Un racconto di Bruno Magnolfi

Non era affatto difficile addormentarsi su una corriera. Era sufficiente avere una giornata di duro lavoro alle spalle, sedersi là sopra e lasciarsi dondolare dagli scossoni che provocava la strada mentre la campagna scorreva, come in un film. Solo che io non avevo una giornata di lavoro alle spalle: ero salito sopra quel mezzo pubblico per andare a trovare un amico, ma senza neppure sapere se quell’amico abitasse ancora in quella casa di paese di cui lui mi aveva dato l’indirizzo quasi un anno prima, durante l’ultima volta che ci eravamo incontrati, e dove io non ero neanche mai stato. Non conoscevo neppure la sua situazione attuale quale fosse: cosa faceva, con chi abitava, perfino se avesse accettato di ricevermi, e soprattutto se fosse d’accordo ad ospitarmi per almeno una notte, ma se era possibile anche di più. Di fatto non sapevo davvero a quale altra porta bussare, e i miei ultimi soldi li avevo ormai spesi per acquistare il biglietto per quella corriera. Non so perché in quel periodo mi fossi ridotto così, con uno zainetto sopra le spalle che conteneva tutto ciò che mi era rimasto, però insieme a me avevo ancora speranza, ottimismo, voglia di pensare al futuro in modo positivo, nonostante qualsiasi batosta.

Mi ero addormentato mentre pensavo al mio amico, a cosa avrei trovato dietro alla sua espressione sorpresa, come mi avrebbe accolto. A volte a qualcuno gira male la vita, non c’era da farne alcuna meraviglia, e aiutarsi l’un l’altro poteva essere bello, forse per ognuno dei due. Accanto a me si era seduto qualcuno durante una fermata della corriera, ma aveva cercato di non disturbare ed io mentalmente mi ero sentito riconoscente verso quella persona. Pensavo ad occhi chiusi alla gente che se ne tornava in famiglia a quell’ora di sera, a parlare delle cose della giornata, a scambiarsi pareri, a confermare gli affetti che li tenevano assieme. Non provavo vergogna, ma io mi sentivo diverso, era proprio così. Chissà cosa mai potrebbe essere stato per me quel futuro di cui adesso discutevano a voce alta qualche sedile più avanti. Era importante avere coscienza della mia situazione difficile: ma d’ora in poi mi sarei rimboccato le maniche, avrei cercato di costruire qualcosa, con calma, certo, con infinita pazienza. Ma avevo bisogno di una spinta iniziale, di quel piccolo aiuto per poter ripartire.

Quando mi volsi verso quella ragazza lei mi sorrise: aveva appoggiato il suo piccolo bagaglio sopra le gambe, e stava lì, ad osservare distratta tutti e nessuno. “Mi scusi”, le dissi, riferito al fatto che avevo occupato ben più del mio spazio sopra al sedile. “Non si preoccupi…”, rispose; “In questa corriera è sempre così…”. Avrà avuto due, tre anni meno di me, ma pure sfiorandosi, pensavo che la distanza tra noi era enorme, incommensurabile. Guardai di nuovo fuori dal finestrino, “C’è ancora molto per arrivare al paese?…”, chiesi. “No”, mi rispose; “Solo dieci minuti”. La corriera andò avanti seguendo il suo percorso di strade, poi la ragazza mi sfiorò il braccio: “Devo scendere…”, disse; “Arrivederci…”. La guardai per un attimo, come si guarda una persona a cui ci sentiamo legati. “Può darmi un bacio, per favore…”, le chiesi; “Ne ho solo bisogno come di un portafortuna…”. Lei mi sorrise, lasciò trascorrere solo un momento trattenendo immutato quel suo sorriso, poi mi baciò, con tenerezza sincera, chiudendo gli occhi, in un gesto di generosità e di affetto che non dimenticai più, per tutta la vita.

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