“Si trova scritto che Agostino, quand’era ancora in vita, stava leggendo un testo, quando vide passare davanti a sé un demone che portava sulle spalle un libro”. (Jacopo da Varagine)


Personaggi:

Agostino

Demone

Adeodato

La scena si svolge ad Ippona, intorno al 400 d. C., all’esterno dell’Episcopio.

Agostino (seduto su una lunga panca, alzando gli occhi da un piccolo volume): Strano modo di trasportare un libro, a spalla come fosse un baule o un’anfora di vino.

Demone: In effetti pesa quanto un barile, ho la schiena a pezzi. Vorrei tanto sbatterlo a terra.

Agostino: Per carità! si vede che è un oggetto di valore, io me ne intendo. I libri saranno anche il futuro degli scriptoria, non lo nego, ma più sono grossi e più sono fragili, le legature non reggono e la cartapecora spiomba. Vuoi mettere la comodità del vecchio rotolo: toglievi il papiro dal cilindro, e poi svolgevi ed avvolgevi, svolgevi ed avvolgevi, un po’ per volta, in poco spazio e senza fatica. Per consultare un codice oggi occorre un leggio grande come un catafalco ed i bibliotecari devono avere più muscoli di un gladiatore.

Demone: A chi lo dice! Ma pare che i libri possano contenere testi più lunghi dei rotoli.

Agostino: Ipotesi tutta da dimostrare. Io credo invece che il punto sia un altro: i codici si possono agevolmente riempire di decorazioni e le belle immagini colorate, si sa, piacciono tanto ai lettori più ricchi e meno istruiti.

Demone: Il mio libro comunque non è illustrato. Posso posarlo un attimo sulla sua panca, tanto per riprendere fiato? Però non voglio disturbarla, continui pure a leggere.

Agostino: Faccio volentieri una pausa, il mio libro non è interessante: la solita polemica fritta e rifritta contro Origene…

Demone: Io ne so poco di quel signore, ma pare pretenda di mandarci tutti a spasso. Divertente!

Agostino: Anch’io dubito che l’Inferno chiuderà mai bottega.  Ma deposita pure la tua soma. Strano che un uomo ben messo come te fatichi tanto a trasportare un volume di qualche libbra, per caso i piatti sono di metallo?

Demone: No, non credo. E’ così pesante per via del contenuto: è il libro dei peccati.

Agostino: Ma senti…gli angeli dell’Apocalisse hanno il libro della vita con l’elenco dei beati, voi avete quello dei peccati. Magari i peccati del mondo fossero così pochi da entrare tutti nel tuo scartafaccio. Ma esattamente a che serve un simile libro? È una specie di scadenzario delle anime, per non dimenticare di andare a prendere il malcapitato di turno quando è giunta la sua ora?

Demone: E’ un’invenzione recente, non so bene a che serva dato che fino ad ora ne abbiamo fatto a meno senza problemi, ma le posso assicuro che i peccati sono tutti qui, accuratamente annotati da me, uno per uno.

Agostino: Dunque, ognuno di noi, squadernando il tuo libro, potrebbe leggere, nero su bianco, l’elenco delle sue colpe…

Demone: Proprio così, se fosse permesso consultarlo.

Agostino: Devi avere sudato le proverbiali sette camicie per mettere insieme una simile lista: immagino che insinuarsi nei palazzi dei potenti, entrare di soppiatto nelle stamberghe dei miserabili, nascondersi sotto il letto delle etere, nei retrobottega dei ligrittieri, nei camini delle cucine o nelle fosse dei campi per indurre in tentazione i poveri discendenti di Adamo sia un lavoro assai duro.

Demone: In realtà farli cadere in peccato è una sinecura. Gli uomini sono perfettamente in grado di dannarsi da soli, basta creare la situazione favorevole: una bella fanciulla discinta, qualche gioiello, un po’ di monete d’oro ed il gioco è fatto. Il peggio è sciropparsi tutto il giorno gente meschina dedita a piccoli traffici, malversazioni, adulteri, truffe: i malvagi da strapazzo, mi creda, a lungo andare tediano a morte ed i grandi criminali sono più rari di quanto si pensi. Sì, ho dovuto sudare ma sono certo che nessuna malefatta è sfuggita al mio occhio indagatore.

Agostino: Un’impresa davvero titanica, da far tremare le vene e i polsi ai dotti d’Alessandria, per quanto non lodabile. E quale sistema  di indicizzazione hai adottato?

Demone: Sistema… Non so, mi hanno detto di segnare tutto e così ho fatto. Non sono un letterato io, di solito mi occupo di faccende pratiche. Però so leggere e scrivere perché ho vissuto a lungo con un “posseduto” che insegnava ai ragazzini l’abbecedario e per questo i pezzi grossi in alto, cioè… in basso,  hanno mi hanno affidato l’incarico. Lei non ha idea di quanto mi piacerebbe fare bella figura con i superiori, a volte essere considerati ignoranti è così umiliante.

Agostino: Allora formulerò la mia domanda in modo più semplice, perché tu possa capire: nel tuo libro hai registrato i peccatori seguendo l’ordine delle lettere che compongono alfabeto?

Demone: Certo, in ordine alfabetico, per nome! E con accanto tutti i peccati commessi. A volte sono papier di mezza pagina!

Agostino: Però, volendo, avresti potuto basare il tuo elenco su un dato diverso dal nome, verbigratia il tipo di peccato,  furto, sodomia, omicidio,  oppure la località in cui i rei vivono, Efeso, Gerusalemme, Cartagine e così via. In realtà tanti sono gli elenchi possibili quanti sono i dati che possiedi e, combinando le diverse liste, con un colpo d’occhio, sapresti dire quanti adulteri vivono nella città di Tessalonica o quale vizio prediligono gli abitanti di Atene.

Demone: Quello è risaputo, non sarebbe una grande scoperta (ridacchia lubrico). Ma non vedo perché dovrei complicarmi la vita scrivendo altri libri quando ne basta uno.

Agostino: Forse un esempio concreto potrebbe illuminarti in merito alla complessità del tuo lavoro: apri il libro e dimmi se tra i peccatori compare un certo Agapito.

Demone (apre il libro che ha posato sulla panca): Come no! Ce ne sono 3.500.

Agostino: Bene, e quanti Agatopodi?

Demone (sfogliando rapidamente le pagine): adirittura 12.000!

Agostino: Per distinguere un Agapito dall’altro puoi considerare il tipo di peccato commesso, poniamo che l’uno sia un omicida e l’altro un ladro che ha rubato un agnello, ma nel caso la colpa sia la stessa, per differenziarli, devi disporre di qualche informazione aggiuntiva, ad esempio il nome della località in cui vivono, l’anno di nascita…

Demone: Sì, è ovvio… Ecco, qui c’è un Agatemero che ha ucciso la moglie a Tessalonica e, due righi sotto, un altro Agatemero uxoricida ma ad Efeso. Ma poi, in fondo alla pagina, vedo un secondo Agatemero efesino che si è liberato della sua dolce metà. L’affare si complica! Però sarebbe più grave scambiare tra di loro due Agatopodi di Rodi; il primo è uno schiavo che ha ucciso il suo padrone, l’altro un giovane che ha sedotto una fanciulla consenziente: c’è una bella differenza di pena! Ha ragione, Dottore, con tanti nomi si rischia davvero di fare confusione. E in questioni molto delicate.

Agostino: Ovvio, la terra è un formicaio umano e tutti pecchiamo, sebbene non nello stesso modo. Immagino che il signore dell’Erebo non tollererebbe errori di persona.

Demone: Francamente non avevo idea di tutte queste complicazioni: ora mi avvedo che il libro di cui andavo fiero è l’opera di uno sciocco.

Agostino: Non ti abbattere! Nessuno si improvvisa pensatore. Io stesso ho scritto centinaia di testi di teologia ed ancora non sono del tutto soddisfatto di me. L’importante è capire dov’è l’errore e correggerlo, fin che si è in tempo: “Intellige quod non intelligis ne totum non intelligas”!.

Demone: Dottore, la prego, mi risparmi almeno gli indovinelli!

Agostino: Su via, vedrai che capire il meccanismo è più facile di quanto pensi. Per comodità farò riferimento a me stesso: Agostino Aurelio, figlio di Patrizio, nato a Tagaste il 13 novembre del 354, cerca dunque il mio nome nel tuo libro…

Demone: Ma si figuri, un sant’uomo come lei! Comunque, se proprio insiste, controllo: Abundanzio, Acacio, Agapio, Afrodisio… in effetti c’è un Agostino di Tagaste residente a Ippona ma, le assicuro, per una cosa da niente, una sciocchezza.

Agostino: Sono di certo io: aggiungi “Aurelio” e “di Patrizio”, nonché l’anno di nascita, 354, ed avrai identificato in modo inequivocabile un peccatore. Vedi, così è impossibile confondermi con un altro.

Demone: Le dispiace se metto anche “vescovo”? Sui pezzi grossi di sotto farà  sicuramente impressione.

Agostino: Fai pure, non mi vergogno di essere un peccatore. In gioventù ho condotto una vita assai disordinata: amavo amare ed essere amato,  davo infiniti dispiaceri alla mia povera madre Monica e, benché dotto, camminavo nelle tenebre. Ero già un uomo fatto quando la grazia divina mi ha finalmente illuminato, non di meno le mie colpe da sole basterebbero a riempire il tuo libro.

Demone: Sarà, ma devono essere peccati caduti in prescrizione, perché a suo carico risulta solo una piccola menda,  un’inezia.

Agostino (rattristato): Tale sembra ai tuoi occhi, incapaci di conoscere il bene. Ma per me questo è il segno che forse, ahimè, non sono predestinato, come credevo, alla beatitudine eterna.

Demone:  Ma no! mi creda, non si va all’inferno per così poco, una mancanza che neppure ricorda

Agostino: Le colpe più gravi sono proprio quelle che nascondiamo a noi stessi. Forse è un atto malvagio commesso nell’esercizio del mio ministero? Nulla è peggio del pastore che travia con il cattivo esempio le sue pecorelle. Oppure ho mancato di carità nei confronti dei miei avversari?  Senza amore verso Dio e verso il prossimo, dice San Paolo, a nulla servono fede e speranza.

Demone: Via, mi creda, sono tutte esagerazioni; non potrei… ma se proprio deve farne un dramma, sono disposto a rivelarle il peccatuccio che tanto la preoccupa, così si mette l’anima in pace: tempo fa, non so dirle esattamente quando, si è dimenticato di recitare l’offizio di compieta.

Agostino: Beh, per un ecclesiastico non è poco dimenticarsi di pregare Dio, ma mi aspettavo di peggio.

Demone: Ora che si è tolto il pensiero, possiamo tornare a parlare del mio libro? Vorrei che mi spiegasse da capo come funziona tutta la faccenda delle voci e degli indici.

Agostino: Beh, a questo punto credo che tu già conosca le nozioni principali, ma è sempre bene  fissare i punti più importanti di un argomento prendendo qualche appunto, come fanno gli studenti. Occorrono dunque uno stilo ed un rotolo di papiro.  Adeodato, Adeodato!

Adeodato (affacciandosi ad una finestra del I piano): Mi chiamavi, babbo?

Demone: Babbo?!

Agostino: Credevi che scherzassi quando ti ho parlato della mia turbolenta gioventù? Adeodato, scendi, ho bisogno di te (Adeodato con tre salti è in strada).

Adeodato: Dimmi pure in cosa posso servirti, babbo.

Agostino: Intrattieni per qualche minuto il nostro ospite, ti prego: io devo andare nel mio studio a prendere il necessario per scrivere (esce).

Demone: Sarai di certo orgoglioso di tuo padre, è un uomo di grande sapienza.

Adeodato: Certo! E’ il teologo più celebre della Cristianità, un illustre studioso lo ha definito in omnia excellentissimus. E poi è un nemico giurato degli eretici, ma più benevolo del grande Girolamo che, tra l’altro, come pensatore non gli lega neanche i calzari. Pensi che i Donatisti, in più occasioni, hanno attentato alla sua vita.

Demone: Io lo trovo una persona davvero squisita, mi ha trattato amabilmente, quasi ignorasse certe mie mancanze… In vita mia ho incontrato molti filosofi e letterati, ma erano tutti superbi, maleducati e  saccenti.

Adeodato: Anche lei è un teologo?

Demone: No, direi proprio di no, posso anzi affermare che la teologia non mi interessa affatto. Per svolgere il mio lavoro sono sufficienti poche nozioni di base. Le dispute complesse le lascio ai settari che alimentano le bocche dell’inferno.

Adeodato: In effetti, le eresie che proliferano di questi tempi sono un gran danno per la Chiesa. Pensi che se ne contano più di settanta! I nemici della verità gridano “Deo laudes” per celare le loro menzogne ed intanto risse, calunnie, odi, assassinii avvelenano l’aria nella casa di Dio… Per fortuna il nostro vescovo Agostino è un uomo senza pecche, un modello per tutti i fedeli. Sul suo conto i nemici di Dio diffondono malevole menzogne, ma mio padre risponde alle accuse con carità fraterna. Pensi che nel refettorio del convento, qui vicino, ha fatto scrivere che quella tavola non deve ospitare chi danneggia il prossimo con la calunnia.

Agostino (Torna con alcuni rotoli ed un cestino di frutta): Gradite una persica?

Demone: No, no, ho fretta:  voglio subito fare tesoro dei suoi consigli e copiare come modello la voce che la riguarda…(apre il libro) con le aggiunte che mi ha suggerito. Era qui…Ab, Ag, Ago…strano, non la trovo, eppure sono certo che era qui, a metà di questa pagina. (cerca nervosamente, scorrendo il dito avanti e indietro, il nome nell’elenco) Deve essere qui per forza! (alza lo sguardo stupito, rivolto ad Agostino).

Agostino: Qualcosa non va?

Demone: Non c’è più, il suo nome è sparito. Un fenomeno del genere ha una sola spiegazione, ma io non posso credere che lei abbia ordito un simile inganno ai miei danni. Un integerrimo uomo di chiesa come lei aborre la menzogna, non può essere un bugiardo, non tende tranelli.

Agostino: Tranelli? In che senso ritieni che io ti abbia ingannato? Ti ho forse mentito su qualcosa? Se, per esempio, avessi detto, “vado nello studio e non entro in chiesa per recitare l’offizio di compieta che ho dimenticato di dire qualche giorno fa” sarei un bugiardo, io però mi sono limitato ad affermare che sarei andata nello studio, cosa che ho effettivamente fatto. Quella che tu chiami menzogna è propriamente una semplice omissione: ti ho detto la verità ma non tutta la verità:.. e non ho annunciato che sarei andato in chiesa così come non detto che sarei tornato con un cestino di frutta fresca. Ti sembra una colpa averti offerto una pesca?

Demone: Così però non vale, non è giusto: un santo non mente mai, neanche per ingannare un povero diavolo. E un vescovo non racconta frottole ma parabole.

Agostino: Quanta petulanza, e poi tu stesso hai detto che la mia colpa era una cosa da nulla.

Demone: Sì, ma un vescovo in lista poteva far colpo sui miei capi. Invece sono stato imbrogliato da un bugiardo tonsurato.

Agostino: Ricordati che sono l’autore del “De mendacio”: io venero la verità e reputo sempre illecita la menzogna.

Demone: Bugie, solo bugie!

Agostino: Ma sei proprio fissato! Ragiona: se la mia omissione fosse una menzogna, quindi un peccato, ora il mio nome sarebbe di nuovo scritto nel tuo libro.

Demone: Lasci stare i giochetti logici, tanto non li capisco, però so che queste cose tra gentiluomini non accadono. Io passavo per strada, non davo noia a nessuno, e mi sono fermato solo per riposare un attimo. (Cerca di sollevare il suo pesante libro per andare via). Non volevo fare conversazione, io!

Agostino (a Adeodato): Figlio mio, aiuta il nostro ospite a caricarsi in spalla il suo libro, e mettigli sotto le ascelle questi rotoli di pergamena.

Demone: Gabbato! Me lo merito, così imparo a fidarmi dei baciapile. Però non è bello approfittarsi del prossimo, abusare di chi è meno smaliziato. Sempre la solita musica: il dotto si prende gioco dell’ignorante e lo mette alla berlina di fronte ad amici e superiori.

Agostino: Beh, non occorre sbandierare la faccenda ai quattro angoli della terra. Meglio tacere, credimi: a nessuno dei due giova che si diffonda la storiella del vescovo peccatore e del diavolo ingenuo. E poi, via, tutta questa canea per  un ufficio di compieta mancato!

Demone: Dice bene, ma la fatica l’ho fatta io.

Agostino: Quale fatica? Non hai neppure dovuto tentarmi, si è trattato di una semplice svista, una banale dimenticanza dovuta forse all’età. L’hai detto tu che per queste inezie non si va all’inferno.

Demone (allontanandosi con il libro in spalla): Non ci si può più fidare di nessuno, come ti distrai ti fregano. Bella giustizia, bell’amore della verità!

Agostino (al figlio Adeodato): E poi dicono “furbo come un diavolo”!

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Rosanna Bogo