Seconda Parte – Qui la prima parte

L’agente parcheggiò l’auto di servizio accanto all’ingresso del ristorante, non lontano dal sentiero che portava all’osservatorio. Il commissario Nista, con una smorfia di fastidio, notò che nei dintorni erano già ferme altre macchine, la notizia ormai si era sparsa e un paio di giornalisti locali, dei fotografi, un cameraman di una TV privata li avevano preceduti. In un angolo troneggiava il fuoristrada della Forestale. “Battuti sul tempo persino dai ‘taglialegna’ ” pensò tra sé il commissario guardandosi le scarpe, nuove e lucide: non doveva indossarle ma alle sei o poco più di mattina, nella fretta di uscire dopo la chiamata, erano le prime a portata di mano. La sera prima aveva cenato a casa dei suoceri, gente per nulla alla buona in fatto di etichetta: vietato sedersi a tavola in tuta e scarpe sportive. Ora però le avrebbe sporcate di fango, quelle belle scarpe, in quella campagna umida di rugiada, e la moglie lo avrebbe rimproverato.

“Dovrebbe essere da questa parte, poco  più avanti – disse l’agente Lo Savio – qualche centinaia di metri dentro il bosco. Il cadavere lo ha trovato il sorvegliante della villa, stamani presto, durante il suo solito giro. Ha visto la cupola aperta, era già giorno e gli è sembrato strano. E’ andato a vedere e lo ha trovato morto.”

“Chi è questo sorvegliante?” Chiese Nista che, per camminare più agevolmente al centro del sentiero, si era messo alla sinistra dell’agente. Si teneva vicino al suo sottoposto perché da un po’ di tempo aveva l’impressione di vedere il mondo appannato. Forse un inizio di cataratta, come su madre, però precoce, accidenti! A neanche cinquantasei anni.

“E’ un napoletano – disse Lo Savio – mi sono informato, però gente perbene. Lui e la moglie hanno un negozio di frutta e verdura al paese, ma vivono in una ‘dependance’ della villa: in cambio della sorveglianza e di un po’ di cure al giardino, i proprietari, dei milanesi, gli hanno dato l’alloggio gratis”. Si sentiva un certo tono di invidia, nel racconto di questi dettagli, Lo Savio divideva una cameretta d’affitto con un collega.

“Si dice incensurato, non perbene – commentò Nista – nessuno è perbene a questo mondo, mettitelo in testa Totò! Sei giovane ma certe cose devi capirle subito se fai questo mestiere. Empitella” aggiunse poi il commissario, muovendo le narici sotto i baffetti brizzolati con l’aria di un cane da tartufi.

“Come dice, signor maresciallo?”

“Empitella. Ci devi aver messo i piedi sopra o forse ci hai sfregato i pantaloni.”

Comprese, dal silenzioso disappunto del suo compagno che non lo stava seguendo.

“Sai quell’erbetta… ma tua madre cosa ci mette sui funghi, quando li fa a…”

“Ma, non saprei. Mai sentita, questa empitella dalle mie parti.”

“Ma non senti questo profumo?”

“Veramente, non sento nulla. Il solito odore di campagna… io ci sono nato in un posto come questo”

“Fumi troppo! Le sigarette danneggiano l’olfatto e il gusto. E anche altro.”

“Può essere.”

Svoltarono a destra, salendo ancora un po’.

“Questa invece è mortella, qui intorno ci deve essere una siepe”, fece il maresciallo, fiutando l’aria.

Svoltarono ancora e furono in vista dell’osservatorio. In effetti, a poco distante dalla piazzola d’ingresso c’era una siepe di mortella.

“Questo odore – disse Lo  Savio – sa di cimitero.”

“Ma che razza di terrone sei, che non apprezzi i profumi della terra?”

“Ma, veramente… e poi, anche lei..”

“Io? Io sono un terrone di seconda generazione, sono nato a Livorno!” e lo disse come i livornesi autoctoni: Livòòòrno. Dette una pacca sulla spalla del giovane agente, sorridendo.

Erano sul luogo da poco quando sentirono alle loro spalle la sirena dell’ambulanza che arrivava nel piazzale. Ad attenderla c’erano i “rappresentanti”  della stampa, sorvegliati dai solerti “taglialegna”, Paolone, la persona che aveva ritrovato il corpo e qualche vicino accorso dai poderi dei dintorni pensando di “rendersi utile”, come si fa in campagna.

Sul viottolo che usciva dal bosco Nista sentì arrancare le persone del pronto soccorso; dietro salivano anche i giornalisti.

Il commissario si fermò per mettersi le soprascarpe ed indossare una tuta bianca che Lo Savio aveva portato con sé, non dovevano inquinare la scena del crimine prima dell’arrivo della Scientifica! Nuove norme.

Un Forestale, fermo davanti alla porta, lo salutò militarmente e fece rapporto: “Maschio, adulto, sui cinquanta, attinto da due colpi di fucile al torace. Morto da almeno qualche ora.”

“Con truppe così impeccabili magari De Lorenzo avrebbe fatto davvero un colpo di stato” pensò ridendo tra sé Nista.

Entrò nell’osservatorio con un po’ di curiosità, era la prima volta che vedeva una struttura del genere. Lo accolse la musica, un brano di classica diffuso a basso volume faceva da colonna sonora alla scena: un uomo era disteso a terra a faccia in su, la testa rivolta verso la porta d’ingresso, le braccia aperte e il giaccone blu forato in alcuni punti.

Nista girò in senso antiorario, rasente il muro circolare, per arrivargli vicino senza sovrapporre i suoi passi a quelli di chi era entrato: se vai ad ammazzare qualcuno e vieni da un sentiero di terra battuta, non ti fermi certo a pulirti le scarpe prima di entrare e sul pavimento di cemento ci potevano essere degli elementi interessanti che la scientifica poteva valutare.

Lì dentro si sentiva l’odore del bosco, non ancora quello della morte, e neppure quello del sangue, o forse sì. Nista si accorse che i suoi baffetti si agitavano, segno di nervosismo: in effetti, il sangue un po’ si sentiva, anche se, evidentemente. era stato assorbito dal maglione pesante e dal giaccone invernale che l’uomo indossava. C’era poi un sentore di ferro, e anche qualcos’altro. “Interessante”  disse piano a se stesso il commissario, e inspirò profondamente un paio di volte. Alzò la testa e avvertì un ronzare monotono, veniva chiaramente dalla base del pilastro su cui poggiava il telescopio; un motorino elettrico in funzione; ma c’era anche un altro rumore diffuso, di frequenza diversa, che riempiva tutto l’ambiente; Nista ci pensò un attimo. Già, la cupola. Girava anche la cupola, per lasciare l’apertura a vantaggio del telescopio; si guardò intorno ed individuò altri due motori elettrici.

Uscì fuori e dette ordine all’agente della Forestale che, fino a che non fosse arrivata la polizia scientifica, nessuno entrasse nell’edificio e nella piazzola antistante all’osservatorio, tutti i curiosi dovevano tornarsene al parcheggio.

Nista voleva parlare subito con le persone del luogo e scese per il viottolo insieme all’uomo che gli si era presentato come proprietario del ristorante. Quando entrò nel locale Paolone lo fece accomodare in una saletta privata e si mise alla macchina dell’espresso per preparare il caffè.

Ilcommissario cominciò ad interrogarlo ma con l’aria di parlare del più e del meno, così per curiosità. Paolone, preso per il verso giusto, gli raccontò tutto quello che sapeva, o pensava di sapere, del professore: chi era e cosa facesse, del fatto che era arrivato, solo, poco prima della mezzanotte, di che brava e stimata persona fosse sempre stata.

Dopo poco entrò nella saletta la moglie di Paolone, una donna più giovane del marito e molto procace. Disse che il Professore lo conosceva poco, lei stava sempre in cucina (e si vedeva) e lo aveva intravisto qualche volta alla cena annuale che l’associazione astrofili organizzava lì da loro, ma non ci aveva neppure mai parlato. Dagli altri addetti al ristorante Nista seppe anche di meno. A sentire loro, finito il lavoro, tornavano tutti a casa, al vicino paese, e solo Paolone e la moglie rimanevano nell’appartamento sopra il ristorante.

“Se qualcuno ha sparato stanotte, io non l’ho sentito. Ero stanco morto e appena andati a letto sono crollato; e poi alle fucilate di notte ci siamo abituati, non ci facciamo neanche più caso. Sa, maresciallo, i bracconieri …”. Paolone non voleva toccare troppo quel tasto, ogni tanto anche lui comprava della selvaggina di dubbia provenienza, per il suo ristorante, e ci mancava che, a causa di un morto, ci dovesse rimettere lui!

“Anche lei, signora, è andata a letto subito?”

“Non subito, mi sono fatta una lunga doccia calda; è una mia abitudine, sa? Quando vado a letto mi piace andarci pulita, dopo una giornata di lavoro, e poi, se proprio non dorme…”

“E ieri sera? mi scusi, sa – e guardò prima la signora poi il marito – ma ci è voluta entrare lei nel discorso.”

“Anche ieri sera già russava, quando sono uscita dalla doccia.” Sospirò leggermente.

“E durante la notte non avete sentito rumori? Un’auto che arrivava nel parcheggio, voci di persone…”

“No, no, commissario – esclamò il marito – il nostro è il sonno dei giusti! Dritti filati sino alla sveglia.”

“Si, un sonno come fossimo morti, per svegliarci ci vogliono le trombe del Giudizio” aggiunse la moglie ironica.

L’appartamento del sorvegliante era proprio grazioso, ammise il commissario, arredato con buon gusto, mobili massicci e d’epoca, quadri e arredi di pregio. Certamente era opera dei proprietari, i milanesi, e non dai due ‘verdurai’ che usufruivano dell’alloggio. I pavimenti, in cotto, erano lucidi, lucidi. In tutta la casa c’era una pulizia quasi da museo, tutto in ordine, niente polvere o ragnatele; nelle stanze odori di legno e di pietra e di detergenti per pavimenti. Nista si chiese chi dei due si occupasse della casa; quando li vide pensò che doveva essere lui perché lei, così vivace e carina, (beh, molto carina, ammise tra sé, soffermando lo sguardo sul suo fondo schiena mentre lei lo precedeva nel corridoio) durante il giorno doveva essere molto occupata dal negozio, quindi era il marito che svolgeva da solo i mestieri di casa.

Il sorvegliante e sua moglie gli riferirono che di notte qualche sparo ogni tanto si sentiva, ma che ormai non ci facevano più caso. “Già, fece commissario, i bracconieri” “Eh sì, qui è pieno. Sa, è riserva di caccia e quindi cinghiali, lepri, fagiani abbondano…Se uno vuole… ma  la Forestale è sempre sul chi va là!”

Quella notte dunque non avevano sentito niente di particolare, erano andati a letto poco dopo le undici, lui si era alzato verso le sei, per fare un giro, e si era un po’stupito di vedere la cupola dell’osservatorio ancora aperta. Per questo era andato a controllare se per caso il professore si era sentito male e aveva trovato… quello che aveva trovato.

“Conosceva il morto?”

“Sì, era un insegnante del liceo in paese, qualche notte siamo andati a guardare la Luna e Giove, vero Anna?”

La moglie confermò, qualche volta erano stati ospiti dell’osservatorio, e il professore lo aveva visto più volte, in negozio. “Sa, lui e la moglie sono clienti.”, rispose lei, con un’aria civettuola assolutamente fuori di posto.

La signora di Milano accolse ilcommissario avvolta in una lunga veste da camera rossa, pesante. Mora, i capelli lunghi, un seno prosperoso che si intuiva sotto il tessuto damascato. Di certo era molto più giovane del marito, anche lui in veste da camera, di cammello. Il maresciallo rifiutò l’ennesima offerta di una tazzina di caffè, piuttosto aveva fame, e si era dimenticato di fare colazione. Lo stomaco ormai rumoreggiava ferocemente, ma Nista si impose di resistere: voleva conoscere, nell’immediatezza del fatto, le reazioni delle persone vicine al luogo del delitto; anche i due coniugi dichiararono di non sapere nulla dell’accaduto.

Erano arrivati da Milano due giorni prima, per starsene tranquilli qualche giorno tra i boschi, un po’ di pace era necessaria per ritemprare i  nervi del marito, uomo d’affari stressato dai troppi impegni. La sera avevano avuto amici a cena, potevano fornire nomi e indirizzi se al commissario interessavano: verso mezzanotte la serata si era conclusa, gli ospiti erano tornati nella loro lontana città e dopo avere  messo le stoviglie in cucina erano andati a letto. A ripulire avrebbe pensato una donna ad ore che veniva tutti i giorni dal paese in tarda mattinata. Nel grande salone dove era stato ricevuto c’era ancora odore di sigaretta e sigaro, ma anche un certo sentore di quercia e di carni fatte alla brace; le finestre erano appena socchiuse.

“Rumori di spari durante la notte?”, chiese il commissario. “No, nessuno, io in questa casa così isolata dormo come un sasso!”, rispose la signora. “Io invece, a metà della notte, qualche colpo di fucile l’ho sentito. Sa, i bracconieri…”

“Già, qui di notte sembra ci sia sempre la guerra!” commentò Nista. “E poi, cosa è successo stamani?”

“Il sorvegliante è arrivato alla villa poco dopo le sei. Stavo in cucina – disse il padrone di casa – e mi preparavo la colazione. Sa, noi milanesi, anche in vacanza, non riusciamo a poltrire a letto. Evidentemente il mio custode ha notato la luce accesa e per questo ha bussato alla porta di servizio. Ho chiamato io la Forestale perché la caserma è a pochi chilometri da qui, ma poi ho avvertito subito il 113” aggiunse, timoroso di avere involontariamente urtato la suscettibilità professionale del commissario.

“E lei non è andato a vedere?” “No, non vedo perché avrei dovuto? Mi ha detto che c’era un morto, cosa voleva che andassi a vedere…Io ho chiamato le forze dell’ordine e poi gli ho dato un grappino. No, gli ho dato un grappino e poi ho telefonato. Era davvero sconvolto, l’ho tenuto qui in cucina per un po’, fino a che non si è calmato. Dopo qualche minuto è andato a casa, ad avvertire sua moglie.”

“E lei quando lo ha detto alla signora?”

“Beh…quando si è alzata, forse una mezz’ora più tardi. Non la volevo mettere in agitazione per questa cosa.”

“Conosceva l’uomo che è stato ucciso?” chiese Nista alla padrona di casa.

“Il guardiano mi ha detto che era un professore, ma io non lo conoscevo.”

“Non è mai stata a dare un’occhiata all’osservatorio? È una visita interessante, no?”
“Mah, una volta ci siamo stati, io e mia moglie – rispose il milanese – ma per me, star lì al freddo a fare delle foto a delle cose che, se uno gli interessa, i satelliti vedono meglio e senza tanti disagi, l’è roba da fissati, un po’ bauscia.”

“Anche lei signora pensa che siano un po’ fissati?”

“Sa, commissario, di notte, uno se può fa altre cose…”

FINE SECONDA PARTE

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Dr J. Iccapot