È per combattere il caldo che c’è in questa brutta città d’estate che abbiamo coperto il terrazzino con delle tende, verdi, come se fosse il baldacchino di un letto: ci ripariamo così dal sole e cerchiamo di tenere fresco il nostro tinello. Dalle cinque di mattina, ora a cui mi alzo puntualmente dal letto, la porta finestra rimane aperta sino a quando, nel pomeriggio, non entra, caldo, il sole.

Sul terrazzo ci sono alcuni vasi con delle piante che soffrono più di noi, nonostante le mie cure; ci sono un tavolo e due sedie di plastica e, in un angolo, un armadietto di metallo color sabbia, per le scope; per fortuna il terrazzino dà sull’interno del condominio, al riparo da traffico e smog, cosicché qualche volta io e mia moglie ci possiamo anche pranzare.

Nell’appartamento sotto al nostro abita una signora di quasi cinquant’anni, con un ragazzino, un dodicenne dall’aria poco sveglia, forse anche per via di certi occhiali spessi, ma molto gentile. Non so come stiano con precisione le cose ma lei ha convissuto con un muratore, da cui ha avuto il bambino; il muratore però era ed è sposato e qualche anno fa li ha lasciati per tornarsene dalla moglie. So che lui tutti i mesi le dà un po’ di soldi, per il ragazzino; lei va a servizio da qualche famiglia della zona; in casa ci sono solo la madre, il figlio e una gatta. “Operata”, come dice la signora.

Da qualche mese il muratore è ricomparso, viene a pranzo quasi tutti i giorni; ha i capelli improvvisamente bianchi, ma sempre foltissimi, e una cera poco in salute, lo sguardo febbricitante, la barba mai fatta di fresco. Lei è contenta di questo ritorno e quando parla di lui dice: “Mio marito”, ma anche il ragazzino sa che non è vero visto che ha il cognome della mamma. Ci salutiamo se ci incontriamo per le scale, ma niente di più; in effetti, niente di più con nessun altro.

Anche loro tengono la porta-finestra del terrazzino aperta e se c’è qualcuno in casa è come essere tutti insieme; quando capita che abbiano ospiti mi ritiro in tinello, chiudendomi dentro: starò al caldo ma così non mi faccio i fatti loro; sono un povero pensionato ma non sono un impiccione, non lo sono mai stato.

Sabato scorso ero sul terrazzino, al fresco; a dire il vero stavo sonnecchiando o mi ero proprio addormentato, subito dopo la prima colazione. Tutto il giorno non ho nulla da fare e, prima della passeggiata che faccio fino al parco e ritorno per aiutare la mia circolazione e mettermi un po’ di appetito in vista del pranzo, ne approfitto per accumulare le forze; la notte non dormo molto e il caldo del pomeriggio è sempre più spossante per la mia età.

Di sotto, all’improvviso, delle voci di donne mi svegliano: due sono più mature, una più giovane. La sorella e la nipote, penso. Il ragazzino è fuori, a scuola di musica, a quest’ora  (abbiamo anche la fortuna degli esercizi musicali, da un po’ di tempo, ma ci penserà la moglie del macellaio a fare una vociata per le scale e a farlo smettere, uno di questi giorni).

“La gatta l’ho fatta operare, sennò era sempre in calore” “….” “Perché così non ci si diverte.”

“E’ per questo che ci si diverte?” chiede la giovane. Si sente un ridacchiare delle signore. “Antonio una volta lo diceva: quando non sono più buono a farlo mi ammazzo. E ora, è in queste condizioni, proprio lui…”. Antonio è il muratore. “Ma adesso come va?” “Come vuoi che vada, fa la terapia, l’hai visto anche tu com’è!”

“Che vuoi, gli uomini sono così, se non lo fanno sono morti!” “E tu?” “Io, un giorno sì e uno no!” risponde la sorella, col tono un po’ grasso di quando ci si confessano faccende goderecce. “Povero babbo!” sogghigna la giovane, pensando al genitore che si sottopone alle fatiche amorose a giorni alterni. Hanno tutte e tre la voce di gola che hanno le donne nei momenti di intimità.

Io, ad essere lì, sono imbarazzato, ma non muovo neanche un muscolo per evitare di essere sentito attraverso il pavimento e mettere a disagio le signore, ma anche me stesso, ad essere sincero.

Le sento ancora parlare, per qualche minuto, ma ora non capisco più cosa dicono: per fortuna si sono ritirate nel tinello; dopo un po’ serrano la porta finestra del terrazzo e sento chiudere il loro portone di casa. A dire la verità lo sente tutto il palazzo, mai che lo accostino piano, girando la chiave e tirandolo a sé dolcemente: sempre un bel colpo netto, che rintrona nella tromba delle scale. Ma la ‘macellaia’ questo non lo sente? Almeno gliene dicesse quattro, una di queste mattine!

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fuchs