Era la notte di San Silvestro e l’anno vecchio non sembrava affatto contento di morire: pioveva a dirotto ed il vento agitava i decori luminosi e le cime degli alberi come onde di un mare in tempesta. Il telegiornale delle otto aveva mostrato immagini di coste battute dalla bufera e vette candide, ma le previsioni del tempo escludevano, per il momento, nevicate a bassa quota.

Aurelio , rivolto alla moglie, con tono di trionfo esclamò “Visto?!”

Lei rispose con noncuranza: “Ma sì. Hai ragione, il tempo non è poi così brutto come sembrava”. Ora che era certa che il suo ragazzo, uscito in macchina per andare a festeggiare Capodanno con gli amici, non rischiava di rimanere bloccato dalla neve, si sentiva più tranquilla ed era anche disposta a lasciare l’ultima parola al marito.

Aurelio, per evitare discussioni in una serata così speciale, lasciò cadere l’argomento.

“Vado a letto, sono stanca. Tu che fai?” chiese la moglie alzandosi dal divano.

“Io resto in salotto – rispose il marito –  ma, se mi addormento, quando manca un quarto chiamami”. Avevano concordato di festeggiare insieme lo scoccare della mezzanotte aprendo una bottiglia di spumante ed Aurelio era certo la “Chioccia”, così chiamava tra sé la moglie, sarebbe rimasta sveglia: quando il figlio era fuori si rotolava tutta la notte insonne tra le lenzuola come un’anima in pena fino a quando non sentiva la chiave girare nella toppa. Tanta materna apprensione per un giovanotto più che maggiorenne irritava Aurelio ma, almeno in questa occasione, tornava utile.

Anche lui, comunque, aveva tirato un respiro di sollievo ascoltando il Meteo: la prospettiva di affrontare la tormenta per recuperare l’erede bloccato senza catene chi sa dove non gli sorrideva affatto.

Aurelio, del resto, era abituato a trascorrere le sue serate da solo. Marito e moglie avevano gusti televisivi inconciliabili e, per evitare la guerra del telecomando, si erano divisi il territorio: lui occupava il salotto, lei si impadroniva della camera da letto. E quella notte, poi, stava proprio bene rintanato al calduccio nella sua poltrona preferita, avvolto in un morbido plaid, con l’albero di Natale illuminato, l’odore di resina e di mandarini, il vento che scuoteva le persiane: non aveva bisogno di compagnia.

Dopo aver saltellato qua e là tra i canali, decise di fare un pisolino: i programmi, sotto le feste, gli sembravano ogni anno più noiosi, ma le soporifere trasmissioni dedicate ai fatti accaduti nei precedenti trecentosessantacinque giorni se non altro gli avevano conciliato il sonno. Spense il televisore e, dato che diffidava della tecnologia orientale a basso costo, staccò anche la presa delle luci intermittenti dell’albero. Poi chiuse la luce e si sdraiò sul divano tirandosi la coperta sopra la testa.

All’improvviso si rese conto di avvertire un leggero fastidio allo stomaco, forse un’avvisaglia d’indigestione. E dire che non avevano neppure fatto un vero cenone! il figlio andava a ballare con gli amici e così, alle sette si erano messi tutti e tre a tavola: la moglie aveva preparato qualche tartina, antipasti e pesce, niente di pesante, però forse si era sbilanciato troppo con il vinello frizzante ed il capitone.

Si girò sul lato destro perché la spalla sinistra gli faceva male: era mancino e di recente aveva giocato a tennis. “Ormai non ho più l’età per queste ragazzate – borbottò tra sé –  passati i cinquanta conviene tirare i remi in barca”. Mentre studiava una strategia salutista da mettere in atto dopo la Befana, si addormentò profondamente.

Non riusciva a capire in che luogo fosse. Vagava per i corridoi di una casa sconosciuta, sentiva i tipici rumori di una cucina in attività l’eco lontano di voci femminili, ma lungo le pareti non c’erano porte. Senza sapere come, si ritrovò in un salotto ampio e luminoso, con una tavola imbandita e, in un angolo, un enorme albero di Natale addobbato con le decorazioni che si usavano prima dell’era della plastica. Aurelio si avvicinò per osservare quelle fragili forme di vetro colorato che gli ricordavano la sua infanzia: mentre fissava incantato gli uccellini, le casette, i funghi, le pigne, le stelle,  le sfere iridescenti che pendevano dai rami, un improvviso rumore di stoviglie e di posate lo fece voltare: a tavola sedeva, al completo, quella che era stata la sua famiglia: i nonni, la mamma, il babbo ed il fratello Sandrino, morto giovane. Si passavano i piatti di portata, versavano vino nei bicchieri e conversavano, chiassosi come sempre in simili occasioni. Il pranzo sembrava già a buon punto. Senza chiedersi da dove fossero sbucati, Aurelio li salutò allegramente.

“Siete venuti a farmi gli auguri di Buon Anno!” esclamò, per niente intimorito: gli capitava spesso di sognare i suoi morti ed erano sempre incontri gradevoli, forse perché in vita li aveva davvero amati, senza condizioni.

Prese una sedia e si accomodò tra il fratello e la madre: quello, da ragazzo, era il suo posto a tavola.

“Veramente sei tu che hai deciso di venire festeggiare con noi – disse la mamma – e ci fa tanto piacere. Vedrai, si sta bene qui.”

“Davvero mamma? Allora questo è il tuo Paradiso, è così che te lo immaginavi, non è vero?” domandò Aurelio. Gli era sempre piaciuto prendersi gioco dell’ingenua devozione di sua madre.

La madre non si offendeva e gli teneva testa ricorrendo alla saggezza popolare: “Ridi pure – lo minacciava scherzosamente – ma aspetta di diventare vecchio: quando il corpo si frusta l’anima si lustra!”.

“Sì, è proprio il Paradiso, Aurelio” disse la nonna con voce serena.

“E come mai c’è anche il babbo che bestemmiava come un turco, non ha voluto il prete al funerale e, scusa babbino, ma quel che è vero è vero, metteva pure le corna a mamma?” chiese Aurelio con tono impertinente.

“Ho pregato tanto per il mio figliolo e il Cielo è misericordioso” mormorò la nonna.

“Tra marito e moglie si perdonano tante cose – aggiunse la madre – ed in fondo tuo padre è un brav’uomo, lo sai.”

“E tu invece sei il solito diavolaccio scomunicato” commentò aspro il nonno, uomo notoriamente di poche ma sostanziose parole.

Aurelio trovava un po’ insolita la reazione dei familiari, ma continuò a scherzare.

“Così in Paradiso si sta tutti insieme, buoni  o cattivi! Strano!” aggiunse, fingendosi stupito.

“Solo per le Feste” replicò il padre.

“Questo mi pare già più ragionevole, babbo! – osservò con apparente serietà Aurelio – lo dice anche il proverbio  “Natale con i tuoi…” ma il resto del tempo immagino che tu stia “di sotto”. E come te la passi laggiù, al caldo? Sai, tanto per prepararmi…mi sa che quando sarà la mia ora verrò a farti compagnia.”

Se Aurelio toccava questo argomento il padre, da vivo, aveva sempre la battuta pronta. Ora però rispose seccamente: “Sta zitto, va’! che è meglio.”

“Te lo dicevo io! Lo dovevi mandare a zappare la terra, non all’università – aggiunse aspro il nonno – Lo vedi! Più studiano meno capiscono! soldi buttati via! Non sa neppure dov’è.”

“Dimmelo tu, Sandrino, che sei un ragazzo con la testa sulle spalle, in che posto mi trovo?” chiese Aurelio, nascondendo con un sorriso lo stupore per  la brusca risposta del padre.

“Non lo so, non sono in grado di dirti dove siamo e cosa accade, mi dispiace.”

“Ma che importa, siamo tutti di nuovo insieme e felici – disse la mamma, stringendo affettuosamente la mano di Aurelio – anche tu, figlio mio, sei contento, non è vero?”

Aurelio in effetti provava una piacevole sensazione di leggerezza: le preoccupazioni per il lavoro, il mutuo, le rate della macchina sembravano svanite. Si sentiva “a casa” ma di nuovo come figlio, non come padre.

“E sai perché sei così sereno? – proseguì la mamma – perché questo è il punto in cui passato e presente divengono la stessa cosa ed il futuro non esiste più.”

“Sì, mamma ha ragione, – aggiunse Sandrino – io volevo fare qualcosa d’importante nella vita, ero sempre indaffarato e  preoccupato, eppure avevo solo venti anni! Ora sono tranquillo. Vedrai, ti piacerà non dover più pensare al futuro.”

Aurelio ebbe un attimo di sgomento, sognava volentieri i suoi cari, ma quella conversazione stava diventando imbarazzante.

“Perché dici che non avrò più futuro? Io sono vivo!” replicò spaventato.

“Non ti ricordi…- gli sussurrò Sandrino in un orecchio – eppure lo sai: la morte verrà come un ladro nella notte!”

Aurelio, terrorizzato, sentì una specie di tuffo al cuore. Il bel sogno era diventato un incubo. Ora voleva a tutti i costi svegliarsi, essere certo di respirare, di muoversi, di essere ancora vivo.

Quel dolore allo stomaco, il fastidio al braccio potevano essere i sintomi iniziali di un infarto, forse era morto e non se ne rendeva conto.

Si ricordò che da bambino aveva sentito tante volte la nonna e la mamma raccontare storie di parenti defunti che si presentavano al letto dei moribondi per accompagnarli nell’aldilà: era una credenza diffusa nelle valli alpine da cui proveniva la sua famiglia e, ovviamente, le due donne trovavano rassicurate la prospettiva di non dover percorrere da sole la lunga strada fino al Paradiso.

Anche il nonno, prima di spirare, aveva ripetuto il nome dei fratelli, morti ormai da decenni, come se salutasse qualcuno presente nella stanza. Suggestione, superstizioni, ricordi d’infanzia oppure era davvero così che andavano le cose, in quel momento?

Aurelio aveva la schiena bagnata di sudore freddo e tremava: pensò che un morto non poteva provare fisicamente paura e si fece coraggio. Con un estremo sforzo di volontà riacquistò il controllo dei suoi muscoli ed riuscì a muovere una mano: avvertiva di nuovo dolore allo stomaco ed alla spalla, dunque era senza dubbio sveglio. E vivo!

“Che stupido – pensò, – spaventarmi così per un incubo! Fino al prossimo San Silvestro, giuro, niente capitone!”

Non aveva più sonno e, dopo qualche secondo aprì gli occhi: notò subito che il salotto non era del tutto al buio: qualcuno si aggirava nella stanza muovendo il fascio di luce di una torcia. Un’ombra umana si fermò davanti al cassettone e cominciò ad armeggiare intorno alla serratura. Aurelio, superata la sorpresa iniziale, reagì d’impulso: balzò in piedi e si gettò addosso all’intruso come una furia. Il ladro, preso alla sprovvista, si voltò di scatto brandendo il cacciavite con cui tentava di forzare il cassetto e lo colpì con forza. Aurelio sentì la punta che gli trapassava il cuore.

“Vuoi un coscetto di coniglio, Lillo? – chiese la nonna – ti piaceva tanto da bambino. Poi zia Pasquina ti regalò un coniglietto di pezza e a te venne il ghiribizzo di non  mangiare più carne di coniglio. Allora il babbo si inventò che era arrosto di opossum. E tutto andò bene, finché zio Antonio non ti portò dall’Australia un opossum di peluche!” I familiari risero, anche se la storiella in famiglia era risaputa.

“Ora sono cresciuto, non faccio più le bizze, nonna” mormorò Aurelio. Si era commosso sentendo, dopo tanti anni, l’antico vezzeggiativo dei suoi primi anni di vita. L’aveva dimenticato.

“Se non ti va il coniglio, c’è la torta di mele – aggiunse la mamma – e qualunque cosa tu voglia, Lillo. Oggi è festa!”

“Vieni a scartare i regali con me – disse Sandrino – come facevamo da bambini. Sono rimasti lì da Natale.”

Il gigantesco abete addobbato in effetti era circondato da una montagna di pacchetti infiocchettati. “Vedi, sono tutti i doni che abbiamo ricevuto nel passato: te li ricordi?”

Aurelio prese una pacco a caso, conteneva il trenino che aveva ricevuto nel Natale del 1965. Nella scatola più grande trovò la sua prima bicicletta, con le rotelline. Aveva sei anni. E poi il Monopoli, il Cluedo con la penna della verità, il Lego. In un angolo scovò il puzzle di cubi di legno che la nonna gli aveva regalato quando aveva tre anni.  Si sentiva felice come se davvero vedesse quegli oggetti per la prima volta e dovesse mettersi a giocare con il fratello fino allora di pranzo.

“Ti sono piaciuti i regali – chiese la mamma – è una gioia passare le Feste insieme, ricordi Sandrino quel Natale in montagna, sotto l’albero dell’albergo avete trovato due slittini uguali.”

“Sì, ma di colore diverso, il mio era rosso. Mi sono tanto divertito sulla neve” rispose Sandrino.

“Cos’è questa specie di scherzo – pensò Aurelio –  mi sembra di essere un personaggio di “Alice nel paese delle Meraviglie” o del “Racconto di Natale”, mancano solo il Cappellaio Matto ed il vecchio Scrooge. Non ho mai fatto un sogno così ridicolo. E poi, a un certo punto, sono sicuro di essermi svegliato. Ricordo che è successo qualcosa di terribile. Una scena confusa…ma sì, c’era un ladro in casa. Ci siamo azzuffati e mi ha pugnalato, al petto…Ho sentito un dolore tremendo al cuore, ma forse è stato solo un incubo ad occhi aperti, un’allucinazione, e ora di nuovo dormo. E mi ritrovo nello stesso sogno di prima. Come se nulla fosse accaduto.”

“Perché sei così pensieroso, Aurelio – chiese premurosa la mamma – ti senti poco bene?”

“Non so cosa mi succede, mamma. Non capisco se sto sognando o vivo un’esperienza reale. Ma forse mi trovo in una dimensione nuova che non conosco. Dimmelo tu, Sandrino, cosa viene ‘dopo’?”

“Dopo cosa?”, domandò il fratello.

“Andiamo, non fare lo gnorri! Metti per ipotesi che io sia morto, non vorrai davvero farmi credere che i defunti, per omnia saecula saeculorum, si baloccano con i giocattoli dell’infanzia ed i ricordi di famiglia! Certo è sempre meglio dell’Inferno, ma questa non può essere l’eternità dopo la vita.”

“E chi ha parlato di eternità? – rispose Sandrino stupito – dammi retta, non perdere tempo a farti domande. Prima o dopo è lo stesso. Posso solo dirti che adesso tutto il passato è presente, ma non per molto. Siamo un punto luminoso che si sta spengendo.”

“E quanto durerà questa condizione?” chiese angosciato Aurelio.

“Beh, dieci minuti, forse quindici: il tempo di sopravvivenza delle cellule cerebrali in mancanza di ossigeno” rispose con tono tranquillo Sandrino.

Aurelio guardò uno per uno i suoi cari: erano sereni e sorridenti, proprio come  se li ricordava al cenone di San Silvestro l’anno prima che il fratello si schiantasse con la macchina contro un albero.

“E dopo? Voi di certo siete morti, ditemi dove siete ora, vi prego! Devo sapere cosa mi accadrà.”

“Purtroppo, figlio mio, noi non sappiamo nulla del futuro – rispose il padre con tono accorato – però posso dirti dove siamo: nella tua mente, ma ancora solo per qualche minuto.”

La moglie di Aurelio, all’ora stabilita, entrò in salotto. Si accorse che il marito dormiva profondamente e, considerato che il maltempo avrebbe ridotto al minimo l’usuale bombardamento di Capodanno,  decise di non svegliarlo e tornò in camera a seguire i festeggiamenti in televisione.

Il figlio di Aurelio rientrò quasi all’alba. Per non disturbare accese la lampada da tavolo nel corridoio, la madre però era già affacciata alla porta della camera e così l’abbracciò augurandole a bassa voce Buon Anno. Poi entrò in salotto, certo di trovare, come sempre in simili occasioni, il padre addormentato sul divano. Quando accostò le labbra alla sua fronte mormorando  “Auguri, papà” subito si rese conto che qualcosa non andava. Aurelio non solo non russava come al solito, ma non respirava affatto: la pelle era appena tiepida e la mano, sfiorata, si era spostata inerte su un fianco.

L’ambulanza arrivò in pochi minuti.

“Infarto fulminante” sentenziò il dottore “Mi creda signora, non è proprio il caso di tentare la rianimazione.”

“Se mi fossi accorta subito… – disse piangendo la donna, abbracciata al figlio – stavo in camera da letto ma ero sveglia. Mi sembrava dormisse così bene… non l’ho chiamato a mezzanotte!  Povero Aurelio, ci teneva tanto a festeggiare insieme l’ultimo dell’anno! Aveva bisogno di me ed è morto da solo!”

“Non deve sentirsi in colpa, signora, non poteva fare nulla per aiutarlo.”

“Ha sofferto?” chiese il figlio, cercando un appiglio consolatorio.

“No, direi proprio di no – rispose pensieroso il dottore – vede com’è composto il corpo! E’ passato serenamente dal sonno alla morte senza neppure accorgersene! Anch’io vorrei andarmene così, quando sarà il momento, tranquillo e incosciente, magari sognando di essere in vacanza su una meravigliosa spiaggia dei Caraibi”.

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Rosanna Bogo