Arrojo era membro del Consiglio Popolare della Rivoluzione, ma non per questo poteva essere certo di svegliarsi, l’indomani mattina, nel suo letto.

Quella sera, durante il plenum, aveva discusso, quasi litigato, con Alvaro Mendez, il potente Segretario dell’Ufficio Politico. Forse aveva un po’ esagerato con la sua polemica sulla scelta del nuovo Ministro per l’Educazione, ma affidare ad Emanuel Rosada un settore delicato come la formazione delle nuove generazioni era davvero troppo.

Il Segretario era un uomo vendicativo e, notoriamente, non sopportava di essere contraddetto, soprattutto se aveva torto: “Quando Manuel si apriva la strada a raffiche di mitra per tirarti fuori dalle prigioni del dittatore non ti sembrava un incapace” gli aveva risposto ironicamente.

Arrojo lo conosceva bene e notò subito che il tono amichevole della sua voce era velatamente minaccioso.

Non negava certo che il comandante Rosada sapesse usare le armi, ma allora che lo mettesse alla Difesa, se ci tenevano tanto! Oppure a capo delle squadre di sicurezza, incarico per cui Manolo era di certo più tagliato. L’idea di vedere un pretoriano seduto nell’ufficio che era stato del premio Nobel Aleandro Constable non gli andava proprio giù: un asino con il kalashnikov, per quanto coraggioso, rimaneva un asino.

“Andiamo, dove si è mai visto un Ministro dell’Istruzione che firma con la croce!” aveva osato replicare, ostentando una punta di orgoglio intellettuale. Per un attimo si era dimenticato che anche il compagno Alvaro a fatica sapeva leggere e scrivere, però maneggiava con maestria il machete e, in senso non solo metaforico, ci metteva un attimo a tagliare una testa.

“La verità, Arrojo, è che sei rimasto un piccolo borghese, il ‘professorino’ di liceo che gioca a fare la Storia” aveva gridato Mendez.  Era davvero arrabbiato e non tentava neppure di nasconderlo.

Lo chiamavano così nel Partito, il ‘professorino’, però il suo nome di battaglia, quando combatteva contro il dittatore, era Dimas, come il buon ladrone evangelico.

Arrojo era cresciuto in una famiglia benestante, devota ma di orientamento progressista: per un certo periodo, aveva addirittura pensato di farsi prete; poi, proprio un sacerdote che insegnava nel seminario lo aveva fatto entrare nel movimento di resistenza. Da allora ne era passata di acqua sotto i ponti: ormai militava nel partito da un’infinità di anni…

“Quanti? – si chiese, levandosi gli occhialini con la lente verde, un vezzo che coltivava in onore di Robespierre – trentacinque, forse quaranta… Comunque mi sembra sia trascorso un secolo dai tempi delle barricate, i giorni della speranza…la vittoria, a confronto, non ha sapore”.

Si sdraiò nel letto e spense l’abat-jour. Quella sera non aveva voglia di leggere, era preoccupato.

“Non dovevo mettermi in attrito con il Segretario per una questione, tutto sommato, secondaria – si disse – però ho ragione da vendere. Da qualche tempo, in effetti, mi capita un po’ troppo spesso di essere in disaccordo con il Consiglio e Mendez non si schiera mai dalla mia parte”.

Anche al Ministero della Propaganda, una sua creazione, non si sentiva più rispettato come un tempo e la sera, quando tornava a casa, invece di studiare o leggere i giornali, rimuginava sul passato, un ‘vizio’ che aveva sempre deprecato.

“Com’è diversa la realtà del  presente dal futuro che sognavo per il mio paese, – pensò sospirando – uomini d’azione come Mendez o Rosada vanno bene quando si tratta di menare le mani, ma poi il potere deve passare alle ‘teste pensanti’, altrimenti si è condannati a vivere perennemente nell’emergenza”.

Arrojo era un politico accorto e si guardava bene dal confessare a chi che sia il suo disagio: ufficialmente era entusiasta della Rivoluzione e solo nel segreto del “forum interiore” si permetteva di criticare le scelte del Partito.

“Forse esagero, – si disse chiudendo gli occhi – invece di brontolare come un vecchio scontento di tutto dovrei cercare di modificare la situazione all’interno del Consiglio. I membri più giovani, ad esempio, mal sopportano l’egemonia di Mendez”.

Fin da ragazzo, per conciliare il sonno, gustava qualche pagina del suo prediletto Dostojevski, di solito i “Demoni” o “Delitto e castigo”, libri che ormai conosceva a memoria: le rare volte in cui rinunciava alla lettura per abbandonarsi al flusso dei pensieri, difficilmente si assopiva prima dell’alba. Così era ancora sveglio quando, nel cuore della notte, sentì suonare alla porta. Accese la luce e guardò la sveglia sul comodino: erano le due. La vecchia serva Mariana si era intanto affacciata alla porta della stanza: “Che faccio, Antonio – lo chiamava per nome perché era stata la sua balia – guardo chi è?”

“Ma sì! Che altro vuoi fare, Mariana?”. Per qualche secondo la donna rimase immobile sulla soglia, ammutolita dall’angoscia. Il modo di suonare il campanello e di battere alla porta della polizia politica, sotto tutti i regimi, è sempre lo stesso, non rumoroso ma deciso, inappellabile, e lei lo conosceva bene: al tempo della dittatura si era già trovata in situazioni del genere per via del marito, dei figli. Mariana taceva perché gli uomini vogliono decidere da soli, con gli occhi però supplicava il padrone di mettersi in salvo: “Scappa, scappa, Antonio!” gridava dentro di sé, pensando al latte ed all’amore che gli aveva dato.

Ma Arrojo non aveva più voglia di combattere, non contro la sua gente, i suoi compagni, i suoi ideali: abbracciò la vecchia serva e si lasciò portare via dagli inattesi visitatori notturni senza opporre resistenza.

Il caporale Gades si svegliava sempre di pessimo umore e, in effetti, aveva più di un motivo per essere scontento: la vita militare non gli piaceva, non aveva la scorza necessaria per fare, a cuor leggero, quel mestiere e poi gli mancava il fisico, era mingherlino, di pelle chiara, soffriva persino di febbre del fieno. Però la paga era buona e gli permetteva di mantenere la vecchia madre malata ed aiutare, di tanto in tanto, la cognata vedova con tre ragazzini da crescere.

Non si interessava di politica: che comandasse il dittatore o il Consiglio del Popolo per lui era indifferente, tirava a campare. In famiglia quello che aveva studiato, l’intellettuale, l’uomo che non accettava le ingiustizie era il fratello minore e l’aveva pagata cara, la sua passione civile!

Si era fatto trascinare da certi tipi che cercavano di scalzare di sella il generale Mendez ed era stato condannato a morte come controrivoluzionario.

Per i familiari del nemico del popolo Raul Gades fortunatamente non c’erano state conseguenze. Alla vedova, rimasta sola con tre bambini, le autorità offrirono persino un lavoro: bracciante in una fattoria collettiva.

Il caporale era ben voluto dai commilitoni, bravi ragazzi senza pretese, i superiori invece lo detestavano e non solo a causa del suo scarso entusiasmo rivoluzionario: si capiva al volo che odiava l’esercito e portava la divisa solo per convenienza.

Il suo sergente, per ripicca, si divertiva a tormentarlo e trovava sempre nuove scuse per consegnarlo in caserma: il fucile sporco, la mimetica in disordine, un ritardo all’appello, un saluto non abbastanza marziale.

Per le infrazioni più gravi la punizione era sempre la stessa: veniva svegliato di soprassalto, prima dell’alba, e mandato al campo di tiro con il plotone d’esecuzione. Doveva contribuire a fucilare qualche disgraziato, ma lui prendeva bene la mira e sparava sempre sopra la spalla sinistra del condannato. Tanto, a far fuori il poveretto, ci pensavano i fanatici “volontari”, due o tre patiti della Rivoluzione o, meglio, della violenza, che si divertivano a veder scorrere il sangue e chiedevano espressamente di fare parte del plotone. Forse però la bottiglia di rum che si riceveva a lavoro fatto contribuiva ad alimentare il loro entusiasmo per le esecuzioni. Il caporale era astemio e regalava ai camerati la razione di alcool che aveva così malamente guadagnato.

Quella mattina, quando il sergente lo scosse con violenza ma senza fare il solito baccano, Gades capì subito che la levataccia era destinata a concludersi nel prato del poligono. Si alzò in silenzio. Erano le quattro di mattina ed il resto della camerata aveva diritto di dormire ancora un paio d’ore. Ovviamente si sentiva irritato, a nessuno fa piacere vedere un morto ammazzato prima di colazione, ma ormai aveva fatto il callo a quella tragica farsa.

Mentre marciava in fila per due, con il fucile in spalla, il suo compagno gli sussurrò “Questa volta si lavora in grande… il condannato è un pezzo grosso!”

“Ah, sì?” rispose sbadigliando il caporale. Per lui faceva poca differenza, non era mica un incontro mondano di cui vantarsi con le ragazze. E poi non era certo il tipo che andava in giro a raccontare di avere fucilato tizio o caio. Dopo tutto faceva il lavoro del boia!. O almeno così sembrava, perché ovviamente non aveva mai confessato a nessuno di sparare sempre in aria: era una mancanza grave, roba da corte marziale!

“Sì, addirittura un membro del Consiglio Popolare” proseguì eccitato il camerata.

“A che punto siamo arrivati! – pensò il caporale disgustato – ora si mangiano tra di loro”, ma fece finta di interessarsi alla notizia. Si vedeva che l’amico non stava più nella pelle, doveva per forza dirgli quel nome.

“E uno di quelli più noti, Arrojo, l’hai presente?”

Il caporale Gades sbiancò in viso. E come se ce l’aveva presente il “professorino”! nella sentenza di condanna a morte del fratello il nome che spiccava in fondo al documento, una firma elegante, tutta svolazzi, era proprio quello di Arrojo, presidente del Tribunale Speciale per i reati contro la Rivoluzione.

Ormai erano arrivati nel prato del poligono: il condannato era in piedi, con la camicia strappata: forse aveva avuto una colluttazione con i suoi carcerieri, ma ora sembrava calmo. Era il genere di “cliente” preferito dai plotoni d’esecuzione: niente lacrime, urla o crisi motorie che rendevano difficile prendere la mira, un lavoro veloce e pulito, meno doloroso per la vittima, più lieve per i carnefici.

“Bene, bene… sembra che non se la prenda – disse il camerata – meglio così, caro il mio Arrojo, tanto, anche se gridi o piangi non impietosisci nessuno”

Il caporale, in effetti, spesso aveva provato compassione per i condannati che, nel momento estremo, invocavano la mamma o Gesù, e quando metteva l’occhio al mirino, concentrandosi per essere certo di mancare il bersaglio, a volte bagnava di lacrime il fucile.

Ma quel giorno si sentiva disposto a fare fino in fondo il proprio dovere. L’uomo che stava inerme davanti a lui non era un poveraccio qualunque: con un tratto di penna aveva reso i suoi nipotini orfani, aveva spezzato il cuore alla madre e si era preso la vita ad un giovane intelligente ed onesto come Raul, e in nome di che? Un Arrojo ne sa quanto un Gades riguardo alla Verità, al giusto e all’ingiusto: con che diritto aveva esercitato il potere di vita e di morte su suo fratello? Si credeva forse Dio?

Il condannato sembrava rassegnato al suo destino ma, in realtà, era teso in uno spasmodico sforzo di autocontrollo. Aveva resistito alle torture degli aguzzini nelle galere del dittatore, non poteva certo mostrarsi pavido di fronte ai soldati dell’esercito rivoluzionario! Doveva dare un esempio di coerenza politica e coraggio personale tale da imprimersi nella mente di quei dodici giovani, per sempre. Sarebbe stato un insegnamento utile per affrontare la vita con dignità. Naturalmente non poteva arringare la piccola folla, ma decise che, all’ultimo momento, avrebbe detto qualcosa di significativo.

Poi si rivolse al suo Dio, certo di essere compreso. Aveva lottato per la giustizia, voleva realizzare in terra le beatitudini che Cristo aveva promesso ai poveri  nel Regno dei Cieli: non era una colpa, al massimo si poteva considerare una pretesa eccessiva. Comunque, come san Paolo, si sentiva sereno e certo di avere combattuto dalla parte giusta. Non era sbagliata la sua idea, erano “legni storti” gli uomini che dovevano realizzarla, non tutti però si comportavano come Mendez, Rosada e i compagni che, vigliaccamente, durante la notte gli avevano votato contro nella riunione segreta dell’Ufficio Politico, condannandolo a morte. Traditore e spia del nemico, lui che aveva dedicato la vita alla Rivoluzione, rinunciando agli agi di una famiglia borghese ed alla vocazione al sacerdozio. Buffoni!

Ora che il suo destino terreno era compiuto, poteva permettersi di pensare anche all’anima.  Mentre gli legavano le mani dietro la schiena si ricordò di un passo della seconda lettera di san Paolo a Timoteo che, giovane seminarista, aveva imparato a memoria. Le remote parole gli tornarono sulle labbra fresche come rose: “Tempus resolutionis meae instat. Bonum certamen certavi, cursum consummavi, fidem servavi. In reliquo reposita est mihi corona iustitiae, quam reddet mihi Dominus in illa die iustus iudex”. Erano versetti adatti a quel drammatico momento e li recitò con fede sincera, ma non ad alta voce, per non confondere le idee ai giovani figli della Rivoluzione che stavano per fucilarlo. La religione era una cosa personale, non interferiva con la politica, però non tutti potevano comprenderlo, specie coloro che non possedevano una solida preparazione teologica.

Il momento estremo si avvicinava, Arrojo cercò di mantenersi ben eretto, come conviene ad un martire, e rifiutò sdegnosamente l’ultima sigaretta e la benda.

“Meglio così – pensò il caporale Gades – ti voglio proprio guardare negli occhi, assassino, mentre ti ammazzo” e non diceva tanto per dire: era un pessimo soldato, ma aveva una mira fuori del comune, vinceva tutte le gare del reggimento. Per la prima volta si apprestava ad uccidere qualcuno, con un piacere cattivo che neppure immaginava di poter provare. In fondo era un uomo tranquillo e non odiava nessuno, però sentiva che, in questo caso, la parola ‘giustiziare’, una volta tanto, aveva un significato etimologico che corrispondeva alla realtà dei fatti.

Intanto Arrojo si consolava pensando a tutte le buone cose che lasciava dietro di sé: la riforma agraria, l’istituzione dei collegi universitari gratuiti, l’assistenza sanitaria per tutti, la creazione della grande macchina del consenso rivoluzionario, il Ministro della Propaganda: “Sì, è vero, le nostre opere ci seguono” disse tra sé, e sorrise all’idea di essere ricordato dal suo popolo come un benefattore.

Il tenente che comandava la fucilazione aveva ormai esaurito le operazioni preliminari: fece allineare il plotone, ordinò di puntare e quindi urlò “fuoco!”.

“Lo faccio per il povero Raul, per la mamma, per tutti i disgraziati che hanno sofferto a causa di quest’uomo – ripeteva tra sé il caporale Gades, fissando il mirino – perché il male deve essere punito”. Puntava alla fronte del condannato e, tirando il grilletto, pensò “E’ giusto così: chi di spada ferisce di spada perisce”.

Il morituro, quando vide che il tenente apriva la bocca per inspirare a pieni polmoni e dare con più energia il comando finale, gridò “Viva la Rivoluzione!”, poi la sua testa venne colpita in pieno, frammenti di cranio e di materia cerebrale volarono via  e il corpo, già senza vita, si accasciò in un lago di sangue. Era morto sul colpo. Il caporale aveva una mira che non perdonava.

“Quante volte vi devo dire di tirare al cuore, non alla testa. Fa troppo schifo!” urlò il tenente, ma in cuor suo era grato a chi gli aveva risparmiato il rito del colpo di grazia: sparare a bruciapelo ad un uomo ferito a terra non era piacevole per un vero soldato.

Guardò l’orologio: erano già le sei. Ora doveva solo constatare la morte del condannato e poi, finalmente, era libero di mettersi a tavola e fare colazione, aveva una fame da lupo. Ordinò di rompere le righe e quando il caporale gli passò accanto con il pugno chiuso, lo colpì amichevolmente su un braccio: “Bravo Gades, bel colpo, meglio che alle esercitazioni di tiro”.

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Rosanna Bogo