Seconda parte.

Qui la Prima parte.

L’indomani mattina si presentò al convento un funzionario della Soprintendenza: era stato segnalato il furto di un bene demoetnoantropologico e quindi l’Ufficio competente doveva verificare la situazione ed avvertire il nucleo tutela presso il Ministero dei Beni Culturali.

Il funzionario osservò che le finestrelle a livello del piano stradale non erano sicure e questo comprometteva la sicurezza non solo dei ‘mamozzi’ appesi nella cripta, ma anche delle opere  d’arte, grandi pale d’altare del ‘600, conservate nella soprastante chiesa. Al termine del sopralluogo, prima di salire sull’auto di servizio, il funzionario chiese  se era possibile vedere una foto del bene sottratto.

Crescentino avrebbe voluto gridare che non era scomparso un bene ma il corpo di un uomo, anzi, un santo uomo che da morto certamente valeva più di tanti vivi in circolazione, presenti inclusi. Conosceva il suo nome, la data di nascita e di morte, le meditazioni religiose che aveva appuntato sul suo piccolo diario: no, non era un oggetto, era un essere umano che aveva amato e sofferto, era fra’ Zacchia. Però rimase in silenzio e corse in archivio a prendere la foto richiesta. Il funzionario la guardò con visibile disgusto, chiese di tenerla per qualche tempo e l’infilò in tasca sgarbatamente, sbattendo la porta dell’auto.

“Via – disse all’autista – un tipo con la faccia altrettanto scocciata – andiamo a respirare un po’ d’aria fresca.”

Il maresciallo iniziò le sue indagini con il solito giro di valzer dei confidenti, ma nessuno aveva sentito parlare di un furto così bizzarro. Qualcuno rise, qualcuno si abbandonò a gesti scaramantici, corna, toccatine, segni di croce, tutti si stupirono che il maresciallo, persona notoriamente seria e attaccata al lavoro  perdesse il suo tempo dietro a simili sciocchezze. E con quello che succedeva il giro…

Venne convocato in caserma anche un inquietante giovanotto nerovestito: era il soggetto adatto per sondare certi ambienti ‘particolari’ con cui la malavita tradizionale non aveva legami. Il ‘satanista’ era in effetti un povero diavolo, un idraulico con la mente un po’ confusa, traviato da cattive compagnie di paese, e doveva un grosso favore al maresciallo per una faccenda di agnelli sgozzati al plenilunio fatta passare per semplice macellazione abusiva. Ovviamente desiderava sdebitarsi con il maresciallo, però non sapeva nulla di scheletri di frati trafugati.

“Roba buona per streghe o negromanti – osservò pensieroso il fan di Lucifero – ma per procurarsi qualche vecchio osso non bisogna più fare tanta fatica. Non occorre neppure infilarsi di notte in un camposanto di campagna o corrompere un becchino, ci sono le discariche dove vengono buttate le bare degli esumati: il comune si preoccupa solo di fare cassa, i posti devono essere liberati e rivenduti, così i ruspisti del cimitero hanno l’ordine di non guardare tanto per il sottile, soprattutto se all’operazione non assistono parenti rompiscatole. E lì trova di tutto…per gli amanti del genere”

“L’esumazione si dovrebbe fare rispettando precise regole…e la dignità del defunto” replicò Pullizzi, turbato all’idea che anche i suoi morti fossero un giorno trattati al pari di spazzatura.

“Maresciallo mio, in questo schifo di mondo non si rispettano neppure i vivi, si ammazza un bambino per un organo da trapiantare e lei si scandalizza per la sorte di qualcuno che ha la fortuna di essere sfrattato e fatto a pezzi quando è già morto e sepolto da dieci anni!”

“Comunque impadronirsi di un cadavere si configura sempre come furto e se il reato si compie in una chiesa è anche sacrilegio.”

La prospettiva di violare la legge divina suscitò nel giovanotto un’involontaria smorfia vagamente demoniaca.

Forse, pensò Pullizzi, l’idraulico non si era del tutto ravveduto e frequentava ancora le cattive compagnie di un tempo.

“Ricordati Bandelli che hai promesso di rigare diritto! – disse ruvido il maresciallo – se ti pesco di nuovo a saltellare di notte nei boschi con il pentacolo al collo io te lo metto… sai tu dove! Ora puoi andare e fa conto che non ci siamo visti.”

Le indagini per il momento erano ad un punto… ‘morto’. Sulle inferriate della chiesa non avevano trovato nulla, la sera del fatto nessuno aveva visto nei dintorni della chiesa auto o persone sospette. Di certo non era l’impresa di un balordo o di una banda di ragazzini, forse un matto solitario, un collezionista di cadaveri, ed allora si trattava di trovare il famoso ago nel pagliaio.

Il giorno dopo la scomparsa di fra’ Zacchia, nel pomeriggio, il maresciallo Pullizzi, accompagnato dall’appuntato Trotti, tornò sul luogo del delitto. Voleva assicurare i fraticelli che le ricerche continuavano ed il caso, per quanto classificabile come minore, non veniva sottovalutato dalle forze dell’ordine.

Al convento la situazione sembrava tranquilla, il Padre Guardiano si stupì per la solerzia del maresciallo, certo avrebbe voluto recuperare al più presto il povero Zacchia, ma non considerava la sua perdita un evento particolarmente grave. “Dopo tutto, cenere siamo e cenere torneremo ad essere, non importa – osservò con aria grave – e poi il furto è accaduto nella cripta che non è officiata, la chiesa si è salvata. Anche il signore mandato questa mattina dalla Soprintendenza non sembrava dare troppo peso al fatto.”

“Pare che il reparto preposto alla tutela dei beni artistici in questo momento sia molto impegnato –disse il Maresciallo – quindi per ora non potrà occuparsi del caso…così mi ha riferito al telefono il Funzionario della Soprintendenza, ma io continuerò le indagini e con impegno, soprattutto per rispetto al luogo sacro e per quel povero fra’ Crescentino. Mi è sembrato davvero dispiaciuto.”
“Povero ragazzo – aggiunse il Padre – non riesce a darsi pace. Pensi che non solo si occupa da anni della manutenzione dei corpi custoditi nel sotterraneo ma, accanto ad ogni defunto, ha applicato una didascalia con nome, luogo di nascita, data di morte, età, incarichi ricoperti e qualche altra notizia curiosa che ha rintracciato tra le antiche carte del convento. L’archivista è un bravo calligrafo e, per assecondarlo, ha trascritto il tutto in caratteri gotici, in verità sono cartelli davvero graziosi, oltre che istruttivi per i visitatori che sembra li gradiscono molto.”

Il maresciallo volle di nuovo visitare la cripta e guardò con attenzione il cartiglio di fra’ Zacchia: morto nel 1796, all’età di cinquantacinque anni, custode della biblioteca del convento, devoto fino al punto di sottoporsi a lunghi digiuni, auto flagellazioni ed altre privazioni per redimere le colpe del mondo. E il mondo gli è stato davvero riconoscente…vai a sacrificarti per gli altri!

“Probabilmente i suo superiori lo consideravano un po’ pazzo – mormorò il Padre Guardiano, dopo essersi accertato che Crescentino non fosse nei dintorni – ma in altri tempi meno ‘illuminati’ lo avrebbero definito un santo e canonizzato. Il vescovo dell’epoca era persino un simpatizzante dei Giansenisti, si figuri!”

Il maresciallo proprio non sapeva chi fossero i Giansenisti, ma immaginò che non avessero in simpatia i frati zelanti.

“Avete mai ricevuto minacce da parte di qualche setta per così dire ‘anticristiana’, oppure  richieste di denaro, magari un riscatto.”

La domanda sembrò stupire l’anziano frate.

“Caro Maresciallo, noi seguiamo davvero l’esempio di Francesco, la povertà è la nostra sposa. Sono vecchio però non ignoro com’è diventato il mondo di fuori, mi ricordo del cadavere di quel famoso banchiere rubato anni fa, ma solo un folle organizzerebbe un piano del genere per il nostro Zacchia: viviamo in miseria ed anche cento euro per noi rappresentano una cifra enorme!”

“Eppure, mi creda Padre, in giro ci sono dei disperati che rubano i cani ai giardinetti e li restituiscono ai padroni per quattro lire” rispose Pullizzi, infastidito all’idea che un atto del genere non avesse motivazione.

“Magari qualcuno si vuole vendicare di voi Frati, un mendicante molesto che avete allontanato dalla chiesa, oppure un balordo che odia i religiosi. Un personaggio come fra’ Crescentino, ad esempio, potrebbe attirare l’attenzione di qualche squilibrato”

“Cacciare i poveri, proprio noi! Ma via… Tempo fa ho sorpreso un poveraccio che cercava di rubare le elemosine e ho aperto io stesso la cassetta per consegnargli i pochi spiccioli che conteneva. Poi ho deciso di buttare la chiave: chi ha bisogno prenda pure, le elemosine sono per i poveri, frati o laici non fa differenza.”

“E Crescentino?” chiese il maresciallo.

“Quel ragazzo forse sembra un po’ strano, ma è buono come il pane  e gentile con tutti. Esce raramente dal convento e non frequenta nessuno, a parte noi frati che siamo, di fatto, la sua unica famiglia. E tra queste mura, mi creda, regna davvero l’amore, non ci sono rivalità o antipatie”

“A volte quel che sembra non è… in fondo anche gli abitanti di un convento sono esseri umani, non santi!”

“Lei sbaglia strada se cerca tra queste mura la spiegazione di quanto accaduto. Qui vivono dieci povere anime che affrontano insieme il viaggio attraverso questa valle di lacrime con la speranza di raggiungere, un giorno, il Paradiso. Dove sono le ricchezze, le posizioni di potere, le sistemazioni migliori che suscitano l’inimicizia tra gli uomini? ognuno di noi prega e fa quello che si sente di fare: fra’ Girolamo cura la biblioteca e l’archivio, fra’ Donusdeo studia teologia e segue i fedeli che si presentano al convento per un consiglio o per cercare conforto spirituale, fra’ Leone tiene in ordine conti e fatture, fra’ Agapito sta in cucina, fra’ Crispiniano e fra’Isidoro coltivano l’orto, fra’ Marcello alleva polli e conigli nel chiostro più interno, ma non lo dica in giro, credo sia vietato per motivi d’igiene, il nuovo arrivato fra’ Wolfran, un giovane erborista tedesco, si occupa della farmacia e grazie alla vendita dei suoi prodotti, tisane, saponi aromatizzati, unguenti, fortunatamente qualcosa entra in cassa. Poi ci sono i proventi delle offerte dei visitatori della cripta affidata a fra’ Crescentino, ma nessuno tira fuori di tasca più di un euro, mi creda. Ah! Dimenticavo il nostro sacrestano, Aga: è un vecchio senza nessuno al mondo che ospitiamo per carità. Ha l’incarico di aprire la chiesa e, durante il giorno, dovrebbe controllare che nessuno si avvicini all’altare con il Santissimo, ma per lo più dorme su un pancale vicino all’ingresso. Vorrebbe diventare un converso come Crescentino però, nonostante viva con noi da più di dieci anni, non si è mai chiarito a quale credo religioso appartenga. Del resto anche la Natività di Betlemme è custodita da una famiglia mussulmana. Infine ci sono io, fra’ Bernardino da Montecchi, Padre Guardiano di questo piccolo zoo di anime.”

“Può stare certo che non sospetto nessuno di voi, Padre Bernardino, però le confesso che in questo caso, per così dire, brancolo nel buio.”

“Allora pregherò il nostro san Giuseppe da Copertino perché le faccia superare anche questa prova, come quando era ragazzo” replicò sorridendo il Padre Guardiano.

Il Maresciallo Pullizzi si congedò dal frate promettendo di tornare in caso di novità. Aveva voglia di camminare e disse all’appuntato Trotti di rientrare con la macchina in caserma. Il giovane si mostrò subito contrariato: un maresciallo dei carabinieri non se ne va in giro così, non è regolare. E poi lui, da solo, in macchina…no, non era affatto una buona idea.

“Siamo militari, possiamo essere attaccati… allora anche in pattuglia si dovrebbe andare da soli” obiettò l’appuntato.

“Permette almeno che mi fermi qualche minuto su questa panchina, caro Trotti?” chiese scherzosamente Pullizzi. In fondo il ragazzo non aveva tutti i torti.

“Non mi sfotta, maresciallo, lo sa che sono un novellino – replicò Trotti – Le cose fuori dalle regole mi fanno venire il nervoso e poi di notte mi sveglio con l’angoscia e la gastrite.”

“Ma lo sai quanto bicarbonato mi sono bevuto io in venti anni di servizio?! Poi ti abitui e diventi indifferente al pericolo e scopri che la maggior parte delle norme in realtà sono inutili e nessuno fa caso se non le rispetti.”

“E’ strano che sia proprio Lei a dire una cosa del genere. In caserma la chiamano il maresciallo ‘Regolo’, attento al Regolamento e diritto come un righello. E, secondo me, è un bel complimento.”

“Non tutto quello che sembra è, Trotti. Neppure il tuo maresciallo, ricordatelo bene. E ora andiamo, torniamo insieme in caserma, ho preso la mia ora d’aria.”

In effetti, Saro Pullizzi era un uomo all’antica, serio e tutto d’un pezzo per le cose che riguardavano la famiglia, l’onestà personale e il prestigio dell’Arma. Non sopportava certi commilitoni che si definivano ‘colleghi’, consideravano il servizio un semplice lavoro e cercavano di faticare il meno possibile. La furbizia era opportuna e legittima nell’attività d’indagine, non certo in caserma o nella vita privata.

Anche in famiglia si comportava con severità ma era un atteggiamento più apparente che reale.

I figli lo rispettavano ma non lo temevano, la moglie Santuzza lo chiamava ‘il Generale’ ma era abituata a mandare avanti la baracca da sola, chiedendo il suo intervento solo in casi eccezionali.

“Vostro padre ha già tanti problemi al lavoro – diceva ai figli – così, quando apre la porta di casa e chiede se ci sono novità, il ‘sergente’ Santina risponde: N.N., signor Generale” .

Comunque su determinate questioni Pullizzi era inflessibile: i figli dovevano rientrare non oltre le due di notte, le vacanze si facevano tutti insieme al paese, un grazioso borgo di mare nel Sud, in casa dovevano esserci solo due televisori, uno in soggiorno, l’altro nella camera dei figli. Rigorosamente con tubo catodico e senza canali a pagamento. Il colore era ammesso anche se il bianco e nero, secondo il maresciallo, era meno dannoso per gli occhi. Così, invocando ‘ragioni di salute’, la sera, dopo il telegiornale, indossava pesanti occhiali da sole e, nascosto dietro le lenti scure, poteva dormicchiare sulla poltrona del salotto fingendo di fare compagnia alla moglie. Ogni tanto però doveva svegliarsi e seguire la trasmissione, perché l’indomani Santuzza l’avrebbe interrogato. Dato che in famiglia il maresciallo non parlava mai di lavoro, la moglie aveva stabilito di fare conversazione a tavola prendendo spunto dai programmi televisivi visti, lei credeva insieme, la sera precedente.

La signora Pullizzi comunque non amava i generi più popolari, telenovelas e reality. Guardava volentieri un film, a patto che non fosse troppo violento, o le trasmissioni di intrattenimento ‘intelligente’ degli  Angela, ma in assoluto prediligeva i programmi che affrontavano temi curiosi al limite del paranormale.

Il maresciallo era di conseguenza diventato un esperto di piramidi, Templari, testoni dell’Isola di Pasqua, cerchi nel grano, Vichinghi, falsi allunaggi e, dato che i temi, alla fin fine, erano sempre gli stessi, non rimaneva mai a corto di argomenti, anche se aveva dormito quasi tutta la sera.

La mattina dopo il secondo sopralluogo al convento Pullizzi ricevette la visita del Funzionario della Soprintendenza. Voleva sapere se c’erano novità sul caso, un accadimento a suo avviso chiaramente insignificante, e lasciò al maresciallo la foto dello scheletro che aveva avuto dai frati.

“Tanto l’ho già scannerizzata per la pratica. Speriamo di archiviare tutto al più presto.”

“Speriamo piuttosto di ritrovare al più presto Zacchia” replicò il maresciallo.

“E chi è Zacchia?”

“Come, non sa neppure il nome del reperto rubato? Fra’ Zacchia è il rapito.”

“Francamente, caro maresciallo, in questa storia non ci trovo nulla di divertente – disse il Funzionario, accomiatandosi – se volevo avere a che fare con gli scheletri, facevo l’archeologo, non lo storico dell’arte. Le pare?”

“Già – si disse il maresciallo – gli antichi scheletri interessano solo agli archeologi.”

Quella sera Santuzza aveva deciso di seguire un programma di ‘misteri’ e Saro dormiva un sonno agitato a causa delle mummie egizie che di tanto in tanto passavano sullo schermo e gli rammentavano che il caso del convento era ancora in alto mare. Tutenkamon non era figlio di Nefertiti, i microbi contenuti nelle tombe spiegavano la ‘maledizione’ del faraone, i riti egizi della Massoneria introdotti in Francia nel Settecento… una marea di informazioni si confondeva nel cervello del maresciallo che ad un certo punto si svegliò di botto udendo pronunciare il nome Balsamo. Al suo paese viveva un certo Salvatore Balsamo e con una delle sue figlie, Carmelina,  Saro aveva avuto un amorazzo quando era studente delle medie. Solo occhiate e qualche bigliettino, all’epoca usava così. Il Balsamo del servizio televisivo però era ovviamente un’altra persona, un avventuriero morto da secoli, uno stregone, un millantatore che si spacciava per nobile e, con il bizzarro nome di Cagliostro, aveva raggirato le corti di mezza Europa. Poi, ormai più che cinquantenne, a Roma le autorità pontificie lo avevano imprigionato per stregoneria, condannato al carcere e chiuso in una rocca impenetrabile, a San Leo. La storia era ricca di colpi di scena, un vero romanzo ed anche la morte in carcere del mago era avvolta nel mistero. E proprio su quest’ultimo evento dell’esistenza di Giuseppe Balsamo, verificatosi nel 1795, l’autore del programma, il noto Longoni, stava per presentare ai suoi affezionati telespettatori uno sconvolgente scoop: il ritrovamento della tomba di Cagliostro, sepoltura di cui si erano perse le tracce da due secoli.  Secondo il racconto del cappellano della Rocca, Balsamo era stato sepolto nudo in terra non consacrata perché, morto di apoplessia, non aveva voluto ricevere i sacramenti. La leggenda diceva che la tomba era stata volutamente occultata, ma fu ugualmente ritrovata da adepti del santone o forse da soldati dell’armata napoleonica, che provvidero a traslare la salma in luogo più degno ma altrettanto ignoto.

Il Longoni si apprestava quindi a trasmettere le riprese del ritrovamento e dell’apertura della tomba e dimostrare con prove storiche e scientifiche  l’autenticità del suo colpo giornalistico.

La macabra scena, per apparire ancora più inquietante, si svolgeva di notte: all’interno di un rudere, forse una cappellina, due uomini erano intenti a scavare. Dopo un po’ comparvero le ossa, deposte nella terra senza bara, come aveva scritto il cappellano. Sotto il corpo nudo una monetina datata 1794 dimostrava che la sepoltura risaliva grosso modo agli anni della morte del conte Cagliostro. Ma per essere sicuro Longoni aveva fatto effettuare esami più precisi, compreso il carbonio 14. Il cadavere era in parte mummificato, affermava il Longoni, perché la seconda sepoltura nel sotterraneo dell’edificio aveva alterato la naturale decomposizione del corpo. Il teschio, inquadrato più da vicino, sembrò al maresciallo vagamente familiare.

Fine Seconda parte.

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Rosanna Bogo