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I segnalibri di Sant'Agostino

Il 28 Agosto la Chiesa Cattolica festeggia Sant'Agostino. Noi abbiamo preparato dei segnalibri, utilizzando l'opera di Simone Martini. Potete scaricarli dall'area di download.

 

Archivio per aprile 2010

La strada dei sassi – 3

Terza e ultima parte.

Qui la Seconda parte.

Lentamente, dopo gli eventi di quei giorni, tutto tornò alla normalità. L’estate era arrivata con il suo carico di sole e la strada dei sassi sonnecchiava tranquilla nei suoi colori pallidi. Erminia, in compagnia di Brunella, se n’era andata per qualche giorno dalla sorella, in un paese vicino, ed Elia trascorreva la sua giornata interamente nella bottega, con le spalle nude per il caldo e un cappello di paglia, a cui aveva tagliato la tesa, in testa. Le ragazze se ne stavano in casa, o nel loro giardino ad innaffiare le rose e a pettinare il pelo del loro bellissimo gatto bianco che Anna chiamava Golia.

La fontana che si trovava nel piccolo piazzale davanti alla bottega era motivo di sosta per la maggior parte di coloro che passavano per la strada dei sassi.

Quel giorno Silvana, affacciata alla finestra della cucina, vide arrivare un giovane biondo e bellissimo che si fermò a bere. Il suo cuore ebbe un fremito. Era l’immagine esatta del suo principe azzurro, dell’uomo che aspettava da tanto tempo. Scese le scale in silenzio, si affacciò alla porta della bottega e vide che il padre era intento al suo lavoro, girato di spalle verso l’incudine. Armando era andato dai parenti in campagna a prendere un po’ del solito latte e Felice si era addormentato rumorosamente. Si avviò, con in mano una brocca, verso la fontana. Il giovane si era seduto sul muretto, all’ombra. Aveva pantaloni verdi e una maglia bianca, sporca e strappata. Era biondo, di un biondo dorato, con occhi azzurri e lineamenti regolari. Bellissimo, agli occhi di Silvana. Lei non disse niente, ma lo fissò mentre riempiva accuratamente la brocca. Il ragazzo ricambiò lo sguardo, uno sguardo diffidente, schivo, forse impaurito.

“Fa caldo, oggi” disse Silvana. “Caldo…..ja” rispose lui. Tedesco. Silvana sobbalzò. C’era da immaginarselo, così incredibilmente biondo. Non si era mai trovata di fronte un vero tedesco. Sapeva che nei poderi vicini avevano picchiato, a volte violentato, a volte ucciso le donne dopo aver saccheggiato tutto quello che trovavano. Ma questo aveva lo sguardo triste. Silvana non sapeva se doveva spaventarsi o seguire l’istinto e fidarsi di lui. Preferì essere prudente e tornò a casa, ma la presenza dello sguardo biondo del tedesco la seguiva ovunque, lo sentiva addosso mentre si muoveva. Si chiese se fosse possibile che non ce ne fossero altri in giro. Si affacciò a tutte le finestre del palazzo, ma non vide nessun camion, nessun gruppo di soldati, niente di niente. E lui era ancora là, seduto, quasi sdraiato sul muro. Se solo non fosse stato tedesco. Se solo non avesse avuto quegli occhi tristi.

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Beatrix

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La Liberazione

Dedicato a chi, a Massa Marittima e nelle Colline Metallifere, ha provato nelle proprie carni i morsi della bestia uomo.

Dino scese nella stalla che era ancora buio: doveva mungere le vacche, pulire lo strame, spargere la paglia nuova e far mangiare loro, i due buoi e i maiali; poi sarebbe andato col fratello a fare un giro per i campi, per capire cosa avrebbe portato quella giornata. Aveva detto a tutti quelli della famiglia di non uscire all’aperto, perché il pericolo era ancora tantissimo: la mamma di certo non avrebbe lasciato il focolare incustodito ma al garzone  avevano ordinato di restare a casa facendo la voce grossa. A Stefano, il figlio più piccolo, che era un sedicenne scavezzacollo e poteva mettersi davvero in guai seri, aveva chiesto di tenere compagnia alla nonna: una donna, in quei momenti, non andava lasciata sola.

E’ vero che dal pomeriggio precedente non avevano più sentito passare i camion e le moto dei Tedeschi. Si stavano ritirando, ovvero scappavano verso il nord, ma di cose brutte ne erano successe veramente tante, anche di recente.

C’era stata la fucilazione di tutta quella gente, minatori, nel vicino villaggio, un mese prima e qualche settimana dopo avevano sparato alla Norma, dicevano mentre allattava: erano stati tedeschi e repubblichini insieme. Il pensiero di un neonato che urlava di terrore, la faccina bagnata del latte e del sangue della mamma gli velò gli occhi, quegli occhi chiari, chiari che erano piaciuti così tanto a sua moglie, che se n’era andata nel ’30 per una polmonite, quando il loro bimbo più piccolo, Stefano, aveva solo tre anni. Anche Stefano aveva gli occhi chiari come i suoi; Renato, invece, il più grande, gli occhi e i capelli li aveva presi dalla mamma: scuri e lucidi. “Chissà dov’è adesso, Renato”, fece al fratello, che gli camminava accanto. “Dopo la cartolina dal reparto di stanza in Sicilia non s’è saputo più niente…” E non aggiunse altro, era un uomo di poche parole,  Dino: in campagna aveva imparato che si deve lavorare per tirare avanti e che tutto il resto è superfluo. “Che vuoi che gli succeda, a noi la guerra non ci fa nulla”, lo rincuorò Carlo, che era stato anche lui in trincea, durante la Grande Guerra, “Vedrai che gli Americani lo hanno preso prigioniero e adesso magari sta meglio di noi, mangia, beve e fuma come un signore.” Erano ormai vicini alla strada.

Proprio lì, prima della curva che girava intorno alla collina su cui stava il paese, dopo la morte di Norma avevano rastrellato dei disgraziati al lavoro nei campi e nelle case vicine, c’erano anche i mariti di quelle due Molendi del podere di Massa Vecchia; uno l’avevano rilasciato, li aveva convinti che lui non era un partigiano, che aveva un figlio ufficiale a Salò, che combatteva con loro, ma in realtà non era vero; l’altro, insieme a tre o quattro altri poveracci, era stato fucilato il giorno dopo, e davvero quella gente non aveva fatto niente di male a nessuno, neanche ai tedeschi.

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Dr J. Iccapot

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Il portafortuna

Un racconto di Bruno Magnolfi

Non era affatto difficile addormentarsi su una corriera. Era sufficiente avere una giornata di duro lavoro alle spalle, sedersi là sopra e lasciarsi dondolare dagli scossoni che provocava la strada mentre la campagna scorreva, come in un film. Solo che io non avevo una giornata di lavoro alle spalle: ero salito sopra quel mezzo pubblico per andare a trovare un amico, ma senza neppure sapere se quell’amico abitasse ancora in quella casa di paese di cui lui mi aveva dato l’indirizzo quasi un anno prima, durante l’ultima volta che ci eravamo incontrati, e dove io non ero neanche mai stato. Non conoscevo neppure la sua situazione attuale quale fosse: cosa faceva, con chi abitava, perfino se avesse accettato di ricevermi, e soprattutto se fosse d’accordo ad ospitarmi per almeno una notte, ma se era possibile anche di più. Di fatto non sapevo davvero a quale altra porta bussare, e i miei ultimi soldi li avevo ormai spesi per acquistare il biglietto per quella corriera. Non so perché in quel periodo mi fossi ridotto così, con uno zainetto sopra le spalle che conteneva tutto ciò che mi era rimasto, però insieme a me avevo ancora speranza, ottimismo, voglia di pensare al futuro in modo positivo, nonostante qualsiasi batosta.

Mi ero addormentato mentre pensavo al mio amico, a cosa avrei trovato dietro alla sua espressione sorpresa, come mi avrebbe accolto. A volte a qualcuno gira male la vita, non c’era da farne alcuna meraviglia, e aiutarsi l’un l’altro poteva essere bello, forse per ognuno dei due. Accanto a me si era seduto qualcuno durante una fermata della corriera, ma aveva cercato di non disturbare ed io mentalmente mi ero sentito riconoscente verso quella persona. Pensavo ad occhi chiusi alla gente che se ne tornava in famiglia a quell’ora di sera, a parlare delle cose della giornata, a scambiarsi pareri, a confermare gli affetti che li tenevano assieme. Non provavo vergogna, ma io mi sentivo diverso, era proprio così. Chissà cosa mai potrebbe essere stato per me quel futuro di cui adesso discutevano a voce alta qualche sedile più avanti. Era importante avere coscienza della mia situazione difficile: ma d’ora in poi mi sarei rimboccato le maniche, avrei cercato di costruire qualcosa, con calma, certo, con infinita pazienza. Ma avevo bisogno di una spinta iniziale, di quel piccolo aiuto per poter ripartire.

Quando mi volsi verso quella ragazza lei mi sorrise: aveva appoggiato il suo piccolo bagaglio sopra le gambe, e stava lì, ad osservare distratta tutti e nessuno. “Mi scusi”, le dissi, riferito al fatto che avevo occupato ben più del mio spazio sopra al sedile. “Non si preoccupi…”, rispose; “In questa corriera è sempre così…”. Avrà avuto due, tre anni meno di me, ma pure sfiorandosi, pensavo che la distanza tra noi era enorme, incommensurabile. Guardai di nuovo fuori dal finestrino, “C’è ancora molto per arrivare al paese?…”, chiesi. “No”, mi rispose; “Solo dieci minuti”. La corriera andò avanti seguendo il suo percorso di strade, poi la ragazza mi sfiorò il braccio: “Devo scendere…”, disse; “Arrivederci…”. La guardai per un attimo, come si guarda una persona a cui ci sentiamo legati. “Può darmi un bacio, per favore…”, le chiesi; “Ne ho solo bisogno come di un portafortuna…”. Lei mi sorrise, lasciò trascorrere solo un momento trattenendo immutato quel suo sorriso, poi mi baciò, con tenerezza sincera, chiudendo gli occhi, in un gesto di generosità e di affetto che non dimenticai più, per tutta la vita.

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La strada dei sassi – 2

Seconda parte.

Qui la Prima parte.

Nel 1944 avevo sei anni, mia sorella era nata alla metà di Gennaio. Avevo provato subito un gran senso di tenerezza nei suoi confronti, perché era piccola e piangeva molto, soprattutto durante la notte. Mi piaceva guardarla dormire e spesso mi sembrava che mi somigliasse moltissimo. La mamma mi allontanava dalla culla, temendo forse che la gelosia mi spingesse a farle del male. Ci avevano raccontato molti episodi di bambini che spinti dalla gelosia avevano cercato addirittura di uccidere i fratellini, soffocandoli con il cuscino, o facendoli cadere dalla culla. Ma il sentimento che provavo io nei confronti di Emma era puro affetto. Il pensiero di dover proteggere quell’ esserino indifeso mi rendeva orgogliosa e mi faceva sentire più grande e responsabile.

Erano gli anni duri della guerra. Sentivo i miei genitori parlarne spesso, udivo i contadini giù nel cortile lamentarsi per i magri raccolti, li percepivo bisbigliare di qualcosa di cui non si doveva parlare a voce alta, pronunciare strani nomi di persone e luoghi. In realtà non capivo bene che cosa volesse dire essere in guerra. La mia piccola vita scorreva tranquilla, nessuno sparava per la strada, gli aerei che vedevo nel cielo si limitavano a sorvegliare; “guerra” era una parola che non apparteneva alla strada dei sassi. Fu in una notte di Giugno che il vero significato di quella parola mi divenne chiaro.

Fui svegliata dal rumore assordante degli aerei che volavano più bassi del solito; sembrava che sfiorassero i tetti dei palazzi, che squarciassero l’aria facendone brandelli. I tuoni delle bombe si sentivano lontani, ma tutti temevano che si sarebbero avvicinati. Mio padre decise che dovevamo metterci al sicuro, allontanandoci dal paese. Mi dissero di vestirmi in fretta e di prendere solo il necessario. Decisi che il necessario erano la cartella che mi avevano regalato e con cui pochi mesi dopo sarei andata finalmente a scuola e una piccola bambola di stoffa, che mi aveva fatto mia madre. Prima di scendere le scale lo sguardo mi cadde sulla vetrina della cucina. Tornai indietro e presi il barattolo dello zucchero. Emma avrebbe potuto averne bisogno, mi dissi. Ci incamminammo verso la campagna, decisi a raggiungere i miei zii e i miei cugini, al podere dove viveva la famiglia della mamma. Avevo freddo, ero stanca ed impaurita e non volevo camminare. Mio padre mi prese in braccio per poter andare più in fretta, ma i rombi degli aerei si facevano sempre più forti. Il cielo era diventato improvvisamente il nostro più grande nemico; non c’erano più le stelle sopra di noi, non c’era più la luna pallida e taciturna; dall’alto pioveva il pericolo, l’odio, la distruzione.

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Beatrix

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Scandalo!

Jacopo da Varagine, Legenda aurea

Dramatis Personae:

Vitale: monaco e buontempone

Vecchio demone

Giovane demone

Pulcheria: meretrice

Primo cliente

Secondo cliente

Passante

La scena si svolge nella città di Alessandria.

Vecchio demone: Allora, ce l’hai la lista? Ce l’hai? Suvvia, tirala fuori, sono sui tizzoni accesi!

Vitale: Ma che impazienza! Come se non ti piacesse stare al calduccio… e poi lo sai, appena arrivo in una città mi procuro subito l’elenco che tanto ti piace e, purtroppo per le anime degli abitanti, non è un’impresa difficile.

Vecchio demone: Dai, leggi, leggi, che aspetti maledetto cuculluto!

Vitale: Sei sempre il solito eh… vecchio come ti ritrovi, ancora ringalluzzisci per simili bagattelle?

Vecchio demone: Dovevi conoscermi quando ero giovane e lavoravo con quelle femmine, non per nulla le chiamano ragazze allegre, allora sì che mi s’alzava la cresta (ride lubricamente).

Vitale: Basta sciocchezze, spirito malvagio: ora ti leggerò la lista delle belle generose d’Alessandria, ascolta: Taide, Teodora, Pulcheria, Fulgenzia, Frine, Margarita…

Vecchio demone: Pulcheria mi piace, voto subito per lei: andiamo.

Vitale: E sia: abita vicino al mercato del pesce, nella casa accanto alla fontana.

Vecchio demone: Su, muoviti! Non vedo l’ora di verificare se davvero è bella come dice il suo nome.

Vitale: Però non farti vedere finché non ti chiamo, se entri al momento sbagliato rovini tutto.

Vecchio demone: Stai tranquillo, sarai contento di me. Ma a questo giro voglio almeno tre ipocriti: lo sai che ogni volta che ti aiuto poi mi prendo un bel po’ di frustate dal mio capo, là di sotto! Ed il suo gatto a nove code non è morbido come il flagello dei vostri santi.

Vitale: E sia. Questa volta saranno tre.

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Rosanna Bogo

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La strada dei sassi – 1

Ogni volta che arrivava l’estate mi sembrava che la vita splendesse di una nuova luce. Il tepore del sole riscaldava le giornate e nelle ore roventi del pomeriggio la strada dei sassi ardeva di un fuoco pallido mentre l’aria ristagnava tremolante. La mia casa era lì, tre stanzette nel palazzo più antico della via, quello che per primo era nato nella notte dei tempi. Lo si capiva guardandolo, imponente e fermo, fatto di sassi sconnessi e vigile come una sentinella a proteggere il piccolo borgo che col tempo si era arrampicato sulla collinetta di fronte. Prima una casa, poi un campanile e una chiesa, e col tempo strade e palazzi, e anche una scuola e un teatro. Ho vissuto in quel posto gli anni della mia infanzia e della mia adolescenza. Anni difficili, avari, che ricordo attraverso gli occhi di una bimba contesa tra la realtà dura di una vita sofferta e il desiderio di sognare come in una favola.

Il palazzo in cui abitavo era di proprietà di un fabbro, che vi viveva con la moglie e i quattro figli. Il fabbricato apparteneva in realtà alla moglie Erminia, che lo aveva ereditato insieme ad ettari di terreno lì intorno ed un piccolo bosco di castagni a pochi metri di distanza, lungo la strada che saliva verso il poggio. Elia, il fabbro, puntualizzava ad ogni occasione, e con un certo orgoglio, che tutto quello che avevano apparteneva non a lui, ma alla donna, ma lo affermava con il tono di chi sa bene di avere tutto in pugno. Ed in effetti la vita, nella strada dei sassi, girava intorno alla sua bottega.

Era senza dubbio una delle famiglie più strane che si fossero conosciute da quelle parti. I due figli maschi, Armando e Felice, erano cresciuti con l’idea di essere nati per godere di tutte le gioie che la vita può dare e non si lasciavano mai sfuggire l’occasione per approfittare della compagnia dei giovani più scapestrati del paese e delle ragazze più disponibili. Armando, però, un giorno aveva deciso che era giunta l’ora di mettere su famiglia, aveva chiesto in sposa una tranquilla ragazza di campagna e l’aveva portata all’altare nel giro di pochi mesi. Tutti mormoravano che il motivo di questo gesto così definitivo fosse l’esigenza di avere un erede cui destinare il consistente patrimonio di terre e fabbricati di cui la famiglia, a diverso titolo, era proprietaria. In realtà erano passati già cinque anni dal giorno del matrimonio e di eredi non si era visto traccia. La moglie di Armando si chiamava Brunella ed era piccola e magra, ma a questa sua fragilità fisica corrispondeva un carattere vivace e dinamico, che lasciava nel resto della famiglia una certa costernazione ogni volta che le circostanze lo facevano emergere con prepotenza.

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Beatrix

Rapito! – 3

Terza e ultima parte.

Qui la Seconda parte.

Erano trascorse ormai due settimane dal furto nel Convento di San Giuseppe e le indagini non progredivano, tuttavia ogni mattina il maresciallo Pullizzi, detto Regolo, apriva coscienziosamente il fascicolo ‘Zacchia’, dava un’occhiata alla foto del rapito cercando di scoprire in quell’immagine sfocata un particolare che aveva trascurato, rileggeva le poche carte contenute nel raccoglitore con la speranza di trovare la traccia di una nuova pista da seguire, e si chiedeva a cosa mai potesse servire il corpo di un povero frate. Il movente, lo sapeva bene, è quasi sempre la chiave di lettura di un reato.

La visione del programma ‘Verità nascoste’, la sera precedente, gli aveva suggerito una possibile soluzione: truffa. Da morto il conte Cagliostro aveva solo qualche vaga somiglianza con il povero Zacchia, ma l’età, l’anno di morte, le cause naturali del decesso erano coincidenze sospette, senza contare la strana sensazione di deja vu che aveva provato di fronte al teschio del presunto Balsamo. Chiamò Trotti.

“Dovresti cercare in quel tuo Internet notizie su un certo Balsamo Giuseppe…una specie di mago vissuto nel Settecento.”

“Anche lei, maresciallo, ha visto il programma di Longoni ieri sera? Certo a volte le spara grosse, ma riguardo a Cagliostro non ha detto cavolate; tempo fa ho letto un libro sull’argomento e mi pare che davvero il corpo non sia mai stato trovato. Comunque non mi sembra una gran perdita, considerato che si tratta della tomba di un delinquente, un truffatore che ha vissuto da gran signore. Non mi piace chi si approfitta degli ingenui. Si figuri, fosse per me, quelli che in televisione reclamizzano le creme della giovinezza, i numeri del lotto sicuri, il sale antimalocchio o leggono le carte e fanno l’oroscopo starebbero tutti in galera.”

“A confronto della media dei delinquenti sono moscerini – replicò Pullizzi – e oggi manco se ammazzi il Papa ti tengono dentro a vita, figurati se imbrogli qualche allocco!”

“Certo, fanno un danno modesto però colpiscono i più deboli. Magari per una nonnetta pensionata la perdita di cento euro succhiati da quei vampiri equivale al furto di un diamante per Bulgari. Quando sento palare di microcriminalità mi girano…”

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Rosanna Bogo

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L’esame

Da ore si rotolava nel letto senza riuscire a chiudere occhio. Aveva dato al cuscino di piume tutte le forme possibili, ma i muscoli del collo rimanevano sempre in tensione ed inutilmente passava da un fianco all’altro, tentando di alleviare il fastidio. Ogni tanto si sollevava sui gomiti per guardare la sveglia: i led luminosi segnavano le due, le tre, le quattro. Per affrontare l’esame, l’indomani mattina, aveva bisogno di riposo, ma l’idea di dover dormire per forza lo agitava.

Un esame è sempre un esame: ci si prepara e si va, contando anche sulla fortuna. Il risultato però è imprevedibile: magari ti senti tranquillo e poi, patatrac, tutto va a rovescio.

Gli esami, in effetti, lo avevano sempre mandato nel panico. Suo fratello, un tipo che non si scoraggiava facilmente, si divertiva a prenderlo in giro: lo aveva soprannominato ‘ateneo tragico’. Lui, al contrario, affrontava le prove senza timore. Aveva elaborato un metodo di studio che definiva ‘razionale’, basato sul calcolo delle probabilità: divideva il programma in due parti e si preparava solo su una metà; “se mi interrogano sulla parte che non so perdo la scommessa e pago pegno – diceva con aria sorniona – vorrà dire che, per la prossima sessione, studierò anche l’altra metà!” Ma aveva comunque il 50% delle probabilità di essere esaminato su argomenti che aveva studiato.

Era spiritoso, brillante, svicolava abilmente dalle domande pericolose e, quasi sempre, i professori, annoiati dai tanti studenti impauriti, balbettanti e opachi che avevano già esaminato, gli concedevano il fatidico diciotto; talvolta però la sorte lo favoriva ed allora riusciva a portare a casa anche l’ambito trenta.

A me quel trenta costava invece mesi di faticosa applicazione e lunghe notti insonni trascorse sui libri. Forse davvero prendevo lo studio troppo sul serio: ero sempre così scrupoloso e preoccupato di fallire che non mi godevo neppure le serate con gli amici o le vacanze.

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Rosanna Bogo

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La zampa del coniglio: un apologo pasquale

“Lo prende quest’anno il biglietto, signora?” chiese il bottegaio mentre incartava il prosciutto. La cliente stava leggendo la lista della spesa e sembrò non sentire la domanda.

“Guardi com’è bello il primo premio!”

La signora alzò lo sguardo e fissò per un attimo l’enorme coniglio di cioccolata che si ergeva maestoso su una specie di altarino al centro del negozio.

“Per questa Pasqua avete fatto davvero le cose in grande! – osservò la signora – Ma mi piace di più il cesto del secondo premio. Ci sono anche i ricciarelli, Siro?”

“Come no!  E datteri, baci di dama, cioccolatini al liquore; e spumante, di quello buono!”

“Ma sì, mi dia un numero: il 35, se c’è ancora.”

“Eccolo, tutto per lei!” disse Siro staccando dal blocchetto il numero richiesto – e, mi raccomando, non si perda l’estrazione della prossima settimana, ruota di Firenze!”

Siro segnò sulla matrice il nome della signora: era una delle sue migliori clienti, ma frequentava raramente il negozio, di solito mandava la cameriera Giovanna.

La signora, in verità, non avrebbe voluto partecipare al concorso: per Natale aveva vinto il primo premio, una bella confezione di liquori che il marito aveva molto gradito, e le sembrava di avere già avuto la sua parte di fortuna. E poi non voleva sembrare una profittatrice: la maggior parte dei clienti del negozio aveva di certo più bisogno di lei e, con quel ben di Dio, una famiglia di operai avrebbe davvero passato le feste in allegria.

Comunque il numero, il 35, non lo aveva scelto a caso, se l’era sognato, come a Natale. I suoi morti probabilmente volevano farle un altro regalo.

Quando le donne che la mattina presto affollavano la bottega di Siro per comprare la schiaccia con i ciccioli o il pane fresco e la mortadella per la merenda dei figli che andavano a scuola seppero che anche la signora partecipava al concorso mugugnarono un po’.

“Ma se non vendo tutti i numeri come faccio a pagare i premi? Non vorrete che ci rimetta!” si giustificò Siro.

“Sì, ma vedrai che anche questa volta piove sul bagnato!” disse una cliente vestita dimessamente.

“La roba va a chi ce l’ha” aggiunse la sua vicina di fila.

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Rosanna Bogo

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Scrivolo

i racconti del nano grafomane

http://www.scrivolo.it

Segnalibri Sant’Agostino

Segnalibri Agostino

Il 28 Agosto la Chiesa Cattolica festeggia Sant’Agostino. Un’occasione, per noi, per ricordare il grande lettore (e scrittore!), morto 1583 anni fa.

Da stampare fronte e retro e  ritagliare: Segnalibro Sant'Agostino (485)

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Dr J. Iccapot