Terza e ultima parte.

Qui la Seconda parte.

Erano trascorse ormai due settimane dal furto nel Convento di San Giuseppe e le indagini non progredivano, tuttavia ogni mattina il maresciallo Pullizzi, detto Regolo, apriva coscienziosamente il fascicolo ‘Zacchia’, dava un’occhiata alla foto del rapito cercando di scoprire in quell’immagine sfocata un particolare che aveva trascurato, rileggeva le poche carte contenute nel raccoglitore con la speranza di trovare la traccia di una nuova pista da seguire, e si chiedeva a cosa mai potesse servire il corpo di un povero frate. Il movente, lo sapeva bene, è quasi sempre la chiave di lettura di un reato.

La visione del programma ‘Verità nascoste’, la sera precedente, gli aveva suggerito una possibile soluzione: truffa. Da morto il conte Cagliostro aveva solo qualche vaga somiglianza con il povero Zacchia, ma l’età, l’anno di morte, le cause naturali del decesso erano coincidenze sospette, senza contare la strana sensazione di deja vu che aveva provato di fronte al teschio del presunto Balsamo. Chiamò Trotti.

“Dovresti cercare in quel tuo Internet notizie su un certo Balsamo Giuseppe…una specie di mago vissuto nel Settecento.”

“Anche lei, maresciallo, ha visto il programma di Longoni ieri sera? Certo a volte le spara grosse, ma riguardo a Cagliostro non ha detto cavolate; tempo fa ho letto un libro sull’argomento e mi pare che davvero il corpo non sia mai stato trovato. Comunque non mi sembra una gran perdita, considerato che si tratta della tomba di un delinquente, un truffatore che ha vissuto da gran signore. Non mi piace chi si approfitta degli ingenui. Si figuri, fosse per me, quelli che in televisione reclamizzano le creme della giovinezza, i numeri del lotto sicuri, il sale antimalocchio o leggono le carte e fanno l’oroscopo starebbero tutti in galera.”

“A confronto della media dei delinquenti sono moscerini – replicò Pullizzi – e oggi manco se ammazzi il Papa ti tengono dentro a vita, figurati se imbrogli qualche allocco!”

“Certo, fanno un danno modesto però colpiscono i più deboli. Magari per una nonnetta pensionata la perdita di cento euro succhiati da quei vampiri equivale al furto di un diamante per Bulgari. Quando sento palare di microcriminalità mi girano…”

“Su questo hai ragione, si chiama ‘micro’ perché colpisce gente che, nella nostra società, conta quanto un microbo. Ho conosciuto un vecchio che si è suicidato perché non sopportava la vergogna di essere stato truffato dalle solite false assistenti sociali. E si trattava solo di cinquecento euro, un mese di pensione.”

“Sono reati vigliacchi, ecco perché non li sopporto. Longoni però non truffa nessuno, al massimo qualche volta racconta storielle fantasiose.”

“Già, però sparge in giro la voce che ci sarà la fine del mondo nel dicembre del 2012… e se poi qualche cervello impressionabile si spaventa e si uccide il giorno prima, oppure vende tutto e si costruisce un rifugio antiatomico o compra in televisione la tuta di antimateria che salva dal giudizio universale? la madre dei fessi è sempre incinta

“In che senso?” chiese Trotti, pensando che la stupidità fosse da attribuire alla madre troppo prolifica.

“Su, appuntato, non perdiamo altro tempo in ciance, fai questa ricerca al computer: voglio sapere vita, morte e miracoli del grande Cagliostro… e cerca anche qualche ritratto dell’epoca o una stampa, vediamo com’era l’aspetto del signor conte in carne, oltre che ossa, magari aveva qualche anomalia.  Ridotto a scheletro chiunque potrebbe somigliare al nostro Zacchia.”

“Non penserà che la faccenda del cadavere di Cagliostro abbia a che fare con il furto al convento?” chiese Trotti, indignato dalla prospettiva che il suo idolo televisivo fosse in qualche modo coinvolto in un raggiro.

“Potrebbe essere una pista. Tu cerca e poi vediamo.”

Trotti eseguì l’ordine senza entusiasmo. Internet eruttò al solito una marea di notizie sull’argomento ed anche qualche immagine del celebre mago, ma era difficile confrontare l’aspetto di un uomo raffigurato da vivo con i resti del povero Zacchia, fotografato con il teschio piegato sul petto, il corpo in gran parte coperto dal saio, le mani scheletrite strette intorno ad un rosario.

Per una volta il maresciallo si pentì di non avere mai voluto comprare un videoregistratore, certo le scemenze che trasmettono in televisione era già troppo vederle una volta, però in questo caso le riprese dell’esumazione notturna gli avrebbero fatto comodo…

“Fai anche una ricerca sul programma di Longoni – disse a Trotti – trovami l’indirizzo del suo ufficio e, se ci riesci, le immagini del programma di ieri.”

“Per questo non si preoccupi, ho la registrazione a casa” rispose d’impeto l’appuntato, svelando così di essere un vero fan del programma ‘Verità nascoste’.

Non appena si sparse la notizia che Pullizzi si sarebbe recato in un centro di produzione di televisivo il brigadiere Cascio e il vicebrigadiere Benedetti, infaticabili donnaioli e noti lavativi, si proposero come volontari per collaborare alle indagini.

“Ma sì – disse il maresciallo – venite pure, più siamo più soggezione mettiamo. E poi – aggiunse con aria sorniona – chi sa quante ‘fimmine’ scostumate ci saranno in uno studio televisivo…” Era contento di prendersi gioco di quella coppia di impuniti rubastipendio.

Il centro di produzione del programma ‘Verità nascoste’ occupava un intero piano di un palazzone di periferia; ovviamente niente studi di registrazione, di ballerine o attricette neppure l’ombra: era una redazione giornalistica e scrivanie, schedari, computer, schermi piatti occupavano tutto lo spazio disponibile.

Quando i carabinieri si presentarono al bancone della reception scoprirono che in quel momento nel centro si trovarono solo alcuni collaboratori del ‘Dottore’: tre laureati in Scienze della Comunicazione che facevano pratica nella ‘Mistery House’, la casa di produzione del Longoni. Il noto giornalista, al momento, era assente.

Di donne neppure l’ombra, a parte la centralinista all’ingresso che però ricordava più un bombolone alla crema che una velina. “Bella figliola, eh! Un po’ in carne, forse” disse Pullizzi, sottovoce, al brigadiere Cascio.

I tre aspiranti giornalisti, probabilmente a causa dei troppi film americani visti nell’infanzia, si trincerarono eroicamente dietro il segreto professionale, rifiutandosi di rivelare le fonti dello scoop su Cagliostro.

Pullizzi si spazientì quasi subito e cominciò a parlare di convocazione in caserma, complicità in furto e truffa, alluse anche a problemi con le autorità religiose e, nel giro di qualche minuto, ebbe tutte le informazioni che desiderava.

I giovani confessarono che, qualche settimana prima, una persona si era presentata al Centro di produzione sostenendo di avere informazioni riguardo al luogo di sepoltura di Cagliostro.

“Questo signore – disse uno degli stagisti – si è presentato come antiquario ed ha raccontato al dottor Longoni che due muratori albanesi, ristrutturando un piccolo edificio nei pressi della Rocca di San Leo, avevano trovato uno scheletro nudo e privo di cassa con un cartiglio stretto tra le mani in cui a fatica si leggeva la scritta ‘Gran Maestro G. B. 1796’. Dato che volevano tenere segreto il ritrovamento per non rallentare i lavori, sul momento avevano pensato di ricoprire di cemento il corpo, poi si erano ricordati di certe storie raccontate al bar dai vecchi del posto riguardo ad un mago, morto nella Rocca e sepolto da qualche parte, in terra sconsacrata, con un tesoro. Così si erano messi a scavare sotto il cadavere, ma invece dell’agognato gruzzolo d’oro avevano rinvenuto solo una monetina della zecca dello Stato della Chiesa risalente alla fine del Settecento. Convinti di essersi imbattuti in un qualsiasi signor G.B. morto da due secoli, avevano richiuso la buca e gettato il cartiglio. Poi però il più sveglio dei due, chiedendo in giro, aveva scoperto che quelle iniziali corrispondevano al vero nome del mago Cagliostro.”

“L’albanese – aggiunse il più giovane dei tre aspiranti giornalisti – conosce da tempo il nostro informatore perché ha eseguito dei lavori di ristrutturazione nel suo appartamento, per questo si è confidato con lui, sperando di guadagnare qualcosa dal ritrovamento. Il tizio però non ha  affatto l’aria di un antiquario: dalla carta d’identità risulta commerciante e, per essere sinceri, potrebbe al massimo sembrare un rigattiere.”

“Ma il dottor Longoni non è certo uno sprovveduto – aggiunse un secondo stagista – e, inizialmente, si è mostrato scettico. Ha preteso di essere portato sul luogo del ritrovamento per vedere il corpo, si è fatto consegnare la moneta ed un frammento di osso per ulteriori esami scientifici. Voleva anche interrogare gli albanesi ma i due, privi di permesso di soggiorno, nel frattempo, si sono eclissati. Comunque i risultati scientifici riguardo all’età ed alla data di morte hanno confermato l’ipotesi Cagliostro, la storia della ristrutturazione dell’immobile, un rudere risalente al XVI secolo, è risultata vera ed il Dottore, alla fine, si è convinto di avere per le mani uno scoop. Ovviamente l’informatore ha preteso una ricompensa, credo più o meno ventimila euro.”

“Proprio così – ribadì con tono convinto il terzo stagista – il servizio su Cagliostro si basa su prove solide, Longoni non butterebbe mai una cifra del genere se sentisse puzza di bruciato. Come si usa in televisione – proseguì il giovanotto – abbiamo organizzato le riprese fingendo che il ritrovamento avvenisse la sera della trasmissione ma poi il corpo è stato immediatamente consegnato alle autorità. Non siamo ladri di cadaveri, noi!”

“Attualmente dove si trovano i resti del presunto Cagliostro?” chiese il maresciallo.

“Sono all’Istituto di Medicina Legale della Sapienza, qui in città, per ulteriori esami. Dopo tutto si tratta di un reperto di interesse storico.”

“Già, direi etnoantropologico – aggiunse il maresciallo – E il dottor Longoni dov’è?”

“In Sicilia. Intende trovare un discendente del celebre mago per effettuare la prova del DNA ed eliminare definitivamente ogni dubbio. Non sappiamo quando tornerà.”

“Sarà una ricerca lunga perché il cognome Balsamo non è raro da quelle parti – osservò Pullizzi – comunque telefonate al vostro capo e riferitegli che lo aspetto domani pomeriggio alle sette all’istituto di Medicina Legale. E avvertitelo che si tratta di una convocazione ufficiale, non di un invito per il tè. Altrimenti ci vedremo in seguito, come diciamo noi, al gabbio.”

I quattro carabinieri uscirono rigorosamente in fila per due.

I brigadieri erano immusoniti perché si sentivano gabbati, l’appuntato appariva contrariato per l’insolita rudezza con cui ‘Regolo’ aveva trattato i collaboratori del Longoni. Solo il maresciallo sembrava soddisfatto.

“Al gabbio! Ma quando mai usiamo parole del genere, maresciallo, è roba da film degli anni Cinquanta!” esclamò Trotti amareggiato.

“Siamo in un centro di produzione televisiva, no? ho voluto recitare anch’io” rispose il maresciallo ridendo.

Gli accertamenti sull’informatore, sedicente antiquario, tale Romolo Raponi, diedero i risultati previsti. Si trattava di un pregiudicato di piccolo calibro, un imbroglione che vendeva falsi reperti ai turisti, rubacchiava vecchie croste nelle chiese di campagna e ricettava opere d’arte di modesto valore.

Il suo soprannome, tutti ne hanno uno nell’ambiente malavitoso, era ‘il Chiromante’ perché si dilettava di magia e certo doveva avere letto la storia di Cagliostro in qualche libro della sua personale biblioteca esoterica. Una fervida mente truffaldina sa mettere a frutto qualsiasi informazione, così approfittando della presenza nella zona di San Leo dell’amico albanese, aveva organizzare quella complessa messa in scena per raggirare il Longoni.

Al momento Raponi era irreperibile, di certo si godeva in qualche amena località il non modesto guadagno fatto con quel ‘lavoretto’: senza dubbio i due albanesi che gli avevano retto il sacco a San Leo lo avevano anche aiutato a compiere il furto al convento, ma simili collaboratori si liquidano con quattro lire.

Riguardo alla scelta del povero Zacchia come interprete del losco mago, in certo senso anche Crescentino era stato involontario complice del Raponi. La cripta era nota nella zona, le nonne un tempo ci portavano i nipotini con la speranza di spaventarli e renderli timorosi dell’inferno. Forse Romoletto aveva per la prima volta visto gli scheletri da bambino e, da adulto, era tornato a visitare i frati appesi per scegliere il soggetto più adatto alla sua truffa: Crescentino, con la sua mania dei cartelli informativi, gli aveva indubbiamente facilitato il lavoro.

Dunque occorreva solo fare qualche indagine sui movimenti del sospetto, verificare il tabulato del suo telefonino e gli spostamenti registrati dai vari ripetitori, controllare i libri che conservava in casa, recuperare gli avanzi della somma estorta, infine far confessare Raponi con la promessa dei soliti sconti di pena ed il caso era risolto. Tutte incombenze che potevano svolgere persino Cascio e Benedetti. Trotti se la sarebbe sbrigata anche meglio, ma era solo un appuntato.

Però il maresciallo non si sentiva ancora soddisfatto: intendeva dare una piccola lezione di vita al celebre dottor Longoni, eroe televisivo dell’appuntato Trotti e, soprattutto, di Santuzza, sua moglie.

A forza di frequentare astuti criminali e vecchie volpi scodate, Pullizzi aveva sviluppato una certa malizia: per confrontarsi con i delinquenti doveva entrare, in certo senso, in sintonia con il loro modo di pensare, ma al di fuori del servizio cercava di essere sempre corretto e leale. Questo però era un caso eccezionale ed il maresciallo aveva escogitato un ‘tranello’ per umiliare il borioso Longoni. Non un inganno vero e proprio ma piuttosto un ‘colpo di teatro’.

Il maresciallo non rientrò subito in caserma, scaricò i due pesi morti Cascio e Benedetti alla prima gazzella di passaggio e si fece portare da Trotti a Medicina Legale. Voleva dare una rapida occhiata al corpo del presunto Balsamo Giuseppe per sincerarsi di un particolare.

Il giorno seguente arrivò in anticipo all’Istituto. Conosceva da tempo il professor Pallante, responsabile del reparto, anatomopatologo rinomato e persona dai modi signorili, nonché grande studioso di storia. Con lui Pullizzi conversava sempre volentieri.

Il Professor, dopo le solite quattro chiacchiere, accompagnò il maresciallo nella sala autopsie dove, adagiata su un tavolo, si trovava la salma ritrovata dal Longoni.

“Che ne pensa?” chiese Pullizzi.

“In sintesi direi che si tratta di un uomo di oltre cinquanta anni, morto più o meno due secoli fa per cause naturali, infarto o ictus, In vita deve avere sofferto molto, scarsità di cibo, posture scomode ed anche percosse. Aveva persino segni di scudiscio sulla schiena. Certo, a quei tempi, il carcere non era una vacanza. Per me potrebbe essere effettivamente Giuseppe Balsamo, anche l’altezza, grosso modo, corrisponde. Lo scheletro è quasi integro, a parte qualche scheggiatura, forse dovuta alla vanga utilizzata per la riesumazione, ma le cartilagini hanno tenuto bene e Longoni ha restituito persino l’osso che aveva prelevato per l’analisi con il carbonio 14. Quanto alla moneta presente nella fossa, è un sistema di datazione spesso utilizzato dagli archeologi…”

“Di quelle monete su Internet ne trova quante ne vuole, Professore, ed anche a Porta Portese.”

“Dunque lei pensa che non sia Cagliostro?” chiese incuriosito il Patologo, all’oscuro dei fatti.

Proprio in quel momento entrò il portiere annunciando, con un certo imbarazzo, l’arrivo del sig. ‘Armadio’ Longoni, per il maresciallo Pullizzi’.

“Armodio, Armodio dottor Armodio Longoni” esclamò il noto giornalista dei misteri entrando con disinvoltura nella sala autopsie.

“Sempre meglio che Aristogitone” ribatté in tono ironico Pallante. Il maresciallo non comprese la battuta, aveva frequentato il Professionale.

“I miei collaboratori mi hanno informato della sua visita, maresciallo – disse Longoni – Dunque lei crede che lo scoop di Cagliostro sia una specie di imbroglio, ma le assicuro che io lavoro sempre con la massima prudenza e dispongo di documenti sufficienti per dimostrare che quello che affermo è, con alto grado di probabilità, vero: questo che vede è quasi certamente il corpo di Giuseppe Balsamo.”

“In Sicilia ha trovato qualche discendete di Cagliostro?” chiese il maresciallo.

“Per il momento no, ma ho già molte prove a disposizione: la moneta, l’età, la data di morte, la notizia nel diario del cappellano del carcere fra’ Cristoforo da Cicerchia riguardo al seppellimento in luogo segreto, fuori dal cimitero e il successivo trasporto del corpo in luogo più degno, appunto la piccola cappella attualmente in ristrutturazione, dove è avvenuto il ritrovamento da parte dei due operai albanesi…e il cartiglio gettato via dai muratori con la scritta Gran Maestro!”

“E’ noto che Cagliostro contribuì a diffondere in Francia la Massoneria…fondò il rito egiziano, mi pare” osservò il Professore.

A questo punto Pullizzi avrebbe potuto chiudere la discussione svelando che l’informatore di Longoni altri non era che un truffatore complice dei due albanesi, come provavano controlli telefonici, registri di alberghi, testimonianze oculari. Raponi già avvistato nella zona di San Remo, il casinò era una delle sue molte debolezze, era sul punto di essere arrestato.

Invece il maresciallo si frugò in tasca ed estrasse un sacchetto trasparente: era il suo asso, anzi il suo osso, nella manica.

“Vede – disse al Longoni scandendo bene le parole – questa è la Prova n. 1 da me raccolta nella cripta del convento di San Giuseppe dove, la notte del 10 settembre, alcuni individui si sono introdotti per asportare il corpo di un frate.”

Quindi prese il piccolo frammento di osso concavo che aveva trovato sotto la nicchia del ‘rapito’, si avvicinò al corpo disteso e, come fosse l’ultima tessera di un puzzle, inserì la scheggia in una frattura a lato del cranio. Combaciavano perfettamente: probabilmente il teschio, staccato in malo modo dal supporto, era caduto di mano ai ladri e si era rotto in un punto più debole.

“Ecco, dottor Longoni, le presento fra’ Zacchia del Monte – disse con tono trionfante – la sua salma è stata rubata da tale Raponi Romolo detto ‘il Chiromante’, nella cripta del convento di San Giuseppe da Copertino e spacciata per il corpo del mago Balsamo Giuseppe, in arte Cagliostro, con la complicità di due cittadini albanesi attualmente irreperibili”.

“Ma che storia curiosa – esclamò il Professore – pensi che ho sentito dire che  proprio una scheggia del cranio conservata come reliquia ha permesso di identificare i resti di un santo, mi pare Tommaso di Canterbury!”

“Un altro ecclesiastico rapito?” chiese ironico il maresciallo.

“No, no, caro Pullizzi, un vescovo assassinato, ma nove secoli fa. Era un santo molto popolare in Inghilterrra ed Enrico VIII, al tempo della Riforma, ordinò di disperdere le sue ossa.

“Una storia davvero avvincente – esclamò Longoni con tono entusiasta – sarebbe un ottimo soggetto per ‘Verità nascoste’, il mio programma…neppure io conoscevo per intero la vicenda, a parte il fatto che il vescovo fu ucciso nella Cattedrale, ed era un santo molto venerato dai Cavalieri del Tempio. Potrei fare un servizio comparativo, mostrare i resti del frate, e ricollegarmi alle reliquie di Tommaso Becket conservate nella Chiesa dei Templari a Roma, così metterei in secondo piano la bufala di Cagliostro.”

Il maresciallo accusò il colpo. Quel Longoni era un misirizzi indistruttibile! Aveva già trovato il modo per trasformare la sua figuraccia in un nuovo scoop e magari avrebbe intervistato Crescentino abbracciato a fra’ Zacchia. Questo era troppo.

“Ascolti bene, Longoni, se non vuole passare qualche serio guaio per ricettazione, incauto acquisto, complicità in truffa e tutti i reati connessi che mi verranno in mente da qui in avanti, lasci perdere fra’ Zacchia e Cagliostro. La vicenda è chiusa. Appena acciuffiamo Raponi lei riavrà quel che resta dei suoi soldi, il truffatore si prenderà qualche mese di galera e tutto verrà dimenticato. E lei, Professore, mi faccia la cortesia di disporre il trasporto del corpo al convento: i frati lo rimetteranno al suo posto senza tanto clamore.”

“Come vuole lei maresciallo, mettiamo tutto a tacere…però era una bella storia – rispose deluso Longoni – vorrà dire che parlerò di Becket ma senza fare riferimento al suo frate, come si chiamava? Ah sì,  Zacchia!

Anche Pullizzi si sentiva deluso, nonostante avesse dimostrato platealmente di avere ragione non era riuscito ad umiliare, come sperava, il suo avversario.

Indossato il cappello in stile Indiana Jones, Longoni si avviò rapidamente all’uscita ma giunto alla porta si voltò di scatto e, con modi gentili, porse al maresciallo una sua foto autografata.

“Che sbadato, stavo per dimenticarmi questa, E’ per il suo appuntato, me l’ha chiesta quando sono entrato dal portone principale. Potrebbe cortesemente consegnarla lei? Io prenderò il taxi all’uscita sul retro.”

“Grazie – disse automaticamente il maresciallo. Poi sentì la sua voce che diceva – Sarebbe così gentile da darmi un’altra foto per mia moglie, è una sua ammiratrice.”

“Ma certo, volentieri. E come devo scrivere… il nome della sua signora…”

“.Santuzza, Santuzza Pullizzi”

“Alla cara signora Satuzza Pullizzi, fortunata consorte di uno dei migliori marescialli dell’Arma dei Carabinieri. Va bene così?”

“Certo, troppo gentile” rispose ‘Regolo’ ingoiando saliva a più non posso.

Il maresciallo volle portare di persona la notizia della soluzione del caso al Convento. Crescentino non stava in sé dalla gioia ed appena giunse il carro mortuario provvide subito a ricomporre il corpo di Zacchia con l’aiuto di fili di ferro, ago da materassi e spago. Lo rivestì con un saio non troppo nuovo e gli mise tra le mai un bel rosario. Così il povero frate riprese posto nella sua nicchia. Il funzionario della Soprintendenza, avvertito del ritrovamento, pretese che fosse atteggiato come appariva nella foto.

La moglie del maresciallo gradì moltissimo la foto con dedica del Longoni. Non sapeva nulla della vicenda del Convento, rispettava sempre la regola di non fare al marito domande sul suo lavoro, ma immaginò che avesse indagato su un servizio giornalistico di “Verità nascoste”.

“Si vede che Longoni è un tipo intelligente: ha capito subito di avere di fronte una persona che vale, perché tu sei un uomo che sa il fatto suo, Saro. E sei stato gentile a farmi avere questo autografo, davvero tanto premuroso.”

Dopo qualche giorno il maresciallo tornò al Convento per sincerarsi che tutto fosse a posto e si stupì vedendo una gran folla in fila davanti alla chiesa. Subito cercò padre Bernardino e, al solito, lo trovò nella sua cella, imperturbabile.

“Ma che succede, là fuori?” chiese con tono concitato.

“Il fascino dei media, maresciallo, il quarto potere… Qualcuno ha sparso la voce che il presunto Cagliostro in televisione era fra’ Zacchia e ora tutti vogliono vedere il nostro confratello che ha avuto ‘l’onore’ di interpretare per qualche settimana la parte di un celebre truffatore morto senza sacramenti. E Crescentino è felice di fare da Cicerone. Del resto, per l’opinione pubblica, Cagliostro è un gran personaggio, come si dice in gergo pubblicitario tira.  Il mondo va così!  Sei un delinquente matricolato e tutti si interessano a te, sei un brav’uomo e non conti nulla.

Ma, se ci pensa bene, maresciallo, San Giuseppe da Copertino non l’ha forse aiutata a risolvere il suo problema, come quando era studente? ha chiuso brillantemente il caso. E fra’ Zacchia ci ha fatto la grazia di poter riparare il tetto della chiesa con i proventi delle offerte dei ‘devoti’, ma sarebbe meglio dire fans, che fanno la fila là fuori per vederlo. Non c’è niente di male: tra un po’ nessuno più ricorderà questa storia perché anche quella di Zacchia sarà un’effimera celebrità televisiva. Però di sicuro per parecchi anni non pioverà più in chiesa!

“Già, così va il mondo…” rispose Saro Pullizzi, rassegnato di fronte alla pragmatica saggezza di Padre Bernardino.


Erano trascorse ormai due settimane dal furto nel Convento di San Giuseppe e le indagini non progredivano, tuttavia ogni mattina il maresciallo Pullizzi, detto Regolo, apriva coscienziosamente il fascicolo ‘Zacchia’, dava un’occhiata alla foto del rapito cercando di scoprire in quell’immagine sfocata un particolare che aveva trascurato, rileggeva le poche carte contenute nel raccoglitore con la speranza di trovare la traccia di una nuova pista da seguire, e si chiedeva a cosa mai potesse servire il corpo di un povero frate. Il movente, lo sapeva bene, è quasi sempre la chiave di lettura di un reato.

La visione del programma ‘Verità nascoste’, la sera precedente, gli aveva suggerito una possibile soluzione: truffa. Da morto il conte Cagliostro aveva solo qualche vaga somiglianza con il povero Zacchia, ma l’età, l’anno di morte, le cause naturali del decesso erano coincidenze sospette, senza contare la strana sensazione di deja vu che aveva provato di fronte al teschio del presunto Balsamo. Chiamò Trotti.

“Dovresti cercare in quel tuo Internet notizie su un certo Balsamo Giuseppe…una specie di mago vissuto nel Settecento.”

“Anche lei, maresciallo, ha visto il programma di Longoni ieri sera? Certo a volte le spara grosse, ma riguardo a Cagliostro non ha detto cavolate; tempo fa ho letto un libro sull’argomento e mi pare che davvero il corpo non sia mai stato trovato. Comunque non mi sembra una gran perdita, considerato che si tratta della tomba di un delinquente, un truffatore che ha vissuto da gran signore. Non mi piace chi si approfitta degli ingenui. Si figuri, fosse per me, quelli che in televisione reclamizzano le creme della giovinezza, i numeri del lotto sicuri, il sale antimalocchio o leggono le carte e fanno l’oroscopo starebbero tutti in galera.”

“A confronto della media dei delinquenti sono moscerini – replicò Pullizzi – e oggi manco se ammazzi il Papa ti tengono dentro a vita, figurati se imbrogli qualche allocco!”

“Certo, fanno un danno modesto però colpiscono i più deboli. Magari per una nonnetta pensionata la perdita di cento euro succhiati da quei vampiri equivale al furto di un diamante per Bulgari. Quando sento palare di microcriminalità mi girano…”

“Su questo hai ragione, si chiama ‘micro’ perché colpisce gente che, nella nostra società, conta quanto un microbo. Ho conosciuto un vecchio che si è suicidato perché non sopportava la vergogna di essere stato truffato dalle solite false assistenti sociali. E si trattava solo di cinquecento euro, un mese di pensione.”

“Sono reati vigliacchi, ecco perché non li sopporto. Longoni però non truffa nessuno, al massimo qualche volta racconta storielle fantasiose.”

“Già, però sparge in giro la voce che ci sarà la fine del mondo nel dicembre del 2012… e se poi qualche cervello impressionabile si spaventa e si uccide il giorno prima, oppure vende tutto e si costruisce un rifugio antiatomico o compra in televisione la tuta di antimateria che salva dal giudizio universale? la madre dei fessi è sempre incinta

“In che senso?” chiese Trotti, pensando che la stupidità fosse da attribuire alla madre troppo prolifica.

“Su, appuntato, non perdiamo altro tempo in ciance, fai questa ricerca al computer: voglio sapere vita, morte e miracoli del grande Cagliostro… e cerca anche qualche ritratto dell’epoca o una stampa, vediamo com’era l’aspetto del signor conte in carne, oltre che ossa, magari aveva qualche anomalia. Ridotto a scheletro chiunque potrebbe somigliare al nostro Zacchia.”

“Non penserà che la faccenda del cadavere di Cagliostro abbia a che fare con il furto al convento?” chiese Trotti, indignato dalla prospettiva che il suo idolo televisivo fosse in qualche modo coinvolto in un raggiro.

“Potrebbe essere una pista. Tu cerca e poi vediamo.”

Trotti eseguì l’ordine senza entusiasmo. Internet eruttò al solito una marea di notizie sull’argomento ed anche qualche immagine del celebre mago, ma era difficile confrontare l’aspetto di un uomo raffigurato da vivo con i resti del povero Zacchia, fotografato con il teschio piegato sul petto, il corpo in gran parte coperto dal saio, le mani scheletrite strette intorno ad un rosario.

Per una volta il maresciallo si pentì di non avere mai voluto comprare un videoregistratore, certo le scemenze che trasmettono in televisione era già troppo vederle una volta, però in questo caso le riprese dell’esumazione notturna gli avrebbero fatto comodo…

“Fai anche una ricerca sul programma di Longoni – disse a Trotti – trovami l’indirizzo del suo ufficio e, se ci riesci, le immagini del programma di ieri.”

“Per questo non si preoccupi, ho la registrazione a casa” rispose d’impeto l’appuntato, svelando così di essere un vero fan del programma ‘Verità nascoste’.

Non appena si sparse la notizia che Pullizzi si sarebbe recato in un centro di produzione di televisivo il brigadiere Cascio e il vicebrigadiere Benedetti, infaticabili donnaioli e noti lavativi, si proposero come volontari per collaborare alle indagini.

“Ma sì – disse il maresciallo – venite pure, più siamo più soggezione mettiamo. E poi – aggiunse con aria sorniona – chi sa quante ‘fimmine’ scostumate ci saranno in uno studio televisivo…” Era contento di prendersi gioco di quella coppia di impuniti rubastipendio.

Il centro di produzione del programma ‘Verità nascoste’ occupava un intero piano di un palazzone di periferia; ovviamente niente studi di registrazione, di ballerine o attricette neppure l’ombra: era una redazione giornalistica e scrivanie, schedari, computer, schermi piatti occupavano tutto lo spazio disponibile.

Quando i carabinieri si presentarono al bancone della reception scoprirono che in quel momento nel centro si trovarono solo alcuni collaboratori del ‘Dottore’: tre laureati in Scienze della Comunicazione che facevano pratica nella ‘Mistery House’, la casa di produzione del Longoni. Il noto giornalista, al momento, era assente.

Di donne neppure l’ombra, a parte la centralinista all’ingresso che però ricordava più un bombolone alla crema che una velina. “Bella figliola, eh! Un po’ in carne, forse” disse Pullizzi, sottovoce, al brigadiere Cascio.

I tre aspiranti giornalisti, probabilmente a causa dei troppi film americani visti nell’infanzia, si trincerarono eroicamente dietro il segreto professionale, rifiutandosi di rivelare le fonti dello scoop su Cagliostro.

Pullizzi si spazientì quasi subito e cominciò a parlare di convocazione in caserma, complicità in furto e truffa, alluse anche a problemi con le autorità religiose e, nel giro di qualche minuto, ebbe tutte le informazioni che desiderava.

I giovani confessarono che, qualche settimana prima, una persona si era presentata al Centro di produzione sostenendo di avere informazioni riguardo al luogo di sepoltura di Cagliostro.

“Questo signore – disse uno degli stagisti – si è presentato come antiquario ed ha raccontato al dottor Longoni che due muratori albanesi, ristrutturando un piccolo edificio nei pressi della Rocca di San Leo, avevano trovato uno scheletro nudo e privo di cassa con un cartiglio stretto tra le mani in cui a fatica si leggeva la scritta ‘Gran Maestro G. B. 1796’. Dato che volevano tenere segreto il ritrovamento per non rallentare i lavori, sul momento avevano pensato di ricoprire di cemento il corpo, poi si erano ricordati di certe storie raccontate al bar dai vecchi del posto riguardo ad un mago, morto nella Rocca e sepolto da qualche parte, in terra sconsacrata, con un tesoro. Così si erano messi a scavare sotto il cadavere, ma invece dell’agognato gruzzolo d’oro avevano rinvenuto solo una monetina della zecca dello Stato della Chiesa risalente alla fine del Settecento. Convinti di essersi imbattuti in un qualsiasi signor G.B. morto da due secoli, avevano richiuso la buca e gettato il cartiglio. Poi però il più sveglio dei due, chiedendo in giro, aveva scoperto che quelle iniziali corrispondevano al vero nome del mago Cagliostro.”

“L’albanese – aggiunse il più giovane dei tre aspiranti giornalisti – conosce da tempo il nostro informatore perché ha eseguito dei lavori di ristrutturazione nel suo appartamento, per questo si è confidato con lui, sperando di guadagnare qualcosa dal ritrovamento. Il tizio però non ha affatto l’aria di un antiquario: dalla carta d’identità risulta commerciante e, per essere sinceri, potrebbe al massimo sembrare un rigattiere.”

“Ma il dottor Longoni non è certo uno sprovveduto – aggiunse un secondo stagista – e, inizialmente, si è mostrato scettico. Ha preteso di essere portato sul luogo del ritrovamento per vedere il corpo, si è fatto consegnare la moneta ed un frammento di osso per ulteriori esami scientifici. Voleva anche interrogare gli albanesi ma i due, privi di permesso di soggiorno, nel frattempo, si sono eclissati. Comunque i risultati scientifici riguardo all’età ed alla data di morte hanno confermato l’ipotesi Cagliostro, la storia della ristrutturazione dell’immobile, un rudere risalente al XVI secolo, è risultata vera ed il Dottore, alla fine, si è convinto di avere per le mani uno scoop. Ovviamente l’informatore ha preteso una ricompensa, credo più o meno ventimila euro.”

“Proprio così – ribadì con tono convinto il terzo stagista – il servizio su Cagliostro si basa su prove solide, Longoni non butterebbe mai una cifra del genere se sentisse puzza di bruciato. Come si usa in televisione – proseguì il giovanotto – abbiamo organizzato le riprese fingendo che il ritrovamento avvenisse la sera della trasmissione ma poi il corpo è stato immediatamente consegnato alle autorità. Non siamo ladri di cadaveri, noi!”

“Attualmente dove si trovano i resti del presunto Cagliostro?” chiese il maresciallo.

“Sono all’Istituto di Medicina Legale della Sapienza, qui in città, per ulteriori esami. Dopo tutto si tratta di un reperto di interesse storico.”

“Già, direi etnoantropologico – aggiunse il maresciallo – E il dottor Longoni dov’è?”

“In Sicilia. Intende trovare un discendente del celebre mago per effettuare la prova del DNA ed eliminare definitivamente ogni dubbio. Non sappiamo quando tornerà.”

“Sarà una ricerca lunga perché il cognome Balsamo non è raro da quelle parti – osservò Pullizzi – comunque telefonate al vostro capo e riferitegli che lo aspetto domani pomeriggio alle sette all’istituto di Medicina Legale. E avvertitelo che si tratta di una convocazione ufficiale, non di un invito per il tè. Altrimenti ci vedremo in seguito, come diciamo noi, al gabbio.”

I quattro carabinieri uscirono rigorosamente in fila per due.

I brigadieri erano immusoniti perché si sentivano gabbati, l’appuntato appariva contrariato per l’insolita rudezza con cui ‘Regolo’ aveva trattato i collaboratori del Longoni. Solo il maresciallo sembrava soddisfatto.

“Al gabbio! Ma quando mai usiamo parole del genere, maresciallo, è roba da film degli anni Cinquanta!” esclamò Trotti amareggiato.

“Siamo in un centro di produzione televisiva, no? ho voluto recitare anch’io” rispose il maresciallo ridendo.

Gli accertamenti sull’informatore, sedicente antiquario, tale Romolo Raponi, diedero i risultati previsti. Si trattava di un pregiudicato di piccolo calibro, un imbroglione che vendeva falsi reperti ai turisti, rubacchiava vecchie croste nelle chiese di campagna e ricettava opere d’arte di modesto valore.

Il suo soprannome, tutti ne hanno uno nell’ambiente malavitoso, era ‘il Chiromante’ perché si dilettava di magia e certo doveva avere letto la storia di Cagliostro in qualche libro della sua personale biblioteca esoterica. Una fervida mente truffaldina sa mettere a frutto qualsiasi informazione, così approfittando della presenza nella zona di San Leo dell’amico albanese, aveva organizzare quella complessa messa in scena per raggirare il Longoni.

Al momento Raponi era irreperibile, di certo si godeva in qualche amena località il non modesto guadagno fatto con quel ‘lavoretto’: senza dubbio i due albanesi che gli avevano retto il sacco a San Leo lo avevano anche aiutato a compiere il furto al convento, ma simili collaboratori si liquidano con quattro lire.

Riguardo alla scelta del povero Zacchia come interprete del losco mago, in certo senso anche Crescentino era stato involontario complice del Raponi. La cripta era nota nella zona, le nonne un tempo ci portavano i nipotini con la speranza di spaventarli e renderli timorosi dell’inferno. Forse Romoletto aveva per la prima volta visto gli scheletri da bambino e, da adulto, era tornato a visitare i frati appesi per scegliere il soggetto più adatto alla sua truffa: Crescentino, con la sua mania dei cartelli informativi, gli aveva indubbiamente facilitato il lavoro.

Dunque occorreva solo fare qualche indagine sui movimenti del sospetto, verificare il tabulato del suo telefonino e gli spostamenti registrati dai vari ripetitori, controllare i libri che conservava in casa, recuperare gli avanzi della somma estorta, infine far confessare Raponi con la promessa dei soliti sconti di pena ed il caso era risolto. Tutte incombenze che potevano svolgere persino Cascio e Benedetti. Trotti se la sarebbe sbrigata anche meglio, ma era solo un appuntato.

Però il maresciallo non si sentiva ancora soddisfatto: intendeva dare una piccola lezione di vita al celebre dottor Longoni, eroe televisivo dell’appuntato Trotti e, soprattutto, di Santuzza, sua moglie.

A forza di frequentare astuti criminali e vecchie volpi scodate, Pullizzi aveva sviluppato una certa malizia: per confrontarsi con i delinquenti doveva entrare, in certo senso, in sintonia con il loro modo di pensare, ma al di fuori del servizio cercava di essere sempre corretto e leale. Questo però era un caso eccezionale ed il maresciallo aveva escogitato un ‘tranello’ per umiliare il borioso Longoni. Non un inganno vero e proprio ma piuttosto un ‘colpo di teatro’.

Il maresciallo non rientrò subito in caserma, scaricò i due pesi morti Cascio e Benedetti alla prima gazzella di passaggio e si fece portare da Trotti a Medicina Legale. Voleva dare una rapida occhiata al corpo del presunto Balsamo Giuseppe per sincerarsi di un particolare.

Il giorno seguente arrivò in anticipo all’Istituto. Conosceva da tempo il professor Pallante, responsabile del reparto, anatomopatologo rinomato e persona dai modi signorili, nonché grande studioso di storia. Con lui Pullizzi conversava sempre volentieri.

Il Professor, dopo le solite quattro chiacchiere, accompagnò il maresciallo nella sala autopsie dove, adagiata su un tavolo, si trovava la salma ritrovata dal Longoni.

“Che ne pensa?” chiese Pullizzi.

“In sintesi direi che si tratta di un uomo di oltre cinquanta anni, morto più o meno due secoli fa per cause naturali, infarto o ictus, In vita deve avere sofferto molto, scarsità di cibo, posture scomode ed anche percosse. Aveva persino segni di scudiscio sulla schiena. Certo, a quei tempi, il carcere non era una vacanza. Per me potrebbe essere effettivamente Giuseppe Balsamo, anche l’altezza, grosso modo, corrisponde. Lo scheletro è quasi integro, a parte qualche scheggiatura, forse dovuta alla vanga utilizzata per la riesumazione, ma le cartilagini hanno tenuto bene e Longoni ha restituito persino l’osso che aveva prelevato per l’analisi con il carbonio 14. Quanto alla moneta presente nella fossa, è un sistema di datazione spesso utilizzato dagli archeologi…”

“Di quelle monete su Internet ne trova quante ne vuole, Professore, ed anche a Porta Portese.”

“Dunque lei pensa che non sia Cagliostro?” chiese incuriosito il Patologo, all’oscuro dei fatti.

Proprio in quel momento entrò il portiere annunciando, con un certo imbarazzo, l’arrivo del sig. ‘Armadio’ Longoni, per il maresciallo Pullizzi’.

“Armodio, Armodio dottor Armodio Longoni” esclamò il noto giornalista dei misteri entrando con disinvoltura nella sala autopsie.

“Sempre meglio che Aristogitone” ribatté in tono ironico Pallante. Il maresciallo non comprese la battuta, aveva frequentato il Professionale.

“I miei collaboratori mi hanno informato della sua visita, maresciallo – disse Longoni – Dunque lei crede che lo scoop di Cagliostro sia una specie di imbroglio, ma le assicuro che io lavoro sempre con la massima prudenza e dispongo di documenti sufficienti per dimostrare che quello che affermo è, con alto grado di probabilità, vero: questo che vede è quasi certamente il corpo di Giuseppe Balsamo.”

“In Sicilia ha trovato qualche discendete di Cagliostro?” chiese il maresciallo.

“Per il momento no, ma ho già molte prove a disposizione: la moneta, l’età, la data di morte, la notizia nel diario del cappellano del carcere fra’ Cristoforo da Cicerchia riguardo al seppellimento in luogo segreto, fuori dal cimitero e il successivo trasporto del corpo in luogo più degno, appunto la piccola cappella attualmente in ristrutturazione, dove è avvenuto il ritrovamento da parte dei due operai albanesi…e il cartiglio gettato via dai muratori con la scritta Gran Maestro!”

“E’ noto che Cagliostro contribuì a diffondere in Francia la Massoneria…fondò il rito egiziano, mi pare” osservò il Professore.

A questo punto Pullizzi avrebbe potuto chiudere la discussione svelando che l’informatore di Longoni altri non era che un truffatore complice dei due albanesi, come provavano controlli telefonici, registri di alberghi, testimonianze oculari. Raponi già avvistato nella zona di San Remo, il casinò era una delle sue molte debolezze, era sul punto di essere arrestato.

Invece il maresciallo si frugò in tasca ed estrasse un sacchetto trasparente: era il suo asso, anzi il suo osso, nella manica.

“Vede – disse al Longoni scandendo bene le parole – questa è la Prova n. 1 da me raccolta nella cripta del convento di San Giuseppe dove, la notte del 10 settembre, alcuni individui si sono introdotti per asportare il corpo di un frate.”

Quindi prese il piccolo frammento di osso concavo che aveva trovato sotto la nicchia del ‘rapito’, si avvicinò al corpo disteso e, come fosse l’ultima tessera di un puzzle, inserì la scheggia in una frattura a lato del cranio. Combaciavano perfettamente: probabilmente il teschio, staccato in malo modo dal supporto, era caduto di mano ai ladri e si era rotto in un punto più debole.

“Ecco, dottor Longoni, le presento fra’ Zacchia del Monte – disse con tono trionfante – la sua salma è stata rubata da tale Raponi Romolo detto ‘il Chiromante’, nella cripta del convento di San Giuseppe da Copertino e spacciata per il corpo del mago Balsamo Giuseppe, in arte Cagliostro, con la complicità di due cittadini albanesi attualmente irreperibili”.

“Ma che storia curiosa – esclamò il Professore – pensi che ho sentito dire che proprio una scheggia del cranio conservata come reliquia ha permesso di identificare i resti di un santo, mi pare Tommaso di Canterbury!”

“Un altro ecclesiastico rapito?” chiese ironico il maresciallo.

“No, no, caro Pullizzi, un vescovo assassinato, ma nove secoli fa. Era un santo molto popolare in Inghilterrra ed Enrico VIII, al tempo della Riforma, ordinò di disperdere le sue ossa.

“Una storia davvero avvincente – esclamò Longoni con tono entusiasta – sarebbe un ottimo soggetto per ‘Verità nascoste’, il mio programma…neppure io conoscevo per intero la vicenda, a parte il fatto che il vescovo fu ucciso nella Cattedrale, ed era un santo molto venerato dai Cavalieri del Tempio. Potrei fare un servizio comparativo, mostrare i resti del frate, e ricollegarmi alle reliquie di Tommaso Becket conservate nella Chiesa dei Templari a Roma, così metterei in secondo piano la bufala di Cagliostro.”

Il maresciallo accusò il colpo. Quel Longoni era un misirizzi indistruttibile! Aveva già trovato il modo per trasformare la sua figuraccia in un nuovo scoop e magari avrebbe intervistato Crescentino abbracciato a fra’ Zacchia. Questo era troppo.

“Ascolti bene, Longoni, se non vuole passare qualche serio guaio per ricettazione, incauto acquisto, complicità in truffa e tutti i reati connessi che mi verranno in mente da qui in avanti, lasci perdere fra’ Zacchia e Cagliostro. La vicenda è chiusa. Appena acciuffiamo Raponi lei riavrà quel che resta dei suoi soldi, il truffatore si prenderà qualche mese di galera e tutto verrà dimenticato. E lei, Professore, mi faccia la cortesia di disporre il trasporto del corpo al convento: i frati lo rimetteranno al suo posto senza tanto clamore.”

“Come vuole lei maresciallo, mettiamo tutto a tacere…però era una bella storia – rispose deluso Longoni – vorrà dire che parlerò di Becket ma senza fare riferimento al suo frate, come si chiamava? Ah sì, Zacchia!

Anche Pullizzi si sentiva deluso, nonostante avesse dimostrato platealmente di avere ragione non era riuscito ad umiliare, come sperava, il suo avversario.

Indossato il cappello in stile Indiana Jones, Longoni si avviò rapidamente all’uscita ma giunto alla porta si voltò di scatto e, con modi gentili, porse al maresciallo una sua foto autografata.

“Che sbadato, stavo per dimenticarmi questa, E’ per il suo appuntato, me l’ha chiesta quando sono entrato dal portone principale. Potrebbe cortesemente consegnarla lei? Io prenderò il taxi all’uscita sul retro.”

“Grazie – disse automaticamente il maresciallo. Poi sentì la sua voce che diceva – Sarebbe così gentile da darmi un’altra foto per mia moglie, è una sua ammiratrice.”

“Ma certo, volentieri. E come devo scrivere… il nome della sua signora…”

“.Santuzza, Santuzza Pullizzi”

“Alla cara signora Satuzza Pullizzi, fortunata consorte di uno dei migliori marescialli dell’Arma dei Carabinieri. Va bene così?”

“Certo, troppo gentile” rispose ‘Regolo’ ingoiando saliva a più non posso.

Il maresciallo volle portare di persona la notizia della soluzione del caso al Convento. Crescentino non stava in sé dalla gioia ed appena giunse il carro mortuario provvide subito a ricomporre il corpo di Zacchia con l’aiuto di fili di ferro, ago da materassi e spago. Lo rivestì con un saio non troppo nuovo e gli mise tra le mai un bel rosario. Così il povero frate riprese posto nella sua nicchia. Il funzionario della Soprintendenza, avvertito del ritrovamento, pretese che fosse atteggiato come appariva nella foto.

La moglie del maresciallo gradì moltissimo la foto con dedica del Longoni. Non sapeva nulla della vicenda del Convento, rispettava sempre la regola di non fare al marito domande sul suo lavoro, ma immaginò che avesse indagato su un servizio giornalistico di “Verità nascoste”.

“Si vede che Longoni è un tipo intelligente: ha capito subito di avere di fronte una persona che vale, perché tu sei un uomo che sa il fatto suo, Saro. E sei stato gentile a farmi avere questo autografo, davvero tanto premuroso.”

Dopo qualche giorno il maresciallo tornò al Convento per sincerarsi che tutto fosse a posto e si stupì vedendo una gran folla in fila davanti alla chiesa. Subito cercò padre Bernardino e, al solito, lo trovò nella sua cella, imperturbabile.

“Ma che succede, là fuori?” chiese con tono concitato.

“Il fascino dei media, maresciallo, il quarto potere… Qualcuno ha sparso la voce che il presunto Cagliostro in televisione era fra’ Zacchia e ora tutti vogliono vedere il nostro confratello che ha avuto ‘l’onore’ di interpretare per qualche settimana la parte di un celebre truffatore morto senza sacramenti. E Crescentino è felice di fare da Cicerone. Del resto, per l’opinione pubblica, Cagliostro è un gran personaggio, come si dice in gergo pubblicitario tira. Il mondo va così! Sei un delinquente matricolato e tutti si interessano a te, sei un brav’uomo e non conti nulla.

Ma, se ci pensa bene, maresciallo, San Giuseppe da Copertino non l’ha forse aiutata a risolvere il suo problema, come quando era studente? ha chiuso brillantemente il caso. E fra’ Zacchia ci ha fatto la grazia di poter riparare il tetto della chiesa con i proventi delle offerte dei ‘devoti’, ma sarebbe meglio dire fans, che fanno la fila là fuori per vederlo. Non c’è niente di male: tra un po’ nessuno più ricorderà questa storia perché anche quella di Zacchia sarà un’effimera celebrità televisiva. Però di sicuro per parecchi anni non pioverà più in chiesa!

“Già, così va il mondo…” rispose Saro Pullizzi, rassegnato di fronte alla pragmatica saggezza di Padre Bernardino.

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Rosanna Bogo