Prima parte.

Come ogni sera fra’ Crescentino scese la scala della cripta con circospezione: trascinava un carico ingombrante e più di una volta aveva rischiato di rotolare fino in fondo alla rampa con tutto il suo ambaradan.

Del resto spazzole, scope, panni, filo di ferro e un aspirapolvere portatile erano strumenti indispensabili per la toilette dei suoi “vecchietti”, così chiamava le mummie più o meno scheletrite che pendevano dalle pareti dell’enorme ambiente sottostante la chiesa, frati deceduti ormai da secoli ed esposti come memento mori alla vista dei fedeli o, considerati i tempi, come curiosità per turisti amanti del genere ‘dark’.

Dopo aver cenato con gli altri fratelli nel piccolo refettorio del convento, Crescentino si recava nel sotterraneo per togliere le ragnatele, riattaccare le ossa cadute, spesso a causa della curiosità eccessiva di qualche visitatore, sistemare le tonache scomposte, spolverare i crani, spazzare ben bene il pavimento. I fedeli non erano più quelli di un tempo: toccavano i defunti, buttavano cartacce e bucce di frutta dappertutto, insomma non avevano più rispetto del luogo sacro!

Fra’ Crescentino era un trovatello, non aveva parenti, ed era felice di vivere come converso nel convento: si sentiva circondato da ‘fratelli’, come in una vera famiglia, ed anche gli ospiti della cripta facevano parte della sua piccola cerchia di affetti. Quelle mummie rappresentavano, in certo senso, i nonni, gli zii, i genitori che non aveva conosciuto e di cui era lieto di prendersi cura per interposta persona.

Quando entrava nella Cripta per prima cosa si inginocchiava e recitava le preghiere dei morti, poi si metteva al lavoro ma non in silenzio: aveva infatti l’abitudine di chiacchierare animatamente con i suoi muti confratelli appesi alle pareti. Durante il giorno Crescentino aiutava il frate archivista e quindi conosceva, attraverso le carte del convento, vita, morte e miracoli degli abitanti del sotterraneo: così, quando si rivolgeva a fra’ Armando, noto per essere stato un severo Padre Guardiano, chiedeva se i visitatori  si erano comportati bene, oppure suggeriva a fra’ Gaudenzio, organista barocco, il tema per qualche nuovo mottetto e non mancava mai di  raccontare a fra’ Galgario, rinomato semplicista al servizio di Benedetto XIV, le malefatte del fraticello teutonico che si occupava da qualche mese dell’officina di erboristeria.

“Laureato in botanica non c’è che dire, ma proprio negato per le piante: credimi, quello ha il pollice nero. Di certo non riuscirà mai a riprodurre la formula della tua celebre tisana depurativa, tanto apprezzata dal Santo Padre!”.

Al Venerabile Filippo si rivolgeva sempre con particolare ossequio: lucidava a specchio gli ex voto appoggiati ai piedi del sant’uomo e qualche volta gli chiedeva una piccola grazia, ma a bassa voce, per non ingelosire gli altri. In fondo erano stati tutti buoni cristiani, uomini di fede vissuti in povertà fuggendo da un mondo pieno di tentazioni. E siccome provenivano da nobili casati e a volte avevano dovuto accettare i voti per volontà dei parenti, li ammirava ancora di più.

A tutti voleva bene, ma il suo preferito era senza dubbio fra’ Zacchia, divenuto frate già adulto e stroncato, non ancora vecchio, dalle feroci punizioni che si imponeva per espiare una segreta colpa… forse la morte di una fanciulla. In archivio, leggendo una polverosa lettera indirizzata dal padre del giovane al Guardiano del convento, Crescentino aveva scoperto che la nobile famiglia di Zacchia, al secolo don Ferdinando Del Monte, disapprovava quella tardiva vocazione, attribuita al turbamento per la disgraziata fine di una femmina del popolo. Malattia, suicidio, aborto? Non era dato sapere.

Comunque Crescentino era un romantico e non mancava mai di spolverare il teschio di Fra’ Zacchia, rimproverandolo dolcemente “Ma guarda un po’, un giovane così valente, rovinarsi per amore!”

“Se pure era colpevole – si diceva Crescentino – nei venti anni passati in convento aveva ampiamente espiato tutti i peccati commessi e le sue virtù eroiche erano, a ben guardare, maggiori persino di quelle del venerabile Filippo che, essendo un cadetto, era entrato bambino tra le mura del chiostro e non aveva mai avuto occasione di cadere in fallo”.

Chiacchierando e pregando Crescentino, anche quella sera, aveva quasi portato a  termine il suo lavoro: doveva solo  spazzare lo sconnesso mattonato intorno all’ultima nicchia, quella che ospitava fra’ Zacchia. Stava per prendere dal tascapane il panno morbido per spolverare il teschio del suo ‘Romeo’ quando notò sul pavimento strani frammenti di stoffa e ossa. Alzò gli occhi e ciò che vide, anzi, non vide, lo sconvolse: Zacchia era sparito.

Uno scheletro in tonaca non poteva svanire nel nulla, non si può portare via così, come una scatoletta di carne al supermercato e poi tutti i visitatori, all’uscita, dovevano passare davanti allo scaccino che raccoglieva l’obolo per le anime purganti. E neppure poteva essersi polverizzato, abito e rosario inclusi. Ma era un dato di fatto: lì non c’era più.

Fra’ Crescentino corse a svegliare il Padre Guardiano: i ‘vecchietti’ erano per lui intoccabili e l’idea che un pazzo, magari il seguace di una setta satanica, un negromante o un sacrilego antropofago avesse rapito fra’ Zacchia lo terrorizzava.

Il Padre Guardiano tentò di calmarlo “Sarà qualche burlone, magari uno studente di medicina o uno stupidone che vuole festeggiare Halloween spaventando gli amici”.

“Cosa sarebbe questo Halloween? “ chiese Crescentino, poco attento alle nuove mode d’oltreoceano.

“Ognissanti in inglese”.

“E per festeggiare tutti i santi gli inglesi rubano i nostri frati? Ma bravi, roba da non credere!”

In realtà anche il Padre Guardiano aveva subito pensato a qualcosa di brutto, purtroppo il mondo ormai pullulava di figli di Lucifero, cugini di Astarotte, fratelli di Belzebù e le ostie consacrate andavano tenute in cassaforte, ma non era il caso di spaventare ulteriormente quell’anima candida di fra’ Crescentino.

“Chiamo subito i carabinieri, si tratta pur sempre di un furto”.

“E un sacrilegio!” aggiunse Crescentino con le lacrime agli occhi.

Era ormai notte fonda quando una gazzella si fermò davanti alla porta del convento.

Un maresciallo e un appuntato scesero dalla macchina. La segnalazione riguardava un furto, qualcuno aveva portato via da quella chiesa uno scheletro semi-mummificato: una faccenda quasi ridicola in tempi normali, ma con la puzza di zolfo che si sentiva in giro non era da prendere tanto alla leggera.

I militari, guidati dal Padre Guardiano, scesero nella cripta e raggiunsero la scena del crimine, il luogo dove fra’ Zacchia del Monte, appeso come un manichino, aveva trascorso gli ultimi due secoli,  ammonendo i peccatori sul destino che attende ogni uomo.

L’appuntato, un giovanotto alle prime armi, sembrava decisamente spaventato e i singhiozzi disperati di Crescentino, nascosto nel buio, non contribuivano certo a rendere l’atmosfera meno macabra.

“Ma che ci fanno ‘sti scheletri appesi, maresciallo?” chiese preoccupato il giovane.

Il maresciallo era siciliano e trovava quel genere di cripta del tutto normale.

“E’ per devozione delle anime purganti, sono antiche tradizioni religiose. Tutto autorizzato, tranquillo. Piuttosto, come è avvenuto il fatto? Ci sono altre uscite? Qualche sospetto?”

“Fra’ Zacchia, lo scomparso, oggi alle cinque, quando ho chiuso la chiesa, era qui, come sempre. Sono sicuro” disse Fra’ Crescentino uscendo dall’ombra. Si soffiava il naso con gran forza, ma le lacrime continuavano a scorrere.

“E’ un parente del rapito?” chiese l’appuntato con premura.

“Ma Trotti che domande fai! Qui non ci sono rapiti e questi morti sono trapassati da due o tre secoli… il fratello qui presente è dispiaciuto in generale, per il sacrilegio”.

“Ma perché hanno preso proprio fra’ Zacchia, un’anima santa. Maledetti demoni!- esclamò Crescentino – ma con le sue ossa benedette non potranno fare i loro intrugli malefici. E se dovessero appenderlo in giro come un pupazzo, per scherzo…Un uomo che è vissuto a pane ed acqua, vent’anni in ginocchio a pregare e battersi con il flagello per i nostri peccati!”

“Oggi viviamo proprio in un brutto mondo, – disse il maresciallo seriamente commosso – vedremo di risolvere il caso al più presto. Intanto diamo un’occhiata in giro, da qualche parte deve esserci un’apertura, di certo non sono passati attraverso i muri.”

“Chi?” chiese l’appuntato.

“Ma i ladri, Trotti. Dobbiamo cercare una finestra o una porta, non siamo in  film di Nosferatu!”

Mentre rimproverava benevolmente il suo sottoposto il maresciallo notò a terra un piccolo osso triangolare e concavo. Lo raccolse perché era un investigatore navigato e in Sicilia tante volte aveva partecipato al recupero di resti umani vecchi di decenni, povere vittime della lupara bianca. Lo mise in tasca con aria indifferente.

Dopo una lunga ispezione finalmente venne trovata una finestra a filo della strada con le inferriate divelte. Il muro, umido, si sgretolava facilmente e staccare le sbarre era stato uno scherzo: il passaggio immetteva in un vicoletto buio, proprio dietro il convento. Dei ladri e di fra’ Zacchia nessuna traccia.

“Chiama la scientifica, maresciallo?” chiese il Padre Guardiano che, tutte le sere, seguiva il telegiornale per tenersi aggiornato e vedeva di continuo investigatori in tuta bianca aggirarsi sul  luogo di efferati delitti.

“A che santo è intitolata la vostra chiesa? – domandò il maresciallo Pullizzi.

“San Giuseppe da Copertino”.

“Ah! da studente a lui mi raccomandavo per gli esami e mai mi ha deluso… allora con l’aiuto del nostro san Giuseppe dei voli e di qualche soffiata vedrete che presto ritroveremo il confratello scomparso,  senza scomodare mari e monti. Farò solo rilevare le impronte sulla finestra.”

I carabinieri salutarono e se ne andarono lasciando il Padre Guardiano un po’ deluso e fra’ Crescentino in lacrime.

Fine Prima parte.

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Rosanna Bogo