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I segnalibri di Sant'Agostino

Il 28 Agosto la Chiesa Cattolica festeggia Sant'Agostino. Noi abbiamo preparato dei segnalibri, utilizzando l'opera di Simone Martini. Potete scaricarli dall'area di download.

 

Archivio per febbraio 2010

Avere e non avere

Il giovane ricco entrò quasi al galoppo nel cortile di casa e scese con un salto dalla sua sfarzosa cavalcatura. I servi accorsero per aiutarlo, ma lui li allontanò con un gesto della mano, irritato.

Era di malumore. Entrò nella grande stanza dove la madre trascorreva gran parte del giorno tessendo o filando e la donna, quando lo vide, si alzò dal panchetto del telaio e gli andò incontro con aria interrogativa.

“Hai visto quell’uomo?” chiese esitante la madre.

“Sì, l’ho visto.”

“Hai parlato con lui, cosa ti ha detto? Ti ha ricordato che si deve santificare il giorno del Signore, obbedire ai genitori, non desiderare la roba d’altri, non commettere adulterio…”

“Sì, madre mia, ma sai bene che fin da bambino osservo i comandamenti, rispetto il precetto del sabato e già posseggo tutto quello che è lecito desiderare! Quanto ai genitori, ho solo te che sei la più dolce della genitrici e tra poco sposerò la fanciulla più bella della Samaria. Anche volendo, come potrei peccare?”

“E non ti ha detto altro, qualcosa che non è scritto nella Legge?”, insisteva a chiedere la madre,

“No, che altro doveva dire?” rispose il giovane con tono quasi scherzoso. Ma mentiva: il Galileo aveva detto molte altre cose che però non voleva riferire alla madre, il suo cuore si sarebbe spezzato.

“Ricordati figlio mio della tua sposa – disse la donna, contenta della risposta – più tardi verrà per trascorrere con noi la sera.”

Il giovane ricco lasciò la madre senza replicare e salì nella sua stanza.

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Rosanna Bogo

Accadde all’Osservatorio – 1

Prima parte.

Il professore parcheggiò  nel punto più lontano dall’edificio, come era sua abitudine.

I soci del Gruppo Astrofili lasciavano le loro auto nel grande piazzale del ristorante “Da Paolino” ma, per una regola non detta, si fermavano lontano dall’ingresso, per lasciare i posti più comodi ai tanti avventori che, nei giorni di festa e in occasione di banchetti, comunioni, matrimoni, feste di laurea, affollavano la trattoria gestita da una coppia di pugliesi che aveva trovato lì la loro piccola miniera d’oro.

Paolino era, come succede, un ‘Paolone': grasso e gioviale, come la moglie.  Ormai vivevano da anni in quella radura che, quasi sperduta ai margini della macchia, era divenuta meta tradizionale per chi voleva mangiare bene, sano e abbondante, in un ambiente familiare. Avevano riadattato un appartamento sopra il locale e così la loro vita si svolgeva tutta tra casa e ristorante. Del resto non avevano vicini con cui distrarsi, l’edificio più vicino era una villa padronale, spesso disabitata, che un ingegnere milanese e sua moglie avevano comprato prima ancora che venisse aperto il ristorante. Gente chic che non frequentava la trattoria: l’ingegnere era un cacciatore ed a volte si univa alla locale squadra dei cinghialai, ma senza dare troppa confidenza a nessuno.

Il professore scese dalla macchina, prese dal portabagagli il suo zaino di attrezzi ed estrasse la torcia, accendendola. La ghiaia del piazzale scricchiolava rumorosamente sotto le sue scarpe grosse e Paolino, uscito dal locale per farsi una  sigaretta in pace riconobbe subito la sagoma dell’astrologo, come diceva la moglie; davanti all’ingresso erano parcheggiate solo due o tre macchine, dentro la sala si intravedevano gli ultimi clienti che si  concedevano l’ennesimo bicchiere della staffa.

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Dr J. Iccapot

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I grandi perché della Storia

Ada aveva appena finito di apparecchiare la tavola quando sentì i passi del Nardi avvicinarsi su per le scale. Per cena aveva preparato brodo e frittata di cipolle. La carne, da qualche anno, era riservata ai giorni di festa.

Il Nardi entrò, dette un’occhiata distratta alla moglie e alla cena che lo attendeva, poi andò a togliersi le scarpe sporche della terra dei campi.

“Si è alzato il vento, ma non ha ancora asciugato il terreno. Giù alla vigna è sempre un mare di fango”- commentò.

Ada guardò fuori dalla finestra, dove le nuvole erano scomparse per merito del vento che violentava gli alberi. Il Nardi accese la radio e si mise a tavola. Il volume era basso e il segnale disturbato, ma si percepiva della musica. Iniziò a mangiare la sua minestra, rumorosamente. Ada lo redarguì: “Nardi, via, non fare tutto questo rumore per un po’ di minestra”. Lo chiamava per cognome fin da quando si erano fidanzati. Un po’ per rispetto, un po’, così le sembrava, per confidenza.

L’uomo non rispose, ma il rimprovero dovette sembrargli giusto, poiché continuò a mangiare in silenzio. Quando iniziò il Giornale Radio Ada girò la manopola del volume per sentire meglio le parole.

“Orientala un po’ di più verso la finestra” le suggerì il marito “altrimenti non si sente niente”

La donna armeggiò per alcuni secondi con l’ingombrante apparecchio che occupava un angolo della cucina e subito la voce divenne più chiara. Ada e il Nardi avevano preso in prestito la grossa radio prelevandola dalla casa del signor Canaloni, un ricco proprietario terriero che la usava solo d’estate, quando veniva in villeggiatura nel podere che si trovava proprio accanto alla piccola vigna del Nardi. Diversi mesi prima, quando nel podere si erano verificate infiltrazioni d’acqua, il Canaloni aveva mandato a dire al Nardi, che accudiva per lui il podere durante l’inverno, di mettere al sicuro la radio perché non si sciupasse con l’umidità. Il Nardi aveva pensato che la cucina di casa sua fosse il posto più sicuro per mantenerla in buono stato. Era il 1936. La voce della radio teneva informati i pochi italiani che potevano permettersela sulle conquiste nelle colonie africane. Ada non aveva esitato ad utilizzare l’apparecchio, poiché anche Carlo, il loro unico figlio, era partito per l’Africa un anno prima. Così ogni sera ascoltavano il notiziario e in silenzio pensavano al figlio lontano.

Ada iniziò a lavare i piatti proprio mentre la radio gracchiava: “Sotto il comando dei nostri generali, l’impero coloniale italiano continua ad espandersi: sul fronte orientale le truppe avanzano, e avanzano anche verso sud…”

Ada smise per un attimo di ascoltare, immersa nei suoi pensieri. Un dubbio la tormentava, quasi ogni sera. Una domanda che tornava a galla nella sua testa ogni volta che sentiva quelle parole. Chissà perché, ma proprio quella sera trovò il coraggio di chiedere al Nardi, che lei riteneva uomo assai intelligente.

Esitò un attimo, poi i suoi pensieri divennero parole: “Nardi….eh, Nardi…pensavo….ma se dice che le truppe avanzano…..” un attimo di silenzio “insomma…se le truppe avanzano….se avanzano, perché questi ragazzi non li rimandano a casa?”

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Beatrix

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Il libro – I

“Si trova scritto che Agostino, quand’era ancora in vita, stava leggendo un testo, quando vide passare davanti a sé un demone che portava sulle spalle un libro”. (Jacopo da Varagine)


Personaggi:

Agostino

Demone

Adeodato

La scena si svolge ad Ippona, intorno al 400 d. C., all’esterno dell’Episcopio.

Agostino (seduto su una lunga panca, alzando gli occhi da un piccolo volume): Strano modo di trasportare un libro, a spalla come fosse un baule o un’anfora di vino.

Demone: In effetti pesa quanto un barile, ho la schiena a pezzi. Vorrei tanto sbatterlo a terra.

Agostino: Per carità! si vede che è un oggetto di valore, io me ne intendo. I libri saranno anche il futuro degli scriptoria, non lo nego, ma più sono grossi e più sono fragili, le legature non reggono e la cartapecora spiomba. Vuoi mettere la comodità del vecchio rotolo: toglievi il papiro dal cilindro, e poi svolgevi ed avvolgevi, svolgevi ed avvolgevi, un po’ per volta, in poco spazio e senza fatica. Per consultare un codice oggi occorre un leggio grande come un catafalco ed i bibliotecari devono avere più muscoli di un gladiatore.

Demone: A chi lo dice! Ma pare che i libri possano contenere testi più lunghi dei rotoli.

Agostino: Ipotesi tutta da dimostrare. Io credo invece che il punto sia un altro: i codici si possono agevolmente riempire di decorazioni e le belle immagini colorate, si sa, piacciono tanto ai lettori più ricchi e meno istruiti.

Demone: Il mio libro comunque non è illustrato. Posso posarlo un attimo sulla sua panca, tanto per riprendere fiato? Però non voglio disturbarla, continui pure a leggere.

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Rosanna Bogo

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Lassù sulle montagne

La notte era fredda e ventosa, folate di ghiaccio scendevano dai monti e correvano lungo la valle: non era ancora inverno ma, da quelle parti, ottobre già portava la prima neve. Nella stua Bettina cullava la piccola Maria, davanti al grande focolare, sulle panche intorno al tavolo giocavano le sue quattro bambine: vestivano di stracci surreali bambolotti fatti con foglie di granturco.

Era sola nella grande casa, con le sue cinque figlie. Il marito lavorava in paesi lontani, Svizzera, Francia, Germania, ma a giorni l’avrebbe rivisto. Ai Santi, come uccelli migratori, gli uomini tornavano al nido poi, in primavera, riprendevano la via della frontiera, lasciando a donne e ragazzi l’ingrato compito di coltivare patate o granturco in campi scoscesi e portare in alpeggio le vacche.

La casa era appoggiata lungo un fianco della valle, l’ultima del piccolo borgo da quel lato: sopra, molto più in alto, stava il paese, con la chiesa, il cimitero e la casa comunale. Davanti si ergeva imponente la grande montagna, uno spuntone di roccia smisurato che rimaneva giorni e giorni nascosto dietro le nuvole e poi, all’improvviso, riappariva, quasi minaccioso. Qualcuno aveva detto a Bettina che la cima era come una grande cattedrale, ma lei non capiva, conosceva solo le piccole chiese dei dintorni. Una volta, per questioni di eredità, con i parenti aveva percorso tutta la valle fino al capoluogo: lì volle vedere la cattedrale, ma non le parve grande come la montagna.

Bettina conosceva ben poco del mondo, non aveva viaggiato per l’Europa come il marito, costruendo camini, non aveva lavorato a stagione nelle filande di Berlino, come le cognate. Si era sposata giovane e, da qualche anno, viveva in quella grande casa, tre piani e la soffitta, con i santi dipinti a fresco, guardiani della porta e la graziosa altana: metteva al mondo figlie, filava la lana, custodiva il focolare, badava alle vacche ed al maiale. Ed aspettava il ritorno del marito.

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Rosanna Bogo

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La nascita del sindacato

“Ehi! Laggiù, pelandroni, si batte la fiacca – gridò con tono autoritario il Fattore, agitando la grassa mano stretta a pugno contro un gruppetto d’operai intenti a cogliere grappoli tra le viti di un lungo filare – E voi, tartarughe! Credete d’essere davanti al botteghino del teatro! – aggiunse, rivolto ad alcuni portatori che, in fila, attendevano il turno per scaricare la loro cesta d’uva nel grande tino.

Il Fattore era sempre arrabbiato, per principio, ma quando il sole cominciava a battere più forte e gocce di sudore geminavano sulla sua flaccida fronte, benché stesse tutto il giorno seduto su una panca sotto un grande fico, diveniva facilmente irascibile.

Gli operai, ormai avvezzi, non prestavano attenzione alle sue grida: continuavano indifferenti a lavorare, senza mutare né ritmo né gesti.

Erano lì dall’alba e, dopo tante ore di lavoro, sporchi e sudati, si sentivano quasi marionette, ma resistevano al caldo e alla stanchezza in attesa che il sole salisse allo zenit: allora, finalmente, si sarebbero seduti all’ombra di una vite maritata, oppure sotto il grande fico, per consumare un magro desinare. I più fortunati avrebbero estratto dalla sacca appesa in vita uno spicchio di formaggio intinto nel miele o un tozzo di pane unto d’olio, molti però avevano con sé solo una piccola fiasca d’acqua a tracolla e piluccavano di nascosto chicchi d’uva, rischiando la frusta.

“Sì, per raddrizzarvi ci vorrebbe la frusta – borbottava fra sé il Fattore guardando di sottecchi tra i filari, mai contento di come procedeva il lavoro. Sorvegliava la vigna con la ferocia di un cane alla catena; al primo stormire di foglie ringhiava sbavando e, come un botolo davanti al suo pagliaio, abbaiava contro gli operai con l’aria di volerli sbranare.

Di fatto però si limitava a fare la voce grossa e tuttavia, nella vigna, nessuno osava mancargli di rispetto. Era temuto ma, a sua volta, temeva il Padrone e teneva corto il guinzaglio agli operai per non subire i suoi rimproveri.

La vendemmia volgeva al termine, l’annata era buona, il tempo caldo e asciutto. Gli operai lavoravano fianco a fianco in silenzio: con quel bollore non conveniva seccarsi la gola cantando o chiacchierando.

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Rosanna Bogo

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Donne che leggono – 2

Qualche giorno fa su Facebook mi sono imbattuto nell’immagine sottostante, usata da uno degli amici di Scrivolo. Con Tineye, il servizio che rintraccia le occorrenze di foto o disegni nel Web, ne ho trovato i riferimenti: si tratta di una delle pin-up anni ’40 che l’italo americano Edward Runci disegnò a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, uno dei tipici soggetti da calendario o da pubblicità a cui spesso faceva da ispiratrice e modella sua moglie Maxine.

Nonostante la rappresentazione provocante, la ragazza sta leggendo un libro giallo: sul letto ci sono infatti una ‘Detective story’ e un volumetto di ‘Mystery stories’, come si può vedere dal dettaglio:

L’acquarello si intitola per l’appunto Surprising Mystery ed è del 1945.

Mi ha incuriosito, l’immagine di questa ragazza discinta che legge dei libretti dozzinali, e mi ha ricordato un’altra immagine: la Lettrice di Romanzi di Antoine Wiertz.

Dice Louis Watteau, a proposito del quadro, nel suo  “Catalogue raisonné du Musée Wiertz – 1865″ (pagg. 181-182) [la traduzione è mia]:

“Questa giovane donna, che legge un libro nel silenzio della notte, è uno splendido modello di bellezza plastica. Sotto la pelle dorata e vellutata di questa bella ragazza s’indovinano tutti i fremiti d’una carne giovane ed esuberante. Si sente anche il veleno della lettura che le s’infiltra poco a poco nelle vene e quell’aria di languore e di rilassamento che le pervade tutto l’essere, quasi uno stimolo lungo la spina dorsale.
Senza dubbio è arrivata ad un punto interessante del libro perché i seni sembrano gonfiarsi d’umori ardenti mentre gli occhi fan cadere lacrime d’emozione.”

Che bella descrizione, vero?, dell’emozione della lettura.
E il critico non fa neppure notare che la ragazza è nuda; a metà ottocento si trovavano quadri ben più espliciti, di Gustave Courbet, ad esempio: le due lesbiche nude nel Le sommeil o l’origine di tutti noi ne L’Origine du monde, entrambi quadri del 1866.

L’Origine du monde è:

“…un ventre di donna nero e prominente sullo spiraglio d’una vulva rosa… Davanti a questa tela che non avevo mai visto, io che non ho mai amato Courbet, devo fare ammenda e rendergli onore: quel ventre è bello come la carne del Correggio”

scriveva nel suo Journal, sabato 29 giugno 1889, Edmond de Goncourt.

Edmond de Gouncort si era occupato, nel il suo romanzo La fille Elisa, proprio del rapporto tra la lettura di romanzi e le giovani e sprovvedute ragazze che, facendo magari una vita da donne pubbliche, evadevano dalle loro miserie con la lettura delle romanticherie di cui traboccavano tanti libri di poco prezzo. Ecco cosa dice nel cap. XV del libro (la traduzione è dell’amico Mirko F.)

Nella donna del popolo che sa giusto leggere la lettura produce lo stesso rapimento che nel bambino. Su queste menti ingenue, per cui le fantasticherie dei libri di una sala di lettura sono un piacere nuovo, su queste menti senza difesa, senza finezza, senza facoltà critiche, il romanzo esercita un’azione magica.
S’impossessa del pensiero della lettrice diventata ad un tratto, stupidamente, vittima dell’assurda finzione. La riempie, la eccita, l’infervora. Più l’avventura è grande, più il racconto è inverosimile, più la cosa raccontata è difficile da accettare, più l’arte e il vero sono assenti e meno reale l’umanità che si muove nel libro e più il romanzo fa presa su questo tipo di donna.
Ogni volta la sua immaginazione diventa la preda palpitante di un racconto che plana sopra le bassezze della sua vita, un racconto fondato e costruito nella regione superiore dei sentimenti soprannaturali di eroismo, abnegazione, sacrificio, castità. Castità, sì: soprattutto per la prostituta, la donna di cui la scienza medica ha riferito la purezza dei sogni e una sorta di aspirazione inconscia del suo essere macchiato verso l’immaterialità dell’amore.
Il romanzo! chi ne spiegherà il miracolo? Il titolo ci avverte che stiamo per leggere una menzogna ma, in capo a poche pagine, l’inchiostro mendace s’impadronisce di noi come se leggessimo un libro dove “i fatti raccontati sono accaduti realmente”. Profondiamo il nostro interesse, la nostra emozione, il nostro intenerimento, una lacrima a volte per una vicenda umana che sappiamo non aver avuto luogo.
Se veniamo ingannati noi, proprio noi! … Come potrà non credere a quanto legge con una fede più piena, più ingenua, più docile, più simile alla fede del bambino che non sa leggere un libro senza concedersi ad esso e vivere in esso? Così dalla confusione e dal miscuglio delle sensazioni irriflesse con le cose che legge, la donna del popolo è imperiosamente, involontariamente portata a sostituire alla propria persona il personaggio immaginario del romanzo, a spogliarsi della sua miserabile e prosaica individualità, a mettersi necessariamente nella pelle poetica e romanzesca dell’eroina: una vera incarnazione che continua e si protrae a lungo una volta chiuso il libro. Felice di sottrarsi al suo triste mondo grigio, dove non succede nulla, si precipita rapidamente nel dramma di un’esistenza favolosa. Ama, lotta e trionfa sui suoi nemici, come dicono le cartomanti.
Così, attraverso l’esaltazione dei sensi e una bella ubriacatura mentale, vive finalmente le avventure del libro.
La sala di lettura di Bourlemont, nella quale si era imbattuta Elisa, era la biblioteca che faceva al caso suo. Un centinaio di piccoli volumi, simili, nella loro legatura in pelle, a provinciali libri di preghiera ed il cui noleggio si affiancava alla vendita di almanacchi di Liegi e di animali di zucchero colorato di una bottega del quartiere, formavano, messi insieme a caso, una raccolta eteroclita di romanzi, pubblicati in Francia per l’insurrezione della Grecia nel 1821. Erano, sullo sfondo di una fantasmagoria e di un Oriente barocco, storie di palicari eroici, di prigioniere greche che facevano resistenza a pascià stupratori, storie di duelli nei sotterranei, di incendi, di prigionie, fughe, liberazioni e sempre, alla fine, arrivava il coronamento legale degli ardori dell’amante davanti a un sindaco di Sparta o di Argo. Tutta l’epica del crimine più trita, tutto il repertorio cavalleresco, tutto il repertorio amoroso capaci di portare nel blu di un settimo cielo le idee terra-terra di una ragazza che si guadagna il pane, poveramente, col suo amore, in una laida cittadina di provincia.
……
La lettura era diventata furore, una smania per Elisa. Non faceva altro che leggere. Assente col corpo e con lo spirito dalla casa, la ragazza, per quanto le consentiva il carattere basso e limitato della sua natura, viveva in un vago e generoso stato di grazia, nel sogno ad occhi aperti di azioni grandi, nobili, pure, in una sorta di omaggio del suo cervello a quello che il suo mestiere le faceva dissacrare in ogni momento.

Nel quadro della Lettrice di Romanzi di Wiertz, seminascosto dall’oscurità, sulla sinistra, un diavolo fa scivolare altri libri che ‘corrompono’ la mente della lettrice; anche in questo caso si tratta di romanzi d’evasione. Sul più vicino, quello che la mano del demone spinge avanti, si legge : “ANTONY DRAME PAR A. DUMAS”. Antony è un drammone romantico in cinque atti che Alexandre Dumas mise in scena nel 1831, e in cui ci sono tutti temi ‘classici’ del genere: l’amore, il tradimento, l’onore difeso e la morte; un giovane ex amante e una infelice moglie e madre ne sono i protagonisti.

Di Wiertz si è occupato, più volte, anche Walter Benjamin, parlando di  arte e di fotografia.

Benjamin scrisse anche un piccolo saggio illustrato, Chambermaids’ romances of the past century, (I romanzi delle cameriere nel secolo scorso) che ci riporta al tema delle due immagini di questo post. Nel suo breve testo il critico tedesco suggerisce di spostare l’attenzione dai libretti dozzinali venduti dai colporteur (venditori ambulanti) nelle fiere di paese o per le strade delle città, di solito non classificati come letteratura, focalizzandosi sulle condizioni di queste donne di classe molto umile, vere ‘divoratrici’ di centoni letterari, e sugli effetti causati su di loro. Il ‘secolo scorso’ nel titolo ovviamente è l’Ottocento.

Augurandosi che si cominci a fare un’analisi attenta della ‘chimica’ di questo cibo, Benjamin riconosce che è nei sogni che hanno le radici i soggetti dei romanzoni popolari.

Sopra: alcune immagini di colporteur.

Ulteriori riferimenti:

Per alcune immagini molto grandi di Runci, vedere il post su Golden Age Comic Book Stories che gli ha dedicato Mr. Door Tree.

Per Walter Benjamin: il libro Benjamin, Walter – The Work Of Art In The Age Of Its Technological Reproducibility, And Other Writings On Media, The Belknap Press of Harward University Press, 2008.

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fuchs

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L’agguato

L’uomo che nutre il suo cibo questa sera nutrirà anche me. Sono giorni oramai che lo osservo. E’ arrivato, come al solito, veloce. Il suo rumore, come al solito, ha fatto tacere per un attimo gli uccelli. Si è fermato, si è liberato svelto della sua corazza colorata, è divenuto piccolo e lento e con le sue gambe si è diretto, ignaro, verso di me. Ho cambiato prospettiva, perché conosco il suo percorso. Non si è accorto di niente, ha fatto quello che fa ogni sera senza neanche guardarsi attorno. Ho visto da dove passa e ho visto da dove passerò io quando sarà calato appena il primo velo della notte. Sarà una notte senza luna, questa notte. Mi siedo dietro la siepe e lo osservo in silenzio. Sono di buon umore, perché sono sicura che andrà tutto bene.

Poco lontano da qui la mia famiglia mi sta aspettando, i piccoli sono ansiosi di vedere che cosa porterò a casa. Ecco, l’uomo tra poco finirà di dispensare cibo al suo cibo e prenderà la strada del ritorno. I miei muscoli sono tesi e pronti. Neanche il cane questa sera si è accorto che sono qui. Di solito abbaia a lungo con il muso verso il cielo, quando mi vede.

Stasera no, stasera è una sera speciale. Stasera l’uomo ha nutrito il suo cibo senza sapere, in realtà, di aver nutrito il mio.

Il mio e quello dei miei figli.

Il mio, e quello dei miei sei bellissimi cuccioli di volpe.


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Beatrix

La buca

Personaggi:

Primo giovane

Secondo giovane

Un bambino

Una matrona

Un ecclesiastico

Un pittore

La scena si svolge sulla spiaggia di una località dell’Africa settentrionale, nei primi secoli dell’Era Cristiana.

Primo giovane: Questo mi sembra il posto giusto. Su, mettiamoci al lavoro (afferra a due mani la vanga che ha in spalla)

Secondo giovane: Per me siamo troppo vicini a quelle case di pescatori, potremmo dare nell’occhio.

Primo giovane: Senti, prima o poi ci dobbiamo procurare il bambino, quindi tanto vale restare in prossimità dell’abitato. Io scavo e tu porti la rena oltre quella duna.

Secondo giovane: Mi sembra una fatica inutile, potremmo semplicemente raccogliere la sabbia a lato della buca.

Primo giovane: Sei sempre il solito scansafatiche! Eppure lo dovresti sapere, con me le cose si fanno bene o non si fanno. La tua montagnola di sabbia farebbe subito capire che qui c’è una buca.

Secondo giovane: Dicevo così, per dire, il capo sei tu.

Primo giovane: La buca non si deve vedere da lontano, altrimenti manca l’effetto sorpresa e magari “lui” si insospettisce e passa da un’altra parte.

Secondo giovane: Non potrebbe comunque evitarla, la spiaggia in questo punto è stretta e costeggia la pineta.

Primo giovane: Giusto, e “lui” deve per forza passeggiare sulla spiaggia.

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Rosanna Bogo

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La Selva Sacra

Dopo il successo dello sceneggiato TV su Sant’Agostino abbiamo accolto l’offerta di errebi di tenere per alcune settimane una rubrica fissa, La Selva sacra, dove verrete a leggere episodi inediti della vita del Santo di Ippona e altre “edificanti” narrazioni di argomento biblico.

Buone letture.

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admin

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Scrivolo

i racconti del nano grafomane

http://www.scrivolo.it

Segnalibri Sant’Agostino

Segnalibri Agostino

Il 28 Agosto la Chiesa Cattolica festeggia Sant’Agostino. Un’occasione, per noi, per ricordare il grande lettore (e scrittore!), morto 1583 anni fa.

Da stampare fronte e retro e  ritagliare: Segnalibro Sant'Agostino (485)

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Dr J. Iccapot