Mi guardo allo specchio e non vedo che il mio volto, la barba incolta, qualche capello bianco. Uno come tanti, uno di quelli che non si ricordano, una di quelle facce che se le rivedi non riesci mai ad abbinarle ad un nome. Bello, lo so, non lo sono mai stato. Giovane lo sono ancora, a trent’anni appena compiuti. Dovrei avere un po’ più di metà della vita davanti, stando alle statistiche. Il problema è che dallo sguardo non si vede nient’altro.

I capelli bianchi mi sono venuti all’università, esame dopo esame, come un ricordo degli sforzi fatti per restare sveglio sui libri fino a notte fonda. Me ne sono accorto una mattina d’estate, quando il sole me ne ha indicato un filo. Poi due. Poi tre. E via. Però non sono stempiato come tanti altri della mia età, questo dovrete ammetterlo. Le rughe….beh, solo qualcuna, di quelle che si definiscono “di espressione”, legate alle tensioni che affiorano sul viso man mano che la vita scorre. Di fisico sono sempre stato magro, non sarò perfetto ma mi va bene così. No, non è il mio corpo che non va, non c’entra niente la mia immagine con quello che sento dentro.

Quello che sento dentro è una sensazione strana, come di essere, come dire, sfocato. Provate, solo guardandomi, a capire che cosa faccio nella vita. Non lo indovinerete mai. Non potreste, perché non lo so neanche io. Sul mio curriculum c’è scritto che ho un diploma di maturità scientifica e una laurea in legge. Uno stage di sei mesi in una grande azienda finito con un “ci dispiace molto ma per adesso non abbiamo bisogno di lei; però siamo stati positivamente impressionati dal suo modo di lavorare e se nel futuro ci saranno possibilità di riaverla con noi ne saremo molto lieti”, poi ancora un’estate dietro al bancone di un bar, a servire gelati alle famigliole e alle coppie di innamorati. Al nero, ovviamente. E allora che fare? Rimettiamoci a studiare.

Un master, bello quanto inutile e costoso, poi un co.co.co. per nove mesi in una piccola ditta come centralinista. Lì, anche se il lavoro non era dei più qualificati, mi trovavo bene e lo stipendio era soddisfacente, considerato che non avevo da pagare né un affitto, né i generi alimentari che mia madre continuava a comprare anche per me. Avevo fatto amicizia con tutti e mi ero anche, pensate un po’, innamorato. Lei era lì da un anno, mansioni amministrative. Mi aveva promesso di mettere una buona parola con il capo, per vedere di convincerlo a tenermi anche dopo il ritorno della ragazza che sostituivo, momentaneamente alle prese con il suo primo e non pianificato bambino. Una buona parola deve avercela messa sul serio, forse gli ha promesso in cambio qualcosa di troppo, o forse mentre metteva la buona parola si è accorta che in fondo il capo era davvero un bell’uomo. Fatto sta che un giorno la moglie è venuta in ufficio e se n’è andata via piangendo, mentre il signor presidente suo marito le correva dietro riagganciandosi i pantaloni. L’avrei anche perdonata, se solo me l’avesse chiesto. E invece non mi ha più rivolto la parola e si è fatta trasferire lontano. Peccato, perché le volevo bene davvero e perché avevo pensato che potesse durare per tutta la vita. Peccato, perché alla fine dei nove mesi la neo-mamma è tornata ed io me ne sono andato.

Non guardate se ve la racconto scherzando, ho passato un periodo in cui non mi andava neanche di alzarmi dal letto la mattina, figuriamoci se avevo la forza di rimettere insieme i pezzi della mia vita. Forzato dai miei genitori, sempre più convinto di essere una pressoché inutile manifestazione di vita, in quel periodo ho intrapreso la strada dei concorsi pubblici. Il che non mi dispiaceva, perché in fondo si trattava di studiare, ed era l’unica cosa che sapevo fare davvero, per di più con l’illusione di compicciare qualcosa di utile per il mio futuro e, aspetto assai significativo, senza sensi di colpa. Inutile dire che non ne ho vinto nessuno. Faccio ancora parte di qualche graduatoria ancora valida, forse sto qui a raccontarvi tutto questo e magari domani mi arriva un telegramma che mi annuncia che sono a rischio di assunzione….

Comunque per adesso lavoro in un call center di una multinazionale. Smisto le telefonate, separo quelle di protesta da quelle a scopo informativo. Devo essere pronto e veloce, perché qui il tempo è denaro. Mi pagano in base al numero di telefonate che ricevo, non ho ancora capito bene come funzioni il calcolo, ma ho deciso di fidarmi senza fare domande. Naturalmente continuo a cercare e tra qualche mese farò un nuovo concorso, ho già iniziato a studiare.

Ricordo che quando ero piccolo mi sembrava che il 2000 fosse un traguardo lontanissimo. Mi immaginavo sposato, con dei bambini e con un lavoro. Anzi, un mestiere. Volevo fare il muratore, come mio padre, oppure il falegname. Mio padre voleva che facessi il medico, mia madre mi vedeva bene come architetto, forse perché pensava a un suo cugino sempre vestito alla moda e con macchine vistose (a proposito di macchine, la mia versa in gravi condizioni di salute…uno di questi giorni bisogna che mi armi di coraggio e umiltà e chieda ai miei di darmi ancora una volta una mano per comprarne una nuova). Io ci ho pensato molto, poi ho scelto una strada neutra iscrivendomi a legge. Mi sembrava di aprirmi più strade. Scegliere un indirizzo più definito mi metteva ansia, sono sempre stato un indeciso. Ed ecco che oggi mi specchio e non mi riconosco. Sono un ragazzo con una carta di identità sbagliata, ecco cosa sono. Un frizzantino troppo stagionato.

Di mettere su famiglia per ora non se ne parla, su questo io e la mia ragazza siamo pienamente d’accordo. Inutile forzare le cose per poi scaricare sul nostro rapporto tutte le frustrazioni esterne e rischiare di perdersi, considerato il tempo che c’è voluto per far incontrare le nostre due solitudini. Lei fa la musicista, suona il flauto traverso in un’orchestra. Certe volte la invidio perché fa qualcosa che le tira fuori quello che ha sempre avuto nell’anima. Certe volte invidio i pittori, che buttano sulla tela i colori come se fossero l’essenza di una realtà a cui non appartengo, oppure i poeti e gli scrittori che rimarranno immortali nelle proprie parole, oppure semplicemente gli operai che costruiscono con le mani nude e i vecchi che giocano a carte al bar, perché hanno o hanno avuto un ruolo nella piccola storia fatta dagli uomini di tutti i giorni. Invidio e amo la mia ragazza quando suona il flauto perché il suo sguardo cambia ed è come se entrasse in un mondo in cui a nessun altro sarà mai dato entrare. Tuttavia anche il suo è un lavoro precario, non meno del mio girovagare tra un mestiere e l’altro.

Credo che mia madre si sia stufata di avermi ancora tra i piedi. Mi adora, lo so, ma mi rendo conto che pensava di non dover più cucinare per me o lavare i miei vestiti. E’ il percorso normale della vita, in questi casi, che risulta alterato. Continuo ad essere un figlio quando dovrei essere un padre. Mica semplice da gestire, mica tanto gradevole, se ci si pensa bene. Uno si guarda allo specchio, si trova invecchiato e invece nella sua vita non ci sono punti fermi.

Quant’è bella giovinezza che si fugge tuttavia, chi vuol esser lieto sia, di doman non v’è certezza”. Io questo concetto ho cercato di seguirlo. Mi sono divertito dicendomi che conveniva approfittare degli anni migliori per spassarsela e rimandare i doveri a qualche annetto più in là, però poi arriva un momento in cui non ci si diverte più a divertirsi. Ci si divertirebbe di più a realizzare qualcosa di utile e concreto, per sentirsi degni di aver vissuto. Sarebbe gradevole mettere radici, annoiarsi la domenica in casa con i bambini ammalati, aiutarli a fare i compiti, portare fuori il cane e poter sognare un viaggio su di un’isola esotica. Costosissimo diversivo, riservato a due categorie di persone, e cioè i ricchi di famiglia o i lavoratori con posto fisso. Invece noi, intendo io e gran parte di quelli della mia generazione, abbiamo perso l’abitudine di sognare. Un po’ perché abbiamo avuto quasi tutto quello che i nostri genitori sognavano, un po’ perché non possiamo più permettercelo. Per me il sogno estremo è quello di andare in pensione, il che implica anche il fatto di aver trovato un lavoro.

E allora ho deciso di vivere giorno per giorno. Mi capita un lavoretto? Lo prendo. Un occasione per divertirsi? Ne approfitto. Una passione per una donna che non è la mia? Non me ne privo. Visto che ho pochi vincoli, almeno voglio evitare di avere rimpianti. Dopotutto non so dove sarò tra pochi anni. Potrebbe anche finire domani, il mio futuro, come posso far finta di non capirlo?

Mi resta solo la mia immagine, quella che in questo momento mi sta guardando e che ha prodotto tutto questo susseguirsi di pensieri strampalati e sconnessi di cui voi siete stati vittime inconsapevoli. Non so leggerle dentro, ma so riconoscerla e so che anche gli altri  la riconoscono come la mia unica vera identità. Deve saper dire di me quello che chi mi sta davanti vuole vedere. Vestiti modesti ma alla moda, quanto basta per non essere fuori dagli schemi, capelli corti e ben pettinati, gesti controllati, voce ferma e modulata. Da variare a seconda delle situazioni.

Chissà quante altre volte mi guarderò allo specchio e quante altre volte non saprò chi c’è dietro all’uomo riflesso nella luce del giorno.

Forse, se la mia tenacia e il mio destino diverranno alleati, un giorno qualsiasi dei prossimi quarant’anni, osservando la mia immagine incontrerò me stesso.

E magari, al tramonto della vita, potrò osservare i lineamenti del mio volto, guardare oltre il mio sguardo e dire, come dice sempre un mio vecchio zio: “Però! Sono ancora un bell’omino!”

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Beatrix