E alla fine eccolo là, Enrico XXII, il grande re che aveva conquistato mezza Europa, nascosto dietro l’ultima colonna di quella chiesetta di campagna a spiare 2 ragazzi di una ventina d’anni che si stavano sposando, con la benedizione di pochi invitati ed un loro amico vestito da cerimoniere. Un matrimonio clandestino, furtivo, ma comunque pieno di felicità per quell’amore condiviso in due e accolto da pochi ma calorosi applausi e commossi pianti.

~

Era il 1657 quando, dopo la vittoria sul campo di Ville Bon, dopo 6 lunghi anni, re Enrico XXII tornò nel suo castello. Ad attenderlo, una grande festa, banchetti, balli, i favori notturni di sua moglie e delle altre sue amanti (in realtà preoccupate nell’immaginare quali altre donne avevano riscaldato il giaciglio del re in quegli anni) e un figlio diventato ormai un uomo. Furono richiamati a corte tutti i saltimbanco del regno, cantori, prestigiatori, tutto quello che serviva per rendere onore ad un re, al suo esercito e a quella vittoria schiacciante che aveva riportato sul campo di battaglia.

Fuochi d’artificio, balli a corte, salve di cannoni. Seguirono giorni e notti folli, a corte e nei villaggi circostanti.

Passati i primi giorni di festeggiamenti, la vita a corte tornò a scorrere normale, solo la presenza del re, a cui non erano più abituati da tempo, continuava a creare qualche imbarazzo e, al contempo, felicità. Un uomo con una personalità indubbia, la sua presenza a tavola aveva fatto ripiombare le cene in un silenzio lontano 6 anni.

E che il tempo era passato ormai ne era consapevole anche il Re, che riconosceva nel suo specchio i tratti non più giovani del grande condottiero. La sua epoca volgeva al termine, sapeva vedere la realtà, e il tempo del figlio, del suo discendente maschio, del suo unico figlio, stava per iniziare.

Una mattina decise di far visita a suo figlio. Doveva parlargli, voleva parlargli, voleva capire come fossero proseguiti i suoi studi. Si ricordava un bambino fragile, delicato. Gli aveva dato un prestigioso precettore, avrebbe dovuto renderlo un grande re, capace di proseguire la sua storia, un degno erede dei suoi successi. C’era un regno da governare, vicini invidiosi da tenere a bada, matrimoni di convenienza da combinare. Bussò alla camera del figlio, non aveva voluto farsi annunciare, era pur sempre suo figlio e voleva che quella fosse una chiacchierata informale. Bussò di nuovo, ma dall’altra parte della porta non si udì alcun movimento. Il re fece per allontanarsi, pensando a dove potesse essere il figlio. Qualche caccia? Impossibile, sarebbe stato avvertito, tutti sapevano quanto ne era appassionato. Forse una qualche fanciulla… ma aveva chiesto alla moglie di essere aggiornato per quanto riguardava gli impegni amorosi che il figlio aveva già preso, e non aveva saputo nulla.

Tornò indietro per provare ad aprire la porta, appoggiò la mano alla maniglia, che non pose alcuna resistenza e spalancando la camera del figlio alla vista del re. Entrò senza dire nulla, voleva vedere com’era la camera di un ventenne, voleva forse anche ricordare i suoi venti anni, ormai sepolti da tante guerre e dagli impegni di un re.

La camera era in penombra, le grandi e preziose tende ostacolavano i raggi mattutini, ma si intuivano diversi mobili e quadri. Per quel poco che riusciva a vedere, il principe dimostrava un gran gusto estetico, l’arredamento della sua stanza era equilibrato, senza eccessi di sfarzo, e dimostrando una ricercatezza non comuni.

Entrò nella stanza e quasi inconsciamente si diresse verso il letto a baldacchino che occupava la parte centrale della stanza, scostò le tende e si ritrasse immediatamente. Tremava visibilmente. Balbettava, avrebbe voluto gridare qualcosa, ma era come paralizzato, i suoi pensieri fermi a quell’immagine: suo figlio, steso nel suo letto, nudo….abbracciato a Ildemarzio, il figlio del precettore.

Uscì dalla stanza di corsa. La porta rimase spalancata a mostrare al mondo quell’amore diverso, a mostrare a tutta la corte quel disonore che il re sentiva cadutogli addosso. Lui sempre contornato di cortigiane. Il grande re che aveva sognato un erede degno del suo nome, e che invece da quel giorno sarebbe diventato lo zimbello di tutte le corti d’Europa. Nessun matrimonio da celebrare, nessuna alleanza da stringere, sentiva già le risa dei suoi pari. Entrò, senza neanche bussare, nella stanza della regina. Sorpresa alla scrivania, si alzò per andare incontro al suo sposo, ma si trovò di fronte ad uno schiaffo potente che la fece ricadere seduta alla stessa sedia.

La regina, con una mano alla guancia ferita, cercava di chiedere spiegazioni, perché tanta rabbia, perché quell’uomo, che mai era stato violento con lei, quel giorno l’aveva trattata così, con quali motivazioni. “Tu lo sapevi!” “Che cosa? Sei agitato, cos’è successo?” “Tu lo sapevi – ripeteva il re, senza il minimo accenno a calmarsi – e non lo hai fermato!” “Che cosa, Enrico, per l’amor del cielo, spiegami!” “Tuo figlio. Quello là!” ed uscì dalla stanza.

Fece preparare i suoi servitori, voleva andare sul lago, una mezza giornata da solo, per pensare, per riflettere su tutta quella vicenda.
Il giorno seguente il re tornò nella sua reggia e dette ordine ai suoi servitori di preparare la carrozza. “Dove andate, sire?” “Vittorio, mio figlio andrà via oggi stesso. Chiama il precettore, voglio parlargli!” “Come volete, signore.” ed uscì.

Al precettore parlò della delusione che aveva provato, tradito dal figlio, dalla moglie e dall’insegnante che aveva voluto per il figlio. Guido sapeva che cosa lo attendeva, sperava soltanto di riuscire a salvare il suo Ildemarzio, e supplicò in tal senso il re perché sfogasse su di lui la sua rabbia. Aveva tentato di fermarli, disse al re, ma il loro amore sembrava irrefrenabile.

Enrico XXII ordinò alla sua guardia privata di accompagnare nelle segrete il precettore nello stesso momento in cui il figlio stava salutando la madre e saliva nella carrozza per una destinazione che ancora non conosceva.

Il figlio del precettore, nel frattempo, era scomparso.

~

5 anni più tardi un servitore consegnò nelle mani della regina una lettera. Era l’invito ad un matrimonio, in una chiesetta campestre, ormai sconsacrata. Nessun nome riportato, ma il suo cuore batteva nella speranza che quell’invito fosse opera del figlio.

Passato un primo momento di gioia, la regina decise di parlarne al re. Enrico XXII, saputa la notizia, si fece subito rosso di rabbia, voleva proibirle di presenziare, ma in realtà quella proibizione voleva rivolgerla a se stesso. In tutti quegli anni nessuno aveva più osato nominare il principe e chiunque aveva fatto solo un minimo accenno a quella vicenda, era stato allontanato con uno sguardo durissimo da parte del re. Ma quel figlio gli mancava, enormemente. Sapeva che era stato uno sbaglio cacciarlo via come un appestato, ma non avrebbe potuto fare altrimenti, era pur sempre il re e quel suo ruolo veniva prima dell’amore familiare, lo sapevano tutti a corte.

La celebrazione si sarebbe svolta il giorno successivo, e per tutta la notte, in due letti separati, il re e la regina penavano per il terribile ricordo e per quel matrimonio. Fin dal giorno in cui il re aveva cacciato il figlio, la regina non aveva voluto più dormire col consorte, per una sorta di punizione: per lui che aveva cacciato il figlio, per se stessa che non aveva avuto la forza di opporsi a quella decisione. Il re, dopo un primo rifugiarsi nel letto delle amanti, aveva cominciato ben presto a rassegnarsi a quella colpa e a volerla scontare.

Il re, dopo quella notte insonne, per tutta la mattina fece finta di nulla, mancavano ancora 2 ore al matrimonio e non traspariva alcuna emozione dal suo volto. D’altro canto, la regina era intenta nei suoi preparativi, voleva arrivare al matrimonio elegante. Scelse personalmente sia il vestito che i gioielli con cui ornare collo e mani. La sua agitazione era palpabile, era convinta che fosse suo figlio, sentiva che quel legame che unisce una madre ad un figlio non si era spezzato e non la stava tradendo. Dopo 5 anni, finalmente, poteva riabbracciare il figlio e chiedergli scusa per non aver tentato alcuna difesa e per felicitarsi di quel matrimonio.

Il cocchiere accompagnò la regina alla chiesetta, poi staccò i cavalli per farli riposare e abbeverare alla fonte, e infine si sedette all’ombra di una quercia per aspettare che la cerimonia finisse.

Poco dopo vide passare suo fratello e la sua carrozza, ed accennò ad un sorriso: era quella del re, il quale rivelava finalmente il suo volto umano e dimostrava di essere anche un padre, oltre che un re.

Enrico XXII scese dalla carrozza quando ormai la cerimonia era iniziata, entrò in chiesa e si nascose dietro una delle ultime colonne. Qualcuno lo vide e ci fu un po’ di rumoreggiare tra le panche, finché la notizia non raggiunse tutti i presenti: tutti quanti sapevano perfettamente che cosa voleva dire quella presenza.

In quella chiesetta, per metà diroccata, e ormai abbandonata dal suo prete, due giovani stavano per celebrare il loro amore. Un loro amico vestito da cerimoniere benediva quel loro amore omosessuale sotto gli sguardi della regina e del re ormai completamente in lacrime.

VN:F [1.9.22_1171]
Rating: 4.3/5 (3 votes cast)
Enrico XXII, 4.3 out of 5 based on 3 ratings

Juan