“Ehi! Laggiù, pelandroni, si batte la fiacca – gridò con tono autoritario il Fattore, agitando la grassa mano stretta a pugno contro un gruppetto d’operai intenti a cogliere grappoli tra le viti di un lungo filare – E voi, tartarughe! Credete d’essere davanti al botteghino del teatro! – aggiunse, rivolto ad alcuni portatori che, in fila, attendevano il turno per scaricare la loro cesta d’uva nel grande tino.

Il Fattore era sempre arrabbiato, per principio, ma quando il sole cominciava a battere più forte e gocce di sudore geminavano sulla sua flaccida fronte, benché stesse tutto il giorno seduto su una panca sotto un grande fico, diveniva facilmente irascibile.

Gli operai, ormai avvezzi, non prestavano attenzione alle sue grida: continuavano indifferenti a lavorare, senza mutare né ritmo né gesti.

Erano lì dall’alba e, dopo tante ore di lavoro, sporchi e sudati, si sentivano quasi marionette, ma resistevano al caldo e alla stanchezza in attesa che il sole salisse allo zenit: allora, finalmente, si sarebbero seduti all’ombra di una vite maritata, oppure sotto il grande fico, per consumare un magro desinare. I più fortunati avrebbero estratto dalla sacca appesa in vita uno spicchio di formaggio intinto nel miele o un tozzo di pane unto d’olio, molti però avevano con sé solo una piccola fiasca d’acqua a tracolla e piluccavano di nascosto chicchi d’uva, rischiando la frusta.

“Sì, per raddrizzarvi ci vorrebbe la frusta – borbottava fra sé il Fattore guardando di sottecchi tra i filari, mai contento di come procedeva il lavoro. Sorvegliava la vigna con la ferocia di un cane alla catena; al primo stormire di foglie ringhiava sbavando e, come un botolo davanti al suo pagliaio, abbaiava contro gli operai con l’aria di volerli sbranare.

Di fatto però si limitava a fare la voce grossa e tuttavia, nella vigna, nessuno osava mancargli di rispetto. Era temuto ma, a sua volta, temeva il Padrone e teneva corto il guinzaglio agli operai per non subire i suoi rimproveri.

La vendemmia volgeva al termine, l’annata era buona, il tempo caldo e asciutto. Gli operai lavoravano fianco a fianco in silenzio: con quel bollore non conveniva seccarsi la gola cantando o chiacchierando.

All’improvviso un brusio invase la vigna. Una voce rimbalzava rapida tra i filari come d’estate un rigagnolo d’acqua corre sul terreno argilloso “al cancello, guardate al cancello…” e gli operai, sentendola, giravano la testa verso l’ingresso della vigna. Nell’ampio piazzale sterrato fuori del cancello il Fattore parlottava con un manipolo di facce sconosciute, gente di città modestamente abbigliata, mai vista da quelle parti. Evidentemente il Padrone, desideroso di concludere in anticipo la vendemmia, aveva ordinato di assumere altri braccianti.

Il piccolo drappello entrò quindi nella vigna, ma rimase in disparte. I nuovi arrivati, intimoriti, si sentivano stranieri e gli operai li scrutavano con diffidenza: loro si conoscevano tutti, abitavano in villaggi vicini, erano parenti e da sempre lavoravano insieme in quelle contrade che, per miglia e miglia, aveva un solo proprietario.

Il Fattore, tornando verso il fico, si accorse che ormai l’ombra ai suoi piedi era quasi scomparsa e gridò “Basta lavorare, si mangia!”. Era quasi allegro perché considerava quello il momento migliore della giornata: finalmente poteva per un po’ dimenticarsi della vigna e di quei fannulloni.

Ora che il sole era al suo culmine agli operai era concesso riposare. Di solito si abbandonavano ad una tranquilla inerzia: sdraiati all’ombra masticavano un povero pasto e, non più costretti a stringere i denti con le braccia alzate,  parlavano tra loro dei fatti quotidiani, le malattie, le nascite, le morti. Chi sceglieva di sedersi sotto il fico immaginava la dolcezza di gustare i frutti maturi appesi tra le foglie, destinati alla mensa del Padrone. Qualcuno si limitava a bere ma, dopo tante ore, l’acqua era calda e, nonostante l’aceto, non dissetava; qualcuno dormiva.

Il Fattore non trascorreva con gli operai il tempo della pausa, si rintanava in un angolo nascosto della vigna ed allestiva per sé e qualche caporale un piccolo banchetto: dentro il profondo pozzo teneva in fresco una brocca colma di vino.

Quel giorno però, a causa dei nuovi venuti, il cicalio degli operai non era come sempre tranquillo: le voci di tanto in tanto si alzavano, quasi altercando, ed i vignaioli, raccolti in un unico crocchio, come pecore sotto il sole d’agosto, sembravano agitati.

“Ma allora è vero, hanno fatto venire gente nuova per la vendemmia” disse Efrem.

“Che c’è di male?” chiese un ragazzino dall’aria sprovveduta

“C’è molto di male, – replicò Ruben – prima al Padrone bastavamo noi per mandare avanti la vigna e quando il mosto era nel tino ci chiamava a zappare per preparare i campi alla semina poi, ai primi freddi, raccoglievamo le olive: lavorando tutto l’anno, con  la paga e la nostra parte d’olio e di vino si campava alla meglio”

“A patto di non mettere troppe bocche in tavola” obiettò un uomo che aveva una prole numerosa.

“Ora però dovremo dividere i guadagni con altri” aggiunse Ruben.

“Anche loro vorranno la loro cucchiaiata di zuppa di lenticchie” esclamò sconsolato Efrem.

“Sì, e più siamo più piccolo è il boccone che ci tocca!” aggiunse un ragazzo dall’aria affamata.

“Ma non è tutto – disse, abbassando la voce Gad “Faccia di topo”, un giovanotto smilzo con un muso da sorcio scodato – senza farmi vedere mi sono avvicinato al cancello, mentre parlavano, ed ho sentito il Fattore promettere agli stranieri la nostra stessa paga!”

La piccola folla, udendo l’incredibile notizia, iniziò a rumoreggiare.

“Di certo hai frainteso – esclamò un uomo rimasto fino ad allora silenzioso e in disparte – come possono questi operai, assunti a mezza giornata, ricevere l’intera paga?

“Davvero si stenta a crederlo, – disse l’uomo con la famiglia numerosa – noi siamo qui dall’alba a romperci la schiena per un denaro e questi sfaccendati, dopo aver dormito saporitamente tutta la mattina, si presentano al cancello belli freschi giusto all’ora di pranzo e concordano con il Fattore il nostro stesso compenso?!”

“Dobbiamo fare qualcosa” esclamò Ruben.

“Tu sei giovane, Ruben, e prendi facilmente fuoco – disse Eleazar, il più anziano degli operai – credi che il Padrone sia uno sciocco? Io lo conosco fin da quando era un bambino e accompagnava nella vigna il padre, non getterebbe mai al vento i suoi quattrini e poi, perché mai dovrebbe comportarsi così ingiustamente nei nostri confronti? Forse il Fattore, quando stasera ci pagherà la giornata, terrà in conto il nostro sudore: darà un denaro ai nuovi arrivati e due a noi che lavoriamo da prima che il gallo canti.”

“Io non ci scommetterei la paga – disse Gad, atteggiando il suo musetto da roditore in un’espressione beffarda.

“Ha ragione “Faccia di topo” – disse il giovanotto dall’aria affamata – i padroni sono teste balzane, fanno quello che vogliono ed a volte, per simpatia, regalano fortune, specie alle femmine, figuriamoci un solo misero denaro.”

Il Fattore intento a sonnecchiare dopo il suo lauto pasto, si avvide in ritardo del montante scontento: piombò sul branco in subbuglio come un’aquila sui nati del gregge, ma era già troppo tardi.

“Cos’è questa congiura! Bricconi! Se avete la forza di blaterare di cose che non vi riguardano potete anche tornare al lavoro.”

“Parlavamo della nostra paga, ti pare che non sia un affare che ci riguarda? “ rispose, senza farsi intimorire, Ruben.

“Qualcuno ha paura di non ricevere la paga pattuita? E’ mai capitato che io non vi pagassi quanto dovuto o per caso il Padrone è vostro debitore?”. La voce del Fattore, una volta tanto, non era arrabbiata ma quasi ironica.

“Non è questo il problema. In giro si dice che ai nuovi arrivati il Padrone darà doppia paga” replicò Ruben, divenuto portavoce degli intimoriti contestatori. Gli operai avevano tutti paura del Fattore, anche se non potevano dire che avesse mai fatto davvero del male a qualcuno di loro.

“Pensate ai fatti vostri e non al Padrone. E’ un uomo ricco e potente, fa quello che vuole”

“Ma quando una cosa non è giusta non è giusta – obiettò il padre di famiglia  – anche a noi piacerebbe guadagnare di più e lavorare di meno”

“Allora domani non venire alla vigna, vai a passeggio in città e forse il Padrone ti ingaggerà al doppio della paga. Oppure rimarrai a spasso e la tua legione di figli se ne starà a bocca asciutta” rispose secco il Fattore “e gli altri che non vogliono più lavorare per il misero denaro pattuito possono seguire il tuo esempio. Chi siete voi per decidere come il Padrone deve spendere i suoi quattrini? Volete strappare le vesti alle sue concubine, rovesciare le ricche pietanze del suo desco, gli impedirete di cavalcare i suoi destrieri di lusso?

“Noi non giudichiamo il tuo Signore, solo non comprendiamo questo diverso trattamento – rispose con fermezza Ruben – Siamo povera gente, le braccia sono la nostra sola ricchezza, e non sappiamo nulla di concubine e destrieri: però lavoriamo ogni giorno, fianco a fianco, e tutti pensiamo di meritare la stessa mercede. Il Padrone può premiare i suoi beniamini con doni e favori, ma a noi operai deve dare quanto ci spetta, se vuole che la pace regni nella sua vigna.”

“I vostri discorsi non mi piacciono. Da quando in qua chi vende le sue braccia ha diritto di fissare prezzo e condizioni? – disse il Fattore, intenzionato a chiudere al più presto la contesa – pensate bene a quello che fate. Il Padrone, se vuole, può mandare in rovina la vigna e lasciarvi senza lavoro: si leverebbe un capriccio e tanto rimarrebbe ricco, perché possiede tutto quello che si vede, qui intorno, per miglia. Credetemi, chi sta in alto si diverte con la povera gente come il gatto col topo.”

“In verità io credo sia un signore giusto e buono – obiettò il vecchio Eleazar – non il tiranno di cui parli.”

“Ma stai zitto, che può sapere di queste cose un villano! – disse il Fattore con voce quasi accorata; anche lui, in gioventù, era stato bracciante ed aveva un padre con i capelli bianchi.

“Via, via, è ora di andare a lavorare, fannulloni – gridò, di nuovo burbero – e non infastidite i nuovi arrivati: il Padrone che li ha fatti venire e li proteggerà dalle vostre prepotenze. E fate silenzio o, quanto è vero Dio, vi prendo a nerbate come gli asini che siete!”

Gli operai, con la testa curva e l’aria rassegnata, si dispersero nuovamente tra i filari, ma il mormorio non cessò.

Gad cercò subito di attaccare discorso con i lavoratori venuti dalla città: era testardo e astuto, anche a caccia di rado la preda gli sfuggiva.

“Davvero conosci il Padrone della vigna?” chiese al suo vicino di filare, un giovanotto dall’aria distinta. La recluta non rispose; sembrava non avesse voglia  di parlare, ma più per imbarazzo che per timore.

Gad tuttavia non si arrendeva facilmente “A dire il vero – aggiunse – non mi sembri neppure un vignaiolo, cogli i grappoli con la lentezza di mia nonna. Sei di certo un novellino!”

Il giovanotto, punto nel vivo, replicò con stizza “Proprio così, questa mattina passeggiavo in città senza far nulla quando il signore di queste terre mi ha invitato a venire nella sua vigna. ‘Ti darò il giusto’, mi ha detto, ed io ho accettato perché la mia eredità sta nelle tasche dei tavernieri e non so più come pagare i debiti.”

“Promettere quel che è giusto non significa stabilire un prezzo preciso”, osservò Gad, interessato più alla questione del compenso che alle disavventure economiche del suo nuovo amico.

“Il Fattore mi ha offerto un denaro a giornata!” precisò il giovane.

“Non sono bravo a fare i conti, ma direi che sono due denari a giornata – replicò “Faccia di topo” – perché hai iniziato a lavorare dopo la mezza. A noi daranno solo un denaro e siamo qui dall’alba. E questo, capirai, non ci sta bene.”

“In effetti sarebbe come se, in tribunale, l’omicida e il ladro ricevessero la stessa pena” osservò il giovane che, prima di ereditare, era studente e conosceva la Legge “oppure, – aggiunse Gad in tono scherzoso – alla taverna tu mangiassi  due pernici, io un uovo in camicia e l’oste ci presentasse lo stesso conto”.

“Però, devi ammettere, non è colpa nostra, – replicò il giovane di città, reso più socievole dalla consapevolezza di non essere inviso al compagno – e so per certo che altri, dopo di noi, sono stati invitati  a venire e lavoreranno, al massimo, due ore”

Gad, scivolando tra i filari, corse a riferire la notizia a Ruben.

“Dobbiamo proprio fare qualcosa – disse Ruben a Efrem – ma la soluzione non è lottare tra di noi vignaioli come gladiatori del circo.”

“Saprei io contro chi battermi nell’arena – replicò Efrem, sempre pronto a menar le mani quando si trattava di resistere ai soprusi.

Con un rapido passa-parola si decise di agire la sera, al momento di mettersi in fila per ricevere la mercede.

La giornata sembrava non avere mai fine.

Gli operai alla vigna dall’alba erano esausti, ma anche gli sfaccendati giunti a mezzogiorno si sentivano a pezzi e maledivano con tutto il cuore il momento in cui avevano accettato l’offerta del Padrone. Persino gli ultimi arrivati che avevano sudato a stento per un’ora erano stanchi e desideravano solo tornare a casa.

“Quando, passando per queste contrade, vedevo i contadini all’opera non pensavo faticassero tanto” disse il giovane di città a Gad.

“La terra è bassa, fratello” rispose “Faccia di topo”, atteggiandosi ad uomo vissuto.

Poi giunsero le prime ombre della notte ed il Fattore suonò il piccolo corno che annunciava la fine del lavoro. Gli operai si raccolsero vicino al cancello ma, invece di mettersi in fila davanti al tavolino su cui il Fattore, come ogni sera, avrebbe lasciato cadere con studiata lentezza, moneta per moneta, la loro paga, rimasero in gruppo.

“Non dobbiamo lottare tra di noi, – disse Ruben rivolto ai nuovi compagni – tutti abbiamo diritto di lavorare, ma a giuste condizioni. E, per farci valere, occorre essere uniti e concordi.”

I novellini, distrutti dalla fatica, annuirono quasi con entusiasmo.

Il Fattore comprese al volo la situazione. Era già accaduto che braccianti arrabbiati  assalissero il padrone o i suoi servitori, distruggendo il raccolto. Una zuffa non lo spaventava ma, in qualche caso, pensò tra sé, c’era scappato il morto e la violenza si sa come comincia ma non dove finisce. Decise quindi di avvertire il Signore della vigna perché venisse a soccorrerlo: nel frattempo doveva solo attendere, e cercare di evitare lo scontro.

Si accomodò al suo banchetto di pagatore e mise in bella vista le monete, pensando che, alla peggio, i rivoltosi sarebbero scappati con la cassa; ma sotto il mantello teneva nascosta una daga, per ogni evenienza. E’ brava gente, si disse, ma quando il sangue va alla testa anche gli agnelli mordono.

“Allora, si comincia?- esclamò quasi gioviale – mettetevi in fila, si fanno i conti!” Gli operai però non sembravano intenzionati ad ubbidire, rimanevano immobili come statue di marmo, impietriti dall’audacia del loro gesto.

Dopo qualche secondo Ruben si fece coraggio e, rivolto al Fattore, disse con voce decisa ma tranquilla “Prima di pagarci la giornata, chiama il Padrone della vigna perché vogliamo parlare con lui”.

“Ecco che viene – esclamò sollevato il Fattore, scorgendo in lontananza una nube di polvere – direte a lui le vostre ragioni.”

Il Signore della vigna e di tutte le terre circostanti, accompagnato dai suoi servitori in armi, sopraggiunse al galoppo. Scese da cavallo e, scuro in volto, si pose a fianco del Fattore. Alcuni operai non avevano mai visto la sua faccia: colui che possedeva le vigne, gli orti, i campi, i pascoli, i boschi, gli oliveti e tutto quanto si vedeva intorno a perdita d’occhio quasi mai si abbassava a calpestare la sua terra.

“Paga la mercede iniziando dagli ultimi arrivati” ordinò seccamente al Fattore.

Gli operai si misero in fila, non osavano contraddire l’irato Padrone.

A tutti fu contato un denaro. Un cupo mormorio agitava la piccola folla, nessuno però voleva parlare.

“Cos’è che non va? – chiese il Padrone al Fattore – perché mugugnano, non hanno forse avuto quanto pattuito?”

“Certo Signore, come tu hai comandato” disse umile il Fattore.

Ruben comprese che quello era il momento di parlare. O mai più.

“Signore, – disse avanzando verso il banchetto – tra noi alcuni hanno passato tutta la giornata lavorando, altri si sono affaticati solo poche ore e tutti abbiamo ricevuto un denaro”

“Hai avuto il tuo?  Piglialo e vattene!” replicò freddamente il Padrone.

“Noi non pensiamo sia giusto – proseguì Ruben, fingendo di non aver udito l’ordine perentorio del Padrone – e siamo tutti d’accordo, perché anche chi oggi è stato favorito, domani potrebbe ricevere un compenso iniquo.”

“Il giusto e l’ingiusto nella vigna e nelle terre da qui all’orizzonte è ciò che io voglio o non voglio – disse il Padrone – Chi siete voi per decidere cosa devo fare del mio? Io sono molto potente, non mi sfidate! Chi ha osato in precedenza lottare con me, è stato spazzato via dalla mia ira. Domani verranno altri chiamati che io compenserò a mio piacere e vi sostituiranno nella vigna: per la vostra insolenza patirete la fame e sarete costretti a mendicare il lavoro lontano da casa.”

“Signore, noi vogliamo solo una giusta mercede – replicò Ruben – se tu ci cacci e fai venire altri braccianti noi rimarremo davanti al cancello tutta la notte e tutto il giorno. Nessuno potrà entrare nella vigna. Solo noi. Ma la vendemmia si farà quando tu pagherai a tutti lo stesso compenso.”

“Stupidi vermi presuntuosi! – disse il Padrone con voce tagliente più del vetro – Chiamate ingiustizia la mia bontà e pretendete d’impormi il vostro volere ma, quanto è vero che sono il Signore di queste terre, vi soffierò via come festuche, ridurrò le vostre ossa in poltiglia, sterminerò le vostre famiglie, distruggerò le vostre case fino alle fondamenta e nessuno, mai, potrà chiedere conto delle mie azioni.”

Gli operai, sentendo minacciati i loro figli ed i loro beni, presero all’improvviso coraggio. Il Fattore tra sé pensò “Ora arriva il bello” e posò la mano sull’elsa della daga.

Il mormorio in breve divenne un grido fatto di tante voci “Tu non puoi ucciderci e rimanere impunito” urlavano infuriati i vignaioli “anche noi siamo uomini”, “Non ci spaventi con le tue minacce”, “Troveremo un tribunale che ci dia ragione”. Qualcuno gridava “Ci faremo giustizia da noi” e Ruben, a voce più alta di tutti, disse “Noi lotteremo insieme sino alla fine”.

Nel gran clamore all’improvviso emerse la voce stridula del ragazzo dall’aria sprovveduta: “Noi siamo vermi ma tu, tu non sei nessuno, nessuno” strillava isterico “ma chi sarai mai, ma che vuoi, ma chi credi di essere?!”

“Io? – rispose il Signore guardando imperturbabile la folla in tumulto – Io sono chi sono”.

Matteo, 20, 1-16

Esodo, 3, 13-14

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Rosanna Bogo