La notte era fredda e ventosa, folate di ghiaccio scendevano dai monti e correvano lungo la valle: non era ancora inverno ma, da quelle parti, ottobre già portava la prima neve. Nella stua Bettina cullava la piccola Maria, davanti al grande focolare, sulle panche intorno al tavolo giocavano le sue quattro bambine: vestivano di stracci surreali bambolotti fatti con foglie di granturco.

Era sola nella grande casa, con le sue cinque figlie. Il marito lavorava in paesi lontani, Svizzera, Francia, Germania, ma a giorni l’avrebbe rivisto. Ai Santi, come uccelli migratori, gli uomini tornavano al nido poi, in primavera, riprendevano la via della frontiera, lasciando a donne e ragazzi l’ingrato compito di coltivare patate o granturco in campi scoscesi e portare in alpeggio le vacche.

La casa era appoggiata lungo un fianco della valle, l’ultima del piccolo borgo da quel lato: sopra, molto più in alto, stava il paese, con la chiesa, il cimitero e la casa comunale. Davanti si ergeva imponente la grande montagna, uno spuntone di roccia smisurato che rimaneva giorni e giorni nascosto dietro le nuvole e poi, all’improvviso, riappariva, quasi minaccioso. Qualcuno aveva detto a Bettina che la cima era come una grande cattedrale, ma lei non capiva, conosceva solo le piccole chiese dei dintorni. Una volta, per questioni di eredità, con i parenti aveva percorso tutta la valle fino al capoluogo: lì volle vedere la cattedrale, ma non le parve grande come la montagna.

Bettina conosceva ben poco del mondo, non aveva viaggiato per l’Europa come il marito, costruendo camini, non aveva lavorato a stagione nelle filande di Berlino, come le cognate. Si era sposata giovane e, da qualche anno, viveva in quella grande casa, tre piani e la soffitta, con i santi dipinti a fresco, guardiani della porta e la graziosa altana: metteva al mondo figlie, filava la lana, custodiva il focolare, badava alle vacche ed al maiale. Ed aspettava il ritorno del marito.

Di notte tutto il paese era immerso nell’oscurità, ma intorno alla casa di Bettina, isolata in cima ad un sentiero, il buio sembrava ancora più spesso: non si intravedeva una luce, non si udivano voce umana. In paese però tutti sapevano che lei non temeva di stare da sola in quella casa e aveva rifiutato la compagnia delle cognate e del suocero.

Al calar del sole chiudeva le imposte, serrava il portone e, con le sue bambine intorno, si aggirava tranquilla tra la cucina e la stua, poi andava a letto: finché nel grande camino il fuoco scoppiettava allegro e c’era legna a sufficienza, si diceva, non doveva temere nulla.

Quella notte, tra tante, sembrava la prima di un lungo inverno. La stagione più terribile tra i monti era per Bettina, nonostante tutto, la migliore: per mesi avrebbe goduto la compagnia del marito, uomo affettuoso e gioviale, senza dover andare per campi o malghe.

Il sibilare del vento interrompeva di tanto in tanto l’assoluto silenzio della casa: Bettina ogni tanto muoveva la culla della figlioletta in fasce e la ninnava con una cantilena a voce bassa, intanto pensava agli ultimi lavori che l’attendevano al sorgere del sole ma anche all’imminente ritorno del marito. Ogni tanto, rabbrividendo, immaginava il freddo e l’oscurità là fuori, il nevischio che roteava in mulinelli ascendenti, la grande montagna che incombeva e, in alto, il cimitero del paese. Sapeva che in quel momento il vento stava strappando piano piano a lembi i piccoli stendardi di stoffa con un nome ed una prece appesi alle croci di legno dei bambini. Poi la pioggia e la neve avrebbero portato a compimento l’opera: passato l’inverno, croce e stendardo sarebbero scomparsi, così come il ricordo del neonato morto. Bettina era fortunata, nessuno dei suoi figli ancora riposava lassù.

Ormai si era quasi assopita sulla sedia impagliata davanti al camino quando un colpo violento la svegliò del tutto. Spalancò gli occhi: qualcosa era caduto in soffitta, forse il vento o un topolino avevano spostato una cesta in bilico o, magari, un vecchio secchio si era staccato dal chiodo. Per un attimo raggelò, ma poi si disse che la casa era sbarrata e, come tutte le sere, il suocero aveva fatto un giro nei dintorni, prima di scendere al borgo. Del resto, chi mai poteva aggirarsi con cattive intenzioni per la valle in una notte come quella? Anche le bimbe avevano sentito, ma guardando il volto della madre, rimasto in apparenza sereno, si erano messe nuovamente a giocare. In realtà Bettina aveva il cuore in gola. Per un po’ fu ancora silenzio e vento, poi si udì di nuovo un rumore provenire dalla soffitta, era un lamento atroce, uno strano soffiare come di anime in pena che si dibattessero, e colpi ritmici battuti sul pavimento. Bettina non sapeva che fare: urlare non serviva, nessuno poteva sentirla, avrebbe solo spaventato le bambine. Pensò di sbarrarsi nella stua, ma l’idea di trascorrere tutta la notte nel terrore non le sembrò affatto buona.

Nella sua mente giravano vorticosi i racconti uditi nell’infanzia, il rosso folletto dei boschi temuto da tutte le ragazze delle valli, le storie di streghe e di fantasmi narrate a veglia apposta per spaventare i bambini, serpenti con teste umane che si insinuavano nelle case per succhiare il latte dei neonati, morti che ritornavano a saldare antichi conti. Ed assassini, ladri, delinquenti, tutte le brutte cose davvero accadute in città che il marito le leggeva ad alta voce nelle lunghe sere d’inverno: durante i loro viaggi gli uomini prendevano strane abitudini e, quando tornavano, si abbonavano ai giornali, discutevano di politica e non andavano più in chiesa, ormai guardavano con altri occhi il loro piccolo mondo a fondovalle.

La sarabanda di rumori orribili non voleva cessare e Bettina decise che l’unica via di salvezza era la fuga: coprì con scialli e mantelli le bambine, ormai terrorizzate, avvolse la piccola Maria in una coperta e corse giù per le scale con un lume in mano. Un altro lume aveva dato alla figlia più grande. Faticò a togliere la sbarra della porta con la neonata in braccio e guardando di continuo verso la rampa delle scale, se per caso il mostro fosse già lì per ghermirle. Finalmente uscirono nel buio e nel freddo della notte: scesero per l’impervio sentiero di corsa, passando davanti al fienile la vacca riconobbe il passo della padrona e muggì, quasi chiedendo cosa mai facesse da quelle parti di notte. In breve giunsero alla porta della casa “vecchia”, l’abitazione del suocero.

Bettina bussò, il suocero aprì quasi subito, non era ancora andato a letto. Faceva compagnia alla nuora malata di petto, moglie del figlio più giovane, sempre agitata nelle notti ventose. Le figlie ed i nipoti dormivano. Bettina narrò l’accaduto ed il vecchio, uomo di fatti più che di parole, caricò il fucile. Sarebbe andato a vedere. Bettina lasciò le bambine alla cognata e prese il lume per accompagnarlo. Il suocero accettò ma a malincuore. Con la nuora non andava d’accordo: gli sembrava troppo prepotente per quel bonaccione del suo primogenito. E poi sapeva fare solo femmine: cinque! Cinque femmine, aveva detto alla nascita della piccolina, sapeva farle anche lui e la frase era rimasta proverbiale tra i parenti.

Era un ometto di scarsa statura e scuro, nessuno gli somigliava in famiglia. Però sapeva il fatto suo e ancora comandava ai figli già grandi, sempre con modi bruschi, del resto nessuno era stato gentile con lui, neanche suo padre. In compagnia del suocero Bettina si sentiva al sicuro: se in soffitta c’era qualche spirito maligno – pensò tra sé – quel diavolo di vecchio l’avrebbe di certo messo in fuga, se invece l’intruso aveva due gambe una schioppettata gli toccava di sicuro, l’uomo era un provetto cacciatore.

Giunti alla casa “nuova” Bettina si accorse con disappunto che la porta sbatteva con violenza contro il muro, spinta dal vento. “Non hai chiuso la porta!” disse con tono di disapprovazione il vecchio, come per sottolineare l’assoluta inadeguatezza domestica della nuora. “Con la Marietta in braccio e il lume come facevo!” Rispose Bettina, vergognandosi un po’.

Salirono le scale fino all’ultimo piano, il suocero armeggiò intorno al saliscendi e poi, con un gran calcio, spalancò l’uscio della soffitta. Entrarono circospetti, ma tutto sembrava tranquillo. Alzando il lume il vecchio illuminò in un angolo un oggetto che subito Bettina riconobbe: era la grande gabbia di fil di ferro che suo marito aveva costruito per Civetta, il merlo raccolto implume nel bosco l’anno prima. Di solito era appesa in alto, ma qualcosa o qualcuno l’aveva fatta cadere. Il povero Civetta stava immobile, tuttavia più che morto sembrava spaventato, forse dalla luce o dal calcio dato alla porta. Ma non era solo: sotto uno sgabello impagliato mezzo rotto si intravedeva qualcosa: due giade luccicanti nel buio. Bettina sapeva bene chi fosse la misteriosa creatura nascosta, ma anche il suocero aveva capito: si avvicinò e con il calcio del fucile rovesciò la sedia. Il gatto di casa, acquattato lì sotto, iniziò a soffiare come una tigre in miniatura. Si chiamava Barletta; il marito di Bettina, la sera, leggeva volentieri ad alta voce romanzi d’avventura di Dumas, d’Azzelio, Guerrazzi e, tra gli altri, prediligeva il celebre “Ettore Fieramosca”. Il povero Barletta era contento di abitare in quella casa: quando Bettina all’alba si alzava ed entrava in cucina per prima cosa riempiva la sua ciotola di latte e lui, stirandosi, lasciava il caldo angolino vicino al focolare dove era solito riposare, per iniziare il quotidiano, duro, lavoro di cacciatore di topi: loro due erano i primi a mettersi in moto, molto più tardi si svegliava il marito e poi, a giorno fatto, le figlie. Il padrone, quando lo incontrava, non mancava di accarezzarlo e di dargli una grattatine sotto il mento, le bambine lo rispettavano. Una sistemazione davvero invidiabile: era il signore incontrastato della casa.

Quel pomeriggio però, quasi senza volerlo, aveva avuto la pessima idea di intrufolarsi in soffitta, passando alle spalle di Bettina e, dopo molti tentativi, nel bel mezzo della notte aveva atterrato la gabbia del suo nemico Civetta, appesa ad una trave del tetto, ingaggiando un combattimento all’ultimo sangue con il grosso volatile: Civetta si difendeva trascinando qua e là la gabbia, batteva le ali, emetteva strani rumori, terrorizzato, Barletta infilava le sue zampette tra i fili di ferro cercando di artigliare l’avversario. Il sonoro della loro lotta era l’orribile rumore che aveva spaventato Bettina.

“Gattaccio – disse il vecchio cercando di dare un calcio a Barletta che schivò il colpo indietreggiando – bisognerebbe spararti!”. Poi sollevò la gabbia e l’agganciò di nuovo alla trave, Civetta intanto sembrava aver ripreso vita. Bettina diede il lume al suocero e si avvicinò al gatto, lo prese per la collottola e lo depositò sul pianerottolo, sussurrandogli senza rancore “Briccone! Hai visto che brutta figura ho fatto per colpa tua”.

Il suocero, scendendo le scale, disse seccamente “La prossima volta vai in paese e chiama i carabinieri, così ci pensa il maresciallo ad arrestare il gatto”. Percorsero in silenzio il sentiero per la casa “vecchia”. Quando finalmente furono di nuovo al caldo nella stua il vecchio disse con tono burbero “Per stanotte è tardi, potete rimanere qui a dormire”. Bettina era umiliata: non si riteneva una femminuccia paurosa ed ora il suocero poteva raccontare in giro che aveva scambiato quella ridicola rissa tra gatto e merlo per un sabba di streghe. Si disse che mai più avrebbe avuto paura di qualcosa di ignoto: “d’ora in poi” pensò, arrabbiata con se stessa “tutti i rumori strani saranno Barletta e Civetta che litigano”.

Comunque non voleva la carità sprezzante del suocero e rispose con tono risentito “No, abbiamo già troppo disturbato”. Rivestì le bambine, prese la neonata ancora imbacuccata nella coperta e, nonostante le proteste della cognata, se ne andò. Ormai era notte fonda, il lume minacciava di spengersi ad ogni soffio di vento, il nevischio gelava le ossa, ma nulla le avrebbe impedito di tornare a casa trascinandosi dietro le sue creature piagnucolanti.

Passati i Santi, il marito sorrise al racconto di quella strana avventura notturna, ma poi, preoccupato per lo spavento della giovane moglie e delle sue bambine, decise di prendere in casa la suocera, vedova e da tempo in rotta con il secondo marito. Così Bettina avrebbe avuto compagnia, senza però rinunciare alla sua fama di sposa senza paura.

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Rosanna Bogo