L’edificio si ergeva imponente sulla collina calva come una grande cittadella fortificata. Ad un primo sguardo poteva sembrare un unico corpo ma, in realtà, era un insieme di blocchi, strutture distinte che, nel corso di decenni, si erano aggiunte al nucleo primario. Da un punto di vista tettonico però non si trattava di un fenomeno di casuale superfetazione, bensì del progressivo, lento, reificarsi di un preciso progetto.

Si stentava tuttavia ad immaginare che qualcuno dotato del ‘ben dell’intelletto’ avesse intenzionalmente creato una struttura così in contrasto con l’istintiva propensione dell’homo sapiens per la diversificazione.

I nostri progenitori, non disponendo del fiuto di un lupo o del sistema di orientamento di un piccione, di certo avevano escogitato qualche metodo per ritrovare agevolmente la via della grotta domestica, ad esempio imprimere segni sulle cortecce o sulle rocce, lasciare qualche traccia lungo il sentiero, come Pollicino: del resto nella foresta essere in grado di rispondere alla domanda “dove mi trovo?”, al calare delle tenebre o se si era inseguiti da un belva affamata, poteva fare la differenza tra la vita e la morte. L’uomo moderno conserva ancora qualche traccia di quell’atavico timore e, nonostante viva in un ambiente molto meno ostile, si muove cercando dei punti di riferimento riconoscibili: per questo, paradossalmente, si diverte a girare in un labirinto, così come, al Luna Park, è contento di viaggiare a testa in giù sulle montagne russe o entra ridendo il tunnel degli orrori.

La sensazione ‘adrenalinica’ di essersi persi sapendo tuttavia di trovarsi in una struttura ludica e collocata in un luogo ben preciso, con amici e parenti che attendono all’uscita, non ha però nulla a che fare con la percezione del vero smarrimento, sintomo, tra l’altro, di gravi malattie degenerative del sistema nervoso centrale. Chi non pensa con terrore alla condizione del malato di Alzheimer non più in grado di riconoscere la via di casa o la porta della propria stanza?

In breve, a nessuno piace perdersi contro la propria volontà in un edificio labirintico o in un dedalo di strade, soprattutto se è diretto da qualche parte.

Il grande edificio costruito sulla collina sembrava invece concepito proprio per rendere difficile l’orientamento di persone che avevano fretta di raggiungere un luogo preciso collocato al suo interno, perché non si andava lì per caso o per fare una gita di piacere.

Forse però l’effetto non era consapevolmente voluto, l’inconscio a volte gioca brutti scherzi anche ai progettisti.

Per percepire l’anormalità di quella ‘roccaforte’ occorreva comunque varcare l’ingresso: all’esterno infatti sembrava solo una costruzione banalmente grandiosa e non più brutta di tante altre opere realizzate nella seconda metà del XX secolo in stile ‘geometrale’.

Il primo ostacolo si incontrava appena varcato l’ingresso: due enormi corridoi diritti, simili a strade, pressoché identici per colore delle pareti, forma delle finestre e pavimentazione, si allungavano in direzioni opposte, suggerendo l’esistenza, al termine del percorso, di ulteriori indefiniti spazi. Da che parte andare? Fortunatamente una colossale parata di cartelli soccorreva il dubbioso viandante fornendo tutte le informazioni necessarie per muoversi agevolmente nell’edificio. In teoria…

Ma ormai il visitatore era già all’interno di quella misteriosa foresta di cemento primordiale. Voltando le spalle al tabellone poteva ancora scegliere di tornare nel mondo della logica, ma quasi tutti proseguivano nel loro viaggio: non si trovavano lì per caso.

Anche se l’edificio aveva evidentemente una superficie enorme, all’interno si percorrevano spazi che, pur variando per misura, lunghezza, larghezza, posizione delle finestre, davano l’impressione di essere sempre gli stessi. Attraverso un complesso sistema di ascensori ed un’incomprensibile combinazione di rampe che non conducevano, come tutte le scale, semplicemente al piano superiore o inferiore rispetto al punto di partenza, era possibile spostarsi in direzione verticale, mentre porte sparse qua e là lungo i corridoi davano accesso ad altri corpi della costruzione in direzione orizzontale. Interminabili finestre a nastro lasciavano intravedere all’esterno alte pareti vetrate, tutte uguali. Affacciarsi su quei cortili anonimi o contare le rampe percorse non serviva a molto: occorreva fidarsi ciecamente dei cartelli indicatori. P significava piano ovvero ‘Purgatorio’, si saliva, S stava per ‘sotto’, girone ‘ctonio’, ma ‘0’ non corrispondeva al livello d’uscita.

Un grazioso arcobaleno di strisce colorate, sentieri artificiali tracciati sul pavimento, doveva facilitare lo spostamento dei visitatori. In altre strutture meno complesse il sistema era di certo efficace, ma nel grande edificio sulla collina serviva più che altro per rallegrare i passanti.

Il visitatore, per prima cosa, consultava il grande pannello indicatore all’ingresso e, identificato sul tabellone il luogo dell’edificio in cui ci si voleva recava, doveva seguire la striscia del colore indicato.  Forse con altrettanta fede i devoti percorrevano i labirinti raffigurati nello spazio delle cattedrali medievali, immaginandosi pellegrini diretti a Gerusalemme; ma in realtà le strisce conducevano solo fino al punto di accesso ai vari livelli dei diversi blocchi e terminavano di fronte a batterie d’ascensori o a rampe di scale. Non sempre era possibile scegliere il mezzo per spostarsi in verticale tra i piani: chi temeva l’ascensore difficilmente trovava la scala equivalente e spesso finiva per perdersi.

I punti di contatto tra le diverse parti dell’edificio non erano evidenti e, spostandosi in orizzontale, occorreva prestare fede alle indicazioni che, in prossimità dei varchi, segnalavano il passaggio da un blocco all’altro. Superato il confine però non si era più certi del piano in cui ci si trovava: anche in questo conveniva sempre affidarsi ai cartelli.

Il signor B non amava le avventure e detestava perdere tempo, quindi, se poteva, evitava di frequentare il grande edificio.

La sua avversione per quella costruzione era, in primis, di natura estetica: quando transitava in zone della città da cui si vedeva la collina calva non mancava mai di esprimere tra sé qualche giudizio poco lusinghiero sul progettista. Soprattutto non riusciva a comprendere perché un oggetto tanto sgradevole per la vista si trovasse in una posizione così eminente. Certo, si diceva, è utile, tuttavia anche il WC è utile, ma non per questo gli architetti lo collocano al posto d’onore in salotto.

Quel giorno però il sig. B doveva incontrare l’illustre Prof. T in uno studio all’interno dell’edificio, alle undici in punto. Raggiunse quindi la collina calva e, spingendo uno dei battenti delle grandi porte d’ingresso, fece un profondo respiro, come un sub prima dell’apnea. Prevedeva guai.

Le strisce colorate sul pavimento lo divertivano, erano un espediente elementare per facilitare l’orientamento umano in luoghi sconosciuti. Forse, dopo il ritrovamento dei primi cadaveri di visitatori smarriti, morti di stenti e disperazione vagando tra blocchi e livelli, i responsabili del grande edificio avevano compreso la necessità di inserire qualche elemento di diversificazione in deroga al principio dell’identità assoluta.

Il sig. B, come tutti, si fermò di fronte al grande tabellone informativo posto all’ingresso e trasse di tasca il bigliettino dove aveva appuntato le indicazioni del piano e del blocco dello studio del prof. T: in un posto del genere occorreva essere ben organizzati.

“Come a battaglia navale – pensò tra sé – 6 XI, colpito e affondato! Dunque, blocco sei, piano undicesimo. Non posso sbagliare e sono persino in anticipo!”

Il tabellone era indubbiamente utile ma, guardandolo, il sig. B provava sempre un leggero senso di disagio: gli ricordava i cartelli che, nei film western, indicano vaghe direzioni nel deserto: da quella parte Tucson, di là Phoenix o Amarillo…ma i teschi coperti di sabbia vegliati da magri l’avvoltoi mostrano già il triste destino che attende il cowboy rimasto senza cavallo e senza borraccia.

Dopo una lunga riflessione, il sig. B giunse alla conclusione che avrebbe dovuto seguire il percorso arancione. Si avviò quindi verso la sua meta. Per scaramanzia camminava mettendo un piede davanti all’altro, senza uscire dalla striscia. Era un po’ agitato perché, quasi sempre, le briciole di Pollicino terminavano di fronte ad una batteria di porte d’ascensore: non soffriva di claustrofobia, ma le cabine erano piccolissime, affollate e non di rado il meccanismo si guastava. Niente di male, a patto di non essere inscatolati con grasse signore nervose, anziani asmatici, bambini ululanti o donne incinte. E poi c’era la lotta dei pulsanti, una specie di flipper dei piani.

Per fortuna la striscia arancione, in prossimità degli ascensori, fece una brusca deviazione di 90 gradi ed il sig. B si ritrovò ai piedi  di un’invitante rampa di scale. La striscia finiva lì.

Di solito preferiva le scale agli ascensori, anche per motivi di salute, ma non in quel luogo. Uno ’straniero’ poteva ingenuamente credere che quella rampa lo avrebbe condotto al livello superiore, in un punto perpendicolarmente corrispondente a quello in cui si trovava, ma gli autoctoni non ignoravano le stranezze dell’edificio e diffidavano delle cose troppo ovvie.

Il sig. B pensò alle scale di un altro palazzo cittadino che conosceva bene: all’esterno sembrava una normale costruzione tardo-medievale ma, all’interno, celava una scala ultra moderna che sembrava disegnata da Escher: l’architetto responsabile della ristrutturazione, pensava B ogni volta che si aggirava in quella ragnatela di scalini, pianerottoli, corridoi e cubicoli, doveva essere un entusiasta ammiratore del Piranesi.

Le scale della grande costruzione però non avevano nulla di “capriccioso”, erano in apparenza del tutto normali, gradini squadrati di marmo bianco e solide ringhiere metalliche, ma non sempre portavano là dove ci si aspettava di arrivare, cioè al piano superiore o inferiore.

Comunque, in questo caso, non c’erano alternative ed il sig. B cominciò a salire, con la dovuta circospezione. Ad ogni pianerottolo un cartello segnalava il livello. “Undici piani però non sono uno scherzo – pensò tra sé il sig. B che, giunto al terzo già era senza fiato – meglio cercare un ascensore e sperare nella buona sorte”.

Si inoltrò sul piano, ma trovò solo un’altra rampa di scale da cui discendevano due pingui figure femminili, una più giovane, l’altra matura, sudate ed agitate. Con un’occhiata il sig. B comprese che si trattava di soggetti allogeni, del tutto inutili come fonte di informazione.

Le due poverette ovviamente si erano perse e videro nel sig. B la loro scialuppa di salvataggio: si aggrapparono quindi al supposto soccorritore chiedendo indicazioni.

B ovviamente non era in grado di aiutarle, tuttavia, da Buon Samaritano, le accompagnò alla scala da cui proveniva: “Scendete da questa parte e poi seguite la striscia arancione fino all’uscita” disse gentilmente, “Ma noi non vogliamo uscire, vogliamo andare nel blocco 7 piano VIII” replicarono le donne quasi indignate.

Senza salutare, B piantò in asso le due sventurate “Ma che pretese ha la gente! – borbottò tra sé – io stesso non so dove mi trovo! Ora almeno le signore possono raggiungere l’uscita, se  non intendono approfittare di questa preziosa opportunità, peggio per loro!”

Il sig. B, tornato sui suoi passi, decise di esplorare la scala da cui erano scese le ingrate naufraghe, l’ascesa però si interruppe quasi subito: la rampa terminava infatti in un pianerottolo su cui si apriva un’unica porta: B spinse l’anta ed entrò. La stanza era un ingresso quadrato, a destra e a sinistra due porte chiuse con una vistosa scritta “E’ severamente vietato entrare”.

“Ma le balenottere – si domandò B – da dove accidenti sono venute?”

Scese la scale ancora più irritato. Per il momento non si considerava un disperso, ma avvertiva con crescente disagio che il tempo passava e, per il momento, era ancora lontano dallo studio del Prof. T.

Dopo qualche giro a vuoto trovò una piccola colonna di ascensori e con stupore vide che la pulsantiera prevedeva solo cinque livelli in alto e tre in basso: il piano undicesimo nel blocco sei dunque non esisteva? Vagò ancora un po’, trovò altri ascensori, ma nessuno permetteva di raggiungere l’undicesimo piano. Al sig. B tornarono in mente certi sogni angosciosi in cui si aggirava nel suo condominio senza riuscire ad entrare in casa: la porta era stata murata dai vicini.

Per rassicurarsi frugò in tasca ed estrasse il biglietto con l’appunto. Blocco 6, piano XI, lesse ad alta voce: dunque non si era confuso, si trovava nel posto giusto, ma ormai avvertiva i primi sintomi di panico da perdita d’orientamento. Pensò a suo fratello, appassionato praticante di uno sport nordico dal nome più che esplicito: orienteering A volte lo aveva accompagnato sui ‘campi di gara’, boschi e campagne in cui i concorrenti devono compiere complicati percorsi muovendosi solo con l’aiuto di mappe e bussola. Magari all’ingresso gli avessero consegnato una pianta dell’edificio, anche senza bussola! ma probabilmente non esisteva, si disse B, perché altrimenti non esporla nei piani?  Forse era un segreto di stato, un dato sensibile tenuto nascosto per ragioni di sicurezza nazionale. I terroristi, un esercito nemico o, più semplicemente, una banda di ladri avrebbero potuto trarne profitto.

Il sig. B era stanco, da un’ora girava su e giù per le rampe come un criceto sul rullo: ormai passava  attraverso livelli e blocchi quasi senza avvedersene. Qua e là leggeva cartelli che gli confondevano ancora di più le idee: P V verde, P VII blu, P III giallo; ogni tanto guardava fuori dalla finestra, in alto, ma non riusciva a trovare un modo alternativo per salire fino all’undicesimo piano arancione. Ci sarebbe voluta una mongolfiera!

Decise quindi di avanzare solo in senso orizzontale, alla ricerca di un informatore in grado di dargli la ‘dritta’ giusta. Percorse alcuni corridoi, tutti più o meno uguali, finché non giunse in un’area abitata, non tutte le parti dell’edificio lo erano. All’inizio i passanti transitavano rari e veloci come stelle cadenti, ma poi, il traffico antropico divenne intenso.

Il sig. B  come tutti gli autoctoni, sapeva che, in una situazione del genere, era inutile fermare a caso le persone che si incontravano. Tanto valeva sparare alla cieca. Il problema andava affrontato  con metodo, affidarsi al primo sconosciuto a portata di mano, come facevano i tanti ‘stranieri’ che vagavano per l’edificio con l’aria di relitti in balia di un mare in tempesta, era solo una perdita di tempo.

“Senza dubbio esistono solo due categorie di informatori utili – si disse il sig. B – i visitatori abitué, passanti che, a forza di frequentare un blocco, ne conoscono intuitivamente la planimetria, difficili da individuare perché spesso allogeni, ed i componenti dello staff, persone che, lavorando all’interno dell’edificio, necessariamente sono in grado di orientarsi, almeno nel loro blocco e nelle aree adiacenti.”

Il sig. B aveva però notato che spesso anche il personale appartenente alla struttura mostrava di possedere conoscenze topografiche molto limitate e in città giravano gustosi aneddoti riguardanti dipendenti distratti incapaci di ritrovare il  loro ufficio.

Secondo il sig. B gli informatori migliori in assoluto erano i dipendenti seduti in una stanza perché, oltre a conoscere la zona circostante, avevano accesso a mezzi di comunicazione essenziali come il telefono interno.

Fu quindi felice di scoprire una porta aperta ed all’interno dell’ufficio una ragazza dall’aria cortese, intenta a lavorare al computer. Anche l’atteggiamento aveva una certa importanza: a volte i dipendenti tentavano di difendersi dall’invadenza dei dispersi dando brusche risposte o negando addirittura di possedere le informazioni richieste con un rapido scuotere di testa.

Si fece coraggio, bussò, entrò e venne accolto gentilmente. La ragazza ascoltò il racconto dell’odissea del sig. B con lodevole pazienza, sentire quelle storie sempre uguali doveva essere terribilmente tedioso per i dipendenti, poi annotò piano e livello, scrisse il nome del Prof. T, consultò qualche elenco ed alla fine prese il telefono.  Fece un giro di chiamate e, con la cornetta ancora all’orecchio, disse “Guardi signore che lei deve avere un’indicazione sbagliata, lo studio del Prof. T è dalla parte opposta dell’edificio”.

Il sig. B, senza indugio, estrasse il biglietto con le coordinate 6 XI e lo porse alla giovane impiegata. Sorridendo, come facesse un gioco di prestigio, la ragazza ruotò il foglietto di 180 gradi e lesse ad alta voce: piano IX  blocco 9, “è qui appunto che troverà il professor T” disse con tono cortese.

“Per la miseria! – esclamò il sig. B – Che cretino! Ho letto male il biglietto!!!”

“Sono cose che capitano – rispose comprensiva la ragazza – Torni all’ingresso e segua la linea rossa”.

B ringraziò di cuore la sua salvatrice ed uscì di corsa dalla stanza.

Solo ora, guardando distrattamente l’orologio, si era reso conto di essere in ritardo per l’appuntamento.

Odiava non rispettare l’orario, far attendere una persona era come rubare il tempo del prossimo: un’imperdonabile scorrettezza. Accelerò quindi il passo: era stanco, sudato e si sentiva anche un po’ ridicolo a causa della faccenda del biglietto.

Doveva tornare al ‘via’ del Monopoli, ma aveva le idee confuse sulla direzione da prendere e la rampa di scala che portava alla striscia arancione era troppo lontana. Chiese aiuto ad un frettoloso dipendente di passaggio ed ottenne le informazioni richieste: l’ubicazione dell’uscita era forse l’unica nozione ben presente a tutto il Personale.

Per sicurezza appuntò sul suo biglietto la rotta indicata ed il nome del Prof. T, così non si sarebbe più confuso sul giusto orientamento da dare al biglietto: IX 9 invece di 6 XI. “Che buffo!” Pensò B, ma in realtà non aveva voglia di ridere.

Seguendo le indicazioni del dipendente capitò in un corridoio che immediatamente riconobbe: come si poteva dedurre anche dalle cattive condizioni della mobilia, dalle porte ridipinte, dalle persiane a sghimbescio, si trovava nel blocco più vecchio dell’edificio, il nucleo originario: da quel punto era in grado di trovare da solo l’uscita.

Sbucò così, quasi senza accorgersene, sotto il grande cartellone dell’ingresso.

Camminava da più di un’ora e si sentiva a pezzi: cercò un posto dove sedersi e si buttò su una panca come un sacco di patate. Ansimava: “Logico – pensò – da un pezzo giro come una trottola e tante scale, alla mia età, ammazzano. Fortuna che d’abitudine mi presento agli appuntamenti con grande anticipo!”.

Aveva la fronte sudata e le palpitazioni  ma, soprattutto, soffriva moralmente.  “Nel labirinto l’adrenalina va alle stelle – si disse – e mette in moto atavici meccanismi d’allarme: si paga lo scotto di discendere dai primitivi abitanti della foresta preistorica.”

Guardò verso l’uscita desiderando di correre all’aperto e tornare a casa. Ma il Prof. T lo aspettava. Si alzò a fatica, cercò nel tabellone l’indicazione che gli serviva, questa volta tra i cartelli rossi, e quindi seguì la striscia corrispondente fino ad una batteria di ascensori. Trovò subito il pulsante dell’XI piano; quasi non ci credeva.

Finalmente era al livello giusto del blocco giusto, ma non aveva più fiato per chiedere ulteriori informazioni. Vagò nel corridoio leggendo i cartellini appesi fuori dalle innumerevoli porte chiuse. Il nome del professore T però non si trovava: fermò un dipendente e, senza proferire parola, gli mostrò il biglietto. L’uomo, un po’ infastidito, guardò il polizzino con il nome del professore  e rispose scandendo con cura le parole: evidentemente pensava di avere di fronte un sordomuto in grado di comprendere solo il linguaggio labiale. “Non-l’ho-ma-i-sen-ti-to  no-mi-na-re” poi però, forse impietosito dal presunto handicap del sig. B, chiese informazioni ad un collega di passaggio che, senza fermarsi, disse “Stanza quarantacinqueeeee”. Come un rapido alla stazione, pensò il sig. B, mentre il primo dipendente ripeteva con grande impegno: “Stan-za  qua-ran-ta-cin-que.”

Finalmente B aveva raggiunto la sua meta: si mise seduto accanto alla porta del Prof. T che, per fortuna, non era ancora arrivato.

“Meglio lui in ritardo che io maleducato –  pensò B – e poi almeno ho tempo per riprendere fiato.” Dal taschino interno della giacca trasse la lettera che doveva consegnare al professore. I minuti passavano lentissimi. “E’ la relatività del tempo – si disse B – mentre mi affannavo su e giù per il blocco arancione i secondi correvano all’impazzata.”

Il sig. B guardava di continuo l’orologio e, dopo un po’, la busta che stringeva in mano divenne umida di sudore e spiegazzata. Poi, all’improvviso, davanti alla porta si materializzò un signore dall’aria distinta, con una grossa cartella in mano; afferrò la maniglia con piglio deciso.

“Il prof. T?” chiese B.

“Il sig. B?” rispose il professore.

Entrarono insieme nello studio. T prese la busta che B gli porgeva e, sedendosi, l’aprì. Sembrò leggere con interesse il contenuto, ogni tanto scuoteva la testa annuendo, infine posò il foglio sulla scrivania:

“Come si sente? – chiese cortesemente il professore – Ha fatto bene a venire: confermo la diagnosi della collega P, i sintomi sono chiari: insonnia, stanchezza mattutina, disorientamento, confusione mentale. Ma, francamente, anche ad un semplice esame visivo, direi che le sue condizioni di recente devono essersi notevolmente aggravate ”

“Sì, dottore – pensò tra sé, sconsolato, il sig. B – ha proprio ragione, le mie condizioni sono davvero peggiorate negli ultimi tempi anzi, direi nelle ultime due ore.”

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Rosanna Bogo