Ogni volta che arrivava l’estate mi sembrava che la vita splendesse di una nuova luce. Il tepore del sole riscaldava le giornate e nelle ore roventi del pomeriggio la strada dei sassi ardeva di un fuoco pallido mentre l’aria ristagnava tremolante. La mia casa era lì, tre stanzette nel palazzo più antico della via, quello che per primo era nato nella notte dei tempi. Lo si capiva guardandolo, imponente e fermo, fatto di sassi sconnessi e vigile come una sentinella a proteggere il piccolo borgo che col tempo si era arrampicato sulla collinetta di fronte. Prima una casa, poi un campanile e una chiesa, e col tempo strade e palazzi, e anche una scuola e un teatro. Ho vissuto in quel posto gli anni della mia infanzia e della mia adolescenza. Anni difficili, avari, che ricordo attraverso gli occhi di una bimba contesa tra la realtà dura di una vita sofferta e il desiderio di sognare come in una favola.

Il palazzo in cui abitavo era di proprietà di un fabbro, che vi viveva con la moglie e i quattro figli. Il fabbricato apparteneva in realtà alla moglie Erminia, che lo aveva ereditato insieme ad ettari di terreno lì intorno ed un piccolo bosco di castagni a pochi metri di distanza, lungo la strada che saliva verso il poggio. Elia, il fabbro, puntualizzava ad ogni occasione, e con un certo orgoglio, che tutto quello che avevano apparteneva non a lui, ma alla donna, ma lo affermava con il tono di chi sa bene di avere tutto in pugno. Ed in effetti la vita, nella strada dei sassi, girava intorno alla sua bottega.

Era senza dubbio una delle famiglie più strane che si fossero conosciute da quelle parti. I due figli maschi, Armando e Felice, erano cresciuti con l’idea di essere nati per godere di tutte le gioie che la vita può dare e non si lasciavano mai sfuggire l’occasione per approfittare della compagnia dei giovani più scapestrati del paese e delle ragazze più disponibili. Armando, però, un giorno aveva deciso che era giunta l’ora di mettere su famiglia, aveva chiesto in sposa una tranquilla ragazza di campagna e l’aveva portata all’altare nel giro di pochi mesi. Tutti mormoravano che il motivo di questo gesto così definitivo fosse l’esigenza di avere un erede cui destinare il consistente patrimonio di terre e fabbricati di cui la famiglia, a diverso titolo, era proprietaria. In realtà erano passati già cinque anni dal giorno del matrimonio e di eredi non si era visto traccia. La moglie di Armando si chiamava Brunella ed era piccola e magra, ma a questa sua fragilità fisica corrispondeva un carattere vivace e dinamico, che lasciava nel resto della famiglia una certa costernazione ogni volta che le circostanze lo facevano emergere con prepotenza.

Le altre due figlie del fabbro provavano nei suoi confronti una sorta di vago risentimento, dovuto a quella che avevano vissuto come una improvvisa intrusione nella loro calma e ripetitiva vita. La maggiore, Silvana, era senza dubbio una delle più belle ragazze che mai avessero abitato nella strada dei sassi. I suoi capelli biondi avevano fatto innamorare decine di giovani, ma lei non aveva mai voluto cedere alle loro lusinghe. Aspettava che il suo principe azzurro la venisse a prendere su di un cavallo bianco, come nelle migliori favole, e passava ore alla finestra della sua camera, la cui vista dava sulla strada che portava al paese, nella speranza che tra gli alberi giungesse il suo cavaliere pronto a condurla al castello. L’altra ragazza, Anna, era ben più consapevole dei propri limiti e, sapendo di non avere le doti della sorella, si limitava a sperare che un giorno qualcuno del paese l’avrebbe chiesta in sposa. Ricordo bene le lunghe giornate passate in quella strada, con le ore scandite dal rumore dei martelli, l’odore acre del ferro rovente, i nitriti dei cavalli che aspettavano di essere ferrati. Ci trasferimmo lì quando io avevo tre anni. Fin da piccolissima ero stata gracile e i miei genitori pregarono il fabbro Elia di affittare loro quelle due stanze che sembravano grandi e solide rispetto alla vecchia casa in cui avevamo vissuto.

La vita nella strada dei sassi danzava al ritmo dell’incudine di Elia. Davanti alla sua bottega era un continuo andirivieni di persone. Erano soprattutto contadini che venivano a ferrare i loro cavalli o i loro asini, o operai che avevano bisogno di saldature. Dalla finestra della cucina della mia casa al terzo piano potevo vedere e soprattutto sentire le loro conversazioni. Il ronzio delle voci degli uomini ha accompagnato la mia infanzia, è stato il collegamento tra il mio mondo di bambina e l’universo degli adulti che mi scorreva sotto gli occhi.

La mia camera, mia e più tardi di mia sorella, aveva una grande finestra che si affacciava sul retro del palazzo. Quando la aprivo mi trovavo di fronte la campagna con i suoi colori, ma la mia vera passione era il rosaio di Silvana e Anna, bellissimo, pieno di rose di ogni colore. Le due ragazze ne andavano molto fiere. Spesso chiedevano a chi andava fuori dal paese di comperare per loro una nuova varietà, e il piccolo rosaio via, via si ingrandiva. Passavano ore ed ore là dentro a curare le loro piante e a confidarsi ogni tipo di segreto, dai sogni d’amore alle critiche per la cognata. In certe mattine, quando il sole si posava docile sull’erba, venivo svegliata dalle loro voci nel rosaio. Riuscivo a cogliere le loro parole e me ne stavo zitta ad ascoltare. Di solito parlavano dei loro amori, si raccontavano segreti, commentavano i piccoli avvenimenti del paese. Erano i risvegli più piacevoli, quelli in cui dalla finestra entravano il sole e le loro voci allegre. Per diverse volte fui anche ammessa ad entrare dentro a quel delizioso santuario floreale e ogni volta mi era sembrato di essere molto vicina al paradiso.

A dire il vero erano abbastanza rare le occasioni di trascorrere del tempo insieme alle due sorelle. Ben più spesso passavo le giornate in compagnia di Brunella, che aveva un carattere talmente aperto da essere diventata in poco tempo l’amica di tutti, lì nella strada. Lei e Armando vivevano in un appartamentino piccolo ma separato dalla casa dei genitori, e nelle ore del giorno ero solita andare a farle compagnia. Mi divertivo ad osservarla mentre puliva la casa, mentre ricamava e mi raccontava storie di ogni tipo. Rimanevo sempre stupita dalla sua capacità di non perdere mai il contatto con quello che succedeva nel piazzale antistante la bottega, qualunque cosa stesse facendo. Era sempre pronta a rispondere ai contadini, se sentiva qualche discorso che non le pareva giusto.

Mi stupiva anche il fatto che sapesse fare veramente di tutto e riuscisse ad affrontare qualsiasi evenienza come se l’avesse sempre fatto. Spesso qualcuno dei numerosi ragazzini che affollavano la strada si faceva male. Ne sentivamo il pianto dalla cucina e Brunella subito si armava di cotone, cerotti e disinfettante e andava a medicare il piccolo ferito. Un giorno le chiesi dove avesse imparato a fare tutte quelle cose. “Ho sette fratelli più piccoli” mi rispose “sono una madre anche senza figli”.

Il fatto di non avere ancora avuto figli le pesava un po’. Nei primi anni di matrimonio si era detta che c’era tempo ma via, via che gli anni passavano la speranza si era affievolita e Brunella si era abituata all’idea che non sarebbe mai stata madre. Forse per questo era diventata un po’ la sorella di tutti noi, la sorella più grande della strada dei sassi.

Non so con precisione quanti anni avessi il giorno in cui mi fu scattata la foto che ho ritrovato pochi giorni fa in un cassetto e che mi ha fatto tornare alla mente anni oramai quasi dimenticati. Ricordo che mia madre mi prese per mano e mi disse dolcemente: “Vieni, facciamo una fotografia della mia bambina con il vestitino nuovo”. Io non avevo idea di che cosa volesse dire ma la seguii tranquilla dietro al palazzo. Davanti ai cespugli delle rose fiorite Anna e Silvana stavano immobili, in posa, mentre il fotografo cercava la posizione migliore per scattare la fotografia. C’erano altre mamme, con altri bambini, ferme all’ombra ad aspettare il proprio turno. Quando toccò a me mi lasciai trascinare, disorientata, verso le rose. Il fotografo prese una sedia e mi aiutò a salirci sopra, in modo che potessi arrivare all’altezza dell’obiettivo. Quando si allontanò con mia madre mi resi conto di essere sola, su di una sedia altissima da cui non sarei potuto scendere, lontana mille miglia dalla mano della mamma. La mia paura divenne un sottile lamento, poi un singhiozzo, quindi un pianto disperato. La foto mi ritrae proprio così: in lacrime su una vecchia sedia davanti ad un piccolo cespuglio di rose, terrorizzata e vulnerabile come sarei stata negli anni successivi trascorsi nella strada dei sassi, come se già sapessi quanto male possono fare la solitudine e il senso di impotenza.

Segue…

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Beatrix