Marcella camminava appoggiandosi al bastone, ma più per abitudine che per necessità. Quando era ancora una ‘giovane’ sessantenne si era slogata malamente una caviglia e, da allora, non aveva più lasciato la sua fidata gamba di legno. Ora gli anni erano settanta e quel sostegno, sebbene non indispensabile, la faceva sentire più sicura se doveva percorrere un marciapiede un po’ sconnesso o scendere una scala priva di corrimano.

Nonostante gli acciacchi e l’età andava di fretta: voleva arrivare in orario alla fermata del 10 ma era già rassegnata ad attendere un bel po’ il passaggio del suo autobus.

Nel tardo pomeriggio i mezzi pubblici, imbottigliati nel caos del traffico, avevano una frequenza casuale e gli aspiranti viaggiatori dovevano affidarsi alla loro buona stella. A volte il ritardo era minimo, però non si trattava di un miracolo: l’autobus passava in orario solo perché aveva saltato del tutto la corsa precedente e se uno degli ultimi arrivati alla fermata lodava la precisione svizzera del trasporto pubblico cittadino, gli sventurati in attesa da quasi un’ora non mancavano mai di svelare all’ottimista novellino l’arcano paradosso.

Marcella da più di un mese prendeva tutti i giorni il 10 ed era ormai abituata a questi inconvenienti: si affidava alla sorte e pazientava. Quel giorno però non aveva proprio voglia di aspettare.

Appena giunta alla fermata notò subito la presenza di una rumorosa comitiva di adolescenti. Annoiati e stanchi di trafficare con il telefonino o di spararsi musica nelle cuffiette, per passare il tempo giocavano a darsi spinte e calci, incuranti del fastidio arrecato alla piccola folla di viaggiatori in attesa sotto la pensilina. Piovigginava e nessuno se la sentiva di rinunciare alla protezione della tettoia.

Una signora di mezza età, per schivare uno dei ragazzi urtò leggermente Marcella e subito si scusò:

“I giovani! Hanno l’argento vivo addosso. Io lo so bene, sono nonna!”

“Io no – disse gelida Marcella – e comunque mi vergognerei di avere nipoti simili”.

La signora tacque, una risposta così secca non prevedeva replica: la conversazione chiaramente si chiudeva lì.

Marcella per un attimo si rammaricò di avere reagito così bruscamente: altre volte aveva incontrata la sconosciuta alla fermata e le era sembrata una persona gentile, tuttavia non sopportava gli adulti eccessivamente accondiscendenti nei confronti degli adolescenti.

“Certo tutti abbiamo avuto sedici anni – pensò tra sé – però a forza di tollerare e di compatire si è perso il senso del limite: la gioventù è diventata una specie di seminfermità mentale. Ormai dal furto di marmellata al matricidio sono tutte inezie e non si tratta certo di eccesso d’amore: anche i nostri vecchi ci volevano bene, ma proprio per questo non mollavano facilmente la briglia. La verità è che oggi i genitori non perdono più tempo e fatica ad educare i figli e per mettersi la coscienza in pace giustificano tutte le loro “ragazzate”. E i giovani sono svegli, imparano fin da bambini ad approfittare della situazione”.

Per carattere Marcella non era accomodante e, con il passare degli anni, aveva sviluppato una specie di idiosincrasia per la prepotenza, un’intolleranza non meno fastidiosa dell’allergia al glutine o al polline.

A volte però aveva l’impressione di essere eccessivamente severa con il prossimo e cercava di moderare il suo risentimento.

“Il mondo è davvero cambiato – disse, rivolgendosi nuovamente alla signora di mezza età con tono conciliante – di questi tempi mostrare un po’ di rispetto per il prossimo è fuori moda”

“Lei è fortunata se non ha nipoti! Sapesse com’è difficile avere a che fare i ragazzi d’oggi, – replicò la nonna – tutto quello che dicono o pensano gli estranei è oro colato e noi parenti abbiamo sempre torto!”

“Già, basterebbe ricominciare ad educare con più severità i bambini. Così come imparano ad usare il computer possono capire anche le regole della buona convivenza: le norme, piacciano o meno, vanno rispettate se si vuole vivere in società o divertirsi con un videogioco o guidare il motorino”.

“Non mi parli di motorini e macchine! – esclamò in tono accorato la signora – Aspettare tutta la notte un figlio o un nipote che è andato a divertirsi e torna a casa dopo aver bevuto o…. altro… è una sofferenza che non si può descrivere: basta sentire al telegiornale il bollettino delle “stragi del sabato sera” per farsi venire il mal di cuore!”

“Suicidi del sabato sera – pensò tra sé Marcella e aggiunse, per alleggerire la conversazione  – Certo però con l’età viene anche un po’ di buon senso!”

“Purtroppo, cara signora, i giovani neppure a vent’anni comprendono il valore della vita, mi creda!”

Marcella avrebbe voluto aggiungere “chi a venti non l’ha, a trenta non l’aspetti”, ma rimase in silenzio, perché la povera donna sembrava davvero sul punto di scoppiare in lacrime.

In fondo “Chi è causa del suo male pianga se stesso”, dice il proverbio, e da compiangere veramente sarebbero gli innocenti coinvolti negli incidenti più che i giovani “senza paura” al volante.

Marcella, nonostante l’età, amava vivere nel presente: le piacevano i vantaggi della modernità, i progressi tecnologici e le tante piccole invenzioni che rendevano più comoda l’esistenza, però aveva l’impressione che i rapporti umani non fossero altrettanto migliorati. Qualcosa di selvaggio si era insinuato nelle relazioni quotidiane, trasformando la convivenza umana in una coabitazione carica di tensione: non era in grado di dire con esattezza cosa fosse avvenuto, ma ora il piccolo mondo in cui viveva la intimoriva ed il grande mondo che conosceva attraverso la televisione le pareva addirittura una jungla.

“Sono una vecchia acida – pensò amaramente Marcella, guardando con biasimo i ragazzi che continuavano a scherzare tra loro – tanti anni sulle spalle rendono insofferenti: vivere consuma la pazienza e a forza di subire prepotenze non si sopporta più neanche un semplice schiamazzo o una spinta.”

La rumorosa combriccola, in effetti, non faceva nulla di male però Marcella avvertiva nell’atteggiamento vagamente prevaricatorio di quei ragazzi il germe del “selvaggio”, l’istinto aggressivo che non riconosce nel “prossimo” un proprio simile. Come nella Jungla.

Si augurò che i fastidiosi adolescenti prendessero un’altra linea ma anche loro aspettavano il fantomatico 10.

“Così – si disse – mi toccherà subire la loro presenza per tutto il tragitto, sempre che l’autobus, prima o poi, si decida a passare.”

Era stanca e infreddolita. Oltre al bastone portava una grossa busta con il logo di un negozio del centro: non poteva posarla sul marciapiede bagnato perché era di carta ed il braccio cominciava a farle male. Avrebbe voluto sedersi, ma la panca sotto la pensilina era occupata da tre adolescenti di sesso femminile con la sigaretta in mano e il telefonino incollato all’orecchio.

Finalmente il 10 si materializzò davanti alla fermata. I ragazzi fecero mischia alla porta posteriore e conquistarono senza difficoltà i pochi sedili ancora liberi.

Marcella, rimasta in piedi, si rifugiò in un angolo pensando quello che di solito pensava in simili situazioni: “Sono capaci di ballare fino all’alba ma, appena salgono su un autobus, si rammolliscono. Maledetti sederi di piombo!”.

Con la faccia rivolta verso il finestrino guardava le luci del traffico serale. Accanto a lei una viaggiatrice discuteva con foga al telefonino in un’imprecisata lingua sudamericana: aveva una voce singolarmente acuta, un trapano vocale che perforava il cervello di Marcella impedendole di pensare. Avrebbe voluto avere quattro mani come una scimmia per potersi tappare le orecchie senza lasciare il sostegno e la borsa. Per fortuna cadeva solo qualche goccia e l’ombrello pieghevole era rimasto nella borsetta, altrimenti avrebbe avuto un altro impiccio da gestire!

Per distrarsi si mise ad osservare una ragazzina seduta davanti a lei. Come ipnotizzata, fissava il display del suo telefonino diteggiando sulla tastiera con la rapidità di un virtuoso di fisarmonica.

“Che avrà di tanto importante da dire? Magari invia comunicazioni del tipo “ho incontrato tizio, caio mi ha salutato, ho preso cinque a matematica” e così via, sciocchezze di nessuna urgenza – pensò Marcella – ma deve assolutamente ‘messaggiare’ qualcuno per non sentirsi sola. Eppure a casa avrà genitori e fratelli che l’aspettano e amiche, fidanzatini, zie, cugini, nonni. Preghi Dio di non scoprire mai cos’è la vera solitudine.”

Marcella ormai usava il telefono esclusivamente per ragioni pratiche: chiamare l’idraulico o il dottore, informarsi sull’orario di un negozio, prendere un appuntamento dalla parrucchiera. Nella sua agenda la morte aveva cancellato quasi tutti i nomi e le poche amiche che le rimanevano parlavano solo di acciacchi o di problemi di figli e nipoti. Lei stessa, del resto, non aveva più voglia di fare conversazione.

Guardando per un attimo fuori dal finestrino si rese conto di essere quasi arrivata. La comitiva dei rompiscatole nel frattempo si era concentrata intorno all’uscita: i ragazzi avevano l’aria di stare lì solo per dare noia agli altri viaggiatori e Marcella pensò che non sarebbero scesi neppure alla sua fermata. Impacciata dal bastone e dalla borsa, cercò quindi di farsi largo verso la porta con modi un po’ bruschi:

“Ehi, nonna, non spingere che smontiamo anche noi!” esclamò il primo ragazzo urtato da Marcella. “Fate spazio! Largo alla vecchia che ha fretta” aggiunse un altro.

“Sì, lasciatela passare, va a costituirsi all’obitorio!” disse un terzo ridendo. La battuta divertì il gruppo.

Mentre i giovani sghignazzavano, Marcella raggiunse la porta e si aggrappò ad un montante.

Prima o poi, pensò, la vita avrebbe fatto abbassare la cresta anche a quei piccoli sbruffoni: nessuna esistenza è priva di dolore, di delusioni, di sconfitte.

“I giovani non lo sanno, ma sono già poveri vecchi indifesi e patetici. Basta lasciare tempo al tempo, mezzo secolo vola in un attimo” mormorò per consolarsi.

Gli altri passeggeri intanto fingevano di non vedere o tenevano la faccia rivolta altrove.

Solo una donna sui quarant’anni, imbarazzata, cercò di prendere le parti di Marcella e, per rincuorarla, le disse: “Non ci faccia caso signora, lo sa come sono maleducati i giovani d’oggi”.

Marcella non rispose. Essere derisa non la umiliava, dentro di sé sentiva solo una gran rabbia perché, ancora una volta, incontrava il “selvaggio”, la prepotenza belluina che in una società umana non dovrebbe esistere.

“Sono spregevoli vigliacchi – pensò, serrando le mascelle – piccoli bastardi che aggrediscono in branco chi è più debole ma, presi uno per uno, non sono altro che insicuri e stupidi ragazzini. Forse dovrebbero piangere un po’ per crescere!”

L’autobus era ormai giunto alla fermata dell’Ospedale e Marcella si preparò a scendere. Quando la porta si aprì il branco si precipitò fuori come se abbandonasse una casa in fiamme. Scendere spingendo ed urtando gli altri passeggeri era probabilmente un gioco divertente. Marcella rimase immobile, cercando di non perdere l’equilibrio. Con la mano sinistra reggeva la busta e si aggrappava al montante, nella destra teneva saldamente il bastone. Quando il terzo o quarto ragazzo le passò accanto di corsa, sollevò leggermente il suo fedele sostegno e lo infilò tra le gambe del malcapitato che, inciampando nell’imprevisto ostacolo, volò disteso sul marciapiede, a faccia  in giù.

“Che boccata!” esclamò spaventato il compagno che lo seguiva.

Il ragazzo si era fatto male davvero: aveva la faccia coperta di sangue ed a fatica riuscì a sollevarsi sulle ginocchia. Con una mano si teneva un braccio, piegato in una posizione innaturale, e piangeva di dolore come un bambino. Gli amici subito lo circondarono, ma non sapevano che fare.

L’autista aveva visto la scena nello specchietto e scese di malavoglia per valutare la situazione:

“Bravi! fate casino e poi le rogne toccano a me” disse al ferito con tono di rimprovero.

“Non vorrà fermarsi qui – protestò una signora rimasta a bordo – io ho fretta di andare a casa”.

“Certo che mi fermo, che diamine! devo chiamare l’ambulanza e fare rapporto” replicò l’autista: in cuor suo avrebbe preferito andarsene e magari passare sopra al ferito con le ruote dell’autobus, però il regolamento gli  imponeva di seguire una procedura.

“Ma che ambulanza, e ambulanza! ci vada a piedi, al Pronto Soccorso, quel delinquente con tutta la sua banda!” sbottò un passeggero.

In breve anche altri viaggiatori presero coraggio e cominciarono a rumoreggiare, chiedendo che la corsa proseguisse. Nessuno, sull’autobus, sembrava interessato alle condizioni del ferito. Nessuno espresse dispiacere per l’incidente.

Intanto Marcella era scesa con calma avviandosi, come se nulla fosse accaduto, verso l’Ospedale. Si sentiva affaticata e camminava lentamente.

Il marito l’aspettava, ma non avrebbe fatto caso al suo ritardo: era sdraiato su un tavolo di marmo della camera mortuaria con ancora indosso il pigiama che portava quando era spirato, poche ore prima, dopo “una lunga e dolorosa malattia”, come si dice tra conoscenti per banalizzare l’evento.

Giunta all’obitorio Marcella consegnò ad un addetto la sua pesante busta di carta. Dentro aveva messo tutto l’occorrente: l’abito buono, la camicia bianca, la cravatta e le comode scarpe di camoscio che il marito, rappresentante di commercio in pensione, un tempo usava per lavoro.

Ora di nuovo partiva e lei sarebbe rimasta sola, come già tante volte era accaduto nel passato, ma questa volta il viaggio sarebbe stato infinitamente lungo.

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Il 10 era in ritardo, 5.0 out of 5 based on 1 rating

Rosanna Bogo