Tintoretto, La Piscina Probatica (part.)

“Eccola, eccola, lì, a destra…”

“Sì, sì, l’acqua s’increspa, guardate laggiù”

“Si vede appena…Presto, questo è il momento migliore!”

Le grida, sempre più concitate, si rincorrevano da un punto all’altro dei cinque porticati della Piscina, amplificate dall’eco delle volte: in un attimo la piccola comunità di infermi sparsa nei dintorni passò da un’apatia degna degli ozi di Baia alla più frenetica agitazione ed una folla di derelitti si precipitò verso l’acqua, come fuggisse da una casa in fiamme.

Zoppi e sciancati si trascinavano con ogni mezzo, i ciechi avanzavano a tastoni con le mani in avanti, i lebbrosi si facevano largo mostrando le loro piaghe purulente: tutti cercavano di superare i compagni, incuranti di urtare, rovesciare, calpestare corpi umani, oggetti o animali, spesso poveri agnelli desinati ad essere sacrificati nel Tempio. Chi cadeva si rialzava rabbiosamente tentando di riconquistare la posizione perduta e nessuno mostrava pietà per i più deboli o si fermava a soccorrere i compagni a terra.

Elifaz il paralitico fece appena in tempo a ripararsi dietro una colonna e, usando il suo lettino come scudo, evitò a stento di essere travolto da quel torrente antropomorfo. In altre occasioni era stato meno fortunato o svelto e portava ancora i segni di recenti lividi e vecchie fratture; “agli zoppi calci negli stinchi” diceva, tra sé, per consolarsi.

Del resto l’acqua increspata dalle ali dell’angelo avrebbe guarito uno solo dei bagnanti, il più veloce a raggiungere la polla ribollente dello spirito divino, e così i poveri malati erano costretti a rivaleggiavano come atleti alle Olimpiadi, pronti a tutto pur di ottenere l’ambito alloro.

I devoti che frequentavano la Piscina di Betzaeta per fare opera di misericordia, sostenevano che la folle corsa servivano a rendere gli infermi degni del divino perdono, ma ad Elifaz quella gara per la salvezza non era mai andata a genio. A volte pensava che i soldati romani di guardia alla Porta delle Pecore in fondo non avevano torto a farsi ogni volta grasse risate irriverenti.

Certo anche lui, come tutti, avrebbe voluto guarire: non era nato storpio, un tempo faceva il carpentiere e aveva casa, moglie e figli. Poi un giorno la trave di un tetto si era rotta e gli aveva spezzato la vita… la volontà di Dio non si può giudicare.

Da allora erano passati quasi quattro decenni ed ogni anno, all’inizio della primavera, Elifaz veniva a “passare le acque” a Gerusalemme con la speranza di essere risanato, ma i pochi risparmi messi insieme dai parenti per l’occasione e le elemosine dei devoti che si lavavano la coscienza buttando qualche monetina sul suo lettuccio di paralitico non bastavano a mantenere in città anche un parente in grado di gettarlo in acqua al momento opportuno, le sue probabilità di cogliere l’alloro del “vincitore” erano quindi quasi nulle. Ma in cos’altro poteva sperare?

I posti migliori, sul bordo della vasca, erano monopolizzati dai lebbrosi, gente notoriamente poco accomodante, e molti degli infermi che alloggiavano sotto i portici erano in grado di camminare, se non addirittura di correre: i ciechi, in particolare, grazie al loro udito fino, sentivano per primi il fruscio delle ali angeliche e battevano tutti alla partenza, ma poi spesso si precipitavano nella direzione sbagliata.

Ogni tanto Elifaz si lamentava della sua sorte con  il Rabbi del villaggio: “Proprio tu che ti chiami come l’amico di Giobbe, Elifaz il Temanita – rispondeva il sant’uomo – non comprendi perché si deve accettare con pazienza la sventura?! Il Signore è sempre giusto: ci punisce perché abbiamo peccato e proprio attraverso il dolore diveniamo degni del Suo perdono. Giobbe alla fine della prova ebbe di nuovo mogli, figli, armenti, e divenne ricco più di prima. Felice l’uomo che è corretto da Dio: perciò tu non sdegnare la correzione dell’Onnipotente, perché egli fa la piaga e la fascia, ferisce e la sua mano risana. Così è scritto”.

Frequentando la Probativa Piscina Elifaz però si era convinto che il dolore non serve a rendere gli uomini migliori: gli infermi che aveva incontrato sotto i portici di Betzaeta, per lo più, sembravano poveri diavoli colpiti a caso dalla vendetta divina, senza contare che tra i ciechi e gli storpi abbondavano i mendicanti professionisti e i tagliaborse incalliti.

“Certo nessuno può dirsi innocente di fronte al Signore – si ripeteva Elifaz – anch’io sono un peccatore: da giovane spesso litigavo con i genitori e maltrattava la  moglie, se capitavo in una rissa menavo volentieri le mani e il sabato, lo ammetto, a volte finivo qualche lavoretto arretrato, ma mai, mai, ho commesso un atto davvero malvagio. Eppure sono stato punito con severità ed ho perso tutto. Ma ribellarsi all’Onnipotente è impossibile”.

“Chi è l’eletto che è stato risanato?” chiese Elifaz a Natan il tisico, di ritorno tutto grondante dall’inutile tuffo. Tra i due era nata da qualche tempo una sincera amicizia, forse perché entrambi non sperava davvero di ottenere il miracolo.

“Sirach, lo sciancato – rispose Natan con una punta di sarcasmo – una vera carogna! E pensare che lo scorso anno anche suo fratello Eliau il cieco, ha riacquistato la vista, eppure sta ancora agli angoli delle strade e chiede l’elemosina lamentandosi come una gatta in calore! Un soldino, un soldino per un pover’uomo che non sa cosa sia la luce del sole, grida con voce stridula, però è veloce a contare le monete nel cappello.”

“Su via, Natan, non t’inquietare: a noi uomini non è concesso giudicare la volontà di Colui che ha creato l’Universo. Il Signore si comporta sempre da giusto, siamo noi a non comprendere… le sue opere.”

“Beh, allora sarò colpa dell’angelo… forse è invecchiato e non ci vede più bene perché svolazza a caso” borbottò Natan battendo i piedi per riscaldarsi. Era giovane, ma da un anno soffriva di mal di petto ed i ripetuti bagni non faceva che peggiorare le sue condizioni. Era così debole che a fatica riusciva a camminare e neppure nei momenti migliori avrebbe potuto trascinare l’amico paralizzato fino al bordo della piscina.

“Senti com’è ancora caldo il sole al tramonto – disse Elifaz, tanto per cambiare argomento – sdraiati accanto a me ed asciugati. Nel libro di Giobbe sta scritto…”

Mentre Elifaz indottrinava il suo deluso amico con le parole che il Rabbi del suo paese gli aveva ripetuto un’infinità di volte, la folla cominciò nuovamente ad agitarsi.

Qualcuno gridò “Eccolo, eccolo, torna di nuovo!”

Due discese in uno stesso giorno! Non era possibile…Elifaz, incuriosito, si alzò sui gomiti e vide davvero l’iridescente ala risanatrice che sfiorava le acque della piscina. Rimase allibito.

L’angelo, risalendo verso il cielo con incredibile velocità, per un attimo lo fissò con un’espressione che al povero paralitico sembrò beffarda. “Sarà un’allucinazione – pensò tra sé Elifaz – dopo tutto non mangio un boccone dall’alba… è la penitenza che mi ha consigliato il Rabbi per espiare più rapidamente i miei peccati”.

“Hai visto qualcosa?”chiese a Natan, per assicurarsi di avere avuto una visione dovuta al digiuno.

“Si, l’acqua ribolliva e qualcuno si è gettato nella vasca” rispose l’amico che già si era alzato per andare a cercare informazioni più precise.

Ormai la malattia del giovane era senza speranza e per questo, ogni volta che assisteva al miracolo, Natan si sentiva vittima di un’ingiustizia e voleva a conoscere il nome ed i meriti di colui che gli era stato preferito. Di solito non approvava la scelta divina e per qualche ora protestava rumorosamente lamentandosi con Elifaz.

A volte i Farisei che frequentavano la Probatica lo accusavano di bestemmiare, ma il giovane non li temeva perché ormai sentiva di avere ben poco da vivere.

L’eccezionalità del caso aveva lasciato basiti come statue di sale i frequentatori abituali dei portici, solo una donna elegantemente vestita che si aggirava intorno alla piscina con l’aria di una benefattrice aveva avuto la prontezza di gettarsi subito in acqua. Uscita dalla vasca, si era allontanata circondata da un gruppo di ancelle.

Quando tornò accanto al lettuccio di Elifaz, Natan si sdraiò in silenzio. Aveva l’aria di un cane bastonato.

“Chi era la donna?” chiese il paralitico, incuriosito più dall’insolito mutismo dell’amico che dall’identità della miracolata.

“Forse farei meglio ad attaccarmi una mola al collo e buttarmi in un pozzo, che ne dici?” rispose a denti stretti Natan.

“Su, non me la nevo che non hai scoperto il nome di quella femmina!”

“Ci voleva poco sforzo, credimi!. La conoscono tutti. Lo sai chi era? Debora la meretrice, l’amica del Pubblicano Manasse, quel maledetto riccone. Aveva una malattia provocata dalla sua lussuria ed ora se ne può tornare, bella, bella, dal suo amante che non la voleva più per via della piaga purulenta che stava proprio lì. Lì, mi capisci? Che bella storia edificante da raccontare ai figli, se ne avessi. E invece morirò senza generare e nessuno onorerà la mia tomba o chiamerà il mio nome  quando sarò nel buio dello Sheol…”

Natan tremava come una foglia al vento, ma non per la rabbia. Aveva la febbre e dalla sua bocca cominciò ad uscire un rivolo di sangue. Poi si mise a tossire e l’emottisi fu più abbondante del solito.

Elifaz piangeva e non sapeva come aiutare l’amico. Per fortuna proprio in quel momento giunse Uria, il servitore che, ogni sera, riportava a casa il giovane malato.

I genitori di Natan erano benestanti e non gradivano che l’infermità del giovane venisse esibita pubblicamente: qualche maligno avrebbe potuto pensare che la maledizione di Dio avesse dei motivi per colpire la loro casa. Tre figli più grandi erano già morti a causa dello stesso morbo, di  nascosto, in un podere di famiglia isolato tra le montagne, ed i due vecchi non se la sentivano di negare all’ultimo sopravvissuto della loro nidiata la speranza di un miracolo. Però, per mostrarsi contrariati, lo lasciavano solo tra i derelitti della Piscina fino a sera.

Elifaz invece trascorreva la notte all’aperto, avvolto in una vecchia coperta. Solo quando pioveva a dirotto si stringeva con gli altri infermi sotto i porticati, sistemazione asciutta ma pericolosa per la borsa perché molti mendicanti erano lesti di mano.

Prima di addormentarsi sgranocchiava qualche frutto comprato dai venditori ambulanti che si aggiravano intorno alla piscina e per ultime teneva le gallette dolci che Natan gli regalava con la scusa di non avere appetito. Dolci di lusso che la madre cucinava ogni mattina apposta per il suo sfortunato ragazzo.

L’indomani Elifaz attese invano il ritorno dell’amico. Forse si sentiva peggio del solito ed era rimasto a letto. Ma in questi frangenti Uria veniva sempre ad avvertire il povero paralitico della momentanea assenza del suo padrone.

Verso mezzogiorno Elifaz cominciò a preoccuparsi davvero per il ritardo di Natan.

Mentre guardava tra le colonne dei portici notò un improvviso movimento e si illuse che fosse l’amico portato in barella, come era accaduto qualche rara volta in precedenza.

Purtroppo non vide i servitori del suo amico, bensì uno straniero che avanzava lentamente fendendo la folla: i presenti si ritiravano timorosi al suo passaggio, eppure era un uomo ancora giovane, d’aspetto modesto e vestito con abiti semplici. Il suo incedere aveva tuttavia qualcosa di regale.

“Forse è un malato della casa di Erode in incognito…– pensò Elifaz – accompagnato da un seguito di servitori travestiti da poveracci. A volte la spada del Signore colpisce in alto, accadde anche a re Saul”.

Lo sconosciuto intanto si faceva sempre più vicino ed il povero paralitico si tirò la coperta sopra la testa: cosa mai poteva volere da lui un simile personaggio?

L’uomo si fermò proprio davanti al lettuccio di Elifaz, lo scoprì e gli rivolse la parola come se lo conoscesse da sempre:

“Vuoi guarire?” chiese con voce gentile.

La domanda non sembrò ad Elifaz molto sensata: secondo Sua Signoria cosa ci stava a fare uno sciancato accanto alla piscina di Betzaeta, le sabbiature? Ma forse era uno straniero e non conosceva le virtù taumaturgiche dell’acqua…Però, anche se veniva da lontano, perché mai chiedeva ad un malato se preferiva stare bene o patire le pene dell’inferno in un lettuccio pieno di pulci?

“Probabilmente vuole burlarsi di me di fronte ai suoi cortigiani – pensò tra sé Elifaz – quasi, quasi gli rispondo che ci godo ad essere paralitico e sto qui per scaldarmi al sole…Una volta il Rabbi del paese mi raccontò la storia di un greco che viveva in una botte e osò dire al più potente dei re  spostati che mi fai ombra”.

“Allora, perché non mi rispondi? Vuoi guarire?” chiese di nuovo lo straniero, questa volta con voce imperiosa.

Elifaz considerò che, dopo tutto, non era saggio irritare uno sconosciuto: in Grecia la gente è  tutta un po’ matta e ama lo scherzo, ma a Gerusalemme bisogna tenere a freno la lingua.

Disse allora, quasi sussurrando “Certo che vorrei guarire…vengo qua da trentotto anni… in questa piscina si sanano le infermità, però non ho nessuno che mi getti dentro la vasca quando l’ala dell’angelo rende miracolosa l’acqua.”

“E tu credi che siano le  piume di un uccello a sanarti ?”

“Non un uccello, Signore, forse sei straniero e non comprendi bene le mie parole: ho detto un angelo, un angelo che scende  tra noi e agisce secondo la misteriosa volontà di Dio e guarisce a caso un infermo. Sapessi, Signore, in quasi quaranta anni, quanti indegni e malvagi ho visto tornare sani come pesci e rimanere carogne come prima, mentre il mio amico Natan, un ragazzo così buono e gentile, forse non è più su questa terra. E intanto Debora la meretrice folleggia nei banchetti dei Pubblicani.”

“Si, ammetto con te che la giustizia divina non andrebbe chiamata giustizia ma volontà, ovvero caso. Ma non si deve spiegare l’assurdo: da una stoffa misurata con un metro falsato non puoi ricavare che un vestito da buffone, questo è il mondo agli occhi dell’uomo veramente saggio. E magari le meretrici e i pubblicani alla fine entreranno per primi nel Regno dei Cieli e avranno un posto d’onore alla tavola imbandita per i giusti.”

“Ci mancherebbe anche questa, tu fai vacillare la mia fede! Vade retro demone straniero, parli per paradossi come un greco…che questa gente goda pure sulla terra tutte le gioie e i vizi del mondo, abbia denaro, donne, prole ed anche miracoli a bizzeffe, ma nel seno di Abramo, almeno lì, riposino in pace solo i poveri ed i sofferenti.”

“Hai ragione. Si sente che la tua fede nasce dal cuore e poi sei davvero un uomo paziente. Non è giusto che quell’uccello da trentotto anni si faccia beffe di te, no, io non lo voglio più… su, alzati, prendi il tuo lettuccio e tornatene al paese.”

Elifaz si sentì all’improvviso invaso da un vortice di calore ed eseguì l’ordine dello straniero senza pensare neppure per un attimo all’assurdità di quelle parole: si mise in piedi agilmente e, come un automa, si diresse con il suo lettuccio in spalla verso la vicina Porta delle Pecore per andare a casa. Fatti pochi passi, tornò cosciente e, pieno di stupore, si voltò cercando tra la folla il volto del suo benefattore. Ma l’uomo era scomparso.

I presenti intanto discutevano animatamente intorno all’inusuale evento.

“Elifaz non è mai entrato nella piscina eppure è guarito!” notavano alcuni.

“Forse quel tipo nascondeva nella mano un po’ d’acqua miracolosa.”

“Ma se non l’ha neppure sfiorato!” obiettavano altri.

“ E poi lo straniero è venuto e se n’è andato attraverso i porticati, senza  degnare d’uno sguardo la vasca.”

“Sarà un mago che possiede il potere della parola.”

“Comunque sia, se si sparge la voce che i miracoli non dipendono dall’acqua della piscina siamo rovinati” disse uno dei venditori di frutta.

“Ho saputo di un Galileo che fa cose straordinarie non lontano da qui: rende la vista ai ciechi, resuscita i morti, risana gli arti secchi. E non rispetta il giorno del Signore, perché dice che se la pecora di un Fariseo cade nel pozzo il padrone non la lascia morire ed un uomo vale certo più di una bestia!”

“Calunnie, sono solo calunnie infami – gridarono alcuni Farisei presenti – e tu, Elifaz, perché trasporti il tuo lettuccio di  sabato, non sai che non è lecito?”

Elifaz non credeva alle sue orecchie: quella gente tanto devota lo aveva visto patire e trascinarsi sui gomiti per anni ed ora, invece di stupirsi del miracolo avvenuto e lodare la bontà dell’Altissimo che gli aveva reso la salute, si scandalizzava perché portava in spalle le sue povere cose nel giorno del Signore. Per loro uno sciancato tornato sano era evidentemente meno importante di un lettuccio trasportato di sabato.

“Ho obbedito alle parole dello sconosciuto ed ora cammino, benché sia sabato! – disse Elifaz sempre più irritato dall’ipocrisia di quei devoti – e, per la verità, di questo letto di stracci me ne sbatto, ve lo potete tenere” così dicendo gettò, con rabbia, il misero ammasso di pali e corde ai piedi dei suoi censori e subito fuggi via, perché i Farisei erano notoriamente vendicativi.

Passò vicino alla casa di Natan ed udì preghiere miste a lamenti: la famiglia era in lutto.

Avrebbe tanto desiderato che l’amico lo vedesse ora, agile e pieno di forze. Si sentiva di nuovo vent’anni, almeno nelle gambe: poteva addirittura correre e saltare: i passanti probabilmente lo ritenevano un innocuo folle che si credeva re  Davide danzante.

Decise di recarsi al Tempio per ringraziare il Signore della guarigione e chiedere pietà per Natan, disceso nelle tenebre di Sheol.

Il cortile era come sempre occupato dai venditori di animali destinati ai sacrifici, intenti a contrattare con i loro clienti. Anche Elifaz comprò una colomba, spendendo le ultime monete rimaste.

All’improvviso in un angolo del cortile apparve lo straniero: sorrise ad Elifaz e con le mani gli fece capire che doveva lasciar volare via la colomba.

Elifaz si avvicinò timoroso all’uomo “Non posso liberarla, Rabbi! Tu mi hai guarito, ma per grazia divina, e questa è la mia offerta di ringraziamento al Signore. E poi voglio onorare un mio giovane amico che è morto proprio oggi.”

“Lasciala andare, chi sa che non sia un angelo in incognito! Così porterà in un istante la tua preghiera fino al trono di Dio” rispose lo straniero sorridendo.

Elifaz, quasi senza accorgersene, allentò la presa e l’animale si eclissò nell’azzurro del cielo. Qualcuno tra i presenti notò la scena e si mise a gridare, molti disapprovavano il gesto di Elifaz e le voci di protesta in breve divennero un coro minaccioso.

“Bestemmiatore, empio, le offerte del Tempio spettano al Signore.”

“L’Altissimo ama l’odore della carne che brucia, per lui è un olezzo, non lo sai razza di caprone samaritano, figlio di Baal!?”

“E i Sacerdoti! che ci stanno a fare i Sacerdoti? e di che vivrebbero senza offerte?”

Elifaz per un attimo pensò che sarebbe stato lapidato seduta stante, ma lo sconosciuto lo rassicurò:

“Non temere questa gente, non può nulla contro di te. Torna a casa e vivi da uomo onesto. Loda il Signore per la sua misericordia e non piangere per il tuo amico: non è morto.”

“Fosse così! ma la sua casa è in lutto. Ho sentito con le mie orecchie i lamenti dei parenti. No, no, è morto, è morto,!”

“Ma come puoi dire con certezza che è morto se conosci solo la vita?”

“Non prenderti gioco di me, straniero! Tutti sanno cos’è la morte: come il sonno è l’opposto della veglia così la morte è il contrario della vita!”

“Davvero? E allora chi ti garantisce che questo non sia solo un bel sogno? magari tra un po’aprirai gli occhi nel tuo lettuccio accanto alla Piscina. Dimmi, ora sei sveglio o stati dormendo? Pensaci bene prima di rispondere…perché i morti forse siamo noi e lui, il tuo amico, si è appena risvegliato nel mondo dei vivi”.

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Rosanna Bogo