Prima parte.

Il professore parcheggiò  nel punto più lontano dall’edificio, come era sua abitudine.

I soci del Gruppo Astrofili lasciavano le loro auto nel grande piazzale del ristorante “Da Paolino” ma, per una regola non detta, si fermavano lontano dall’ingresso, per lasciare i posti più comodi ai tanti avventori che, nei giorni di festa e in occasione di banchetti, comunioni, matrimoni, feste di laurea, affollavano la trattoria gestita da una coppia di pugliesi che aveva trovato lì la loro piccola miniera d’oro.

Paolino era, come succede, un ‘Paolone': grasso e gioviale, come la moglie.  Ormai vivevano da anni in quella radura che, quasi sperduta ai margini della macchia, era divenuta meta tradizionale per chi voleva mangiare bene, sano e abbondante, in un ambiente familiare. Avevano riadattato un appartamento sopra il locale e così la loro vita si svolgeva tutta tra casa e ristorante. Del resto non avevano vicini con cui distrarsi, l’edificio più vicino era una villa padronale, spesso disabitata, che un ingegnere milanese e sua moglie avevano comprato prima ancora che venisse aperto il ristorante. Gente chic che non frequentava la trattoria: l’ingegnere era un cacciatore ed a volte si univa alla locale squadra dei cinghialai, ma senza dare troppa confidenza a nessuno.

Il professore scese dalla macchina, prese dal portabagagli il suo zaino di attrezzi ed estrasse la torcia, accendendola. La ghiaia del piazzale scricchiolava rumorosamente sotto le sue scarpe grosse e Paolino, uscito dal locale per farsi una  sigaretta in pace riconobbe subito la sagoma dell’astrologo, come diceva la moglie; davanti all’ingresso erano parcheggiate solo due o tre macchine, dentro la sala si intravedevano gli ultimi clienti che si  concedevano l’ennesimo bicchiere della staffa.

Il professore agitò la torcia verso l’oste, per salutarlo; Paolino rispose muovendo la destra in un gesto ampio che fece un po’ più luminosa la brace della sua sigaretta.

“Turno di notte, professore?” disse, appena a portata di voce. “Eh, sì, lo sa,  stasera  c’è la congiunzione – e accennò a un puntino rossastro che, sopra le loro teste, palpitava incerto – voglio fare qualche foto”. “Congiunzione…Bene, mi saluti i marziani, allora. Questa è l’ultima che fumo – aggiunse buttando per terra il mozzicone quasi con rabbia – ora mando fuori tutti e vado a letto: sono a pezzi. Buona nottata!”

“‘Notte” gli rispose il Professore, scantonando nel viottolo a lato del ristorante, proprio accanto agli aspiratori della cucina che ancora funzionavano a pieno regime; fu avvolto da un odore misto di carni arrosto e sughi che lo seguì per decine di metri mentre si addentrava nella macchia, illuminando il sentiero  con  la torcia.

La notte era tranquilla e buia; fra una mezz’ora al ristorante avrebbero spento tutte le luci, anche quella del piazzale, e sopra l’osservatorio il cielo sarebbe divenuto completamente nero. Lui, finalmente solo, lontano dai problemi del lavoro e della famiglia, per un po’ avrebbe dimenticato la moglie annoiata, il figlio adolescente pieno di problemi, i colleghi arrivisti o rassegnati. Quelle serate di osservazione non avevano un particolare valore scientifico, lo sapeva bene, ma proprio per questo era sicuro che nessuno degli amici dell’Associazione avrebbe voluto condividere con lui la nottata.

Il professore giunse alla fine del sentiero con un po’ di affanno per la salita e spense la torcia. Era un gesto quasi automatico, gli occhi dovevano avere tempo per abituarsi, piano, piano, al buio. Nella radura dell’osservatorio si accesero subito le lucette segna passo che indicavano gli ultimi metri da percorrere per raggiungere la specola, così arrivò senza problemi fino all’ingresso, aprì la porta. Una corona di faretti rossi si accese, tenue, anche all’interno. Subito azionò l’interruttore e la cupola cominciò ad aprirsi; prese il telecomando di puntamento e impostò la ricerca verso Marte; il Cassegrain, un grosso telescopio da venti pollici, cominciò a muoversi lentamente per posizionarsi; il professore intanto aveva aperto il suo computer preparandosi a qualche ora di pace. Accese la radio, sempre sintonizzata su un’emittente locale che trasmetteva solo musica classica: in quell’ambiente circolare le note risuonavano come in un piccolo auditorio.

Il buio fuori si faceva più profondo, il ristorante non si vedeva più, i lumini segna passo esterni  erano di nuovo disattivati e l’unico rumore che si sentiva proveniva dai motorini del telescopio, ma era solo un leggero ronzio. Ora poteva davvero cominciare a lavorare. Aveva alcune ore a disposizione per fare un po’ di foto, per divertirsi con quel giocattolo per adulti che, in tanti anni, lui e gli amici si erano costruiti. Lo attendevano ore piacevoli, e sarebbero state ancora più piacevoli se…

Scacciò subito quel pensiero tutt’altro che molesto, non voleva distrarsi invano; lei sicuramente lo aveva visto arrivare, forse avrebbe trovato il modo di venire a trovarlo. Per un attimo si infiammò di desiderio, azzerò il volume della radio e si fermò ad ascoltare i rumori provenienti dalla macchia che circondava l’osservatorio: frusciare di foglie, animali che si muovevano cautamente, volpi e ricci, qualche cinghiale e poi gufi, civette, allocchi, pipistrelli, piccole creature innocue che emettevano tuttavia suoni inquietanti: i primi tempi gli facevano accapponare la pelle, ma adesso si era abituato a quel lugubre concerto.

Alzò un po’ il volume della radio e riprese a lavorare.

——

Erano quasi le tre quando sentì il clic dell’alimentatore esterno e intravide una soffusa luce rossastra provenire dalla porta che aveva lasciato accostata: c’erano visite, qualcosa aveva attivato i sensori, forse un animale…Poi la porta si aprì e una silhouette femminile si materializzò sulla soglia: “lei” era davvero venuta,  salendo lungo il sentiero al buio e adesso, prima di entrare nell’osservatorio, si era fermata incerta. “Oh, finalmente!” bisbigliò lui, e le andò incontro, la prese per mano, la tirò a sé e chiuse la porta. La strinse e respirò il suo profumo, intenso; la baciò e la strinse ancora più forte. Era eccitato e voleva che lei lo sentisse. Cominciò a baciarla con desiderio, le mani che le scorrevano lungo la schiena.

“Turno di notte” gli passò per la testa, e gli vennero in mente un paio di giochi erotici che voleva fare usando il sedile del telescopio: lei avrebbe gradito senz’altro. Dio, mi sento come a vent’anni, pensò, mentre le carezzava il seno, sotto il vestito. Era eccitatissimo.

All’improvviso nel silenzio notturno si sentì nuovamente il clic secco dell’alimentatore che azionava le luci: qualcuno si avvicinava alla specola, rapidamente, senza incertezza: la porta si spalancò e una figura maschile, minacciosa, entrò puntando una torcia simile ad un faro direttamente contro le facce stupite dei due amanti.  “Tu? Cosa vuoi?” fece lei, senza perdere la calma e quasi infastidita. La domanda  aveva un’inequivocabile inflessione di disprezzo .

FINE PRIMA PARTE

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Dr J. Iccapot