Da ore si rotolava nel letto senza riuscire a chiudere occhio. Aveva dato al cuscino di piume tutte le forme possibili, ma i muscoli del collo rimanevano sempre in tensione ed inutilmente passava da un fianco all’altro, tentando di alleviare il fastidio. Ogni tanto si sollevava sui gomiti per guardare la sveglia: i led luminosi segnavano le due, le tre, le quattro. Per affrontare l’esame, l’indomani mattina, aveva bisogno di riposo, ma l’idea di dover dormire per forza lo agitava.

Un esame è sempre un esame: ci si prepara e si va, contando anche sulla fortuna. Il risultato però è imprevedibile: magari ti senti tranquillo e poi, patatrac, tutto va a rovescio.

Gli esami, in effetti, lo avevano sempre mandato nel panico. Suo fratello, un tipo che non si scoraggiava facilmente, si divertiva a prenderlo in giro: lo aveva soprannominato ‘ateneo tragico’. Lui, al contrario, affrontava le prove senza timore. Aveva elaborato un metodo di studio che definiva ‘razionale’, basato sul calcolo delle probabilità: divideva il programma in due parti e si preparava solo su una metà; “se mi interrogano sulla parte che non so perdo la scommessa e pago pegno – diceva con aria sorniona – vorrà dire che, per la prossima sessione, studierò anche l’altra metà!” Ma aveva comunque il 50% delle probabilità di essere esaminato su argomenti che aveva studiato.

Era spiritoso, brillante, svicolava abilmente dalle domande pericolose e, quasi sempre, i professori, annoiati dai tanti studenti impauriti, balbettanti e opachi che avevano già esaminato, gli concedevano il fatidico diciotto; talvolta però la sorte lo favoriva ed allora riusciva a portare a casa anche l’ambito trenta.

A me quel trenta costava invece mesi di faticosa applicazione e lunghe notti insonni trascorse sui libri. Forse davvero prendevo lo studio troppo sul serio: ero sempre così scrupoloso e preoccupato di fallire che non mi godevo neppure le serate con gli amici o le vacanze.


Lo ammetto, il futuro mi angoscia ed il presente mi spaventa, ma è inevitabile che accada: sono ansioso per natura e questo aspetto del mio carattere, purtroppo, sfugge al controllo della volontà, non è un ‘vizio’ cui si rinuncia, è un veleno: l’ansia ha iniziato a corrodermi l’anima da ragazzo e, con il tempo, è diventata l’oblò attraverso cui guardo il mondo; con l’ansia alla lunga si finisce per vivere nell’attesa perenne di una sventura e quando la disgrazia accade veramente, quasi, quasi ci si sente meglio! nessuna esistenza è del tutto immune dal dolore ma, a volte, è la nostra immaginazione che ci infligge le peggiori sofferenze.

Pensando al dolore decise di prendere un analgesico per eliminare quel fastidioso mal di collo che lo tormentava da ore. A tastoni afferrò il bicchiere dell’acqua e il blister dell’aspirina che teneva sempre pronti sul comodino ed ingoiò una compressa.

Di sicuro non amava le sorprese. Se avesse avuto un blasone, come motto si sarebbe dato l’evangelico imperativo estote parati: cercava sempre di arrivare preparatissimo agli esami perché il timore di non dimostrarsi all’altezza della situazione lo angosciava a morte, tuttavia si rendeva conto che un’eventuale bocciatura non sarebbe stata una tragedia. Quasi tutti i suoi colleghi avevano fallito almeno una prova, ma non per questo si sentivano umiliati o sconfitti. Del resto non cercavano di provare a se stessi di avere il controllo del mondo che li circondava, volevano solo segnare un altro voto sul libretto per arrivare al più presto alla loro vera meta: il pezzo di carta.

“La tua segreta aspirazione – lo canzonava il fratello – è saperne più del professore”. Non era vero, quello studio folle ed ossessivo era solo un metodo per esorcizzare la paura di non superare la prova prevedendo tutte le possibili domande dell’esaminatore: voleva essere certo di avere sempre la risposta giusta, così come, prima di mettersi in viaggio, stipava nella valigia tutti gli oggetti che potevano servire a fronteggiare una qualche emergenza. E dato che possedeva una fervida immaginazione il suo bagaglio era sempre ingombrante. Per non parlare delle medicine che metteva in borsa, nonostante godesse, tutto sommato, di buona salute.

Anche al lavoro teneva in un cassetto il necessario per effettuare piccole riparazioni, cose che normalmente non si trovano nella scrivania di un ufficio: ago e filo, smacchiatore, cacciaviti, metro, pinze, colla cianidrica, martello, qualche chiodo. I colleghi sapevano a chi rivolgersi per estrarre una chiave rotta dalla serratura di uno sportello, aggiustare una cerniera incastrata o togliere una macchia di sugo dalla cravatta. Dietro una fila di faldoni aveva nascosto un paio di scarpe, come ricambio in caso di pioggia. D’inverno sostituiva alle scarpe stivaletti adatti anche per la neve. Mentre rifletteva sulle ‘fissazioni’ che da sempre gli complicavano la vita, continuava a girarsi tra le coperte, con gli occhi aperti nel buio. Quei pensieri non favorivano certo il sonno.

In effetti, ho sempre paura, paura di tutto, ma nel mondo in cui viviamo come si può non essere spaventati! Ladri d’appartamento, terremoti, esplosioni di gas: dormi e all’improvviso ti trovi una pila puntata in faccia oppure una trave sullo stomaco.

Ed anche se ho già messo in conto di dover affrontare le più terribili disgrazie, per reagire, devo pur essere sveglio! nel sonno si è inermi come neonati, non è  possibile né difendersi né fuggire.

Un’indefinita sensazione di timore lo spinse ad accendere la luce.

A volte pensava che avrebbe dovuto sfruttare il lato apprensivo della sua personalità lavorando per la protezione civile. Chi meglio di lui era in grado di immaginare scenari drammatici e catastrofi d’ogni tipo! se vedeva una gru svettare tra i palazzi non poteva fare a meno di pensare agli effetti del crollo di quella struttura traballante sulle case vicine, quando entrava in un cinema o in un locale adocchiava subito la posizione delle uscite di sicurezza, al lavoro controllava sempre che gli estintori fossero efficienti, con la lancetta ben centrata sulla striscia verde.

Però non c’è niente di patologico nell’essere prudenti: come dice il proverbio “meglio aver paura che buscarne”. Per gli ottimisti le sciagure colpiscono solo gli altri o arrivano come fulmini a ciel sereno, le cinture di sicurezza sono solo un inutile fastidio e la ruota di scorta dovrebbe essere abolita.

Decise di lasciare la luce accesa così, anche se si fosse addormentato, eventuali ladri avrebbero pensato che qualcuno in casa vegliava. Ma forse era una precauzione inutile: si ricordò di avere letto che, prima di svaligiare un appartamento, i grassatori più agguerriti addormentano le loro vittime introducendo nella stanza gas soporifero attraverso piccoli fori praticati nei vetri.

Con questa insonnia mi farebbero quasi un piacere! Almeno dormirei qualche ora.

Contento di aver ritrovato un po’ del suo abituale humor si girò su un fianco. Automaticamente guardò verso la finestra, ma poi ficcò la testa sotto il cuscino, tentando di immaginare qualcosa di gradevole: se trova difficoltà a prendere sonno a causa dell’ansia, gli aveva consigliato il dottore, si rilassi pensando a cose piacevoli. Come dire “in caso di tristezza sia allegro”.

Cercò di liberare la mente, di non pensare, ma il vuoto attirò subito dagli angoli più reconditi della memoria una folla di flash dolorosi.

I consigli dei dottori! In primis dovrebbero pensare ad elaborare scientificamente un catalogo di immagini ‘rilassanti’, perché non tutti dispongono di un repertorio di ricordi gradevoli pronto all’uso; l’infanzia, ad esempio, è generalmente considerata l’età più felice della vita ma per me non è affatto un periodo bello da rammentare: nulla mi deprime quanto una vecchia foto di famiglia affollata di oggetti scomparsi, di parenti morti e di bambini non più tali.

D’altronde non sono capace di crearmi scenari da favola come gli allocchi che sognano ad occhi aperti davanti alle vetrine delle agenzie di viaggio. I depliant turistici, con le loro immagini patinate, mi fanno solo ridere: spiagge stupende, acque incontaminate, esotiche fanciulle, servizievoli camerieri e poi ti ritrovi con la salmonella o la malaria, intento a scrutare una pinna di squalo all’orizzonte mentre un indigeno amichevolmente tenta di rapinarti.

All’improvviso gli tornò in mente una parte del sogno che aveva fatto la notte precedente: nella prima ‘inquadratura’ si trovava in un paese di mare sconosciuto e doveva prendere il treno per tornare a casa, ma nessuno dei passanti era in grado di indicargli la strada per la stazione. Poi, nella scena successiva, saliva le scale del condominio in cui aveva abitato da ragazzo. Arrancava a fatica e, ad ogni pianerottolo, si fermava per leggere i nomi scritti sui campanelli, cercando inutilmente quello della sua famiglia o di qualche conoscente.

E’ logico che sia così, da tempo abbiamo venduto la casa ed i vicini, dopo tanti anni, ovviamente non sono più gli stessi. Un palazzo di tanti appartamenti è come un corpo umano: le cellule che lo compongono cambiano di continuo anche se in apparenza nulla muta. Diverso è il caso di una villetta, allora l’impronta del nuovo padrone si nota subito. Certo mi piacerebbe possedere una casetta tutta mia, un terra-tetto da sistemare come meglio mi pare, però in un paese, non in campagna, i luoghi isolati non sono più sicuri, comunque isolata quanto basta per non dover sopportare la maleducazione del prossimo. Ma questo sì che è un bel sogno! Ecco, l’idea della villetta è un pensiero gradevole: quasi, quasi chiudo gli occhi e mi rilasso.

Sentì che una nebbia leggera stava invadendo la sua mente: ora forse si sarebbe addormentato, ma gli restavano solo due ore di sonno. Aveva caricato la sveglia per le sette perchè doveva alzarsi presto per andare a fare l’esame. La parola esame spazzò via la foschia soporifera dal suo cervello come un colpo di vento spalanca una finestra. Fare l’esame… Magari alle sette, spenta la sveglia, si sarebbe girato dall’altra parte continuando a ronfare. Poteva anche rinunciare, nessuno lo costringeva ad alzarsi. La madre che tutte le mattine gli portava il caffè a letto e lo scuoteva urlandogli nelle orecchie “si freddaaa!” non c’era più, la casa era vuota. Poteva decidere liberamente cosa fare o non fare. Niente esame, niente angoscia e sonno a volontà.

“Ateneo tragico!” Per un attimo ebbe l’impressione di sentire davvero la voce del fratello che lo prendeva affettuosamente in giro.

Cadde di nuovo in uno stato di dormiveglia, popolato di piccoli sogni fastidiosi. Quando la sveglia suonò ebbe l’impressione di aver chiuso gli occhi da un minuto. Di malavoglia si alzò e si vestì. Tra sé, per incoraggiarsi, borbottò “Sono preparato al peggio, ma tutto andrà, come sempre, bene”.

Ho superato tante prove in vita mia, l’esame di maturità, l’esame di guida, il concorso per entrare nel pubblico impiego, la riqualificazione dell’anno passato, e poi funerali, problemi economici, vicini detestabili. Anche questa giornata passerà…Sursum corda, vecchio coniglio!

Doveva presentarsi alle nove e giunse in perfetto orario. Salì le scale del grande edificio con lo stomaco chiuso ed il respiro affannato. Era il primo in lista ed entrò subito nella stanza. Il professore lo fece accomodare. L’esame non fu breve e quando uscì era davvero provato. “Aspetti qui fuori” disse il professore.

“Mi pare sia andato tutto bene”, mormorò tra sé, ma non era affatto convinto di quello che diceva, voleva solo placare l’ansia che gli schiacciava il petto. Un anno prima aveva atteso, con lo stesso batticuore, i risultati dell’esame per il passaggio di livello: una buffonata, ma la commissione aveva finto di discutere a lungo sui meriti dei partecipanti. Ovviamente anche in quell’occasione si era impegnato nello studio con l’usuale scrupolo maniacale e, come ai tempi del liceo, aveva atteso con il batticuore di vedere i “quadri” con le votazioni riportate.

Ammetto di aver provato una certa soddisfazione leggendo, accanto al mio nome, il massimo punteggio. Poi però ho scoperto che la generosa commissione aveva attribuito voti altrettanto buoni anche a colleghi che, notoriamente, si erano limitati a dare solo una sbirciatina al ‘materiale’; ma non fa niente, ci sono abituato. Nella vita, diceva mio fratello, bisogna “massimizzare i risultati e minimizzare lo sforzo” Dio l’abbia in gloria! Io ancora non ho imparato la sua lezione.

La porta della stanza, dopo qualche minuto, si aprì ed il professore gli fece cenno di entrare. “Si segga” disse con voce atona, “i risultati dell’esame sono positivi. Come già pensavo, devo confermarle che la sua occlusione intestinale è dovuta ad un tumore del sigma in fase di metastasi avanzata. Una chemioterapia ormai sarebbe inutile. Mi dispiace.”

Il professore gli mostrò la radiografia, indicando il punto esatto in cui si trovava la neoplasia maligna. Si dilungava nel descrivere le lastre con termini tecnici perché aveva l’impressione che il suo paziente non lo ascoltasse o si rifiutasse di capire. A volte accadeva che la prima reazione del malato, di fronte ad una diagnosi che equivaleva ad una sentenza di morte, fosse la fuga dalla realtà.

In effetti sembrava assente, distratto da qualche pensiero, ma la sua mente era del tutto lucida ed aveva perfettamente compreso le parole del professore, provava anzi un certo fastidio per l’insistenza petulante del luminare.

Forse pensi che non ti creda…ma io ti credo, ti credo professore! confesso anzi che me l’aspettavo, in cuor mio lo sapevo già. E ora che la catastrofe è qui e posso persino vederla fotografata ai raggi X, stranamente non provo più angoscia. Direi che mi sento come se, finalmente, fossi salito sul treno che, nel sogno, mi doveva riportare a casa.

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Rosanna Bogo