Terza e Ultima  Parte – Qui la seconda parte

Quella notte il commissario Nista sognò cinghiali e cervi che lo inseguivano per gli Uffici della Procura della Repubblica abbigliati in tocco e toga.

Cattiva digestione, pensò al risveglio. In effetti la faccenda dei bracconieri continuava a frullargli per la testa da un po’ e poteva capitare che una cena pesante stanasse dal suo inconscio qualche buona intuizione. Occorreva però dare un significato razionale a quelle strane visioni notturne… Cinghiali, cervi, giustizia …mah, forse questioni di corna o litigi tra vicini per questioni legali…

I testimoni parlavano di colpi di fucile sparati in piena notte con strana indifferenza. Bracconieri…dicevano, come se si trattasse di una specie animale compresa nell’ambito della biodiversità. Ed anche gli efficientissimi Forestali, dopo tutto, non sembravano veramente interessati a reprimere un’attività a tutti gli effetti criminosa. Un bracconiere è pur sempre uno sconosciuto che si aggira di notte armato con l’intento di compiere un furto di beni dello Stato!

Il Commissario decise di chiarire la faccenda con il Comandante della locale caserma della Forestale.

Il capo dei “taglialegna” era brav’uomo, un sottufficiale prossimo alla pensione dai modi paterni e rassicuranti: i “loro” bracconieri, affermò, erano solo un innocuo manipolo di poveracci: contadini che consideravano il bosco res nullius, qualche anziano con la pensione al minimo che non poteva permettersi di pagare una licenza di caccia regolare, due o tre disoccupati bisognosi di racimolare qualche spicciolo. E poi la selvaggina da quelle parti era abbondante e spesso danneggiava le coltivazioni…

Nista chiese al Comandante  di convocare per il pomeriggio tutti i bracconieri della zona: girando di soppiatto su e giù per il bosco dovevano pur avere visto o sentito qualcosa la sera dell’omicidio. E in un caso del genere anche una  banale osservazione poteva essere utile alle indagini.

La “retata” portò alla caserma della Forestale una decina di “sospetti” con  precedenti specifici: gli innocui “bricconcelli” del Comandante erano in effetti gente rude e sembravano più rabbiosi che preoccupati. Durante l’interrogatorio tutti negarono spudoratamente di dedicarsi alla caccia di frodo: magari sì, avevano colpito qualche cinghiale ferito che li minacciava, ma per legittima difesa, qualche cervo o istrice in effetti era finito per sbaglio sotto il loro trattore, però negli incidenti stradali non muoiono anche i cristiani?

L’ultimo dei convocati, un vecchietto basso e nervoso, forse irritato dall’attesa, alla fine sbottò: “Non dico per lei, Commissario, che non è di queste parti, ma il Comandante qui presente che ci ha convocato a fare… per romperci l’anima?! Lui lo sa benissimo che la sera in cui hanno ammazzato quel tizio, l’astrologo, era luna nuova. Non siamo mica pipistrelli che svolazziamo di notte al buio! E il radar nelle corna per ora non ce l’abbiamo! Quando è successo il fattaccio, ci può contare, stavamo tutti all’osteria in paese o a casa, a dormire, perché la mattina ci alziamo presto. La terra è bassa, caro il mio Commissario! E ora posso andare che mi girano i turaccioli a stare qui a perdere tempo.”

Quella del vecchio non sembrava una richiesta di congedo ma un’affermazione ed infatti l’uomo si alzò, prese il cappello e uscì, senza neppure salutare. Tutti tacquero.

Nista guardò con aria interrogativa il Comandante che, a mo’ di scusa, mormorò “Sa, mettere un po’ di paura a questa gente con la polizia criminale non è un’occasione che capita tutti i giorni… ma il vecchio Masini ha ragione, probabilmente quella notte nel bosco non c’erano bracconieri.”

Dunque, borbottò tra sé Nista, ho fatto un bel  buco nell’acqua e buttato via un pomeriggio.

“Il custode della villa è cacciatore?” chiese il Commissario uscendo dall’Ufficio

“Chi, il verduraio? – replicò stupito il Comandante – per carità, è un animalista convinto, pensi che non mangia neppure le uova!”

“E Paolino?”

“Beh, l’oste ovviamente se la fa con i bracconieri, compra gli animali uccisi di frodo per il suo ristorante. Da un punto di vista legale è un ricettatore, ma non va a caccia, per quanto ne so. Però se guardassi nella sua cella frigorifero ne vedrei di belle!”

“E lei perché non ci guarda?” disse Nista chiudendosi alle spalle la porta della casermetta, un po’ infastidito.

Comunque qualcosa aveva scoperto: quel colpo di fucile nel buio di una notte senza luna poteva sembrare normale solo a chi non avesse pratica di caccia: il custode, Paolino, le donne. Sull’ingegnere milanese però  occorreva indagare ancora.

Mentre saliva in auto si ricordò che entrando nell’osservatorio, oltre all’odore di polvere da sparo e sangue, aveva sentito un olezzo strano, qualcosa di gradevole e familiare. All’improvviso si rivide bambino nel giardino della zia Rosetta in Sicilia ed esclamò ad alta voce: “Gelsomino.”

“Un nuovo indiziato?” chiese Lo Savio mettendo in moto la macchina.

“Chi?”

“Questo ‘Gelsomino’.”

“Ma che indiziato e indiziato, è un fiore. Il vero gelsomino cresce al sud, non ha nulla a che vedere con quella piantaccia puzzolente che vive da queste parti e che chiamano rincospermo. Sì, gelsomino  con una punta di tabacco, ecco l’odore che ho sentito sul luogo del delitto.”

“Da queste parti dubito ci siano cespugli del suo gelsomino verace!” osservò Lo Savio.

“Infatti, era un odore particolare, di certo un’essenza di profumo.”

“Io me lo sentivo, Commissario, gatta ci cova – esclamò trionfante Lo Savio – il professore non era solo quella sera e si sa, chi dice donna dice danno: cercate la famme e il gioco è fatto.”

“Quando hai esaurito il tuo repertorio di ignoranza popolare, ti dispiacerebbe portarmi in Procura, Totò? E con una certa velocità, devo farmi autorizzare qualche perquisizione.”

“Allora abbiamo davvero dei sospetti?” replicò Lo Savio.

“Per ora indaghiamo sulle signore, come dici tu si comincia sempre dalle  famme” rispose laconico il Commissario. In effetti nessuna delle donne che aveva incontrato fino ad allora odorava di gelsomino, ma la pista andava battuta.

L’indomani mattina, per togliersi subito il pensiero, decise di cominciare dalla casa dei ristoratori. Una perquisizione è pur sempre un’invasione domestica e Paolino protestò rumorosamente. La visita comunque fu breve: l’ostessa non era certo il genere di donna che manda fuori di testa un uomo e sul suo etager il Commissario trovò solo una colonia dozzinale e una boccetta di ‘Tabacco d’Harrar’, un profumo “autarchico” usato un tempo anche dalle signore, ma utilizzato da Paoline che ne faceva uso e, per la verità, abuso, come dopobarba. Si deduceva a naso.

Nista si recò quindi nella villa dei milanesi. La signora Mainardi era sola e lo accolse con stupita gentilezza.

“Vuole perquisire il mio boudoir? Che indelicatezza  – esclamò ironica – comunque faccia pure.”

Nista entrò nella stanza della signora, una camera da letto con bagno e spogliatoio, e si  mise ad aprire tutte le boccette sparse sui mobili. Le odorava come fossero vini d’annata. La signora lo osservava, in apparenza divertita.

Dopo un po’ disse: “Lo sa, Commissario, lei è proprio buffo, sembra un cane che cerca tartufi! Guardi che i profumi si provano in modo diverso: deve  versare una goccia sul polso o, meglio, su un cartoncino, perché le sostanze reagiscono con la pelle e l’effetto è diversa da persona a persona, e poi annusare delicatamente. Le narici sono uno strumento raffinato.”

“Lei si intende di profumi?” chiese Nista incuriosito.

“No, ma sono cose che tutte le signore sanno!”

“Beh, io ho sentito dire che una donna veramente di classe usa per tutta la vita lo stesso profumo…”

“Si, in effetti è così. Io, ad esempio, da quando sono sposata uso solo ‘Air of Paris’, è una comodità anche per il marito, sa, quando deve fare un regalo…”

“Certo, per noi uomini è difficile indovinare i gusti di una donna.”

“Davvero ci mancherebbe solo che fossero gli uomini a scegliere i nostri profumi, povere noi! Mi creda, un uomo al massimo può comprare qualcosa per una fraschetta, un’amante occasionale: per fare colpo su quel genere di femmine basta spendere, usano un profumo qualsiasi per tutti i giorni e mettono ‘l’essenza di lusso’ per le occasioni speciali! S’intende quando vanno con il loro amichetto.”

“Già – disse Nista – esiste anche gente senza bon ton a questo mondo” e pensò alla madre che solo la domenica osava mettere con uno spillo una goccia di Chanel n. 5 dietro l’orecchio. Erano i tempi di Marilyn Monroe  e JFK…

Comunque “Air of Paris”, il profumo della Mainardi, odorava di camelia e cannella.

Il Commissario si scusò dell’intrusione e scese nell’appartamento dei custodi.

La verduraia si mostrò infastidita dalla visita, ma non poteva opporsi ad un’intrusione autorizzata dalla Magistratura. Tentò comunque di impedire al Commissario di entrare in camera accampando la scusa del disordine.

“E’ tutto sottosopra – disse con l’aria di vergognarsi, ma in realtà non voleva mostrare il letto matrimoniale sfatto solo da una parte.

“Suo marito non dorme con lei” chiese Nista quasi con noncuranza.

“A volte, quando deve sorvegliare la villa o alzarsi presto per dei lavori, preferisce sdraiarsi sul divano”.

L’attenzione del Commissario fu subito attratta da alcune boccette posate sul comodino. Erano tre tipi diversi di profumo, la verduraia evidentente non era una donna di classe. Nista sniffò il contenuto e finalmente trovò quello che cercava: gelsomino. Il profumo, una vera sinfonia di odori del Sud, si chiamava ‘Estatique’.

“Se non le dispiace porto via queste boccette” disse rivolto alla donna. Se era fortunato la scientifica avrebbe trovato tracce di ‘Estatique’ sui vestiti del morto.

“Non sapevo che il professore fosse morto avvelenato” rispose lei acida, ma non si oppose al sequestro.

Quando Nista entrò in Commissariato con le tre boccette in mano quasi si scontrò con l’ispettrice Biondi che lo apostrofò scherzosamente: “Che fa Commissario, si da alle spese pazze?”

“In che senso?” chiese Nista.

“Ma come, va in giro con un profumo da 250 euro e me lo domanda? Lo so perché l’anno scorso abbiamo regalato una confezione di ‘Estatique’ ad una collega che andava in pensione”

“Beh, anche se è un corpo del reato, finite le indagini glielo regalo, promesso!” disse Nista correndo nel suo Ufficio. Aveva avuto un’illuminazione.

Chiamò la moglie dell’ingegnere e si fece dire il nome della lussuosa profumeria milanese in cui la signora si serviva, poi, con un breve giro di telefonate scoprì che due mesi prima il marito, oltre alla solita coniugale ‘Air of Paris’, aveva acquistato  una confezione di ‘Estatique’.

Bella femmina, la verduraia: marito ingenuo, case comunicanti, letti separati. Una situazione ideale per un’avventura. Poi la donna aveva trovato un nuovo amante, il professore, come provava il profumo di gelsomino sul luogo del delitto ed il milanese evidentemente non aveva digerito il tradimento…Così tutto tornava.

“Lo Savio, in macchina!” gridò quasi allegro il commissario. L’ultimo tassello però non era a posto: doveva ancora incastrare l’ingegnere.

Giunse alla villa con le idee un po’ confuse. La padrona di casa lo accolse con curiosità.

“Ancora con la storia del profumo, Commissario Nista?”

“Ha mai usato un’essenza che si chiama ‘Estatique’ signora?”

“No, come le ho già detto sono fedele al mio ‘Air of Paris’ come a mio marito. Ah, eccolo qui, il mio ‘cumenda’, lupus in fabula!

L’ingegnere entrò nel salotto con aria preoccupata. Non aveva davvero voglia di scherzare.

“Ho sentito che in mia assenza avete perquisito la casa. Non mi pare una procedura corretta, di cosa siamo sospettati?”

“La notte dell’omicidio lei ha dichiarato di avere sentito un colpo di fucile.”

“Sì,  ho pensato fosse opera del solito bracconiere.”

“Lei è cacciatore?” chiese a bruciapelo Nista con tono autoritario.

“Sì, ma non di questa stagione: io non pratico la caccia di frodo” rispose il conte alzando un po’ la voce.

“Non vedo fucili in giro.”

“Ovviamente sono chiusi nella loro cassaforte, come vuole la legge” replicò l’uomo.

“Bene, allora apra l’armadio e consegni agli agenti tutti i fucili e soprattutto le cartucce in suo possesso” ordinò Nista perentorio.

L’ingegnere rimase per qualche secondo  immobile, poi spostò il grande quadro che occultava la fuciliera e diede a Lo Savio la chiave. Gli agenti portarono via il contenuto in grossi sacchi.

“Ma di cosa mi accusa?” chiese il conte.

“Lei quella sera ha davvero pensato ad un bracconiere?”

“Sì, certo, lo confermo.”

“E la luna, la luna, mi dica, in che fase era quella sera la luna?”

L’uomo ammutolì. Poi chiese di far uscire dalla stanza la moglie che iniziava ad agitarsi e chiamò al telefono il suo avvocato.

“Sono sicuro che la Scientifica troverà nella composizione delle sue  cartucce prove sufficienti per incriminarla – disse Nista – però mi tolga una curiosità, come ha fatto a capire che la sua amante, la Moretti, si sarebbe recata ad incontrare un altro uomo proprio quella notte?”

L’ingegnere era milanese, non amava perdere tempo e sapeva di essere in trappola, quindi rispose senza imbarazzo.

“Il profumo… io e mia moglie avevamo cenato con amici fino a tardi: sono uscito in giardino per accompagnare gli ospiti alla macchina ed ho sentito una leggera ma inconfondibile fragranza di gelsomino nell’aria. Quella sera non avevo in programma un ‘incontro romantico’ con la mia amante nel capanno degli attrezzi, quindi lei si era profumata per un’altra ‘occasione speciale’. Ho seguito la scia e … il resto lei lo sa già. Comunque meglio che sia finita così. Aveva iniziato a ricattarmi e il suo silenzio mi sarebbe costato troppo caro”

“Molti milioni?” chiese Nista

“No, peggio, voleva essere sposata!”.

“Beh, il suo è stato un delitto passionale, d’impeto, vedrà che la pena sarà contenuta” disse il Commissario, quasi compiangendo il povero milanese vittima della famme fatale delle zucchine e dei carciofi.

L’indomani la gioia del commissario Nista era incontenibile. Titoli sui giornali, richieste di interviste e, soprattutto, la soddisfazione di provare a tanti giovani poliziotti infatuati delle nuove tecniche della scientifica che per essere un buon investigatore occorre soprattutto fiuto.

“Vedi Totò, oltre agli eroi di ‘Criminal Minds’ o ‘C.S.I’. ci sono ancora commissari che risolvono i casi con metodi caserecci, suola di scarpa e cervello.”

Lo Savio sorrise, ma poi, battendosi un pugno sulla fronte esclamò:

“A proposito di tecnologia, due giorni fa il Presidente dell’Associazione Astrofili ha lasciato un messaggio telefonico per lei, forse era importante…Beh, l’ho segnato da qualche parte in questo block notes. Eccolo, ora le leggo l’appunto: “Caro Commissario, resettando la tastiera del puntatore del telescopio trovata accanto al defunto ho notato una cosa decisamente strana che potrebbe avere un qualche peso per le sue indagini. Gli ultimi dati sono stati inseriti dal professore più o meno intorno all’ora della morte e non puntano ad alcun corpo celeste, sembrano addirittura coordinate terrestri. Interpretati come latitudine e longitudine corrispondono alla città di Milano: davvero curioso, non trova commissario?”

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Dr J. Iccapot