Seconda parte.

Qui la Prima parte.

Nel 1944 avevo sei anni, mia sorella era nata alla metà di Gennaio. Avevo provato subito un gran senso di tenerezza nei suoi confronti, perché era piccola e piangeva molto, soprattutto durante la notte. Mi piaceva guardarla dormire e spesso mi sembrava che mi somigliasse moltissimo. La mamma mi allontanava dalla culla, temendo forse che la gelosia mi spingesse a farle del male. Ci avevano raccontato molti episodi di bambini che spinti dalla gelosia avevano cercato addirittura di uccidere i fratellini, soffocandoli con il cuscino, o facendoli cadere dalla culla. Ma il sentimento che provavo io nei confronti di Emma era puro affetto. Il pensiero di dover proteggere quell’ esserino indifeso mi rendeva orgogliosa e mi faceva sentire più grande e responsabile.

Erano gli anni duri della guerra. Sentivo i miei genitori parlarne spesso, udivo i contadini giù nel cortile lamentarsi per i magri raccolti, li percepivo bisbigliare di qualcosa di cui non si doveva parlare a voce alta, pronunciare strani nomi di persone e luoghi. In realtà non capivo bene che cosa volesse dire essere in guerra. La mia piccola vita scorreva tranquilla, nessuno sparava per la strada, gli aerei che vedevo nel cielo si limitavano a sorvegliare; “guerra” era una parola che non apparteneva alla strada dei sassi. Fu in una notte di Giugno che il vero significato di quella parola mi divenne chiaro.

Fui svegliata dal rumore assordante degli aerei che volavano più bassi del solito; sembrava che sfiorassero i tetti dei palazzi, che squarciassero l’aria facendone brandelli. I tuoni delle bombe si sentivano lontani, ma tutti temevano che si sarebbero avvicinati. Mio padre decise che dovevamo metterci al sicuro, allontanandoci dal paese. Mi dissero di vestirmi in fretta e di prendere solo il necessario. Decisi che il necessario erano la cartella che mi avevano regalato e con cui pochi mesi dopo sarei andata finalmente a scuola e una piccola bambola di stoffa, che mi aveva fatto mia madre. Prima di scendere le scale lo sguardo mi cadde sulla vetrina della cucina. Tornai indietro e presi il barattolo dello zucchero. Emma avrebbe potuto averne bisogno, mi dissi. Ci incamminammo verso la campagna, decisi a raggiungere i miei zii e i miei cugini, al podere dove viveva la famiglia della mamma. Avevo freddo, ero stanca ed impaurita e non volevo camminare. Mio padre mi prese in braccio per poter andare più in fretta, ma i rombi degli aerei si facevano sempre più forti. Il cielo era diventato improvvisamente il nostro più grande nemico; non c’erano più le stelle sopra di noi, non c’era più la luna pallida e taciturna; dall’alto pioveva il pericolo, l’odio, la distruzione.

Trovammo i nostri parenti agitati quanto noi. Il podere si trovava al centro di un grande campo e sembrava vacillare ad ogni colpo che cadeva vicino. Spaventati, gli uomini decisero che sarebbe stato più prudente allontanarsi da lì e rifugiarsi dai parenti che abitavano in un altro podere più all’interno del bosco, meno visibile e, forse, più sicuro. Ricordo che Emma e Gioietta, che avevano all’incirca la stessa età, furono rinvolte insieme in una grande coperta, così da poterle portare meglio.

Ci incamminammo verso il bosco. Io ero terrorizzata e nascondevo gli occhi sulle spalle forti di mio padre, cercando di non ascoltare il rombo sordo della guerra. Mi sforzavo di non piangere perché sentivo che non sarei più riuscita a smettere.

Attraversammo un ponte, poi salimmo su per il sentiero che portava al podere. La luna e i bagliori delle bombe illuminavano la strada che sembrava non finire mai.

Sentii dietro di me il pianto flebile di uno dei miei cugini e il bisbiglio fitto di mia zia che lo rassicurava e fui fiera di aver saputo trattenere le lacrime. Finalmente, tra i cespugli, scorgemmo la casa. La porta era aperta e dentro c’era la luce. Sulla soglia si scorgeva la sagoma dei padroni di casa che guardavano nella nostra direzione. Ci avevano sentiti arrivare e ci stavano aspettando.

Dentro la casa il fuoco era acceso e faceva caldo. Ebbi l’impressione di aver chiuso la paura fuori dalla porta e finalmente mi tranquillizzai. Anche i rumori dei bombardamenti giungevano attutiti, come se fossero molto distanti. In realtà, affacciandosi alla finestra, si potevano scorgere chiaramente i bagliori, giù verso la valle.

Eravamo tutti esausti. Alcuni dei miei cugini si erano già addormentati, mia madre stava cullando Emma vicino al caminetto. Io li osservavo, seduta su una vecchia sedia e appoggiata al tavolo. Quando Emma si fu addormentata mia madre venne da me. Non c’erano letti in più, quindi fummo costretti a sistemarci sul pavimento, sopra ai cappotti e alle coperte di lana che avevamo portato. Prima di addormentarmi, rivolta verso il fuoco, notai una processione di insetti neri che si snodava lungo la base del caminetto. Mi voltai dall’altra parte e ne vidi altri. Il pensiero che potessero camminare lungo il mio corpo mentre dormivo mi inorridì, ma la stanchezza era troppa e sentivo gli occhi farsi sempre più pesanti. Ricordo che il mio ultimo pensiero, prima di cadere in un sonno profondo, fu: “Non è possibile che vengano da me, sono sicura che da me non verranno”.

La mattina dopo, quando mi svegliai, feci fatica a capire dove mi trovavo. Poi mi ricordai delle bombe, della fuga, degli insetti. Controllai i miei vestiti: nessuna traccia di loro. Neanche intorno al caminetto ce n’erano più.

Nella stanza non c’era nessuno, a parte me e gli altri bambini ancora addormentati. Mi avvicinai alla finestra e guardai fuori. Chissà quanti segni avrà lasciato la guerra, mi chiesi. Ma dei segni della guerra, lì fuori dalla finestra, non c’era traccia. La quercia con l’altalena attaccata era lì dove l’avevo sempre vista, gli alberi si muovevano spostati dal vento, il cielo grigio taceva, gonfio di nuvole.

E’ stupefacente come dopo ogni evento sconvolgente regni una calma irreale. Sembra che la natura, o gli uomini, vogliano negare quello che è stato.

La porta si aprì ed entrò mia zia. “Gli altri sono andati a vedere se c’è sempre il podere. Vuoi un po’ di latte?” Risposi di sì. La presenza di mia zia mi incuteva timore. Era una donna altera, di poche parole, che non aveva mai avuto nei miei confronti un segno di affetto. Bevvi il mio latte in silenzio, poi tornai alla finestra. Con grande sollievo vidi arrivare mio padre. Era venuto a prendermi. Gli saltai al collo e ne aspirai l’odore rassicurante. Portami a casa.

Restammo al podere dei miei nonni per altri tre giorni, per sicurezza. Presa dalla compagnia dei miei cugini, dai numerosi animali, dai dolci della nonna, cominciai a dimenticare la guerra. Non ricordavo più i lampi delle bombe, né la paura di quella notte.

Quando tornammo a casa fui felice di vedere che tutto era rimasto come prima. Il palazzo era ancora intatto, Elia stava già lavorando con Armando e Felice nella sua bottega. Solo, le voci erano più sommesse. Come per la paura di risvegliare gli aerei.

Se nella strada dei sassi le bombe non avevano lasciato segni evidenti, la stessa cosa non si poteva dire per il paese. Diverse case erano state colpite e il grande muro lungo la discesa che congiungeva le due piazze non c’era più. Non era crollato subito. Era rimasto in piedi delle ore, cercando un equilibrio, reggendosi sulle radici dei piccoli pioppi che gli stavano crescendo accanto. Poi aveva ceduto. Decine di occhi lo avevano guardato morire, sperando invano in un’ultima prova di forza da parte dei mattoni. Senza quel muro il paese aveva un’aria indifesa, infreddolita.

Attaccata alla mano di mia madre osservai quel che restava del grande muro con una certa curiosità. Guardando dritto davanti a me potei vedere le finestre della nostra casa, al di là del fosso, e questa mi sembrò una gradevole novità. Tra le macerie delle case distrutte la gente scavava. Stavano tirando fuori un materasso, una vecchia poltrona, una sedia senza una gamba. Da una fessura tra i sassi e la polvere uscirono due insetti neri, in fila, come li avevo visti qualche notte prima.

L’umore del piccolo paese si era come addormentato. Perfino i bambini giocavano in silenzio, i gatti non miagolavano, i cani si limitavano a qualche flebile latrato. Si era fermato il tempo, scorreva più lento, mentre le giornate si allungavano, dritte verso l’estate. In pochi giorni era arrivato anche il caldo e questo sembrava un buon segno, come se il mondo volesse fare pace con gli uomini.

“Poveri cristiani” diceva Elia scuotendo la testa riferendosi alle famiglie che, ormai senza casa, si erano rifugiate da parenti ed amici. Però in quella notte non era morto nessuno del paese e questo voleva dire che dovevamo accontentarci.

La notizia che scosse da questo stato di torpore l’intero paese e la strada dei sassi arrivò una mattina, inaspettata. Tutti durante la notte avevano temuto nuovi bombardamenti per via di certi rombi provenienti dal cielo che ricordavano in tutto e per tutto le tanto paventate incursioni aeree. Tutti avevano teso le orecchie nel buio, per capire se era il caso di allarmarsi o cercare di dormire. I più avevano trascorso una notte insonne in preda all’ansia, ma al mattino il sole era spuntato tranquillo e gli strani rumori erano cessati completamente, gli uomini si erano recati al lavoro e le donne erano rimaste come al solito ad accudire casa e figli.

Io e la mamma, con Emma in braccio, dovevamo andare a fare il bucato al lavatoio del paese. Il lavatoio era uno dei luoghi che più amavo, poiché era il punto di ritrovo delle donne e dei bambini. Il mio compito era di badare a mia sorella ma Emma era una bambina talmente buona che dovevo fare ben poco. Dormiva molto e anche quando si svegliava era raro che piangesse. Spesso la trovavo sveglia, che mi guardava con i suoi occhioni color nocciola, senza protestare mai.

Anche quella mattina il lavatoio brulicava di donne con le ceste dei panni sporchi. I lavatoi erano pochi e bisognava attendere il proprio turno per poterne usare uno. Le donne ingannavano l’attesa intessendo vivaci conversazioni, e questo faceva del lavatoio uno dei luoghi in cui più facilmente le notizie circolavano, venivano modificate, ampliate e riviste fino ad uscirne ben diverse da come erano entrate.

Cominciammo ad udire le voci concitate fin dall’inizio del piccolo sentiero che conduceva al centro del fossato in cui scorreva il rigagnolo che forniva l’acqua ai pozzini. Strano, di solito le sentivamo solo da una distanza minore. Segno che la conversazione era di quelle importanti. Quando arrivammo mia madre chiese che cosa fosse accaduto. Ci risposero che durante la notte, appena fuori dal paese, era caduto un aereo, probabilmente tedesco. Secondo alcune versioni il pilota era rimasto ucciso, ma il suo corpo era talmente maciullato da non poter essere individuato con certezza. Secondo Iva, la moglie del falegname, il pilota era scappato e probabilmente si era nascosto in mezzo agli alberi, in attesa che qualcuno venisse a recuperarlo. In realtà, quasi nessuno credeva che un uomo avesse potuto salvarsi dopo uno schianto del genere.

Mi avvicinai ad uno dei lavatoi di pietra chiara dove una donna stava lavando e mi fermai a guardarla mentre sbatteva i panni bagnati contro il piano inclinato reso levigato da questo gesto quotidiano. Si sentiva odore di sapone fatto in casa e di muffa. Quando fu il nostro turno osservai mia madre compiere gli stessi movimenti rapidi e trasalii quando la sentii mormorare tra sé “Mamma mia….”.

“Che c’è, mammina?”

Mi rispose che stava solo pensando all’aereo caduto poco lontano. Maledetta guerra, maledetta.

Quando arrivammo a casa trovammo la bottega di Elia gremita di uomini. Naturalmente l’argomento della conversazione era uno solo. Chi era stato a vedere i resti dell’aereo sosteneva che il pilota doveva essere morto, ma che sul posto non ce n’era traccia. E raccontavano che i pezzi dell’aereo si erano sparsi nel raggio di diverse centinaia di metri.

La sera, quando mio padre tornò a casa dalla miniera in cui lavorava gli corsi incontro per metterlo al corrente della novità. Lo sapeva già, perché la notizia aveva viaggiato a gran velocità. Presi coraggio e gli chiesi quello che non osavo sperare di ottenere: “Babbo, mi porti a vedere l’aereo caduto?”

Dovetti aspettare la domenica, per essere accontentata. Mio padre prese la sua bicicletta, mi fece sedere sulla canna e mi disse di reggermi forte al manubrio. Poi salì e iniziò a pedalare. Dopo alcuni metri la bicicletta trovò un equilibrio stabile ed il nostro breve viaggio iniziò. Non era la prima volta che mio padre mi portava in bicicletta ma ogni volta provavo una ebbrezza mista a paura che mi faceva ridere. Ridevo di una risata nervosa, ma non riuscivo a smettere. Il vento che mi passava tra i capelli, la vicinanza stretta col corpo di mio padre, le mani ferme sul metallo fino a farmi male. Ridevo. E il mio riso di bambina contagiava coloro che incontravamo sulla strada, che a loro volta ridevano e sorridevano della mia allegria.

I resti dell’aereo li intravidi già dalla strada che scendeva fino al campo in cui si trovavano. La sagoma non appariva chiara, la si poteva solo indovinare dal telaio spoglio e dalle ali, distaccate dal corpo ma ancora nella loro posizione, come adagiate sull’erba in segno di disfatta. Intorno, un mucchio di gente a guardare.

Quando fummo lì, accanto al cadavere di acciaio, mi resi conto di quanto fosse grande. Mi sembrava gigantesco e del tutto inadatto al volo. Che un oggetto del genere potesse volare era un segno del potere dell’uomo, che era riuscito in tal modo ad imitare gli uccelli. Ma quel coso non aveva niente a che vedere con le piume morbide delle rondini, o con la grazia dei fringuelli. Era freddo e grigio. E mi incuteva timore.

Vidi diverse persone entrare all’interno della carcassa attraverso la porticina rimasta aperta dopo l’urto con il terreno. Ognuno di loro aveva in mano qualcosa. Uno stivale, un vecchio paio di guanti, una tuta mimetica con qualche strappo ma recuperabile. Tutti volevano portarsi via un oggetto, un souvenir di quello strano avvenimento. C’era anche Felice, con un sacchetto pieno di schegge di acciaio, che cercava tra l’erba con l’intento di trovarne altre. Avrei voluto anch’io trovare qualcosa da portare via, ma mio padre non volle che prendessi niente.

Al ritorno mio padre dovette spingere la bicicletta su per la salita mentre io gli trotterellavo accanto tranquilla. Incrociavamo altre persone che scendevano. Tra i tanti c’era anche Armando, in cerca del fratello che mancava a casa da ore. Fu lui a dirci la novità: a circa due chilometri dai resti dell’aereo, attaccato ai rami di un albero, era stato trovato un paracadute. Il pilota si era salvato, ma nessuno l’aveva visto. Probabilmente si nascondeva nella macchia.

L’idea che un tedesco girasse, magari armato, nei nostri boschi rese il paese assai nervoso. Le porte delle case vennero chiuse con più accuratezza, da quella sera, e i bambini non uscivano mai da soli. Dopo una settimana, tuttavia, la gente iniziò a pensare che fosse stato recuperato dai suoi compagni, visto che da nessuna parte si era notato nulla di strano.

Segue…

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Beatrix