“Trasmettiamo adesso: notturno italiano” e la radio cominciò a mandare in onda una musichetta leggera adatta per quell’ora così tarda. Giovanni si scosse: era rimasto seduto, lì in cucina, per ogni evenienza, sonnecchiando con la testa appoggiata sulle braccia incrociate sul tavolo, ma erano le undici e ancora non succedeva niente. Adele entrò piano, si richiuse alle spalle la porta del corridoio, enorme e freddissimo, in quella fine di febbraio in cui l’inverno continuava a mordere. “Niente?” fece lui, alla moglie. “No, ancora no” rispose lei, paziente; mise due pezzi di legna nella cucina economica che scaldava la stanza e si sistemò sulla ‘sua’ sedia, una sedia impagliata, un po’ più bassa del normale, che usava quando, come adesso, doveva passare delle ore seduta a sferruzzare.

Adele prese infatti, dalla busta di carta che aveva messo per terra, il lavoro iniziato: ricominciò a lavorare, attenta alle maglie, con la mano che tirava via, poco per volta, il filo di lana celeste che stava prendendo la forma del maglioncino per il bimbo. Perché, anche se non sapeva con precisione quando sarebbe nato, che sarebbe stato un maschio ne era proprio sicura.

“Vai a letto”, fece al marito, “Qui ci resto io, se ha bisogno… Poi c’è Fabio accanto a lei.”

“Sì, buono quello!”. Giovanni si accigliò e da sotto le sopracciglia folte e nere dette una occhiataccia alla moglie; non gli piaceva, quello, non gli era piaciuto da fidanzato e non gli piaceva adesso, da marito.

“E’ buono solo a comandare: l’abbiamo preso con noi come un figliolo, non aveva il becco di un quattrino, gli ho trovato io un lavoro e lui come ci ringrazia? Fa il prepotente qui, in casa mia; eppure, se qui non ci fossi io, Adelina, lo sai, quei due non avrebbero neanche da mangiare!”

Lei non rispose, non era il momento di tornare di nuovo su quello spinoso argomento e poi sapeva di avere la sua parte di colpa in quel matrimonio, ormai se ne era resa conto; continuò a contare il calare delle maglie in silenzio.

“Ma Liberata che dice?”, Giovanni si era ormai svegliato del tutto.

“Che dice… dice che ci siamo, è questione di ore, dice… Basta chiamarla… dice che ci si può andare a qualsiasi ora, tanto c’è abituata, è il suo lavoro. Da qui ci vogliono dieci minuti per arrivare a casa sua.”

“Sì, dieci minuti ad andare, dieci a tornare… E se succede qualcosa?”

Adele alzò un po’ le spalle. “Sarà quello che Dio vuole, almeno questa volta non l’ha ‘buttato giù’  di sei mesi!”

Per un po’ nessuno aprì bocca, le orecchie tese sul minimo rumore che poteva venire dall’altra parte del corridoio, dalla camera della figlia, ma pensavano tutti e due ai gemellini, persi l’anno prima, al dolore della loro ‘bimba’ per quell’aborto, in fase così avanzata, che Liberata era riuscita solo per miracolo, lì, in quella stessa casa, a non trasformare in tragedia.

Era ormai l’una, la stufa aveva smesso di scricchiolare per il calore e nella stanza c’era un caldo umido; la radio era ancora accesa e mandava in onda, bassa, bassa, le sue musichette. Giovanni la spense, non sopportava la radio e specie la musica: tutta roba inutile. Adele fece finta di non accorgersi di nulla, continuando a lavorare; all’improvviso si aprì cigolando la porta di cucina ed entrò Fabio, tutto scapigliato, nel suo pigiama grosso, color canapa, gli spessi calzini di lana a fargli da ciabatte.

“Che c’è?” chiese allarmato Giovanni, alzandosi. Adele aveva smesso il suo lavoro. “Niente, state tranquillo. Dorme. Mi sono alzato perché non ce la facevo più a stare lì a letto, fermo, fermo.”

“C’è un po’ di caffè?” chiese poi, rivolto alla suocera. “Sì, c’è quello di ieri sera. L’ho lasciato in caldo” fece Adele, alzandosi e posando con cura il lavoro a maglia sul cuscino della sedia. “Lo vuoi un po’ anche tu, Giovanni?”. Il marito annuì, senza parlare. Adele prese tre tazze  bianche dalla vetrina e la caffettiera napoletana che aveva messo in un angolo della piastra della cucina economica, e cominciò a versare il caffè. Un odore dolce, misto di caffè e di orzo, si sparse nella stanza; si accorse che ne era rimasto poco, non bastava per tutti e tre, e allora lo mise solo nelle tazze degli uomini.

“Bevete, io vado di là”, non voleva che la  “la bimba” rimanesse sola; mise la zuccheriera sull’incerata del tavolo, poi si avvolse in una mantella di lana grossa e uscì dalla cucina, chiudendo rapidamente la porta per non far entrare il freddo.

Giovanni riempì la sua tazza di zucchero e si mise a girare piano, piano il cucchiaino, preoccupato, lo sguardo sempre accigliato. Fabio di zucchero ne mise appena un cucchiaino e bevve, velocemente, il suo caffè, in piedi. Giovanni lo guardò: sembrava un ragazzino, anche se aveva ventotto anni, ormai. Lui Lina, quella sua unica figlia, l’aveva avuta quando ne aveva ventisei, di anni, ma era un  ‘uomo fatto’, lavorava da sempre, era uno con la testa sulle spalle, lui.

Fabio mise  rumorosamente tazza e cucchiaino nell’acquaio, ma neppure accennò a lavarli; Giovanni era ancora seduto al tavolo; Adele rientrò, la mantella stretta addosso. “Dorme, sembra tranquilla”, fece rivolta ai due.

“Io torno di là”, disse Fabio ai suoceri “secondo me non se ne fa di niente neanche stanotte. Andate a letto anche voi, rimango sveglio io”. E chiuse la porta, facendo entrare una folata gelida nella cucina.

“Vai a letto, Giovanni”, fece Adele, rimettendosi a sedere. “Ha ragione, se si è addormentata non se ne fa di nulla. Resto io, qui in cucina, vai a dormire che è tardi. Domani devi andare all’orto.”

Giovanni la guardò, quasi convinto. L’indomani, in effetti, doveva andare all’orto per portare da mangiare a polli e conigli, che avevano passato un’altra notte nel gelo. “Preparami l’acqua, guarda che lì – e accennò alla cucina economica – ce ne sia abbastanza per domattina.” Appena arrivato voleva rimettere le bottiglie con l’acqua calda nel pollaio e nelle gabbie dei conigli, come aveva fatto la sera, prima di tornare a casa dall’orto. Povere bestie, non si potevano lasciare all’addiaccio con quell’inverno, e dio solo sapeva quanto bisogno c’era di avere qualche animale da vendere e un buon pollo da mangiare, ora che stava per arrivare una bocca in più.

Giovanni si alzò, torvo e preoccupato: faceva i suoi conti, ragionava su come riuscire a rendere il suo orticello ancora più produttivo, su come sarebbero andate la primavera e l’estate.  Aprì la porta di cucina piano, senza far rumore e si avviò verso il suo letto, che avrebbe trovato appena tiepido, grazie al ‘prete’ che aveva scrudelito le lenzuola. Si sentiva stanco, la tensione e la preoccupazione erano tante. Aveva bisogno di dormire ma gli bastavano un paio di ore, alle cinque sarebbe stato di nuovo in piedi. Caricò meccanicamente la vecchia sveglia di latta, rimise la suoneria che tanto, al solito, non gli sarebbe servita, e s’infilò a letto, convinto ormai anche lui che quella notte non sarebbe successo niente.

La previsione del nonno era giusta: io sarei arrivato, al solito in ritardo, il giorno dopo, anzi, la notte dopo, tanto per far passare un’altra serata insonne a tutta la famiglia. L’ostetrica Liberata certi tipetti che fanno perdere tempo li fiutava a naso.

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Dr J. Iccapot