Il giovane ricco entrò quasi al galoppo nel cortile di casa e scese con un salto dalla sua sfarzosa cavalcatura. I servi accorsero per aiutarlo, ma lui li allontanò con un gesto della mano, irritato.

Era di malumore. Entrò nella grande stanza dove la madre trascorreva gran parte del giorno tessendo o filando e la donna, quando lo vide, si alzò dal panchetto del telaio e gli andò incontro con aria interrogativa.

“Hai visto quell’uomo?” chiese esitante la madre.

“Sì, l’ho visto.”

“Hai parlato con lui, cosa ti ha detto? Ti ha ricordato che si deve santificare il giorno del Signore, obbedire ai genitori, non desiderare la roba d’altri, non commettere adulterio…”

“Sì, madre mia, ma sai bene che fin da bambino osservo i comandamenti, rispetto il precetto del sabato e già posseggo tutto quello che è lecito desiderare! Quanto ai genitori, ho solo te che sei la più dolce della genitrici e tra poco sposerò la fanciulla più bella della Samaria. Anche volendo, come potrei peccare?”

“E non ti ha detto altro, qualcosa che non è scritto nella Legge?”, insisteva a chiedere la madre,

“No, che altro doveva dire?” rispose il giovane con tono quasi scherzoso. Ma mentiva: il Galileo aveva detto molte altre cose che però non voleva riferire alla madre, il suo cuore si sarebbe spezzato.

“Ricordati figlio mio della tua sposa – disse la donna, contenta della risposta – più tardi verrà per trascorrere con noi la sera.”

Il giovane ricco lasciò la madre senza replicare e salì nella sua stanza.

In realtà il rabbi l’aveva sfidato: alla sua domanda su come divenire perfetti agli occhi di Dio aveva risposto: “Va’, vendi tutta la tua roba e dà il ricavato ai poveri.”. Semplice da dire quando si possiede solo una povera veste ed un paio di sandali: tempo addietro aveva raccolto qualche notizia su quel nuovo profeta che si aggirava per i villaggi della Galilea e della Samaria. Gli avevano riferito che era un poveraccio, figlio di un vecchio falegname squattrinato, la madre invece veniva da una buona famiglia ed era giovane. Un matrimonio indubbiamente strano, pensò il giovane ricco, ovvio che, all’epoca, avesse suscitato malevoli commenti.

Entrò nella sua camera e si tolse le ricche vesti. Poi si sdraiò sui cuscini del suo grande letto guardandosi intorno: le stoffe raffinate alle pareti, i mobili, i tappeti che lo circondavano non erano per lui semplici cose, aveva scelto con cura ogni singolo oggetto che si trovava nella stanza e gli artigiani, tessitori, ebanisti, muratori, avevano eseguito il loro lavoro secondo disegni da lui stesso tracciati. Ma la cosa più importante, pensò, era il piccolo scrigno d’avorio intarsiato posato sulla mensola accanto al letto, un regalo che il padre gli aveva portato da un lungo viaggio in Oriente, tanti anni prima. Quelle raffinate figurine, da bambino, lo avevano fatto sognare: principesse e cavalieri in armatura, servi, cacciatori, conigli e cinghiali di certo rappresentavano episodi di un poema amoroso persiano, ma il piccolo figlio del ricco mercante Efrem ignorava la trama del racconto e così, di volta in volta immaginava una storia diversa. Allungò una mano verso lo scrigno e toccò la liscia superficie del coperchio, decorato con girali di frutta e fiori: si sentì ghermire il cuore dal ricordo del padre e dell’infanzia,  mai avrebbe permesso a mano estranea di possedere il suo piccolo tesoro, preferiva distruggerlo.

Anche le vesti gli erano care, così colorate e leggere: quando cavalcava sembrava una nuvola dai mille colori; la sua pelle era abituata alle carezze del lino più sottile, del bisso, della seta: provò ribrezzo al pensiero d’indossare ruvida canapa o stracci di lana, come il nuovo profeta.

Aveva un bel dire quell’uomo “Guardate i gigli dei campi, non tessono e non filano ma neppure Salomone ha mai avuto veste più bella”. Forse nel Paradiso terrestre Adamo ed Eva potevano vivere così, a cuor leggero, ma non certo gli ebrei nel mondo presente, costretti a pagare le tasse ai Romani e la decima al Tempio. E poi, che esempio! gli uccelli si nutrono di quel che trovano, ma un uomo non può prendere ciò che gli serve dove capita. I passerotti beccano impunemente i frutti più succosi, ma un viandante che raccoglie il frutto del lavoro d’altri rischia le busse, e anche peggio. Sembra quasi un invito a vivere in ozio, pensò il giovane, abituato a considerare i poveri alla stregua di sfaccendati, ma che accadrebbe se tutti ci affidassimo alla carità del prossimo ed alla provvidenza divina? Quando viene l’inverno, senza farina in dispensa e senza legno per il caminetto, ti passa la voglia di fare il giglio! Certo il Signore ha fatto scendere la manna dal cielo, ma si trattava di un evento eccezionale, un miracolo.

Il giovane ricco pensò quindi alla fidanzata ed al suocero: come avrebbero preso la rottura della promessa di matrimonio? Per un attimo si chiese se la fanciulla l’avrebbe voluto anche in povertà: di certo no, era una ragazza vanesia, passava ore con sua madre parlando del futuro banchetto di nozze, dei gioielli che avrebbe indossato, delle serve che suo padre le aveva promesso in dote. La madre, donna di costumi semplici, la sopportava perché era bella e pensava che il figlio l’avrebbe presa volentieri in moglie, se non altro per la sua avvenenza.

E poi c’erano i cavalli ed i cani, anche loro avrebbero avuto un nuovo padrone: come poteva privarsi di creature che lo amavano, tanto valeva ucciderle.

Per tutto il pomeriggio non uscì dalla stanza. Sul far della sera la madre mandò un servo a cercarlo. L’uomo entrò, lo vide immobile sul letto, con gli occhi sbarrati, senza espressione e, spaventato, si precipitò ad avvertire la padrona. Il giovane non dormiva, correva dietro ai suoi tristi pensieri e per questo non aveva fatto caso all’intruso. La madre allora salì nella stanza del figlio, succedeva di rado, per vedere se stava bene: rassicurata, di nuovo chiese “Ti ha detto altro il rabbi?”. Il giovane mentì ancora: “No, solo quello che ti ho già riferito.”

“Tra poco arriverà la tua sposa, fa in modo che non debba dolersi di te”, aggiunse uscendo la madre. Non intendeva rimproverarlo, ma spesso questi incontri non erano gradevoli: il figlio taceva oppure faceva discorsi che dispiacevano alla ragazza e non si poteva certo mandare a monte il matrimonio proprio ora che il giorno della grande festa era vicino.

Il giovane indossò un prezioso abito e scese.

A tavola disse solo qualche parola di cortesia. La fidanzate e la madre parlavano tra di loro, come fossero sole. Al termine della cena la serva portò in tavola un corbello di fichi, i frutti preferiti dal giovane padrone.

“Il fattore del podere del Terebinto ha appena portato questo cesto di fioroni – disse la madre – sono quelli della tua pianta”, era un albero che il padre aveva piantato per celebrare la sua nascita, tanti anni prima.

Il Galileo, pensò il giovane, in effetti lo aveva guardato con un certo disprezzo, come se già ritenesse l’impresa superiore alle sue forze. Era il figlio di Efrem, il nipote di Caleb di Betania, non aveva paura di nulla e la sua volontà era una roccia: quando voleva, voleva e, se decideva di rinunciare alla ricchezza, non una festuca sarebbe rimasta nelle sue mani.

Respinse quindi il fico che la madre gli porgeva: tanto per cominciare, poteva fare a meno di quel frutto prelibato, sebbene avesse già l’acquolina in bocca. La donna rimase perplessa, con il fico sollevato nella mano, e l’aria di chi ha visto volare un asino:

“Stai male, figlio mio?” chiese con tono ansioso: come poteva rifiutare un frutto di quella pianta, anche per la memoria del padre che l’aveva messa a dimora il giorno della sua nascita?

“No, ma ho già mangiato a sazietà” rispose il giovane  guardando altrove.

“A me, a me – disse, emettendo gridolini di gioia, la fidanzata – per me non sono mai troppi”. Era contenta che quel capriccio del suo sposo le lasciasse tutti i frutti del cesto: si  mise a mangiare con ingordigia, impiastricciandosi di semi zuccherini tutta la faccia. La scena disgustò il giovane che tra sé pensò: “tre anni e sarà grassa sfatta come una giovenca”. Si alzò e, senza scusarsi uscì a passeggiare. Era un uomo, il capofamiglia, non aveva bisogno di giustificarsi di fronte a due donne.

La notte fuori era serena e la luna rischiarava i campi. Passeggiò avanti ed indietro intorno alla casa: anche quei campi illuminati appena dal chiarore selenico e le mura di quella grande casa erano roba sua, roba da dare via. La madre non intendeva di certo allontanarsi da quel luogo, aveva trascorso lì tutta la vita, era la casa della sua famiglia, ma la dote non sarebbe bastata a mantenerla nel lusso abituale. Poteva forse scegliere la perfezione della miseria anche per lei?

Era piacevole camminare sotto la luna, ammirare la grandezza di Dio che promanava da quel cielo infinito colmo di stelle, ma ancora più piacevole, si disse il giovane, sapere che, lì vicino, lo attendeva un comodo letto con lenzuoli candidi e leggeri, un cuscino di piume ed un servitore pronto ad allontanare le mosche. Tornò in casa e ordinò di portare un caraffa di vino nella sua stanza. Pensò che l’indomani, stordito dall’ebbrezza, si sarebbe svegliato di un altro umore. Non voleva più pensare a quella pazzia della perfezione. Tanto nessuno è perfetto agli occhi del Signore, pensò, a Lui tutto è concesso, anche salvare un peccatore e dannare un giusto. I sacerdoti insegnano che si doveva rispettare la Legge e sperare in bene, ma la volontà di Dio è imperscrutabile.

Il rabbi l’aveva interrogato ed alla prova non era stato trovato mancante perché, fin dalla fanciullezza, rispettava con scrupolo i comandamenti. Non riuscendo a scoprire una pecca nella sua vita, il figlio del falegname aveva tirato fuori quell’enormità: “Spogliati di tutte le tue ricchezze” gli aveva detto, invidioso dei suoi bei vestiti!  Ma da quando in qua l’indigenza assoluta è la sola condizione gradita a Dio? Forse che i padri della Bibbia non avevano armenti, mogli, case, poderi. A Giobbe, uomo ricchissimo i beni furono tolti e poi restituiti centuplicati: se la povertà era condizione perfetta perché renderlo di nuovo immensamente ricco e quindi imperfetto? E Davide o Salomone, avevano forse calzari sfondati? Il giovane ricco si sentì invaso da un’ira tremenda. Aveva sempre pensato di camminare sulla via dei giusti, ma ora quel Galileo gli aveva insinuato il tarlo del dubbio.

L’indomani, di buon’ora, si svegliò, triste come il giorno prima. Decise quindi di andare a portare una pietra sulla tomba del padre, una grotta scavata nella roccia delle vicine colline. Il giovane ricco si recava spesso a visitare il sepolcro: voleva abituarsi al posto perché, pensava, prima o poi, anche lui avrebbe varcato quella soglia. Dentro, nel buio, numerosi loculi attendevano i discendenti della stirpe di Caleb di Betania, padre di Efrem: lui, il figlio di Efrem, e poi nipoti e pronipoti di future generazioni.

Anche se Pasqua era passata da tempo il sepolcro recava ancora i segni della pittura a calce. Si imbiancavano le tombe per rendere visibili i luoghi contaminati dalla morte ai viandanti diretti a Gerusalemme per celebrare la grande festa, ma molti evitavano di passare da quelle parti anche in altri periodi dell’anno; al giovane invece piaceva trascorrere qualche ora, ogni tanto, nel silenzio della necropoli, in compagnia del padre, quasi attendendo una parola di consolazione dal defunto. Quella mattina però non rimase a lungo seduto presso la tomba di famiglia: stranamente, si sentì quasi subito annoiato e decise di tornare a casa. Teneva il cavallo al passo: era ancora presto, non aveva fretta. Prese la via che attraversava i suoi poderi. A metà strada si fermò e scese dal fidato Balbal, veloce e bello come una giovane schiava mora dai lunghi capelli. All’improvviso aveva sentito il desiderio di calpestare la sua terra. Lì nessuno poteva dirgli “alzati e va’ via”, ogni uomo che incontrava era un suo servo, ogni pianta portava frutti che poteva cogliere perché già destinati alla sua tavola. In verità  poche miglia quadrate di terra nulla valevano a fronte del Regno dei cieli, ma suo padre era vissuto così, e prima di lui suo nonno, forse che per le loro ricchezze, pur essendo uomini giusti, erano stati dannati?

Pensò poi ai suoi servitori, soprattutto a quelli che in qualche occasione aveva punito severamente: vedendolo divenuto uno di loro, ed anche meno, forse  si sarebbero vendicati e, di certo, lo avrebbero deriso. Ora era il padrone, dopo sarebbe stato un mendicante, cacciato dall’uscio delle case, senza un giaciglio, esposta alle prepotenze dei contadini e degli artigiani che ora si inchinavano al suo passaggio. E per cosa? Era un uomo orgoglioso e la prospettiva di essere umiliato non lo attirava. Doveva riflettere bene sulla risposta del Galileo, prima di prendere decisioni avventate. Invece di dare via tutto, ad esempio, poteva ritirarsi in eremitaggio nel deserto lasciando i suoi beni in tutela alla madre, così, se mai si fosse accorto di non avere abbastanza fede, non avrebbe avuto difficoltà a tornare sui suoi passi. Non voleva certo bruciare le navi come avevano fatto i guerrieri del poema che aveva letto da ragazzo, quando studiava greco con un maestro che il padre aveva fatto venire da Alessandria. Chi può dire quanto grande sia la sua forza finché non si mette alla prova?

Il sole era ormai alto in cielo e camminare con la calura lo affaticava: decise quindi di fermarsi presso un pozzo, all’ombra di un grande olivo. Dopo un po’ i contadini smisero di fare caso alla sua presenza ed il giovane si sentì finalmente a proprio agio.

Notò una ragazza che varie volte era tornata a prendere l’acqua con una brocca, forse, si disse, lei l’avrebbe voluto come sposo anche senza ricchezze. Era bella ed iniziò a corteggiarla, così, per vedere se ci stava, senza cattive intenzioni. Non era certo la donna d’altri, troppo giovane, e poi non si sarebbe spinto oltre, per non violare il comandamento. Tanto tra poco avrebbe avuto onestamente la sua fidanzata. Ma il pensiero non lo rese lieto quanto si sarebbe aspettato.

Quando, all’ora di pranzo, giunse a casa trovò  la madre in compagnia di un mercante dall’aria volpina. Lo attendevano. L’uomo era un gioielliere: gli mostrò qualche anello, due bracciali, una lunga catena con chicchi d’oro e perle. Il giovane tergiversava, del resto, pensava tra sé, che senso aveva coltivare un frutteto, abbellire una casa, comprare gioie, sapendo che prima o poi, magari tra un minuto,  si doveva emigrare, senza bagaglio, per l’altro mondo. E se decideva di vendere tutto per seguire in povertà il Maestro, a che scopo comprare pietre preziose per festeggiare un matrimonio che non ci sarebbe stato? La madre, per evitare di fare una magra figura con  il mercante, comprò una collana da regalare alla sposa.

Il giovane ricco era stato sempre contento della sua vita, gli piacevano la famiglia in cui era nato, potente e stimata, le terre e le case che aveva ereditato dal padre, il corpo sano che Dio gli aveva donato: poi, un giorno, passando per un villaggio dei dintorni aveva sentito dire che un rabbi straniero predicava in un luogo vicino al paese e faceva miracoli. Per curiosità aveva deciso di andare a vedere quel nuovo portento: non era certo insolito incontrare in quei tempi un profeta in Samaria, ma questo giovane Maestro incantava davvero la gente: uomini, donne e bambini lo ascoltavano rapiti. I sacerdoti ed i dotti, al contrario, lo disprezzavano e contestavano le sue affermazioni, ma dalla contesa uscivano sempre sconfitti. “Di certo costui conosce le scritture e non è privo d’ingegno – aveva pensato il giovane d’acchito, sentendo per la prima volta il rabbi predicare – forse davvero è ispirato da Dio”.

Senza un vero motivo lo aveva seguito per un po’ nei suoi spostamenti, ascoltando incuriosito gli strani racconti morali con cui intratteneva la folla, poi si era deciso a farsi avanti, certo con un po’ di albagia, rivendicando la sua esistenza integerrima e conforme alla Legge. Si sentiva già degno della misericordia divina e voleva solo che quell’uomo, tanto sagace, confermasse la sua convinzione. Ma il Galileo se n’era uscito con quella storia della ricchezza, come se agli occhi di Dio “avere” fosse una colpa e “non avere” un merito. L’inattesa risposta lo aveva sconcertato e se n’era andato con aria abbattuta. Mentre si allontanava, aveva udito il Maestro dire ai suoi seguaci, stupiti dall’insolito consiglio “E più facile che un cammello passi per la cruna di un ago piuttosto che un ricco per la porta del Paradiso”. Un cammello! Che esagerazione. Il profeta sembrava quasi irritato dall’insipienza dei suoi fedeli discepoli e, per tagliare corto, aveva aggiunto: “I primi saranno gli ultimi e gli ultimi saranno i primi”. In che senso andava interpretato questa frase degna di una Sibilla pagana, si chiedeva il giovane. Forse che nel mondo regolato dalla giustizia divina, come nel carnevale celebrato dai Romani, tutto andava alla rovescia e per un giorno eterno i servi vestivano gli abiti dei padroni ed i signori servivano in tavola? Non era questa la sua idea di giustizia divina: se così doveva essere, forse conveniva adorare Baal e gli altri demoni. Si rese conto di non aver mai avuto prima, in vita sua, un pensiero tanto blasfemo.

Una volta, di fronte ad una folla di poveri contadini, aveva sentito il profeta ripetere un vecchio detto: lo schiavo non ha mai due padroni, nessuno può servire Dio e Mammona. Però, per quanto lo riguardava, benché ricco, non si sentiva affatto servo del denaro, non viveva per accumulare beni come un avaro, non era ossessionato dal timore di perdere i suoi averi, non usava il denaro per corrompere: considerava l’oro un mezzo per rendere piacevole la vita, comprando belle cose, e purificare l’anima, facendo generose elargizioni ai poveri ed al Tempio.  Se l’oro era solo lo sterco del diavolo, come poteva servire anche per fini buoni e giusti come soccorrere il prossimo ed onorare il Signore?

Quella sera non scese neppure a mangiare, disse al servo di preparare la cena nella sua stanza: ordinò un pane nero ed una brocca d’acqua, nient’altro. La madre salì di persona a portare il misero pasto: era spaventata, temeva che il figlio avesse commesso qualche grave peccato. Forse il pensiero del male fatto lo tormentava, togliendogli il gagliardo appetito di sempre, forse aveva deciso di espiare la colpa privandosi del cibo. Il digiuno purificava, ma il rimorso poteva uccidere.

“Hai fatto qualcosa che non dovevi?” chiese al figlio quasi sottovoce.

“Di che ti preoccupi, donna, non mi conosci? Fin da bambino ho sempre rispettato i comandamenti e, a parte qualche sciocchezza nella prima gioventù, nessuno può trovare riprovevole la mia condotta.”

“Un errore involontario, un atto compiuto d’impulso… nessuno è immune dal peccato, neppure i giusti del Signore” replicò la madre timidamente.

“Stai in pace, nulla di male è accaduto” disse il giovane ricco voltandosi nel letto con la faccia al muro “lasciami dormire, sono stanco”.

La madre, come tutte le madri, pervicace nel proteggere il figlio, decise di chiedere aiuto ad un parente del marito, un vecchio che, come tutti i vecchi, aveva fama di essere saggio. Di certo era un uomo esperto della vita, avendo trascorso sotto il cielo il doppio di una normale esistenza.

Il parente, chiamato in famiglia zio Eleazar, venne subito a trovare il giovane.

“C’è un pensiero che ti rattrista? – chiese subito al suo ospite, con l’aria del dottore che, appena giunto al capezzale del paziente, s’informa sui sintomi – Sei forse contrariato dall’imminente matrimonio, ami un’altra fanciulla oppure sei malato e non vuoi far preoccupare tua madre?”.

Il vecchio Eleazar era testardo e non avrebbe accettato il silenzio come risposta, il giovane decise quindi di rivelargli la verità che aveva nascosto alla madre:

“Conosci il nuovo profeta che si aggira nei villaggi dei dintorni?”

“Si, l’ho sentito con le mie orecchie scagliarsi contro i Farisei. Eppure fa sue le loro regole e ripete “ciò che non piace a te non fare ad altri”. Tutti sanno che i Farisei, mostrandosi rispettosi della Legge e dei rituali, indicano la via della salvezza al popolo, eppure questo finto Maestro li chiama sepolcri imbiancati, li maledice e sostiene che l’uomo è il padrone del Sabato! Ma se tutto è di Dio, di chi sarà mai il suo giorno!”

“Dunque anche tu hai udito le sue prediche”

“Una cosa è ascoltare, altra cosa acconsentire: quando mi trovo tra la folla io sostengo le tesi dei suoi contestatori, urlo contro di lui ed applaudo a favore degli avversari: figurati che tempo fa, tornando da Gerusalemme, l’ho sentito predicare che nel regno dei cieli non saremo più né uomini é donne! Se nel seno di Abramo dovrò diventare un eunuco o un ermafrodito, francamente preferirei vivere eternamente su questa terra.”

“Forse intendeva la cosa in altro senso. Comunque non voglio parlarti della Legge, anzi, i comandamenti non c’entrano nulla, ne sono sicuro, con quello che voglio dirti”

“E poi – proseguì il vecchi Eleazar, riscaldandosi – un amico mi ha riferito che addirittura condanna il ripudio, tanto che i suoi seguaci non vogliono più sposarsi! E’ forse questo il pensiero che ti angoscia, temi di non poterti legittimamente liberare, un domani, di una moglie molesta? So che la tua sposa è bella ma sciocca ed una donna stolta può distruggere la casa del marito.”

“Ma no, è una faccenda del tutto diversa: devi sapere che l’altro giorno, in un villaggio della Giudea, mentre benediva dei bimbetti dispettosi accompagnati dalle loro madri, mi sono avvicinato a lui e gli ho chiesto “Buon Maestro, cosa devo fare per meritare la vita eterna?”

“Sì, mi hanno riferito che ti sei pure inginocchiato e, credimi, non sta bene che il nipote del nobile Caleb, in pubblico, si prostri ai piedi del figlio di un falegname!”

“Se davvero è ispirato da Dio, chi non dovrebbe piegare umilmente la testa… ma comunque non è questo il punto. Il rabbi mi ha chiesto se rispettavo i comandamenti ed amavo il mio prossimo, io ho risposto ovviamente di sì, sai bene come la mia famiglia mi ha allevato, allora mi ha detto che per essere certo di avere la vita eterna dovevo vendere i miei beni e dare il ricavato ai poveri”  “Bestemmia! Bestemmia! – gridò il vecchio, come fosse stato punto da un calabrone – ma dove mai è scritta questa eresia. Costui pretende di rovesciare il mondo e mettere in alto i miserabili, certo avrà un gran seguito tra coloro che odiano i ricchi e vorrebbero assassinali tutti per prendere la loro roba. E’ un discorso degno di Gesù Barabba, il ladrone che spogliava i poveri viandanti. Fortuna che gli infedeli Romani l’hanno imprigionato e vedrai, non passerà molto tempo, che prenderanno anche quest’altro Barabba.”

“Non voleva certo per sé le mie ricchezze, zio Eleazar – replicò un po’ infastidito il giovane – e poi, guardandomi fisso negli occhi, ha aggiunto “quando ti sarai liberato delle catene di Mammona, seguimi, ma senza tornare a casa a salutare i tuoi: chi mette mano al mio aratro non deve voltarsi indietro.”

“Lo vedi, è peggio di un ladrone! non si accontenta di portare via il denaro, addirittura vuol rubare i figli ai genitori: pensa alla tua povera madre, se ti perdesse così morirebbe di crepacuore! Tu sei l’unico erede di questa casa, la sola difesa dei tuoi parenti più poveri, colui che sta saldo di fronte alla porta e scaccia il nemico. Sei nato ricco e, per meritarti la vita eterna, devi essere un ricco onesto, generoso, giusto, rispettoso della legge. Questo si sa: nell’Ecclesiastico sta scritto “beato il ricco che è trovato senza macchia”, infatti “colui che, provato con l’oro, è trovato perfetto” merita di certo la vita eterna perchè pur potendo peccare non peccò, pur potendo fare del male non lo fece. Ognuno si conquista la salvezza nella condizione in cui Dio l’ha posto, lo schiavo da schiavo, il ricco da ricco, il re da re, la donna da donna. Forse che una ragazza può venire qui e pretendere che tu rinunci alle tue prerogative maschili e ti metta il velo come lei e cammini a testa bassa, tre passi indietro! Sono discorsi contro natura, non devi turbarti per queste sciocchezze. Pensi forse che il Signore abbia in odio me, tuo padre, tuo nonno o i sacerdoti del tempio per il lusso della nostra vita, credi che ami davvero solo i poveri? Perché mai dovrebbe preferirli a noi che rispettiamo la Legge e le usanze? E poi, se li ama davvero tanto, perché non li riempie di doni? Nella scrittura si legge che Dio ricompensa con figli, armenti e vittorie sui nemici coloro che predilige. Chi soffre fisicamente o non possiede i mezzi necessari per vivere invoca l’aiuto Dio, chiedendo di tornare in salute ed avere i beni mancanti, hai mai udito qualcuno pregare per divenire povero o malato? Eppure tutti desideriamo conquistare la salvezza. Nel Libro dei Proverbi si legge che “i beni e i mali, la vita e la morte, la povertà e la ricchezza vengono da Dio ” perciò, figlio mio “confida in Dio e rimani al tuo posto” come ordina la Scrittura e non farti trascinare da inutili scrupoli: anche il saggio Salomone mette in guardia dalla smania di perfezione quando dice “Guardati dall’essere troppo giusto”!”

“Credi che non mi sia detto queste cose? Sono giovane ma conosco i Libri del Signore e comprendo che il mondo non si può capovolgere, che la salute è preferibile alla malattia ed avere a non avere. Se il Signore ritenesse davvero la povertà essenziale per la nostra salvezza, sulle sue sante Tavole, accanto a “non rubare, non fornicare, non uccidere” avrebbe scritto “non essere ricco! Perché nasconderci questo comandamento, se davvero è la sola via per la vita eterna?”

“Ti sei risposto da solo, figlio mio! – concluse trionfante Eleazar – Non è essenziale, anzi, non esiste proprio una legge del genere. Lascia pure che il Galileo lodi di fronte al popolo la miseria in cui deve vivere, meglio così per noi possidenti, ma non cadere nella tentazione di unirti ai suoi miserabili seguaci, non gettare la vergogna sulla tua famiglia.”

Eleazar, compiuta la sua missione, se ne andò con l’animo sollevato. Perorando la causa dei ricchi per convincere il suo giovane parente a non seguire il profeta si era rincuorato: quando, passando vicino alla piscina probativa, vedeva i malati in attesa di un miracolo oppure uscendo dalla Sinagoga respingeva lo sciame dei mendicanti, dando solo ai più agili e forti in prima fila il suo obolo, a volte si chiedeva con quale criterio di giustizia Dio distribuisse il male tra gli uomini ed in silenzio dubitava della sua bontà; “è così perché così deve essere” si rispondeva, ma la spiegazione gli sembrava francamente stupida.

Eleazar era stato un mercante ed aveva viaggiato per tutto il mondo conosciuto: talvolta pensava con terrore all’immagine della psicostasi che, in Egitto, aveva visto dipinta su una tavoletta. Se nell’aldilà la mia anima sarà pesata, si chiedeva, le grandi ricchezze che ho avuto in vita verranno compensate dalle mie opere di bene?  e segretamente invidiava i pagani perché non si arrovellavano intorno a questi dilemmi: dovevano solo preoccuparsi di conquistare il favore delle loro viziose divinità con banali offerte materiali, erano fortunati schiavi di padroni malvagi ma prevedibili e, per giunta, poco esigenti.

Il giovane, rimasto solo, cadde di nuovo nel circuito doloroso dei suoi pensieri.

La madre, premurosa, lo invitò a tavola: per rallegrarlo aveva fatto venire dalla città dei musici. Ordinò loro di suonare, anche se il figlio aveva deciso di restare nella sua camera, la melodia l’avrebbe comunque raggiunto. Saul, divenuto sgradito a Dio, si consolava udendo la cetra di Davide e anche il giovane si tranquillizzò ascoltando quella dolce musica. In breve l’armonia si impossessò della sua mente ed i brutti pensieri si nascosero nell’angolino più scuro dell’anima.

Il suocero, informato dell’umore strano del genero, temendo di perdere l’occasione d’imparentarsi con una famiglia così ricca e consapevole delle modeste qualità della sua bella figlia, venne per parlare con la madre ed il tutore del giovane, il parente più stretto del defunto marito che la donna, contravvenendo agli usi, non aveva voluto sposare. Il suocero, mostrandosi preoccupato per la salute dello sposo, propose di affrettare le nozze, sostenendo che le gioie del matrimonio, specie nei primi tempi, erano un potente antidoto per la tristezza di un uomo.

Il parente giudicò la richiesta saggia, la madre invece si spaventò, immaginando la reazione del figlio, per niente desideroso di prendere moglie.

Il giovane fu chiamato e scese: non poteva rifiutarsi di ubbidire ad un ordine del tutore. Ascoltò la proposta del suocero con indifferenza ed acconsentì per evitare di discutere. Così, il giorno stesso, iniziarono i preparativi per la festa.

Tornato nella sua stanza, il giovane pensò per un attimo di fuggire davvero da casa per seguire il rabbi. Come sarebbe bello, mormorò tra sé, poter vagare libero come gli uccelli dei boschi, senza temere di perdere ciò che si possiede perché nulla si ha, senza paura della morte perché la vita non ha piaceri o lusinghe per trattenerci, senza soffrire per la perdita di chi si ama perché amiamo tutti allo stesso modo, ed infine entrare nel regno di Dio ed essere i primi non in terra per qualche attimo, ma in cielo per l’eternità. Sentiva però di non avere in animo forza bastante per compiere un atto che avrebbe prodotto tante conseguenze: le lacrime della madre, l’ira del suocero, i rimbrotti dei parenti, i commenti malevoli degli amici, gli sberleffi dei servi. E poi l’idea di separasi dalle cose che gli appartenevano, gli oggetti che conservava fin da bambino, le vesti, i cavalli, l’arredo della sua stanza lo faceva soffrire come un coltello piantato nel petto. Il cibo squisito quando si ha fame, il vino quando si ha sete, i morbidi cuscini quando si ha sonno, sembrano cose scontate e futili solo fin che si posseggono. Come possiamo immaginare di perdere tutto, si chiedeva il giovane, se non con la morte, che ci priva anche dal nostro corpo.

Il giovane aveva uno specchio d’argento, un oggetto più futile che lussuoso, ricordo di un breve soggiorno ad Alessandria, in compagnia del suo maestro di greco. Sul retro aveva fatto incidere un uomo che, a mani nude, uccide un leone, ovviamente il giudice Sansone, ma con un sorriso ricordò che all’orafo egizio, per evitare inutili spiegazioni, aveva chiesto di rappresentare Ercole ed  il leone nemeo. Guardò intensamente il suo volto riflesso sull’argento liscio e, mentalmente, si disse: “Rispondi al rabbi”. La faccia nello specchio disse ad alta voce e senza incertezze “No”.

Fece preparare il suo cavallo più veloce, prese con sé una grossa somma di denaro e disse alla madre di avere importanti commissioni da sbrigare in città. Sarebbe tornato l’indomani, in tempo per celebrare le nozze, come stabilito. La povera donna ebbe un cattivo presentimento, ma lo scacciò subito: era troppo impegnata nei preparativi della grande festa per preoccuparsi.

Il giovane raggiunse una lontana città della costa e si fece indicare la casa della più celebre meretrice del luogo: era davvero ricco ed aveva portato con sé molto denaro. Si offrì di pagare un grande baccanale, vennero prostitute e perdigiorno da ogni contrada dei dintorni, il vino corse a fiumi ed il giovane bevve, bestemmiò e straviziò tutta la notte. L’indomani dormì, poi il pomeriggio, con il suo veloce cavallo ben riposato, tornò in breve tempo a casa.

La sposa e tutti i parenti l’attendevano, impazienti. La festa ebbe inizio. Il giovane sembrava allegro, il suocero sorrideva, la madre non credeva ai suoi occhi. Anche Eleazar, conoscendo il segreto motivo della tristezza dei giorni precedenti, trovò strano quell’improvviso mutamento d’umore. Appena colse il momento opportuno, tra una danza e l’altra, trascinò il giovane in un angolo appartato: “Che ti succede, figlio mio? Cos’ha scacciato i tuoi pensieri neri, non certo la prospettiva di passare la vita o anche solo una notte con quella stupidella! – la voce del vecchio era vagamente supplichevole, si capiva che era davvero interessato a scoprire cosa era accaduto di tanto sconvolgente.

“La mia risposta non ti piacerà, zio Eleazar” disse il giovane, distogliendo gli occhi dallo sguardo del vecchio. Eleazar lo scrutava con aria inquisitoria, attendendo spiegazioni .

“Sai bene che l’idea di dover scegliere tra le ricchezze della terra ed i tesori del cielo mi angosciava – proseguì lo sposo – non sapevo che fare: con il latte di mia madre avevo appreso a temere Dio e desiderare la sua benevolenza, volevo riposare nel seno d’Abramo, godere delle gioie del paradiso, essere perfetto per meritare davvero la vita eterna. Ma il Galileo mi ha tolto ogni speranza, mi ha fatto comprendere che c’era qualcosa al mondo che amavo più di Dio: essere come sono, il figlio del ricco Efrem, lo sposo della bella Micol, il padrone di queste terre. Non solo non sono perfetto come pensavo, ma in verità non credo davvero in Dio, altrimenti avrei offerto in olocausto le mie ricchezze come Abramo offrì la vita di Isacco, obbediente ad un ordine insensato e malvagio del suo Signore. Potrei però affidarmi come tutti alla misericordia di dio, ma io non sopporto l’idea di trascorrere tutta la vita nell’incertezza, attendendo una sentenza finale che sarà, per l’eternità, salvezza o dannazione. Non è nel mio carattere. Dunque ho deciso di divenire perfetto nel male, così almeno vivrò nella certezza di essere perduto.”

“Figlio mio, nessuno è perduto se Dio non vuole” rispose Eleazar accorato.

“Ho scelto, vedrai che sarò scellerato abbastanza da meritare di essere precipitato nel fuoco eterno. Il Galileo mi ha sfidato ed ha vinto, il mio cammello non passerà per la cruna dell’ago!”

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Rosanna Bogo