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I segnalibri di Sant'Agostino

Il 28 Agosto la Chiesa Cattolica festeggia Sant'Agostino. Noi abbiamo preparato dei segnalibri, utilizzando l'opera di Simone Martini. Potete scaricarli dall'area di download.

 

Archivio per gennaio 2010

errebi, Delitto senza castigo

Tutte le puntate del giallo di errebi raccolte in un unico file: un po’ di ironia, una sapiente spolverata di riferimenti colti, dei personaggi sopra le righe, per un quasi romanzo e-pistolare (cioè: creato raccogliendo le e-mail dei protagonisti).

Scaricatelo qui: errebi, Delitto senza castigo (1613)

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Mark Twain, Cannibalismo in ferrovia

Quando il maltempo imperversa e la neve e il ghiaccio bloccano i convogli ferroviari in mezzo alle campagne sperdute e coperte di neve, possono succedere fatti che non si ha neppure il cuore di pensare. Gli uomini si trasformano, l’istinto di sopravvivenza prevale e ci si abbandona, senza più freni morali, a indicibili atti di cannibalismo.

Leggete questa testimonianza di Mark Twain: Mark Twain, Cannibalism in the cars (3192)
qui in italiano: Mark Twain, Cannibalismo in ferrovia (1619)

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admin

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Il terrazzino

È per combattere il caldo che c’è in questa brutta città d’estate che abbiamo coperto il terrazzino con delle tende, verdi, come se fosse il baldacchino di un letto: ci ripariamo così dal sole e cerchiamo di tenere fresco il nostro tinello. Dalle cinque di mattina, ora a cui mi alzo puntualmente dal letto, la porta finestra rimane aperta sino a quando, nel pomeriggio, non entra, caldo, il sole.

Sul terrazzo ci sono alcuni vasi con delle piante che soffrono più di noi, nonostante le mie cure; ci sono un tavolo e due sedie di plastica e, in un angolo, un armadietto di metallo color sabbia, per le scope; per fortuna il terrazzino dà sull’interno del condominio, al riparo da traffico e smog, cosicché qualche volta io e mia moglie ci possiamo anche pranzare.

Nell’appartamento sotto al nostro abita una signora di quasi cinquant’anni, con un ragazzino, un dodicenne dall’aria poco sveglia, forse anche per via di certi occhiali spessi, ma molto gentile. Non so come stiano con precisione le cose ma lei ha convissuto con un muratore, da cui ha avuto il bambino; il muratore però era ed è sposato e qualche anno fa li ha lasciati per tornarsene dalla moglie. So che lui tutti i mesi le dà un po’ di soldi, per il ragazzino; lei va a servizio da qualche famiglia della zona; in casa ci sono solo la madre, il figlio e una gatta. “Operata”, come dice la signora.

Da qualche mese il muratore è ricomparso, viene a pranzo quasi tutti i giorni; ha i capelli improvvisamente bianchi, ma sempre foltissimi, e una cera poco in salute, lo sguardo febbricitante, la barba mai fatta di fresco. Lei è contenta di questo ritorno e quando parla di lui dice: “Mio marito”, ma anche il ragazzino sa che non è vero visto che ha il cognome della mamma. Ci salutiamo se ci incontriamo per le scale, ma niente di più; in effetti, niente di più con nessun altro.

Anche loro tengono la porta-finestra del terrazzino aperta e se c’è qualcuno in casa è come essere tutti insieme; quando capita che abbiano ospiti mi ritiro in tinello, chiudendomi dentro: starò al caldo ma così non mi faccio i fatti loro; sono un povero pensionato ma non sono un impiccione, non lo sono mai stato.

Sabato scorso ero sul terrazzino, al fresco; a dire il vero stavo sonnecchiando o mi ero proprio addormentato, subito dopo la prima colazione. Tutto il giorno non ho nulla da fare e, prima della passeggiata che faccio fino al parco e ritorno per aiutare la mia circolazione e mettermi un po’ di appetito in vista del pranzo, ne approfitto per accumulare le forze; la notte non dormo molto e il caldo del pomeriggio è sempre più spossante per la mia età.

Di sotto, all’improvviso, delle voci di donne mi svegliano: due sono più mature, una più giovane. La sorella e la nipote, penso. Il ragazzino è fuori, a scuola di musica, a quest’ora  (abbiamo anche la fortuna degli esercizi musicali, da un po’ di tempo, ma ci penserà la moglie del macellaio a fare una vociata per le scale e a farlo smettere, uno di questi giorni).

“La gatta l’ho fatta operare, sennò era sempre in calore” “….” “Perché così non ci si diverte.”

“E’ per questo che ci si diverte?” chiede la giovane. Si sente un ridacchiare delle signore. “Antonio una volta lo diceva: quando non sono più buono a farlo mi ammazzo. E ora, è in queste condizioni, proprio lui…”. Antonio è il muratore. “Ma adesso come va?” “Come vuoi che vada, fa la terapia, l’hai visto anche tu com’è!”

“Che vuoi, gli uomini sono così, se non lo fanno sono morti!” “E tu?” “Io, un giorno sì e uno no!” risponde la sorella, col tono un po’ grasso di quando ci si confessano faccende goderecce. “Povero babbo!” sogghigna la giovane, pensando al genitore che si sottopone alle fatiche amorose a giorni alterni. Hanno tutte e tre la voce di gola che hanno le donne nei momenti di intimità.

Io, ad essere lì, sono imbarazzato, ma non muovo neanche un muscolo per evitare di essere sentito attraverso il pavimento e mettere a disagio le signore, ma anche me stesso, ad essere sincero.

Le sento ancora parlare, per qualche minuto, ma ora non capisco più cosa dicono: per fortuna si sono ritirate nel tinello; dopo un po’ serrano la porta finestra del terrazzo e sento chiudere il loro portone di casa. A dire la verità lo sente tutto il palazzo, mai che lo accostino piano, girando la chiave e tirandolo a sé dolcemente: sempre un bel colpo netto, che rintrona nella tromba delle scale. Ma la ‘macellaia’ questo non lo sente? Almeno gliene dicesse quattro, una di queste mattine!

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fuchs

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Hasta la victoria!

Arrojo era membro del Consiglio Popolare della Rivoluzione, ma non per questo poteva essere certo di svegliarsi, l’indomani mattina, nel suo letto.

Quella sera, durante il plenum, aveva discusso, quasi litigato, con Alvaro Mendez, il potente Segretario dell’Ufficio Politico. Forse aveva un po’ esagerato con la sua polemica sulla scelta del nuovo Ministro per l’Educazione, ma affidare ad Emanuel Rosada un settore delicato come la formazione delle nuove generazioni era davvero troppo.

Il Segretario era un uomo vendicativo e, notoriamente, non sopportava di essere contraddetto, soprattutto se aveva torto: “Quando Manuel si apriva la strada a raffiche di mitra per tirarti fuori dalle prigioni del dittatore non ti sembrava un incapace” gli aveva risposto ironicamente.

Arrojo lo conosceva bene e notò subito che il tono amichevole della sua voce era velatamente minaccioso.

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Rosanna Bogo

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Enrico XXII

E alla fine eccolo là, Enrico XXII, il grande re che aveva conquistato mezza Europa, nascosto dietro l’ultima colonna di quella chiesetta di campagna a spiare 2 ragazzi di una ventina d’anni che si stavano sposando, con la benedizione di pochi invitati ed un loro amico vestito da cerimoniere. Un matrimonio clandestino, furtivo, ma comunque pieno di felicità per quell’amore condiviso in due e accolto da pochi ma calorosi applausi e commossi pianti.

~

Era il 1657 quando, dopo la vittoria sul campo di Ville Bon, dopo 6 lunghi anni, re Enrico XXII tornò nel suo castello. Ad attenderlo, una grande festa, banchetti, balli, i favori notturni di sua moglie e delle altre sue amanti (in realtà preoccupate nell’immaginare quali altre donne avevano riscaldato il giaciglio del re in quegli anni) e un figlio diventato ormai un uomo. Furono richiamati a corte tutti i saltimbanco del regno, cantori, prestigiatori, tutto quello che serviva per rendere onore ad un re, al suo esercito e a quella vittoria schiacciante che aveva riportato sul campo di battaglia.

Fuochi d’artificio, balli a corte, salve di cannoni. Seguirono giorni e notti folli, a corte e nei villaggi circostanti.

Passati i primi giorni di festeggiamenti, la vita a corte tornò a scorrere normale, solo la presenza del re, a cui non erano più abituati da tempo, continuava a creare qualche imbarazzo e, al contempo, felicità. Un uomo con una personalità indubbia, la sua presenza a tavola aveva fatto ripiombare le cene in un silenzio lontano 6 anni.

E che il tempo era passato ormai ne era consapevole anche il Re, che riconosceva nel suo specchio i tratti non più giovani del grande condottiero. La sua epoca volgeva al termine, sapeva vedere la realtà, e il tempo del figlio, del suo discendente maschio, del suo unico figlio, stava per iniziare.

Una mattina decise di far visita a suo figlio. Doveva parlargli, voleva parlargli, voleva capire come fossero proseguiti i suoi studi. Si ricordava un bambino fragile, delicato. Gli aveva dato un prestigioso precettore, avrebbe dovuto renderlo un grande re, capace di proseguire la sua storia, un degno erede dei suoi successi. C’era un regno da governare, vicini invidiosi da tenere a bada, matrimoni di convenienza da combinare. Bussò alla camera del figlio, non aveva voluto farsi annunciare, era pur sempre suo figlio e voleva che quella fosse una chiacchierata informale. Bussò di nuovo, ma dall’altra parte della porta non si udì alcun movimento. Il re fece per allontanarsi, pensando a dove potesse essere il figlio. Qualche caccia? Impossibile, sarebbe stato avvertito, tutti sapevano quanto ne era appassionato. Forse una qualche fanciulla… ma aveva chiesto alla moglie di essere aggiornato per quanto riguardava gli impegni amorosi che il figlio aveva già preso, e non aveva saputo nulla.

Tornò indietro per provare ad aprire la porta, appoggiò la mano alla maniglia, che non pose alcuna resistenza e spalancando la camera del figlio alla vista del re. Entrò senza dire nulla, voleva vedere com’era la camera di un ventenne, voleva forse anche ricordare i suoi venti anni, ormai sepolti da tante guerre e dagli impegni di un re.

La camera era in penombra, le grandi e preziose tende ostacolavano i raggi mattutini, ma si intuivano diversi mobili e quadri. Per quel poco che riusciva a vedere, il principe dimostrava un gran gusto estetico, l’arredamento della sua stanza era equilibrato, senza eccessi di sfarzo, e dimostrando una ricercatezza non comuni.

Entrò nella stanza e quasi inconsciamente si diresse verso il letto a baldacchino che occupava la parte centrale della stanza, scostò le tende e si ritrasse immediatamente. Tremava visibilmente. Balbettava, avrebbe voluto gridare qualcosa, ma era come paralizzato, i suoi pensieri fermi a quell’immagine: suo figlio, steso nel suo letto, nudo….abbracciato a Ildemarzio, il figlio del precettore.

Uscì dalla stanza di corsa. La porta rimase spalancata a mostrare al mondo quell’amore diverso, a mostrare a tutta la corte quel disonore che il re sentiva cadutogli addosso. Lui sempre contornato di cortigiane. Il grande re che aveva sognato un erede degno del suo nome, e che invece da quel giorno sarebbe diventato lo zimbello di tutte le corti d’Europa. Nessun matrimonio da celebrare, nessuna alleanza da stringere, sentiva già le risa dei suoi pari. Entrò, senza neanche bussare, nella stanza della regina. Sorpresa alla scrivania, si alzò per andare incontro al suo sposo, ma si trovò di fronte ad uno schiaffo potente che la fece ricadere seduta alla stessa sedia.

La regina, con una mano alla guancia ferita, cercava di chiedere spiegazioni, perché tanta rabbia, perché quell’uomo, che mai era stato violento con lei, quel giorno l’aveva trattata così, con quali motivazioni. “Tu lo sapevi!” “Che cosa? Sei agitato, cos’è successo?” “Tu lo sapevi – ripeteva il re, senza il minimo accenno a calmarsi – e non lo hai fermato!” “Che cosa, Enrico, per l’amor del cielo, spiegami!” “Tuo figlio. Quello là!” ed uscì dalla stanza.

Fece preparare i suoi servitori, voleva andare sul lago, una mezza giornata da solo, per pensare, per riflettere su tutta quella vicenda.
Il giorno seguente il re tornò nella sua reggia e dette ordine ai suoi servitori di preparare la carrozza. “Dove andate, sire?” “Vittorio, mio figlio andrà via oggi stesso. Chiama il precettore, voglio parlargli!” “Come volete, signore.” ed uscì.

Al precettore parlò della delusione che aveva provato, tradito dal figlio, dalla moglie e dall’insegnante che aveva voluto per il figlio. Guido sapeva che cosa lo attendeva, sperava soltanto di riuscire a salvare il suo Ildemarzio, e supplicò in tal senso il re perché sfogasse su di lui la sua rabbia. Aveva tentato di fermarli, disse al re, ma il loro amore sembrava irrefrenabile.

Enrico XXII ordinò alla sua guardia privata di accompagnare nelle segrete il precettore nello stesso momento in cui il figlio stava salutando la madre e saliva nella carrozza per una destinazione che ancora non conosceva.

Il figlio del precettore, nel frattempo, era scomparso.

~

5 anni più tardi un servitore consegnò nelle mani della regina una lettera. Era l’invito ad un matrimonio, in una chiesetta campestre, ormai sconsacrata. Nessun nome riportato, ma il suo cuore batteva nella speranza che quell’invito fosse opera del figlio.

Passato un primo momento di gioia, la regina decise di parlarne al re. Enrico XXII, saputa la notizia, si fece subito rosso di rabbia, voleva proibirle di presenziare, ma in realtà quella proibizione voleva rivolgerla a se stesso. In tutti quegli anni nessuno aveva più osato nominare il principe e chiunque aveva fatto solo un minimo accenno a quella vicenda, era stato allontanato con uno sguardo durissimo da parte del re. Ma quel figlio gli mancava, enormemente. Sapeva che era stato uno sbaglio cacciarlo via come un appestato, ma non avrebbe potuto fare altrimenti, era pur sempre il re e quel suo ruolo veniva prima dell’amore familiare, lo sapevano tutti a corte.

La celebrazione si sarebbe svolta il giorno successivo, e per tutta la notte, in due letti separati, il re e la regina penavano per il terribile ricordo e per quel matrimonio. Fin dal giorno in cui il re aveva cacciato il figlio, la regina non aveva voluto più dormire col consorte, per una sorta di punizione: per lui che aveva cacciato il figlio, per se stessa che non aveva avuto la forza di opporsi a quella decisione. Il re, dopo un primo rifugiarsi nel letto delle amanti, aveva cominciato ben presto a rassegnarsi a quella colpa e a volerla scontare.

Il re, dopo quella notte insonne, per tutta la mattina fece finta di nulla, mancavano ancora 2 ore al matrimonio e non traspariva alcuna emozione dal suo volto. D’altro canto, la regina era intenta nei suoi preparativi, voleva arrivare al matrimonio elegante. Scelse personalmente sia il vestito che i gioielli con cui ornare collo e mani. La sua agitazione era palpabile, era convinta che fosse suo figlio, sentiva che quel legame che unisce una madre ad un figlio non si era spezzato e non la stava tradendo. Dopo 5 anni, finalmente, poteva riabbracciare il figlio e chiedergli scusa per non aver tentato alcuna difesa e per felicitarsi di quel matrimonio.

Il cocchiere accompagnò la regina alla chiesetta, poi staccò i cavalli per farli riposare e abbeverare alla fonte, e infine si sedette all’ombra di una quercia per aspettare che la cerimonia finisse.

Poco dopo vide passare suo fratello e la sua carrozza, ed accennò ad un sorriso: era quella del re, il quale rivelava finalmente il suo volto umano e dimostrava di essere anche un padre, oltre che un re.

Enrico XXII scese dalla carrozza quando ormai la cerimonia era iniziata, entrò in chiesa e si nascose dietro una delle ultime colonne. Qualcuno lo vide e ci fu un po’ di rumoreggiare tra le panche, finché la notizia non raggiunse tutti i presenti: tutti quanti sapevano perfettamente che cosa voleva dire quella presenza.

In quella chiesetta, per metà diroccata, e ormai abbandonata dal suo prete, due giovani stavano per celebrare il loro amore. Un loro amico vestito da cerimoniere benediva quel loro amore omosessuale sotto gli sguardi della regina e del re ormai completamente in lacrime.

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Juan

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Beatrix, Una notte, un grido, un viaggio

Il racconto di Beatrix, in quattro puntate, raccolto ora in un unico file PDF.

Scaricabile qui: Beatrix, Una notte, un grido, un viaggio (1439)

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admin

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Nonna Befana

“Og-ggi è-è-è una g-giornatac-ccia… Se m-mi sv-vegl-glio ch-ch-che g-già ba-bal-bet-t-to…”

Era ormai scientificamente provato, se la mattina il commissario Ludovico Carotondi si svegliava e cominciava subito a sbattere sulle sillabe, sarebbe stata sicuramente una giornata di merda. Sua moglie lo sapeva e cercava di rabbonirlo con la colazione più deliziosa che poteva, ma ogni volta il commissario usciva di casa incazzato nero.

Arrivò in ufficio alle 9.20 in ritardo per l’appuntamento con il questore, ma d’altra parte il traffico nei giorni di festa era del tutto inatteso. Ogni mattina si scopriva a rallegrarsi per l’assenza dei genitori che quotidianamente accompagnano i figli a scuola. E invece quella mattina il traffico c’era eccome, senza che le scuole fossero ancora riaperte. Era proprio una giornata di merda.

Il questore lo strigliò bene bene, che non si permettesse mai più di farlo aspettare, aveva cose ben importanti da fare che non aspettare un commissario. A nulla valsero i balbettii sul traffico e le scuse, d’altronde poi lo sapevano entrambi di ricambiarsi scarso apprezzamento.

Dopo la riunione, ebbe finalmente il tempo di leggere i giornali. Nella cronaca locale nessuna notizia di rilievo, non c’era stato neanche un furto in quei giorni, come se anche i ladri fossero in vacanza…

~

Suonò il telefono e l’agente gli comunicò che una signora voleva parlargli della scomparsa della figlia, al ché il commissario bestemmio e la fece entrare.

La donna, sulla quarantina, bionda, alta, energica, molto bella, si mise subito a sedere, senza attendere che il commissario le indicasse la sedia e questo lo irritò tremendamente, amava dare sfoggio del suo ruolo. La donna cominciò subito a parlare e a descrivere la notte in cui la figlia Sara era scomparsa. Il commissario venne travolto da quel fiume di parole senza quasi rendersene conto e invero non aveva dato il permesso alla donna di parlare… Cercò di concentrarsi per recuperare le parole perse senza mostrare tutto il suo nervosismo. Quando la madre ebbe finito il suo racconto, Carotondi cercò di riepilogare tutta la storia sia per riuscire a memorizzarla e intuire qualche dettaglio importante, sia per cercare nel volto della donna conferma a ciò che aveva capito.

Sara era andata in camera, come ogni sera, dopo aver cenato con la madre.
I genitori erano separati da diversi anni, quindi era da escludersi una crisi post divorzio.
La camera della figlia era perfettamente in ordine, solo la finestra era aperta, ma la madre escludeva qualsiasi tentativo di fuga, dato che Sara non aveva mai manifestato alcun malessere né pensiero di evasione.
Rimaneva perciò solo l’idea del rapimento. Anche se la donna non era certo benestante. E in caso di rapimento avrebbero dovuto esserci elementi evidenti di lotta tra la piccola vittima e il rapitore… Ah, quanti anni aveva Sara non lo ricordava…magari la donna non gliel’aveva detto…

– Qu-qu-quanti anni h-ha S-Sara?

– Ah, non gliel’avevo detto?

“Ah, b-bene, n-non s-si r-ricord-da…”

– 10 anni, compiuti il 5 dicembre… Ah, ecco la foto!

Il commissario le fece i complimenti per la bella bambina, bionda come la madre, molto magra, il volto coperto di lentiggini… Poi accompagnandola alla porta, le assicurò che, anche se per legge avrebbero dovuto attendere altre 24 ore per la denuncia di scomparsa, avrebbe comunque cominciato ad indagare..

“I-i-in fondo n-non ho mo-mo-molto da fa-fare…”

La donna lo ringraziò con una energica stretta di mano che lo lasciò quasi senza fiato per il dolore e se ne andò.

~

– Ecco i risultati della ricerca che mi aveva chiesto, signor Commissario.

– D-dim-mmi…

– La famiglia non è benestante ed è una cosa risaputa, i coniugi hanno divorziati proprio a causa di un problema di soldi. In effetti il marito ha sperperato tutto il loro patrimonio al gioco. Quell’uomo è totalmente sfortunato: pensi che l’anno scorso ha acquistato 50 biglietti della lotteria di capodanno e non ha vinto nulla!

– O-o f-forse h-ha na-nascosto i so-soldi…

– Beh, questo non si sa, comunque i due erano già divorziati, consensualmente. E il marito sosteneva che era lei a portargli sfiga!

– V-vai av-av-avanti!!

– Non trovando nulla di interessante sui genitori, ho provato ad andare ancora più indietro e ho scoperto che anche la trisavola di Sara era stata rapita, e anche in quel caso non c’erano elementi di lotta sul luogo. Era semplicemente scomparsa lasciando una finestra spalancata.

“U-una fi-finestra spa-palancata? C-come Sa-sara…”

– A-anc-che sta-tavol-lta c-c’è un-na fi-finestra spa-palancata!

– Che coincidenza strana…

– E-e que-quella ba-bambina scompa-pa pa-parsa… S-se n-n’è sa-saputo-to nu-nul-l-la?

– Non molto, solo che qualche giorno dopo, la denuncia venne ritirata, visto che la bambina era tornata da sola. Si disse che era scappata e non avendo nulla da mangiare era tornata a casa.

– V-va b-b-bene… pu-pu-puoi anda-da-dare Fab-bris! Fa-fa…fai ci-circola-lare qu-ques-s-sta fo-foto…

– Va bene, signor commissario…

La coincidenza di un’altra sparizione in famiglia era davvero strana, chissà cosa c’era dietro… E con questi pensieri, tornò a casa. La moglie gli aveva fatto trovare la tavola imbandita e 2 coperti in più… Si era dimenticato che quella sera c’erano ospiti i suoceri… proprio una giornata di merda.

~

Il giorno dopo trascorse senza che venissero rilevati indizi interessanti e ormai la scomparsa della bambina diventava un caso ufficiale e avrebbe dovuto fare rapporto al questore.

La mattina successiva, appena arrivato in ufficio si mise a leggere, come al solito, la cronaca locale, sfogliava gli articoli alla ricerca di qualche titolo che riguardasse Sara; ma subito l’agente di turno bussò alla porta per far entrare la signora De Lucis, la madre di Sara. Come due giorni prima, la signora si sedette immediatamente, senza attendere il commissario, e come la volta precedente, cominciò subito a parlare.

– Crede a Babbo Natale, signor commissario?

– N-no, ce-certo c-che no!

“M-ma c-che do-domande-de f-fa?”

– Neanche io…fino a ieri sera…

– C-che vuol-l di-dire? S-si-si spiegh-gh-ghi!

– Le racconterò una storia di tanti anni fa.

«Quando ero piccola, mia mamma mi raccontava sempre che dovevo fare la brava perché mia nonna, la Befana, se non fossi stata brava mi avrebbe portato il carbone… io allora urlavo che ero brava e che volevo che mi portasse i dolci… Quando compii 10 anni, mia madre disse che era venuto il momento di raccontarmi la storia di sua madre. E così mi disse che la nonna era scomparsa di casa quando aveva 10 anni, proprio come me, all’epoca. Era scomparsa senza lasciare tracce il 4 gennaio per poi ricomparire il 7 gennaio. Da allora, la nonna “scompariva” ogni anno negli stessi giorni, perché doveva prepararsi per portare i doni ai bambini… era la Befana, come lo era stata, prima di lei, la trisnonna, e così indietro per generazioni. Quella prima notte che era scomparsa, era stata invitata dalla Befana, sua trisnonna, a vedere “il lavoro”, una sorta di apprendistato per quella che sarebbe diventata, una volta morta la trisavola, la sua occupazione.»

– Non mi crede, vero?

– No no, co-contin-nui…

Ma non riusciva a nascondere il suo divertimento…

– Va bene, continuo, anche se è chiaro che non mi crede… Crescendo, ho pensato che quella fosse soltanto una storia, ho pensato come lei che Babbo Natale e la Befana sono soltanto un’invenzione, una bella favola da raccontare ai bambini e che mia madre aveva soltanto inventato qualche particolare in più. E l’ho pensato fino a questa notte… Si chiederà che cosa è successo questa notte… Mia figlia è venuta a trovarmi, sulla scopa, insieme alla Befana!

– Va-va b-bene, signo-ora… vu-vuole riti-tira-rare la-la denun-n-ncia?

“E do-dopo che ra-racconto a-al que questore?”

– Già fatto, grazie… ero venuta solo per raccontarle questa storia, ma tanto vedo che non vuole credermi. La saluto, signor commissario, può tranquillamente pensare che io sia pazza…

E se ne andò, questa volta senza strapazzargli la mano.

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Juan

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Scrivolo

i racconti del nano grafomane

http://www.scrivolo.it

Segnalibri Sant’Agostino

Segnalibri Agostino

Il 28 Agosto la Chiesa Cattolica festeggia Sant’Agostino. Un’occasione, per noi, per ricordare il grande lettore (e scrittore!), morto 1583 anni fa.

Da stampare fronte e retro e  ritagliare: Segnalibro Sant'Agostino (485)

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Dr J. Iccapot