Dedicato a chi, a Massa Marittima e nelle Colline Metallifere, ha provato nelle proprie carni i morsi della bestia uomo.

Dino scese nella stalla che era ancora buio: doveva mungere le vacche, pulire lo strame, spargere la paglia nuova e far mangiare loro, i due buoi e i maiali; poi sarebbe andato col fratello a fare un giro per i campi, per capire cosa avrebbe portato quella giornata. Aveva detto a tutti quelli della famiglia di non uscire all’aperto, perché il pericolo era ancora tantissimo: la mamma di certo non avrebbe lasciato il focolare incustodito ma al garzone  avevano ordinato di restare a casa facendo la voce grossa. A Stefano, il figlio più piccolo, che era un sedicenne scavezzacollo e poteva mettersi davvero in guai seri, aveva chiesto di tenere compagnia alla nonna: una donna, in quei momenti, non andava lasciata sola.

E’ vero che dal pomeriggio precedente non avevano più sentito passare i camion e le moto dei Tedeschi. Si stavano ritirando, ovvero scappavano verso il nord, ma di cose brutte ne erano successe veramente tante, anche di recente.

C’era stata la fucilazione di tutta quella gente, minatori, nel vicino villaggio, un mese prima e qualche settimana dopo avevano sparato alla Norma, dicevano mentre allattava: erano stati tedeschi e repubblichini insieme. Il pensiero di un neonato che urlava di terrore, la faccina bagnata del latte e del sangue della mamma gli velò gli occhi, quegli occhi chiari, chiari che erano piaciuti così tanto a sua moglie, che se n’era andata nel ’30 per una polmonite, quando il loro bimbo più piccolo, Stefano, aveva solo tre anni. Anche Stefano aveva gli occhi chiari come i suoi; Renato, invece, il più grande, gli occhi e i capelli li aveva presi dalla mamma: scuri e lucidi. “Chissà dov’è adesso, Renato”, fece al fratello, che gli camminava accanto. “Dopo la cartolina dal reparto di stanza in Sicilia non s’è saputo più niente…” E non aggiunse altro, era un uomo di poche parole,  Dino: in campagna aveva imparato che si deve lavorare per tirare avanti e che tutto il resto è superfluo. “Che vuoi che gli succeda, a noi la guerra non ci fa nulla”, lo rincuorò Carlo, che era stato anche lui in trincea, durante la Grande Guerra, “Vedrai che gli Americani lo hanno preso prigioniero e adesso magari sta meglio di noi, mangia, beve e fuma come un signore.” Erano ormai vicini alla strada.

Proprio lì, prima della curva che girava intorno alla collina su cui stava il paese, dopo la morte di Norma avevano rastrellato dei disgraziati al lavoro nei campi e nelle case vicine, c’erano anche i mariti di quelle due Molendi del podere di Massa Vecchia; uno l’avevano rilasciato, li aveva convinti che lui non era un partigiano, che aveva un figlio ufficiale a Salò, che combatteva con loro, ma in realtà non era vero; l’altro, insieme a tre o quattro altri poveracci, era stato fucilato il giorno dopo, e davvero quella gente non aveva fatto niente di male a nessuno, neanche ai tedeschi.

Affondò la mano nella tasca larga dei pantaloni, per sentire la pistola con cui andava in giro da mesi; lui con quelle teste calde dei partigiani non ci voleva avere nulla a che fare, erano pericolosi, ma doveva difendere la sua famiglia e le persone che lavoravano nel podere con lui.

Dino aveva già combattuto in guerra, da giovanotto, sapeva sparare e lanciare bombe a mano e di certo aveva fatto fuori un bel po’ di nemici. Al fronte succede  così, o a me o a te! Poi era tornato a casa e aveva sperato di metter su famiglia e di invecchiare tranquillo e sereno, dimenticandosi quell’orrore. Invece, sette od otto anni dopo il matrimonio, la moglie era morta lasciandogli due bimbi da tirar su e poi c’era il podere da mandare avanti e ora di nuovo la guerra, i morti ammazzati, mitragliatrici, cannonate e il caos totale.

Quando aveva sentito che tirava aria cattiva, una sera Dino era andato a casa del padrone e con lui si era chiarito con poche parole: voleva un’arma per difendersi, non intendeva farsi mettere in mezzo dai partigiani, aveva famiglia,  e quindi voleva aiuto. Il padrone, oltre che dottore all’Ospedale era anche un pezzo grosso in paese: lo aveva fatto entrare nello studio e da un cassetto aveva tirato fuori una Beretta, nera e lucida.

“Come funziona lo sai, no? Hai fatto il soldato.”

“Certo che lo so”.

“Ecco, queste sono due scatole di proiettili. A casa tua, non dire niente a nessuno, mi raccomando, specie al tuo figliolo; è una testa calda e potrebbe fare qualche stupidaggine. Questo non è un giocattolo, lo sai.”

Anche il Dottore era serio, preoccupato per la sua famiglia e per quelle dei suoi mezzadri.

“E, un’altra cosa. In questi giorni, finché non passa la bufera, lasciali stare i campi, di lavori fai solo l’indispensabile: occupati delle bestie ma, per il resto, non importa. Per quanto mi riguarda, fammi avere solo il necessario per la mia famiglia, vedi tu. Se continui a fare il mercato nero, io non dico niente, fatti tuoi, ma stai attento perché rischi grosso.”

I due si guardarono in faccia, Dino, sentendosi colpevole, per un attimo abbassò gli occhi “Se vuoi aiutare qualcuno – proseguì il padrone – aiutalo: latte, farina, pane, verdura… Ho sentito che dalle tue parti bazzica don Luigi. E’ una bravissima persona e va aiutata, non solo  lui ma anche quelli che protegge, da qualunque parte stiano, Dino, da qualunque parte, mi raccomando! Qui non ci sono conti da regolare con nessuno. Altrimenti non la finiamo più.”

“Il prete Rossi è un nostro mezzo parente, padrone, ogni tanto ci chiede dei favori, per questo o per quello. Io non mi metto a discutere sulle persone: se vanno bene a lui, vanno bene anche a me.”

La chiacchierata era finita; uscirono in silenzio dallo studio e il Dottore tornò a tavola con la famiglia, salutato rispettosamente dal suo mezzadro.

Dino era uscito con la pistola e le pallottole in saccoccia, ma a un certo punto del cammino si era fermato e aveva caricato l’arma. Colpo in canna e sicura, come da militare. Se succedeva qualcosa, se doveva succedere qualcosa, lui non si sarebbe certo fatto prendere dai tedeschi o dai fascisti; se qualcuno si azzardava almeno avrebbe venduto a caro prezzo la pelle. “O io o loro”, si era ripetuto, come le prime volte che, dalla trincea, aveva preso di mira qualche fantaccino austriaco. “Senza odio, ma la scelta è tra me e te.”

Intorno ai campi tutto sembrava tranquillo, non si sentiva nessun rumore, neppure in lontananza. Il rumore dei bombardamenti, laggiù, sulla costa, era terminato da un paio di giorni. “Sarà buon segno?” si chiese Dino. “Ma sì” gli rispose Carlo, che gli veniva dietro, ottimista come sempre “se non bombardano più vuol dire che di Tedeschi da bombardare non ce n’è più e che l’esercito americano sta avanzando. Mica vogliono rischiare di colpire i loro uomini, no?”

All’improvviso sentirono un rumore tra il grano, videro le spighe muoversi. Dino si irrigidì e mise istintivamente la mano in tasca; il fratello vide la scena e si mise a ridere rumorosamente “E’ la cagna! Non vedi che è Lupina?” La bastardina aveva fiutato i padroni da lontano ed era appena uscita dal colto abbaiando festosa e scodinzolante.

“Mamma Pia ci vuole a colazione” fece Carlo al fratello “non sapeva dove  eravamo andati e avrà detto a Lupina di venirci a cercare”. Carlo si chinò a carezzare la bastardina: un animale così intelligente non lo avevano visto mai: bastava dirle cosa fare e lei capiva all’istante ed eseguiva: quel birbante di Stefano qualche volta l’aveva mandata a prendere un martello o una vanga, e c’era da vedere come l’animale, col manico dell’attrezzo tra i denti, era riuscito a trascinarlo fuori dallo stanzino fino al campo da dove era partito.

“Se avesse la parola direbbe cose più intelligenti di tanti di mia conoscenza” fece Carlo, e allungò il passo verso casa, verso la colazione che la vecchia madre aveva, come sempre, preparato per i suoi ‘ragazzi’.

Dino e Carlo erano in piedi da diverse ore; in cucina trovarono Stefano, appena uscito dal letto, ed il garzone.

“E’ venuto il Parrini, con la moglie” fece Stefano appena li vide entrare “stanno messi proprio male: hanno chiesto qualcosa da mangiare!”

“E tu che hai fatto?”

“Con Pietro” e fece un cenno verso il garzone “gli abbiamo riempito una pentola di latte, nonna ha dato alla moglie un mezzo pane e una bottiglia d’olio e poi mi ha fatto andare a cogliere un po’ di pomodori e di cipolle.”

“Prima di pranzo sai quanti altri ne verranno!” commentò il babbo.

Il ragazzo era contento di aver aiutato quei vicini, anche loro mezzadri del loro padrone, che però se la passavano piuttosto male.

“Vedrai che quando sarà finita la guerra vivremo da papi, ci porteranno tutti in palmo di mano per il bene che abbiamo fatto a tanta gente, ci aiuteranno e magari ci faranno dei bei regali…” disse orgoglioso. E tuffò una fettona di pane nel caffellatte bollente con cui si era riempito la tazza, masticando sguaiatamente. Anche lo zio sembrava dargli ragione.

“Ne devi mangiare di pappa prima di capire come va il mondo! – fece, amaro, Dino al figlio – Quando avranno la pancia piena, quelli faranno finta di non conoscerti e, se per caso avrai bisogno di loro, si volteranno dall’altra parte.”

Il ragazzo non replicò al ragionamento del babbo, ma una cosa non gli tornava.

“Ma se sai che faranno così, allora perché tu e lo zio li  aiutate?”

I due uomini si guardarono, indecisi su cosa rispondere.

“Perché si DEVE fare così, strullo” ribatté decisa la nonna allungandogli uno scappellotto. Così chiudeva una discussione che, a suo avviso, rischiava di prendere la piega sbagliata.

“Nonna! Nonna! Stanno arrivando! Noooonnaaaaa!”

Stefano corse giù per le scale urlando come un matto. La nonna, in cucina, era indaffarata a piegare, sul grande tavolo, la biancheria che aveva appena ritirata dai fili tesi nell’aia, subito asciutta in quel caldo pomeriggio estivo, e vide arrivare il nipote come un tornado; la vecchia era abituata all’esuberanza di Stefano e continuò il suo lavoro come se niente fosse, separando i capi piccoli dai lenzuoli che andavano stirati; la biancheria della casa da quella dei figli e del nipote.

“Che c’è da gridare? Quando la smetterai di comportarti come un ragazzaccio?!”

“Ma nonna, stanno arrivando!”

“Chi sta arrivando?”

“Gli Americani, nonna!”

“O Santa Madonna” si lasciò sfuggire la vecchia, facendosi il segno della croce; non era abituata a nominare  santi o madonne, almeno non in quel modo, ma la notizia era di quelle temute e attese con timore. Chi poteva dire come si sarebbero comportati questi nuovi arrivati?

“Come lo sai?”

“La radio, lo hanno detto alla mia radio!”

Stefano aveva smesso di andare a scuola dopo la terza elementare. Studiare non gli piaceva ma neppure lavorare,  il padre però lo aveva lasciato libero, non aveva voluto imporgli una regola. Così il ragazzo passava le sue giornate  bighellonando tra la caccia, la tesa di trappole agli uccelletti e il dolce far niente. Quando la mamma rimproverava Dino per questa sua debolezza nei confronti del figlio, l’uomo obiettava “Vedrai che verrà anche per lui il tempo del lavoro duro, lascialo stare, ora che può fare il ‘signorino’ e restare qui a casa con noi!” e pensava con tristezza e preoccupazione a Renato, l’altro figlio, lavoratore e ubbidiente, che la guerra gli aveva portato lontano.

Stefano aveva però anche passioni utili: gli piaceva armeggiare con i motori e se c’era bisogno di usare il  trattore, un grosso Landini a testa calda, sostituiva volentieri alla guida lo zio e si faceva ore e ore di lavoro nei campi senza annoiarsi, anzi! Se poi il pesante mezzo faceva qualche bizza o aveva dei problemi, Stefano si metteva una vecchia tuta e smontava e rimontava i pezzi del ‘dinosauro’ finché non riusciva a resuscitarlo.

La sua abilità come meccanico era nota anche ai vicini, che avevano preso l’abitudine di chiamarlo se un  trattore o una mietitrebbia si mettevano a fare i capricci.

Anche la radio attirava Stefano, ma non per i programmi che trasmetteva bensì come ‘macchina’. A forza di girare intorno  al tecnico riparatore che lavorava in paese aveva imparato a costruire piccole radio a galena. Da una delle sue riceventi aveva sentito  che le trasmissioni in lingua inglese erano ormai vicinissime.

“Vai ad avvertire babbo e zio, corri!” lo incitò, senza che ce ne fosse bisogno, la nonna “sono al pagliaio”.

Stefano, seguito da Lupina che abbaiava e saltava senza capire il perché di tanta agitazione, corse fuori dalla cucina, urlando “Babbo, zio! Arrivano gli Americani!”

Appena li raggiunse i due adulti cessarono di lavorare e, appoggiati ai forconi, si fecero raccontare della trasmissione, disturbata, che Stefano aveva sentito poco prima. Una trasmissione in italiano aveva addirittura annunciato che l’esercito americano sarebbe giunto a Massa in serata o, al più tardi, l’indomani.

Dino e Carlo sembravano davvero contenti della novità portata da Stefano.  Ovviamente non si trattava di una notizia inattesa, ma solo ora  la ritirata dei tedeschi e dei repubblichini era un fatto sicuro: non ci sarebbero state altre sanguinose rappresaglie in zona e non avrebbero più dovuto barcamenarsi tra il diavolo e l’acqua santa per salvare la famiglia e il raccolto.

“Nella  guerra del ’15 ci hanno dato una mano, ma a quel tempo eravamo dalla stessa parte – disse Dino, un po’ preoccupato – adesso però… i tedeschi sono stati qui per un bel po’, speriamo che gli Americani non considerino anche noi come nemici”.

“E che ci possono fare, a  te e a me, gli Americani! Siamo due civili. Non ci metteranno mica ai lavori forzati!?” osservò Carlo, un po’ intimorito.

“E sì, hai ragione e poi ci siamo già, ai lavori forzati, da quando siamo nati – replicò Dino, in vena di scherzare – dai, datti da fare, ché questo pagliaio bisogna finire di tirarlo su prima che venga notte, e figurati se Stefano ci da una mano!”.

Il ragazzo infatti, seguito da Lupina, si era già eclissato nel vicino boschetto: doveva controllare certe tagliole che aveva sistemato la mattina. Poi si sarebbe messo sulla strada ad aspettare i “Liberatori”. Chi sa che carri, che moto e che camionette ultimo modello avrebbe visto passare, roba americana, di prima scelta! Intanto il rombo dei mezzi  corazzati in avanscoperta si faceva sempre più vicino.

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Dr J. Iccapot