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I segnalibri di Sant'Agostino

Il 28 Agosto la Chiesa Cattolica festeggia Sant'Agostino. Noi abbiamo preparato dei segnalibri, utilizzando l'opera di Simone Martini. Potete scaricarli dall'area di download.

 

Archivio per marzo 2010

Rapito! – 2

Seconda parte.

Qui la Prima parte.

L’indomani mattina si presentò al convento un funzionario della Soprintendenza: era stato segnalato il furto di un bene demoetnoantropologico e quindi l’Ufficio competente doveva verificare la situazione ed avvertire il nucleo tutela presso il Ministero dei Beni Culturali.

Il funzionario osservò che le finestrelle a livello del piano stradale non erano sicure e questo comprometteva la sicurezza non solo dei ‘mamozzi’ appesi nella cripta, ma anche delle opere  d’arte, grandi pale d’altare del ‘600, conservate nella soprastante chiesa. Al termine del sopralluogo, prima di salire sull’auto di servizio, il funzionario chiese  se era possibile vedere una foto del bene sottratto.

Crescentino avrebbe voluto gridare che non era scomparso un bene ma il corpo di un uomo, anzi, un santo uomo che da morto certamente valeva più di tanti vivi in circolazione, presenti inclusi. Conosceva il suo nome, la data di nascita e di morte, le meditazioni religiose che aveva appuntato sul suo piccolo diario: no, non era un oggetto, era un essere umano che aveva amato e sofferto, era fra’ Zacchia. Però rimase in silenzio e corse in archivio a prendere la foto richiesta. Il funzionario la guardò con visibile disgusto, chiese di tenerla per qualche tempo e l’infilò in tasca sgarbatamente, sbattendo la porta dell’auto.

“Via – disse all’autista – un tipo con la faccia altrettanto scocciata – andiamo a respirare un po’ d’aria fresca.”

Il maresciallo iniziò le sue indagini con il solito giro di valzer dei confidenti, ma nessuno aveva sentito parlare di un furto così bizzarro. Qualcuno rise, qualcuno si abbandonò a gesti scaramantici, corna, toccatine, segni di croce, tutti si stupirono che il maresciallo, persona notoriamente seria e attaccata al lavoro  perdesse il suo tempo dietro a simili sciocchezze. E con quello che succedeva il giro…

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Rosanna Bogo

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Labyrinthus

L’edificio si ergeva imponente sulla collina calva come una grande cittadella fortificata. Ad un primo sguardo poteva sembrare un unico corpo ma, in realtà, era un insieme di blocchi, strutture distinte che, nel corso di decenni, si erano aggiunte al nucleo primario. Da un punto di vista tettonico però non si trattava di un fenomeno di casuale superfetazione, bensì del progressivo, lento, reificarsi di un preciso progetto.

Si stentava tuttavia ad immaginare che qualcuno dotato del ‘ben dell’intelletto’ avesse intenzionalmente creato una struttura così in contrasto con l’istintiva propensione dell’homo sapiens per la diversificazione.

I nostri progenitori, non disponendo del fiuto di un lupo o del sistema di orientamento di un piccione, di certo avevano escogitato qualche metodo per ritrovare agevolmente la via della grotta domestica, ad esempio imprimere segni sulle cortecce o sulle rocce, lasciare qualche traccia lungo il sentiero, come Pollicino: del resto nella foresta essere in grado di rispondere alla domanda “dove mi trovo?”, al calare delle tenebre o se si era inseguiti da un belva affamata, poteva fare la differenza tra la vita e la morte. L’uomo moderno conserva ancora qualche traccia di quell’atavico timore e, nonostante viva in un ambiente molto meno ostile, si muove cercando dei punti di riferimento riconoscibili: per questo, paradossalmente, si diverte a girare in un labirinto, così come, al Luna Park, è contento di viaggiare a testa in giù sulle montagne russe o entra ridendo il tunnel degli orrori.

La sensazione ‘adrenalinica’ di essersi persi sapendo tuttavia di trovarsi in una struttura ludica e collocata in un luogo ben preciso, con amici e parenti che attendono all’uscita, non ha però nulla a che fare con la percezione del vero smarrimento, sintomo, tra l’altro, di gravi malattie degenerative del sistema nervoso centrale. Chi non pensa con terrore alla condizione del malato di Alzheimer non più in grado di riconoscere la via di casa o la porta della propria stanza?

In breve, a nessuno piace perdersi contro la propria volontà in un edificio labirintico o in un dedalo di strade, soprattutto se è diretto da qualche parte.

Il grande edificio costruito sulla collina sembrava invece concepito proprio per rendere difficile l’orientamento di persone che avevano fretta di raggiungere un luogo preciso collocato al suo interno, perché non si andava lì per caso o per fare una gita di piacere.

Forse però l’effetto non era consapevolmente voluto, l’inconscio a volte gioca brutti scherzi anche ai progettisti.

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Rosanna Bogo

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La piscina

Tintoretto, La Piscina Probatica (part.)

“Eccola, eccola, lì, a destra…”

“Sì, sì, l’acqua s’increspa, guardate laggiù”

“Si vede appena…Presto, questo è il momento migliore!”

Le grida, sempre più concitate, si rincorrevano da un punto all’altro dei cinque porticati della Piscina, amplificate dall’eco delle volte: in un attimo la piccola comunità di infermi sparsa nei dintorni passò da un’apatia degna degli ozi di Baia alla più frenetica agitazione ed una folla di derelitti si precipitò verso l’acqua, come fuggisse da una casa in fiamme.

Zoppi e sciancati si trascinavano con ogni mezzo, i ciechi avanzavano a tastoni con le mani in avanti, i lebbrosi si facevano largo mostrando le loro piaghe purulente: tutti cercavano di superare i compagni, incuranti di urtare, rovesciare, calpestare corpi umani, oggetti o animali, spesso poveri agnelli desinati ad essere sacrificati nel Tempio. Chi cadeva si rialzava rabbiosamente tentando di riconquistare la posizione perduta e nessuno mostrava pietà per i più deboli o si fermava a soccorrere i compagni a terra.

Elifaz il paralitico fece appena in tempo a ripararsi dietro una colonna e, usando il suo lettino come scudo, evitò a stento di essere travolto da quel torrente antropomorfo. In altre occasioni era stato meno fortunato o svelto e portava ancora i segni di recenti lividi e vecchie fratture; “agli zoppi calci negli stinchi” diceva, tra sé, per consolarsi.

Del resto l’acqua increspata dalle ali dell’angelo avrebbe guarito uno solo dei bagnanti, il più veloce a raggiungere la polla ribollente dello spirito divino, e così i poveri malati erano costretti a rivaleggiavano come atleti alle Olimpiadi, pronti a tutto pur di ottenere l’ambito alloro.

I devoti che frequentavano la Piscina di Betzaeta per fare opera di misericordia, sostenevano che la folle corsa servivano a rendere gli infermi degni del divino perdono, ma ad Elifaz quella gara per la salvezza non era mai andata a genio. A volte pensava che i soldati romani di guardia alla Porta delle Pecore in fondo non avevano torto a farsi ogni volta grasse risate irriverenti.

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Rosanna Bogo

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Rapito! – 1

Prima parte.

Come ogni sera fra’ Crescentino scese la scala della cripta con circospezione: trascinava un carico ingombrante e più di una volta aveva rischiato di rotolare fino in fondo alla rampa con tutto il suo ambaradan.

Del resto spazzole, scope, panni, filo di ferro e un aspirapolvere portatile erano strumenti indispensabili per la toilette dei suoi “vecchietti”, così chiamava le mummie più o meno scheletrite che pendevano dalle pareti dell’enorme ambiente sottostante la chiesa, frati deceduti ormai da secoli ed esposti come memento mori alla vista dei fedeli o, considerati i tempi, come curiosità per turisti amanti del genere ‘dark’.

Dopo aver cenato con gli altri fratelli nel piccolo refettorio del convento, Crescentino si recava nel sotterraneo per togliere le ragnatele, riattaccare le ossa cadute, spesso a causa della curiosità eccessiva di qualche visitatore, sistemare le tonache scomposte, spolverare i crani, spazzare ben bene il pavimento. I fedeli non erano più quelli di un tempo: toccavano i defunti, buttavano cartacce e bucce di frutta dappertutto, insomma non avevano più rispetto del luogo sacro!

Fra’ Crescentino era un trovatello, non aveva parenti, ed era felice di vivere come converso nel convento: si sentiva circondato da ‘fratelli’, come in una vera famiglia, ed anche gli ospiti della cripta facevano parte della sua piccola cerchia di affetti. Quelle mummie rappresentavano, in certo senso, i nonni, gli zii, i genitori che non aveva conosciuto e di cui era lieto di prendersi cura per interposta persona.

Quando entrava nella Cripta per prima cosa si inginocchiava e recitava le preghiere dei morti, poi si metteva al lavoro ma non in silenzio: aveva infatti l’abitudine di chiacchierare animatamente con i suoi muti confratelli appesi alle pareti. Durante il giorno Crescentino aiutava il frate archivista e quindi conosceva, attraverso le carte del convento, vita, morte e miracoli degli abitanti del sotterraneo: così, quando si rivolgeva a fra’ Armando, noto per essere stato un severo Padre Guardiano, chiedeva se i visitatori  si erano comportati bene, oppure suggeriva a fra’ Gaudenzio, organista barocco, il tema per qualche nuovo mottetto e non mancava mai di  raccontare a fra’ Galgario, rinomato semplicista al servizio di Benedetto XIV, le malefatte del fraticello teutonico che si occupava da qualche mese dell’officina di erboristeria.

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Rosanna Bogo

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Il Libro – III

Epilogo non tanto allegro

“Si trova scritto che Agostino, quand’era ancora in vita, stava leggendo un testo, quando vide passare davanti a sé un demone che portava sulle spalle un libro”.  (Jacopo da Varagine)

(Qui il  secondo racconto di questa serie)

Personaggi:

Agostino

Demone

Adeodato

Rufino

Villano

Prima Villana

Seconda Villana

La scena si svolge ad Ippona, intorno al 400 d. C., all’esterno dell’Episcopio e, successivamente, in un vicino villaggio.

Agostino: Adeodato, presto un cavallo!

Adeodato: Ma babbo noi non abbiamo un cavallo, sai bene che la nostra vita è austera, non possediamo nulla di superfluo ed ammetterai che un cavallo, di questi tempi, è un lusso. Per trasportare i bagagli nei viaggi più lunghi basta l’asinello Teodoro.

Agostino: Quello non è un asino, è una vecchia tartaruga. Portami subito un cavallo, chiedilo in prestito ai vicini.

Adeodato: I nostri vicini sono persone di condizione modesta…non hanno neppure l’asino.

Agostino (agitato): Insomma, stai a vedere che proprio ad Ippona non c’è un cavallo: trovami un destriero veloce come il vento, è questione di vita o di morte, va e rubalo se necessario!

Adeodato: Questo poi no davvero. Rubare è peccato mortale.

Agostino (con voce melliflua): Senti figliolo, devo al più presto raggiungere il paese di Agata: se non sarò lì prima dell’arrivo di Rufino temo che possa succedere il peggio.

Adeodato: E allora? Se si comincia a cavillare sulle motivazioni si finisce per giustificare anche l’omicidio ed io non voglio dannarmi l’anima, sia quel che Dio vuole, per salvare la vita di qualcuno.

Agostino (rassegnato): Sei un bel testone! Ma non perdiamo altro tempo, porta qui Teodoro.

Due ore dopo, in un villaggio nei pressi di Ippona:

Villano: Il vescovo in visita nel nostro povero villaggio e nessuno ci ha avvertiti della sua venuta!

Agostino: Non è una visita ufficiale, figliolo.

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Rosanna Bogo

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Accadde all’Osservatorio – 3

Terza e Ultima  Parte – Qui la seconda parte

Quella notte il commissario Nista sognò cinghiali e cervi che lo inseguivano per gli Uffici della Procura della Repubblica abbigliati in tocco e toga.

Cattiva digestione, pensò al risveglio. In effetti la faccenda dei bracconieri continuava a frullargli per la testa da un po’ e poteva capitare che una cena pesante stanasse dal suo inconscio qualche buona intuizione. Occorreva però dare un significato razionale a quelle strane visioni notturne… Cinghiali, cervi, giustizia …mah, forse questioni di corna o litigi tra vicini per questioni legali…

I testimoni parlavano di colpi di fucile sparati in piena notte con strana indifferenza. Bracconieri…dicevano, come se si trattasse di una specie animale compresa nell’ambito della biodiversità. Ed anche gli efficientissimi Forestali, dopo tutto, non sembravano veramente interessati a reprimere un’attività a tutti gli effetti criminosa. Un bracconiere è pur sempre uno sconosciuto che si aggira di notte armato con l’intento di compiere un furto di beni dello Stato!

Il Commissario decise di chiarire la faccenda con il Comandante della locale caserma della Forestale.

Il capo dei “taglialegna” era brav’uomo, un sottufficiale prossimo alla pensione dai modi paterni e rassicuranti: i “loro” bracconieri, affermò, erano solo un innocuo manipolo di poveracci: contadini che consideravano il bosco res nullius, qualche anziano con la pensione al minimo che non poteva permettersi di pagare una licenza di caccia regolare, due o tre disoccupati bisognosi di racimolare qualche spicciolo. E poi la selvaggina da quelle parti era abbondante e spesso danneggiava le coltivazioni…

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Dr J. Iccapot

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Il 10 era in ritardo

Marcella camminava appoggiandosi al bastone, ma più per abitudine che per necessità. Quando era ancora una ‘giovane’ sessantenne si era slogata malamente una caviglia e, da allora, non aveva più lasciato la sua fidata gamba di legno. Ora gli anni erano settanta e quel sostegno, sebbene non indispensabile, la faceva sentire più sicura se doveva percorrere un marciapiede un po’ sconnesso o scendere una scala priva di corrimano.

Nonostante gli acciacchi e l’età andava di fretta: voleva arrivare in orario alla fermata del 10 ma era già rassegnata ad attendere un bel po’ il passaggio del suo autobus.

Nel tardo pomeriggio i mezzi pubblici, imbottigliati nel caos del traffico, avevano una frequenza casuale e gli aspiranti viaggiatori dovevano affidarsi alla loro buona stella. A volte il ritardo era minimo, però non si trattava di un miracolo: l’autobus passava in orario solo perché aveva saltato del tutto la corsa precedente e se uno degli ultimi arrivati alla fermata lodava la precisione svizzera del trasporto pubblico cittadino, gli sventurati in attesa da quasi un’ora non mancavano mai di svelare all’ottimista novellino l’arcano paradosso.

Marcella da più di un mese prendeva tutti i giorni il 10 ed era ormai abituata a questi inconvenienti: si affidava alla sorte e pazientava. Quel giorno però non aveva proprio voglia di aspettare.

Appena giunta alla fermata notò subito la presenza di una rumorosa comitiva di adolescenti. Annoiati e stanchi di trafficare con il telefonino o di spararsi musica nelle cuffiette, per passare il tempo giocavano a darsi spinte e calci, incuranti del fastidio arrecato alla piccola folla di viaggiatori in attesa sotto la pensilina. Piovigginava e nessuno se la sentiva di rinunciare alla protezione della tettoia.

Una signora di mezza età, per schivare uno dei ragazzi urtò leggermente Marcella e subito si scusò:

“I giovani! Hanno l’argento vivo addosso. Io lo so bene, sono nonna!”

“Io no – disse gelida Marcella – e comunque mi vergognerei di avere nipoti simili”.

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Rosanna Bogo

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Ama il prossimo tuo

Nel villaggio il fattore era considerato un’autorità: in prima fila nella sinagoga, capotavola alle feste di nozze, quando passava per la via tutti gli cedevano il passo ed ovunque veniva ricevuto con ossequio: nessuno osava ricordare che, in fondo, era solo il figlio di un modesto vasaio divenuto, quasi per caso, uomo di fiducia di un ricco proprietario.

Davanti alla sua casa, ogni giorno, stazionava una piccola folla in perenne agitazione: contadini che chiedevano un aiuto per arrivare a fine mese, braccianti con troppi figli a carico, stranieri provenienti da contrade vicine in cerca di lavoro, artigiani in cattive acque. Chi chiedeva denaro per sistemare una ragazza da marito, chi aveva necessità di olio o farina perché il raccolto era stato scarso, chi aveva fatto poche giornate in campagna per una malattia o un incidente e non aveva nulla in dispensa, chi doveva pagare le medicine per la moglie allettata, chi semplicemente era disoccupato e non sapeva come sbarcare il lunario.

Le vigne, i campi, i granai, le botti di vino, gli orci d’olio, il denaro appartenevano al padrone, un ricco signore che viveva in città, ma il fattore, a forza di disporre liberamente dei beni che aveva in custodia, si comportava come fossero roba sua. Non per questo era generoso: ai mendicanti faceva l’elemosina solo quando era sicuro di essere notato, pagava con parsimonia i giornalieri e, di norma, non concedeva prestiti disinteressati.

In pubblico però si atteggiava a devoto fariseo. Digiunava due volte alla settimana, celebrava le ricorrenze religiose, mostrava di rispettare la Legge e nessuno avrebbe mai osato sostenere che un così degno membro della comunità, fosse un usuraio: ma se prestava cento, al debitore dava di fatto novanta e, nel libro dei conti che inviava al padrone, segnava novantacinque, oppure nulla. La differenza, s’intende, la teneva per sé, come ricompensa per il fastidio di dover trattare, ogni giorno, con quella folla di petulanti bisognosi. Dopo tutto così faceva guadagnare anche il padrone che stava in città e se la spassava con gli amici tra musici e ballerine. Se poteva vivere in panciolle senza badare a spese doveva ringraziare lui che, in campagna, tutto il giorno combatteva con i contadini e si faceva l’anima nera col dare ed avere. “E poi – si diceva il fattore –  la “cresta” che mi prendo è solo un’inezia rispetto ai guadagni, non manda certo in rovina la sua casa!”.

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Rosanna Bogo

Atipico ritratto

Mi guardo allo specchio e non vedo che il mio volto, la barba incolta, qualche capello bianco. Uno come tanti, uno di quelli che non si ricordano, una di quelle facce che se le rivedi non riesci mai ad abbinarle ad un nome. Bello, lo so, non lo sono mai stato. Giovane lo sono ancora, a trent’anni appena compiuti. Dovrei avere un po’ più di metà della vita davanti, stando alle statistiche. Il problema è che dallo sguardo non si vede nient’altro.

I capelli bianchi mi sono venuti all’università, esame dopo esame, come un ricordo degli sforzi fatti per restare sveglio sui libri fino a notte fonda. Me ne sono accorto una mattina d’estate, quando il sole me ne ha indicato un filo. Poi due. Poi tre. E via. Però non sono stempiato come tanti altri della mia età, questo dovrete ammetterlo. Le rughe….beh, solo qualcuna, di quelle che si definiscono “di espressione”, legate alle tensioni che affiorano sul viso man mano che la vita scorre. Di fisico sono sempre stato magro, non sarò perfetto ma mi va bene così. No, non è il mio corpo che non va, non c’entra niente la mia immagine con quello che sento dentro.

Quello che sento dentro è una sensazione strana, come di essere, come dire, sfocato. Provate, solo guardandomi, a capire che cosa faccio nella vita. Non lo indovinerete mai. Non potreste, perché non lo so neanche io. Sul mio curriculum c’è scritto che ho un diploma di maturità scientifica e una laurea in legge. Uno stage di sei mesi in una grande azienda finito con un “ci dispiace molto ma per adesso non abbiamo bisogno di lei; però siamo stati positivamente impressionati dal suo modo di lavorare e se nel futuro ci saranno possibilità di riaverla con noi ne saremo molto lieti”, poi ancora un’estate dietro al bancone di un bar, a servire gelati alle famigliole e alle coppie di innamorati. Al nero, ovviamente. E allora che fare? Rimettiamoci a studiare.

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Beatrix

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Il libro – II


“Si trova scritto che Agostino, quand’era ancora in vita, stava leggendo un testo, quando vide passare davanti a sé un demone che portava sulle spalle un libro”.  (Jacopo da Varagine)

(Qui il  primo racconto di questa serie)

Personaggi:

Agostino

Demone

Adeodato

Rufino

Agata

La scena si svolge ad Ippona, intorno al 400 d. C., all’esterno dell’Episcopio.

Agostino: Ma guarda chi si rivede! Sempre con il tuo librone, non ti stanchi mai di scuriosare nella vita dei poveri peccatori, briccone!

Demone: Lei di certo mi scambia per qualcun altro, è la prima volta che vengo da queste parti.

Agostino: Ma come, non più di una settimana fa abbiamo trascorso insieme un piacevole pomeriggio.

Demone: Ah! Ma non ero io, lei parla di mio fratello (si ferma e posa il libro sulla panca).

Agostino: Com’è che ora sei tu a portare il libro dei peccati.

Demone: Proprio lei mi fa questa domanda? Quando quelli di sotto hanno scoperto che mio fratello si era fatto gabbare a quel modo da un tonsurato, lo hanno messo alla porta. E’ grassa se gli fanno ancora presiedere un sabba di vecchie streghe.

Agostino: Non posso dire che mi dispiaccia, ma devo riconoscere che il ragazzo aveva buona volontà, sebbene orientata al male.

Demone: Sa come si dice, di veramente buono c’è solo una buona volontà! Però mio fratello non si meritava di essere buttato fuori così, su due zampe.

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Rosanna Bogo

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Scrivolo

i racconti del nano grafomane

http://www.scrivolo.it

Segnalibri Sant’Agostino

Segnalibri Agostino

Il 28 Agosto la Chiesa Cattolica festeggia Sant’Agostino. Un’occasione, per noi, per ricordare il grande lettore (e scrittore!), morto 1583 anni fa.

Da stampare fronte e retro e  ritagliare: Segnalibro Sant'Agostino (485)

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Dr J. Iccapot