Silvanino era nato curioso. Già a pochi mesi, spinto da un irresistibile istinto naturale, gattonava tutto il giorno esplorando gli angoli più nascosti della sua stanza ed all’asilo, sfuggendo al controllo delle maestre, si intrufolava nei luoghi più impensabili: lo trovavano sotto il tavolo della mensa scolastica, nascosto dietro la porta del bagno, dentro gli armadietti dello spogliatoio, arrampicato sopra gli scaffali della dispensa. Il personale dell’asilo si lamentavano del suo comportamento con la madre, ma la povera donna, cuore di mamma, lo difendeva a spada tratta. No, il suo piccolo non era un impiccione maleducato, aveva solo un’intelligenza più vivace degli altri bambini, per questo si interessava tanto al mondo che lo circondava.

Alle elementari Silvanino aveva escogitato nuove strategie per soddisfare la sua innata inclinazione a curiosare: quando la classe uscivano in cortile per la ricreazione, tornava di soppiatto in aula per frugare negli zainetti; leggeva i diari, apriva gli astucci, rivoltava le tasche dei cappotti e, tuttavia, non si impadroniva di nulla, perché le sue incursioni furtive avevano un solo scopo: conoscere gli innocenti segreti dei compagni.

Con gli anni la piccola spia aveva smesso di rovistare nelle cartelle, ma non si era tolto il vizio di ficcanasare: quando in strada qualcosa di inconsueto attirava l’attenzione dei passanti e si formava un piccolo assembramento, subito Silvanino accorreva e si intrufolava fino alla prima fila per vedere, “cosa” non aveva importanza: una donna scippata, due ubriachi che si accapigliavano, uno scatolone pieno di cuccioli, un vecchietto vittima di un malore, un attore famoso, una corsa ciclistica, un fiume in piena, tutto gli appariva meritevole di essere guardato.

Quando doveva prendere il treno per un lungo viaggio di preferenza partiva all’imbrunire, così poteva sbirciare nelle cucine illuminate dei palazzoni popolari costruiti lungo la ferrovia, e nella sala d’aspetto del dottore non si annoiava mai: raccoglieva dettagliate informazioni sulla salute di tutti i presenti e, se aveva la fortuna di incontrare un ipocondriaco, era lieto di ascoltare il racconto della sua anamnesi dalla culla al presente.

A casa trascorreva ore con l’orecchio incollato alla porta per sentire i discorsi degli abitanti del palazzo, per lo più chiacchiere inconcludenti che, a ben guardare, non compensavano il lungo appostamento ed il conseguente, doloroso, torcicollo. Naturalmente non si perdeva una riunione condominiale e tra, tanti musi lunghi, spiccava per la sua aria contenta; che diamine, diceva al vicino di pianerottolo, di solito il più arrabbiato dei presenti, non è mica una convocazione in Questura!

I pochi amici intimi che conoscevano la sua strana mania di sapere e vedere tutto, lo prendevano in giro: “Sei peggio di un pensionato – lo canzonavano –  ti manca solo di fermarti a guardare i lavori nei cantieri stradali”. In effetti Silvanino faceva anche quello, ma fingendo di aspettare il tram per non attirare su di sé l’attenzione degli operai.

Filippo, il più burlone della compagnia, sosteneva che aveva la stoffa del “serial killer”: “Prima o poi – diceva ridendo – per togliersi la soddisfazione di vedere come siamo fatti dentro, il nostro “curiosane” si trasformerà in Jack lo Squartatore.”

Le disgrazie, in particolare, erano per Silvanino una vera calamita: alla televisione avevano visto centinaia di volte il crollo delle Torri Gemelle, ripreso dalle più svariate angolature, e conosceva a memoria tutti i filmati amatoriali dello “tzunami” di Santo Stefano, ma preferiva di gran lunga assistere di persona agli eventi, anche se i fatti che aveva occasione di osservare direttamente erano molto più banali.

In fondo si accontentava di un po’ di suspance: al mare, aveva seguito le operazioni di salvataggio di qualche bagnante in balia delle onde e non si perdeva mai l’intervento dei vigili del fuoco nella pineta a ridosso del camping in cui trascorreva abitualmente le vacanze, ogni anno immancabilmente in fiamme. Aveva trascorso uno dei pomeriggi più eccitanti della sua vita sotto una gru in attesa che un disoccupato, salito per protesta sulla traballante struttura, decidesse di buttarsi: i carabinieri avevano fatto venire la moglie e tutto si era risolto per il meglio, ma l’esperienza era stata ugualmente piacevole.

Silvanino, in certo senso, apparteneva alla categoria dei voyeur, ma la sua pulsione non aveva nulla di pruriginoso: una colonia di nudisti non lo interessava più di un affogato ripescato in mare perfettamente vestito: per lui il mondo era un grande palcoscenico su cui gli altri, attori involontari, recitavano a suo beneficio commedie, pantomime e tragedie. Era nato spettatore e per nulla al mondo avrebbe cambiato ruolo.

Una volta, per evitare di investire un cane, era caduto rovinosamente di bicicletta ed alcuni passanti si erano fermati per prestare soccorso: a disagio nella parte dell’osservato, Silvanino aveva respinto sdegnosamente il loro aiuto: “Che ci sarà da guardare! – aveva esclamato con rabbia, rialzandosi malconcio e barcollante da terra – mi dispiace per voi ma non mi sono fatto male, quindi non c’è proprio nulla da vedere!”.

Il traffico stradale offriva a Silvanino interessanti occasioni per curiosare con un pizzico di brivido. In città però quasi mai accadevano incidenti spettacolari, al massimo si poteva assistere ad una caduta dal motorino, ad un tamponamento o all’investimento di un malcapitato pedone, eventi spesso mortali ma visivamente di scarso impatto: per assistere a scene davvero apocalittiche occorreva imboccare l’autostrada o, almeno, la quattro corsie. Era la velocità a fare la differenza tra un incidente urbano con ambulanza ed un incidente extraurbano con elisoccorso, autobotte dei pompieri e carro-gru.

Un giorno d’estate, mentre percorreva la superstrada diretto al mare, Silvanino notò una piccola folla raccolta in uno spiazzo all’imboccatura di un cavalcavia. Intorno non si vedevano macchine incidentate o ambulanze però, poco più avanti, sostava un’auto della Stradale: “forse qualcuno minaccia di buttarsi” si disse, rallentando.

I poliziotti gli fecero capire con grandi gesti che doveva proseguire ma, ovviamente, Silvanino accostò, fermandosi in una vicina piazzola già quasi al completo.

Scese dalla macchina con malcelato entusiasmo.

“Che succede?” chiese, avvicinandosi al gruppo di persone sul ciglio della strada.

“Un’auto è caduta dal cavalcavia” rispose un poliziotto, indicando la recinzione, in parte divelta.

“Non si vede nulla” disse Silvanino sbirciando oltre il guard-rail.

“Come non si vede!? – esclamò una donna che aveva assistito all’incidente – basta sporgersi un po’!”

Silvanino però, per quanto si protendesse in avanti, non riusciva a vedere il fondo del burrone.

“Ma sì, è una Panda celeste ultimo modello e poi ci sono anche i corpi, un uomo e una donna, mi pare” aggiunse un giovanotto allampanato che si trovava al di là della recinzione e, tenendosi ad alcuni arbusti, guardava in basso.

La testimone oculare confermò colore e modello.

A minuti sarebbero arrivati i pompieri con l’argano ed anche l’ambulanza; intanto due carabinieri si erano già avventurati a piedi nel dirupo, scendendo per un sentiero sul lato meno impervio della scarpata: forse i passeggeri della Panda erano ancora vivi, forse c’era qualcuno da soccorrere dentro la macchina, magari solo svenuto.

Lo spilungone occhio di lince, appagato dallo spettacolo, se n’era andato e Silvanino occupò prontamente la sua postazione tra i cespugli di ginestra; però era molto più basso di lui ed anche sporgendosi non riusciva a vedere oltre il bordo del burrone. Decise quindi di cercare un punto di osservazione migliore più a valle, ma il tentativo non ebbe successo.

La gola era un cono con il vertice ficcato tra i pilastri del cavalcavia e l’auto era rotolata nella parte più bassa della conca, proprio sotto il punto di caduta: per questo non era visibile dalla strada.

Alle spalle di Silvanino, intanto, la piccola folla disquisivano sulle cause del tragico fuoristrada:

“Non ci sono segni di frenata, nessun altro mezzo è coinvolto – sentenziò uno dei due agenti – la causa per me è un guasto meccanico”

“Però di certo correvano troppo” dicevano altri, ben sapendo che in quel tratto nessuno rispettava i limiti di velocità; la signora che aveva visto tutto ipotizzava invece un suicidio-omicidio o un malore, perché l’auto aveva tirato diritto senza incertezze.

Silvanino era sull’orlo di una crisi di nervi: il dibattito sul come e perché non lo interessava, voleva solo dare un’occhiata alla scena dell’incidente e, dato che non riusciva a vedere nulla, si agitava come un’anima in pena. Stava lì da almeno mezz’ora e il solo spettacolo cui aveva assistito era il battibecco di un gruppo di petulanti curiosi.

La sua palese irrequietezza attirò l’attenzione di uno dei poliziotti che, pensando fosse un amico o addirittura un parente delle vittime, si avvicinò premuroso

“Se vuole chiedo l’intervento di uno medico, un calmante potrebbe aiutarla”.

Silvanino, stupito dall’insolita offerta, spalancò gli occhi.

“…in attesa che recuperino i corpi – aggiunse il poliziotto – Amici o parenti?”

Silvanino, compreso l’equivoco, reagì come se fosse stato offeso:

“Senta, a parte che non conoscevo neppure di vista le vittime e, per dirla tutta, non sono neanche riuscito a vedere la macchina che è volata di sotto, posso garantirle che non ho bisogno di un dottore, io!”

Il poliziotto, imbarazzato, se ne andò  borbottando “Mi scusi!”

“Scambiato per un familiare, come se la disgrazia mi riguardasse personalmente… ma che idea! – pensò tra sé Silvanino – io sono qui per guardare…ma dove accidenti sarà finita quella maledetta Panda celeste? Ogni giorno sulle strade muoiono in modo molto più drammatico decine di persone ed io perdo tempo con la macchina fantasma: stai a vedere che arrivo al mare in ritardo e poi chi le sente le mie donne!”

Silvanino ovviamente non era un fidanzato poligamo: al campeggio Baia Marina  l’attendevano la madre e la sorella, le sole creature di sesso femminile della sua vita. Quel sabato avevano stabilito di vedersi nel primo pomeriggio, più o meno verso le tre,  e l’ora era già passata! “Sono proprio uno stupido! Solo un idiota rinuncerebbe ad un bagno a metà agosto in cambio di un bel niente! Perché qui non c’è proprio niente da vedere.”

“Niente, niente!” ripeté irritato, senza rendersi conto che stava parlando ad alta voce.

“Giovanotto, crede di essere a teatro? – lo redarguì severa la signora che aveva assistito al drammatico incidente – Per caso vuole indietro i soldi del biglietto? Si vergogni e mostri un po’ di rispetto per i morti, che diamine!”

Silvanino però era troppo agitato per prestare orecchio ai rimproveri della testimone: “Quasi quasi torno alla macchina e me ne vado” si disse, cedendo per un attimo allo sconforto.

Intanto altri automobilisti si erano fermati. I poliziotti cercavano di allontanare i nuovi arrivati, ma proprio la mancanza di rottami e di lenzuoli stesi attirava l’attenzione di chi transitava in ambedue le direzioni di marcia. Se non si trattava di un incidente, quale mai poteva essere il motivo di un simile assembramento? Molti non resistevano alla tentazione di rallentare per chiedere notizie. Qualcuno parcheggiava nei dintorni.

Mentre i poliziotti si sforzavano di arginare la marea montante dei curiosi, Silvanino continuava a studiare indisturbato il teatro delle operazioni. Dopo vari esperimenti, alla fine trovò un sistema per osservare il fondo del burrone: con la destra saldamente aggrappata ad un paletto di sostegno del guard-rail, tenendo le gambe rigide come fosse appeso al quadro svedese, si protese di fianco nella posizione della bandiera. Così, sospeso nel vuoto, riuscì a vedere un angolo del cofano della Panda: non era molto, ma sempre meglio che niente! Ancora qualche centimetro più avanti e la visuale sarebbe stata migliore. Se era fortunato poteva addirittura scorgere i corpi delle vittime, sbalzati fuori dall’auto. Si allungò, cercò di sporgersi tendendo allo spasimo i muscoli, fece scivolare verso l’esterno il piede ma, all’improvviso, il ciglio del burrone ebbe un piccolo cedimento, la mano perse la presa e, senza neppure rendersene conto, Silvanino si ritrovò in aria:

“Volo!” pensò con stupore ma, un secondo dopo, comprese che stava precipitando nel baratro e non poteva farci nulla. Vide la Panda che si avvicinava a gran velocità, ormai era a pochi metri, e notò, lì accanto, due corpi immobili a terra, seminascosti nel sottobosco; poi guardò verso l’alto e si rese conto che quelle cose lunghe che si stagliavano contro il terso cielo canicolare erano le sue gambe: scendendo con la testa in avanti, in certo senso, poteva assistere alla propria caduta, essere allo stesso tempo spettatore ed attore dell’evento. Per un attimo la sua mente fu attraversata da un pensiero, l’ultimo della sua vita: “Che incidente curio…”. Non fece in tempo a concludere la frase perché la sillaba finale si confuse con il rumore del suo corpo che si schiantava sul tettino della macchina. Rimase immobile, inerte come una marionetta con i fili tagliati. Intorno si fece nuovamente silenzio.

I due carabinieri, ormai prossimi alla base del cavalcavia, raggiunsero di gran carriera la Panda, ma era evidente che l’uomo precipitato dalla strada non aveva più bisogno di aiuto.

“L’ha centrata in pieno” disse il primo carabiniere.

“E’ venuto giù come un sasso! – aggiunse il collega – Ma che gli sarà saltato in mente di sporgersi a quel modo. E per guardare cosa poi!”

“Io pagherei per non vederle certe cose… – disse l’altro, afferrando il braccio di Silvanino che penzolava inerte sul fianco dell’auto. Per pura formalità gli tastò il polso – Questo comunque è andato. Amen.”

“Anche per gli altri due ragazzi non c’è nulla da fare: probabilmente non avevano le cinture allacciate ma tanto, con un volo simile, sarebbero morti lo stesso” aggiunse il collega che, a sua volta, si era avvicinato ai corpi caduti non lontano dalla macchina.

“Ma guarda! il tachimetro di questa Ferrari è fermo a 130 – disse ironico il primo carabiniere, sbirciando all’intero della Panda – Che cavolo avrà in testa, la gente!”

“Però  hanno fatto davvero una brutta fine, poveri ragazzi!” replicò l’altro, turbato da quello spreco di giovani vite.

I due militari erano stanchi per la scarpinata, sudati per il gran caldo e consapevoli che il loro safari era stato del tutto inutile: laggiù non c’era nessuno da soccorrere ed anche il terzo incomodo volato dal cielo era morto.

“Già, ma se la sono cercata! tutti e tre – borbottò il primo carabiniere, sedendosi su un grosso sasso – e si sa, Tanto va la gatta al lardo…, l’ultimo poi era davvero un incosciente: sfracellarsi così senza neppure avere il piede sull’acceleratore! ”

“Come si dice dalle mie parti la curiosità ammazza il gatto – aggiunse il collega, asciugandosi il sudore con un enorme fazzoletto celeste – e poi c’è chi sostiene che impicciarsi dei fatti altrui è roba da donne!”

In alto, sul cavalcavia, la piccola folla si agitava incredula. Tutti apparivano sconvolti ma non dalla caduta, che avevano solo intuito vedendo la giovane vittima scomparire oltre il ciglio della strada, bensì dall’agghiacciante urlo di terrore che Silvanino aveva lanciato precipitando, bruscamente interrotto dal rumore sordo prodotto dall’impatto del novello Icaro con qualcosa di metallico: quei terribili suoni, rimbalzando tra le pareti della gola, avevano echeggiato per qualche secondo nelle loro orecchie.

La testimone oculare giaceva semisvenuta tra le braccia del marito, alcuni giovani si aggiravano attoniti, senza sapere che fare, e l’ambulanza, appena giunta sul posto, era ripartita a sirena spiegata per portare all’ospedale un anziano signore colto da infarto.

I poliziotti, temendo di essere accusati di negligenza per non aver sorvegliato a dovere il luogo dell’incidente, con modi bruschi impedivano ai nuovi arrivati di dare anche solo un’occhiata nel dirupo.

“Via, via di qui, sgombrate! è pericoloso! Non c’è nulla da vedere, anche la persona precipitata poco fa è morta sul colpo. Non avvicinatevi alla recinzione!” gridavano gli agenti.

In effetti i poliziotti si sentivano in colpa per non aver controllato da vicino quello strano tipo che si agitava avanti e indietro, ma chi poteva pensare che si sarebbe messo a fare l’equilibrista su uno strapiombo di centinaia di metri?

Intanto il telefonino squillava con insistenza dentro la macchina di Silvanino, parcheggiata nella vicina piazzola di servizio: la madre e la sorella volevano avvertirlo che sarebbero andate in spiaggia senza di lui, così imparava ad essere puntuale invece di confondersi dietro a chi sa quali sciocchezze!

“Vedrai che ha trovato qualcosa da guardare lungo la strada – disse con tono rassegnato la sorella, dopo l’ennesima chiamata senza risposta – è sceso dall’auto e si è dimenticato del nostro appuntamento. Non ti ricordi quando, per vedere il passaggio di un ‘rally’, arrivò tardi al mio matrimonio? Ed era pure il testimone!”

“Eh sì, il mio Silvano è sempre stato curioso come un gatto, che ci vuoi fare!” esclamò, al solito indulgente, la madre.

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Rosanna Bogo