Certo – rispose Coriolano, stupito dall’invito. Come poteva non ricordare la magnifica villa dei Traini e l’immenso giardino in cui aveva trascorso tanti pomeriggi studiando, ma anche giocando a tennis, con l’amico Carlo ed il fratello maggiore, Nicola – se è cosa veramente urgente arrivo in mezz’ora”.

Quando giunse alla villa il cancello era aperto e Carlo lo attendeva davanti al portone. Insieme entrarono nella grande biblioteca che, da sempre, era lo studio privato di don Casimiro.

Il vecchio notaio sedeva, al solito, nella sua maestosa poltrona di marocchino davanti alla scrivania di mogano che aveva ereditato dal bisnonno, ministro di “Franceschiello”, l’ultimo re di Napoli. La mano sulla fronte, fissava senza espressione una scacchiera posata sul piano di cuoio verde, evidentemente stava giocando una partita con il figlio, e non degnò di uno sguardo il suo ospite. Carlo, con un cenno, fece accomodare l’amico su un divanetto: in simili situazioni, in casa Traini, si doveva aspettare in reverente silenzio. Dopo qualche secondo, don Casimiro sollevò un alfiere e lo piantò sulla tavola da gioco con un colpo secco, esclamando “Scacco matto”.

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Rosanna Bogo

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Scrittori che leggono – 1

Gli scrittori rappresentati nell’atto di leggere, questo il tema del post.

Nei primi due casi si tratta di immagini di fantasia, negli altri di rappresentazioni realizzate dal vivo. Per la statua di Erasmo, si tratta del rifacimento di una precedente in pietra, di poco successiva alla morte dello studioso di cui sono noti numerosi ritratti per cui posò.

Benozzo Gozzoli, S. Agostino legge le epistole

Benozzo Gozzoli, S. Agostino (354-430) legge le epistole di San Paolo

van Eyck, San Girolamo nello studiovan Eyck, San Girolamo (347-420) nello studio

Hendrick de Keyser, Desiderius ErasmusHendrick de Keyser, Desiderius Erasmus (1436-1566)

Maurice Quentin de la Tour, Voltaire.jpgMaurice Quentin de la Tour, Voltaire (1694-1778) nel 1736

Jean-Honoré Fragonard, DiderotJean Honore Fragonard, Diderot (1713 – 1784) nel 1769

Joshua Reynolds, Samuel JohnsonJoshua Reynolds, Samuel Johnson (1709 -1784) nel 1775

Joshua Reynolds, Giuseppe BarettiJoshua Reynolds, Giuseppe Baretti (1719 -1789) nel 1773

John Opie, Mary Wollstonecraft.jpgJohn Opie, Mary Wollstonecraft (1759-1797) nel 1791 [la madre di Mary Shelley]

Gustave Courbet, Charles BaudelaireGustave Courbet, Charles Baudelaire (1821-1867) nel 1848

Ilja Efimovitch Repin, Lev TolstojIlja Efimovitch Repin, Lev Tolstoj (1828-1910) nel 1891

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fuchs

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Ma ora devo andare

Ora devo andare, faccio asciugare queste poche righe e poi chiudo il quaderno: la suora viene a  riprenderlo tutte le sere, prima di portarmi in camerata e non ha la pazienza di aspettare che finisca di scrivere. Perde tutte le sere troppo tempo con me, mi dice sempre, perché vuole che mi lavi via bene le macchie di inchiostro dalle mani. Io non posso farci niente, per le macchie: non voglio scrivere con una biro o con uno di quei pennarelli con l’inchiostro gel; voglio scrivere solo con la mia penna stilografica e con le cartucce d’inchiostro blu Florida. O con la mia penna e col mio inchiostro blu o niente, non scrivo.

Quando scrivo sono rapidissimo, se ne ho voglia in un giorno riempio un intero quaderno; scrivo velocemente perché le parole mi escono tutte insieme dalla testa e devo copiarle prima che scompaiano e allora non sto molto attento, passo le mani sulle parole, il foglio si macchia e si macchiano anche le mani. Ma non fa niente, non posso fermarmi perché le parole non mi aspetterebbero, lo so. Sono lì pronte a fuggire via, come i miei pensieri; se mi fermo non mi ricordo nulla e le parole non ci sono più. E quando l’inchiostro finisce, sono guai, devo cambiare subito la  cartuccia, quella vecchia la butto per terra; si macchia il pavimento e la suora poi si arrabbia, ma non m’importa. Quando ricarico la stilografica anche le pagine si macchiano, le uso per asciugare l’inchiostro che esce in più, sono piene di ‘sbafature’, ma io continuo a scriverci sopra, altrimenti le parole vecchie che ho scritto non troveranno più quelle nuove che mi escono ora dalla testa e faranno una grande confusione e io non voglio che ci sia confusione nelle cose che scrivo nel quaderno. Le parole che mi escono dalla testa devono stare tutte lì, senza perdersi, non importa per il quaderno e non importa per la suora.

La suora mi porta in bagno e riempie il lavandino di acqua bollente, mi mette giù le mani a forza e me le lava col detersivo e la spazzola per il bucato; qualche volta deve ripetere l’operazione due o tre volte e le mie mani bruciano, anche il detersivo me le fa bruciare, ma io resisto perché le mani, nell’acqua e nel detersivo, ce le mette anche lei. Qualche volta quando usa troppo la spazzola, mi fa male e mi esce un po’ di sangue dalle unghie, ma di solito no, perché ci sta attenta e sa che il giorno dopo non ce la farei a seguire sul quaderno le parole che mi escono dalla testa e allora mi metterei a urlare e darei fastidio a tutti, anche a lei, e mi dovrebbero portare a letto e legarmi ma la superiora tratterebbe male anche lei, una volta l’ho sentita, e la suora questo non lo sopporta.

Appena lavato, la suora mi accompagna in camerata e mi fa andare a letto; mi sequestra il quaderno e lo mette dentro la tasca del suo grembiale bianco; domani mattina, dopo la colazione, me lo ridarà; io però non ci ritrovo mai quello che ho scritto il giorno prima. Lei dice sempre che è un quaderno nuovo, che quell’altro l’ho finito e che l’ha dato al dottore: io penso invece che faccia di tutto per non farmi ricordare quello che ho scritto o forse al dottore piace quello che scrivo e se lo vuol tenere per sé. Ma una volta la suora mi ha detto che il mio agente era contento del mio lavoro e che i miei cugini avrebbero continuato a pagare la retta per farmi stare qui dentro e che mi avrebbero fatto avere sempre dei quaderni nuovi e tanti lapis colorati e gomme: lo sanno che mi piacciono, li tengo tutti nel cassetto della scrivania, con gli appunta lapis di metallo, quelli tedeschi, mica quelli cinesi, e nessuno me li porta mai via.

Quest’oggi però non è andata tanto bene, ho scritto solo qualche paginetta: la suora sarà scontenta e domattina non mi farà mangiare il budino al cioccolato ma spero di dormire bene, stanotte, e di fare tanti sogni, così che domani li potrò scrivere tutti e far contenta la suora, il dottore e i miei cugini.

Ora prendo la pasticca gialla e mi metto a dormire.

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fuchs

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Sailing to Byzantium – 3


Terza Parte.

Qui la Seconda Parte.

Casimiro Traini discendeva da una nobile stirpe di magistrati calabresi: notai, avvocati giudici che avevano servito fedelmente i Borboni e poi, loro malgrado, i “Piemontesi” e la Repubblica.

Ormai era un anziano signore leggermente claudicante ma, anche appoggiato al suo inseparabile bastone, conservava l’aspetto imponente ed autorevole di un tempo. Indossava sempre eleganti doppiopetto di sartoria e portava i candidi capelli, insolitamente lunghi, sciolti sulle spalle: già al primo sguardo la sua figura enigmatica incuteva una strana soggezione, nel secolo di Mesmer si sarebbe detto un uomo dotato di “magnetismo”.

In campo professionale godeva ancora di molta considerazione, i colleghi però lo consultavano solo quando si trovavano di fronte a veri e propri rebus ereditari perché esigeva notule astronomiche; in famiglia, da sempre, ogni suo desiderio era un ordine.

Coriolano non lo incontrava da anni: si erano visti in occasione del funerale della moglie, poi in Studio per la successione e, qualche tempo dopo, per regolare alcune pendenze lasciate in sospeso dal defunto zio Achille. Coriolano di testamento, con lui, non aveva mai parlato, del resto aveva un’unica erede, ma da quando si era messo in mente di farla finita avvertiva la necessità di lasciare tutto in ordine, un desiderio quasi ossessivo di stabilire minuziosamente cosa dovesse accadere dopo la sua dipartita.

“E’ un’idea sciocca – si era ripetuto per giorni – che m’importa del “dopo”! quando sarò cadavere per me il mondo smetterà di esistere”, però, alla fine, aveva deciso di chiedere un appuntamento con il vecchio notaio Traini: ora, da vivo, poteva ancora decidere qualcosa, influire nel bene o nel male sull’esistenza degli altri e non voleva rinunciare a quest’ultima opportunità di agire, benché post mortem.

Quando si trovò faccia a faccia con don Casimiro Coriolano, come al solito, iniziò a balbettare.

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Rosanna Bogo

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At the Post Office

(Pastiche in salsa Campanile)

La scena si svolge in un Ufficio postale. Una lunga fila davanti all’unico sportello aperto.

Prima signora: “Credo che adesso tocchi a me.”

Seconda signora: “Prego signora, lei è arrivata dopo.”

Prima signora: “Guardi che non ho l’abitudine di saltare la fila. Sono una persona civile, io.”

Seconda signora: “E chi dice il contrario! però adesso tocca a me.”

Impiegata allo sportello: “Allora, vi siete messe d’accordo? C’è gente in fila che aspetta.”

Prima signora (più rapida a raggiungere lo sportello): “Devo ritirare una raccomandata spedita a mio marito da Viterbo, questo è l’avviso. Sono la signora Panti.”

Seconda signora: “Un momento, ioo sono la signora Panti e quella raccomandata da Viterbo è diretta a mioo marito.”

Impiegata allo sportello: “Beh, allora, signore Panti, a chi devo dare questa raccomandata da Viterbo?”

Prima e seconda signora (all’unisono): “A me!”

Prima signora: “Adesso però basta, ogni bel gioco dura poco! Io sono la signora Panti e questo (estrae dalla borsa una fotografia) è il mio legittimo consorte, il signor Panti.

Seconda signora (emette un urlo e si porta le mani alla faccia): “Cielo! Ma quello è mio marito!”

Signore in fila: “E’ evidentemente un caso di bigamia! Io sono un avvocato e ho una certa pratica di situazioni del genere. Prima si crede di avere trovato l’amore della vita, poi si incontra un’altra donna, ma non si ha il coraggio di rompere il vecchio legame, anche per i figli. Si sa, l’uomo è cacciatore. Comunque i bigami dimostrano se non altro un certo rispetto per la forma.”

Prima signora: “Ma quale forma! Non posso credere che mio marito mi abbia ingannata fino a questo punto!”.

Seconda signora: “Quando torno a casa lo sistemo io quel porco!”

Prima signora: “Come si permette di chiamare porco mio marito!”

Seconda signora: “Guardi che io a mio marito do del porco come e quando voglio, stai a vedere che devo farmi autorizzare da un’estranea.”

Prima signora: “E io non glielo permetto! Mio marito è una persona irreprensibile!”

Signore in fila: “Certo, ha solo una moglie di troppo.”

Prima signora: “Sì, ed è di certo questa donna (indica la Seconda signora). E’ lei l’adultera.”

Seconda signora: “Brutta strega!” (si avventa contro la Prima signora, segue un tafferuglio).

Entra una pattuglia di polizia chiamata dall’impiegata allo sportello.

Primo poliziotto: “Fermi tutti, che sta succedendo?”

Impiegata allo sportello: “Le due signore si accapigliano per un uomo.”

Secondo poliziotto: “Vergogna, due signore così a modo che si contendono l’amante.”

Prima signora: “Come si permette, agente. Noi stiamo discutendo a causa di nostro marito.”

Primo agente: “Ah, non avevo capito. Mostratemi i vostri permessi di soggiorno.”

Prima signora: “Non comprendo di cosa stia parlando.”

Secondo agente: “Si, insomma, se vostro marito è poligamo verrete di certo da un paese dove si pratica la religione mussulmana, quindi siete extracomunitarie.”

Seconda signora: “Lei dà i numeri, mio nonno era cavaliere di Vittorio Veneto!”

Prima signora: “E nella mia famiglia vantiamo monsignori e badesse di specchiata fede cattolica.”

Signore in fila: “Ritengo mio dovere collaborare con le forze dell’ordine chiarendo la questione da un punto di vista legale: il marito delle due signore non è mussulmano, è bigamo.”

Primo agente: “Ma si tratta di una situazione illegale: siamo in presenza di un reato!”

Secondo agente: “Signore, declinate le vostre generalità e l’indirizzo, prego.”

Seconda signora: “Rosa Bardelloni in Panti, Via delle Magnolie 2.”

Prima signora: “Che vergogna, pensare che la mia famiglia non ha mai avuto a che fare con la polizia! Sono la signora Anna Ganci in Panti ed abito in Piazza dell’Unità al numero 18. E’ una villetta, state attenti al cane in giardino, con gli estranei è aggressivo.”

Primo agente: “Vado a prelevare il reo al suo domicilio, proverò a casa dell’una e dell’altra delle sue mogli.” (esce per andare a prendere il marito)

Seconda signora: “Che porco, mi faceva vivere in un appartamentino e all’altra aveva messo su la villa.”

Prima signora: “Insomma, la smetta di insultare mio marito!”

Seconda signora: “So io cosa mi ha fatto passare quel gran vigliacco! E le umiliazioni che ho dovuto sopportare: non avevamo i soldi per dare da mangiare ai nostri figli e lui manteneva il cane della signora!”

Prima signora: “Guardi che io vengo da una famiglia benestante, non ho bisogno del denaro di mio marito.”

Seconda signora: “Ah ecco perché l’ha sposata, per i soldi. Perché quanto a bellezza…”

Prima signora: “Ha parlato Miss Mondo!”

Seconda signora: “Megera.”

Prima signora: “Mantenuta.” (si accapigliano nuovamente)

Entra il primo agente con due uomini, chiaramente gemelli.

Primo agente: “Calma signore mie! Tutto è chiarito, i mariti sono due, Renato e Roberto Panti.

Renato Panti (rivolto alla Prima signora, sua moglie): “Sono così dispiaciuto per questo contrattempo, Anna carissima. Non ti ho parlato di Roberto perché non siamo mai andati d’accordo e, dopo la scomparsa dei nostri genitori, ho smesso di frequentarlo.”

Roberto Panti (rivolto al fratello): “Sì, anch’io ho cercato di dimenticarti; non sapevo neppure che tu abitassi in città, per me potevi essere morto.”

Prima signora: “Ma la raccomandata…”

Impiegata: “In realtà le raccomandate erano due, non me ne ero accorta.” (consegna ai gemelli le rispettive lettere).

Renato Panti: “Viene da un notaio di Viterbo. (apre la busta) Ci comunica il decesso del caro zio Taddeo…

Roberto Panti (legge la sua lettera): “Sì, vedo che ti ha lasciato il palazzo in città, a me invece è toccato il podere, tre striminziti ettari di sassi. Non mi ha mai potuto vedere, quel vecchio rimbambito.”

Renato Panti: “Zio Taddeo non era affatto rimbambito.”

Roberto Panti: “Sì rimbambito ed anche carogna. Come te!”

Prima signora: “Come si permette di insultare mio marito.”

Roberto Panti: “Si, rimbambito, rimbambito.”

Prima signora: “Lei è un cafone.”

Roberto Panti: “Ma stai zitta, bertuccia.”

Renato Panti (avventandosi contro il fratello): “Non rivolgerti così a mia moglie, è una signora, non una pezzente come la tua.”

Seconda signora: “Pezzente sarà tua sorella, deficiente” (schiaffeggia Renato Panti, ma è aggredita dalla Prima signora, accorsa in difesa del marito; anche Roberto Panti cerca di colpire il fratello.)

Primo agente (al secondo agente): “Presto, chiama  i rinforzi!”

Vecchia signora in fondo alla fila: “Ma allora questa fila scorre o no!!!”

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Rosanna Bogo

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Sailing to Byzantium – 2


Seconda Parte.

Qui la Prima Parte.

Il notaio Casimiro Traini era un vecchio di più di ottanta anni e, da tempo, aveva ceduto il suo Studio al figlio Carlo. Saltuariamente però esercitava ancora la professione, soprattutto se si trattava di accontentare la richiesta di clienti di vecchia data e, da oltre mezzo secolo, don Casimiro curava le questioni immobiliari ed ereditarie della famiglia del Professore. In certo senso conosceva vita, morte e miracoli dei Coriolano: si era occupato della cessione delle proprietà di famiglia al paese, dell’acquisto e della vendita di vari appartamenti in città, della successione dei nonni e dei genitori di Marcantonio e solo grazie alla sua abile mediazione la complessa causa ereditaria dello zio Achille si era risolta positivamente e fuori dalle aule dei tribunali. Ma questa era una faccenda a parte: si trattava di ripagare un grosso favore che il capitano Achille Coriolano, esperto alpinista per niente intimorito dai ghiacci della steppa, aveva fatto all’imberbe sottotenente Traini durante la ritirata di Russia. Tra notaio e cliente esisteva dunque, in questo caso, un legame che andava ben oltre  il semplice rapporto professionale.

Anche Carlo Traini, il figlio di don Casimiro, conosceva bene quel cliente ‘storico’ dello Studio: ai tempi del Liceo avevano condiviso lo stesso banco per cinque anni.

Il giorno stabilito Coriolano si presentò allo Studio in perfetto orario ed entrò da solo nella sala d’attesa: conosceva la strada. In più di un’occasione aveva passato in quella stanza interminabili minuti con le lacrime agli occhi per la recente morte di un familiare, fissando il curioso paesaggio fiammingo appeso sopra il caminetto, pieno di piccoli personaggi intenti alle più svariate attività. Avrebbe potuto descrivere ad occhi chiusi i quadri appesi alle pareti, il tappeto bukara su cui poggiava i piedi, la pesante tenda color panna con mantovana cremisi da cui filtrava una luce soffusa, i mobili massicci che lo circondavano. Nulla era mutato in cinquant’anni.

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Rosanna Bogo

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In fila

Quando il signor S. arrivò sulla spianata, si trovò immerso in una densa foschia luminescente: decise di camminare in direzione della zona dove il chiarore sembrava più intenso; del resto non aveva altri punti di riferimento e, da quella parte, sentiva provenire un brusio confuso e un rumore come di piedi strascicati. Forse era una specie di punto di raccolta.

Non sapeva con certezza in che luogo si trovasse, ma una supposizione ragionevole, tra sé, l’aveva già formulata:  l’ultima cosa che ricordava era un SUV nero che gli veniva addosso a velocità sostenuta. Aveva chiarissima in mente l’immagine della donna con i capelli rossi alla guida di quel bolide che si era  schiantato contro la sua utilitaria. Indossava occhiali blu elettrico e la sua faccia matura ma affascinante, l’aveva vista molto, molto da vicino. Chissà se si sarebbero incontrati di nuovo, lì; perché era fuori dubbio che fosse morto e stesse per entrare in un Aldilà… chissà quale, dei tanti immaginati dai viventi, e forse anche alla signora era toccata la stessa sorte.

Percorse, avanzando incerto per la poca illuminazione, alcune decine di metri e si ritrovò accanto a degli sconosciuti,  un gruppo di persone, se così si potevano ancora chiamare, in attesa: alcune impazienti, altre rassegnate, formavano una lunga fila che faceva capo ad un bancone, appena visibile in lontananza. “La Reception, ovviamente – pensò, con una punta di ironia S. – chissà come prosegue dopo la faccenda”.

Si meravigliava di non provare dolore fisico e, soprattutto, di non pensare con sofferenza alla famiglia, alla moglie, ai due figli che a in quel momento dovevano essere a tavola per cena (non lo aspettavano mai!); forse la notizia del suo incidente li aveva già raggiunti,  interrompendo bruscamente la loro routine serale.

“Che ore saranno” si domandò, guardando l’orologio: era fermo. “Beh, tanto ora il Tempo non ha più importanza”

La fila scorreva piano, ma S. già vedeva bene il bancone, lunghissimo, e una ragazza che sembrava intenta a sbrigare delle pratiche; la nebbia intanto si era quasi dissolta svelando, a destra e a sinistra, per metri e metri, altre file di persone in attesa; qua e là qualche gruppetto chiacchierava, chissà di cosa.

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Dr J. Iccapot

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Sailing to Byzantium – 1


That is no country for old men. The young
In one another’s arms, birds in the trees
—Those dying generations—at their song,
The salmon-falls, the mackerel-crowded seas,
Fish, flesh, or fowl, commend all summer long
Whatever is begotten, born, and dies.
Caught in that sensual music all neglect
Monuments of unaging intellect.

(William Butler Yeats)

Prima Parte.

Il prof. Coriolano insegnava matematica agli studenti delle prime classi del liceo scientifico Fibonacci, un istituto che ancora godeva di buona fama, nonostante i tempi, grazie alla severità dei suoi docenti. E Coriolano era, senza dubbio, tra i più temuti.

Domare gli “onagri”, così i professori del Fibonacci chiamava tra di loro i turbolenti novellini del biennio, diveniva però, anno dopo anno, un’impresa sempre più difficile. Non si trattava solo di colmare le usuali carenze nozionistiche ereditate dalla scuola media: ultimamente le nuove leve manifestavano una strana agitazione psicomotoria che il corpo docente attribuiva alla dipendenza combinata da computer e telefonino. Secondo Coriolano la vera causa del fenomeno era invece l’assorbimento, per via “mediale”, di un’eccessiva quantità di informazioni di basso livello. “Presto raggiungeranno l’entropia mentale – affermava, conversando sull’argomento in sala professori – il cervello dei ragazzi è continuamente stimolato dall’esterno, ma elabora pensieri di qualità sempre più scadente: sarà questa la fine dell’umanità, altro che guerra nucleare!”.

Nonostante fosse così pessimista riguardo al futuro dell’Homo sapiens, Coriolano non desisteva dal tentativo di svuotare le zucche dei suoi allievi dalla melma d’imbecillità in cui affondavano. “Certo non pretendo di lustrare le stalle di Augìa – diceva scherzosamente ai colleghi – ma, almeno per qualche ora alla settimana, costringo i miei studenti a vivere nell’irreale mondo della logica. Probabilmente scambiano la lezione di matematica per una specie di videogioco, ma comprendono al volo che, per vincere la sfida ed evitare le raffiche di iper-insufficienze che sparo con la mia Waterman, occorre usare il cervello, risolvere equazioni, trovare dimostrazioni, applicare teoremi. Tra di loro mi chiamano Coriolanus il retiarius e, a dire la verità, essere un avversario così temuto mi lusinga”. Solo l’insegnate di latino però sorrideva udendo quello strano soprannome, tratto dal gergo gladiatorio.

Coriolano tuttavia non era animato, come altri insegnanti della sua materia, da intenti persecutori: nel giorno del compito in classe, non si metteva certo le scarpe da tennis per saltellare più agilmente tra i banchi ed impedire agli studenti di copiare! Nei confronti dei suoi allievi provava anzi un misto di affetto e compassione: a volte si irritava con i più strafottenti, ma non portava rancore.

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Rosanna Bogo

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Scrivolo

i racconti del nano grafomane

http://www.scrivolo.it

Segnalibri Sant’Agostino

Segnalibri Agostino

Il 28 Agosto la Chiesa Cattolica festeggia Sant’Agostino. Un’occasione, per noi, per ricordare il grande lettore (e scrittore!), morto 1583 anni fa.

Da stampare fronte e retro e  ritagliare: Segnalibro Sant'Agostino (485)

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Dr J. Iccapot