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Archivio per dicembre 2009

Babbo Natale o Gesù Bambino?

Gesù Bambino

La notte era umida e fredda, ma Libero il freddo non lo sentiva proprio: aveva bevuto abbondantemente ed era ancora vestito da Babbo Natale, con le imbottiture che gli facevano da cuscino intorno alla vita e il cappello rosso, in testa, un po’ di traverso. “E’ stata una bella serata – si disse – la vita qualche volta può essere anche piacevole.”

Ripensava alla sua infanzia, alla casettina dove abitava da bambino, proprio dietro la chiesa del paese, a tutto quel suonar di campane e alle bestemmie che suo padre, un operaio, comunista della vecchia guardia, ateo e mangiapreti, cominciava a sgranare, quasi fossero un rosario, appena il prete attaccava con la sua musica.

Anche la mamma aveva inculcato nell’unico figlio, biondo e paffuto, quelle idee di libertà che lui, adesso, si portava nel cuore. Da piccolo si era sentito un po’ diverso: i suoi non lo avevano fatto battezzare e non portava un nome di santo; era stato un po’ difficile spiegare ad un bambino che per lui non ci sarebbe stata una festa per la prima comunione e che, durante l’ora di religione a scuola, doveva uscire per annoiarsi a sfogliar libri in Sala Professori.

Ma, crescendo, ateo e comunista, si era reso conto che i suoi avevano fatto bene, e che non sono le regole dei tonaconi, a questo mondo, che possono fare tutti uguali,  liberi e felici.

Era anche grato ai suoi genitori per averlo mandato a scuola di musica; da principio si era annoiato da morire, con il solfeggio, poi, appena aveva preso in mano uno strumento, tutto era cambiato: la passione lo aveva preso e, affascinato dalla bravura del suo maestro, si era messo in testa di suonare il sassofono, come lui. L’aveva spuntata, anche in famiglia: l’acquisto di un sax non era proprio una spesa modesta, ma i suoi pensarono che fosse il giusto premio per tanta buona volontà. Non divenne, purtroppo, abile e famoso come il suo idolo, che aveva inciso persino dei CD per una nota casa discografica, ma il suo ‘mestiere’ lo aveva imparato bene.

A tutto questo pensava Libero, rientrando lemme, lemme, verso casa. Gli anni erano passati, le difficoltà dell’adolescenza superate; la mamma viveva ancora in quella casettina dietro la chiesa, lui si era laureato in ingegneria, aveva trovato un discreto posto di lavoro nella stessa città universitaria e si occupava di sviluppo di software per la robotica; il sassofono era rimasto il suo amico fedele.

Aveva ancora i capelli biondi, come da bambino, ma ora, a trent’anni, gli erano diventati un po’ più rossicci; erano sempre folti e portava degli occhialoni da vista con le lenti leggermente brunite; si era fatto crescere la barba, ma era una cosa momentanea, bastavano poche settimane per avere un bel barbone rosso carota, poi se lo tagliava, e scopriva di nuovo quella pelle bianca, bianca da bimbo.

In quel momento, pensava, la barba gli faceva proprio comodo, un po’ perché lo proteggeva dal freddo, un po’ perché lo aiutava nel suo travestimento da Babbo Natale.

Nonostante il suo ateismo convinto, e quindi l’assoluta impossibilità di aderire alle celebrazioni che il periodo dell’anno imponeva, Libero era nato e cresciuto di indole mite e con una particolare attenzione verso i deboli, i bambini e i vecchi. Quando c’era un’iniziativa benefica da prendere, era sempre in prima linea. Durante il Natale, lui e qualche suo nuovo amico con la passione della musica si improvvisavano gruppo musicale per andare ad allietare i vecchi nelle case di riposo o i bambini lungo degenti nell’ospedale cittadino; partecipava poi con la banda a tutte le iniziative gratuite e benefiche che potevano dare un minimo di gioia a chi, né a Natale né mai, la gioia sa cosa sia.

Quella sera tornava, appunto, da un concertino tenuto per i vecchi dell’ospizio cittadino; avevano mangiato insieme a loro, li avevano divertiti e si erano divertiti; oltre al repertorio natalizio, avevano cercato di improvvisare dei motivetti che qualche vecchietto ricordava e che aveva accennato per loro canticchiandolo a bassa voce, il tutto fra le risate e i racconti di storie di Natali passati, qualche bicchiere di vino e una manciata di dolci, tutta roba che avevano portato in regalo lui e i suoi amici, s’intende.

Libero faceva oscillare la custodia del sassofono e camminava sulla pavimentazione sconnessa della stradina; pensava a quei granelli di felicità o, almeno, di oblio che da anni dava a tanti sconosciuti, e si sentiva in pace col mondo; le scarpe, grosse, lasciavano per terra impronte decise sulla pietra bagnata, non capiva se per un po’ di pioggerellina o per la nebbia che avvolgeva tutto.

Dondolava anche un po’ la testa, canticchiando muto una canzoncina che gli era rimasta in mente, l’ultima che avevano suonato, una cosina orecchiabile degli anni trenta a cui avrebbe voluto dare un titolo.

Quando passò vicino alla chiesetta alzò un attimo la testa, così, per caso. Stava lì da quattro o cinquecento anni e, da oltre un secolo, era sconsacrata. “Bene, pensò Libero, dovrebbero farlo con tutte. Ficcare in testa alla gente tutta quell’ovatta e tutta quella paura di un omone grande e grosso colla barba bianca…Razza di stupidi!”

Da una delle finestrelle strette, strette che si aprivano sul retro della chiesina gli parve all’improvviso di vedere un bagliore. “Eccolo che arriva, pensò con dileggio, è quasi mezzanotte…O forse è più tardi.” Non ce la faceva a guardare l’orologio, l’imbottitura del vestito da Babbo Natale glielo impediva. Il lampo di luce comparve di nuovo; ora era più vicino.

“Fammi un po’ vedere” pensò, scanzonato; in due passi fu proprio sotto la finestrella ma ora non vedeva più nulla; poggiò con cura la custodia del sassofono contro il muro e, tirandosi su con le mani e arrampicandosi su un paio di pietre sconnesse del muro, riuscì ad arrivare a filo della finestra. Vide un bagliore, poi un Bambin Gesù nella mangiatoia che gli sembrava tremolare e muoversi.

Si lasciò scivolare giù. “Ho bevuto troppo” pensò; non capiva. Cosa stava vedendo? Si tirò di nuovo su, e lo vide di nuovo, il Bambino: ondeggiava, era illuminato, stava venendo, piano, piano, a braccia aperte, proprio verso di lui!

Dovette scendere, aveva di nuovo perso la presa e si era graffiato le mani, cercò di arrivare alla finestrella appoggiandosi alla custodia del sax. Quando fece di nuovo capolino il bambinello era a pochi metri da lui, oltre il vetro spesso e distorcente della finestra, ed una luce dorata lo illuminava tutto. Preso da un’improvvisa paura, si buttò giù di colpo. “Ma che diavolo sta succedendo – pensò – una cosa del genere… e proprio a me?”. Un brivido di freddo gli passò sulla pelle.

“Zitto, hai sentito” fece una voce che sembrava provenire da oltre la finestra, ma che non era certo quella di un bambino. “Sentito cosa? Non ho sentito niente. Stai zitto, se no qui ci scoprono. Il quadro tiralo un po’ dalla tua parte, ancora un po’ e ci siamo.”

Libero riprese il controllo della situazione; la nebbia che aveva in testa per il vino e gli ammazzacaffè si dileguò in un attimo; si spostò in un angolo lontano dalla chiesa, al riparo di un muro di una casa e, senza perdere di vista la scena, con il cellulare chiamò il 112. Al carabiniere assonnato che gli rispose descrisse la scena: ci dovevano essere dei ladri al lavoro nella chiesetta sconsacrata; lasciò le sue generalità e stette ad aspettare. Dopo pochi minuti alcuni carabinieri, a piedi, arrivarono alla chiesetta; contemporaneamente una macchina scura, con solo le luci di posizione accese, si era avvicinata quasi casualmente ad un furgoncino bianco che si intravedeva in lontananza, accanto all’ingresso della piazza.

I carabinieri fecero irruzione nella chiesetta, si sentì un gran trambusto. Poi Libero vide sfilare fuori un paio di individui, saldamente stretti dalle braccia di alcuni carabinieri. Decise allora di farsi avanti e di presentarsi a due graduati che erano rimasti sulla porta della chiesa. “Salve, sono io che vi ho chiamato, cosa è successo?” “Lei è il sig. Libero?” “Sì.” “Ha fatto bene a segnalare l’effrazione. Stavano cercando di sottrarre un quadro della Natività di gran valore.  Sa, qui nella chiesa c’è una mostra organizzata dalla Soprintendenza, sembra che il sistema di allarme…” Ma aveva già detto anche troppo. “Mi favorisca i documenti” fece il carabiniere, cambiando tono.

Libero, impacciato dal suo vestito, ci mise un po’ per trovare il portafogli. Finalmente consegnò la carta di identità al militare.

“Certo, Babbo Natale che salva Gesù Bambino ancora non l’avevo visto…”, mormorò l’appuntato, restituendogli il documento.

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Dr J. Iccapot

Regalo a sorpresa

RegaloNatale3

Mario e Marta si erano conosciuti alla fine di giugno nei corridoi della Facoltà. Aspettavano di sostenere un esame particolarmente affollato, il professore era in ritardo, e così avevano trascorso insieme quasi tutta la mattina, chiacchierando del più e del meno per scaricare la tensione dell’attesa. Per festeggiare il buon esito della prova si erano concessi un cono gigante della rinomata gelateria “Iceberg”.

Frequentavano dipartimenti diversi e, per uno strano caso, non si erano mai incontrati neppure in biblioteca o alle assemblee. Dopo una settimana già stavano insieme.

Marta viveva in famiglia, Mario invece veniva da una piccola località del Sud ed abitava alla Casa dello Studente. I suoi avevano una tabaccheria nella piazza principale del paese ed ogni mese, risparmiando all’osso, riuscivano a mandargli un vaglia postale con una somma che a loro sembrava notevole, ma a fatica copriva le spese del figlio per i libri, l’abbonamento urbano, la colazione al bar e la mensa. Un biglietto del cinema con lo sconto studenti, una pizza con gli amici, una serata in discoteca, erano extra che Mario si concedeva di rado.

Da quando aveva la ragazza la situazione era peggiorata: Marta, figlia di un dentista, era attenta a non far pesare la diversa condizione sociale, al bar o in trattoria chiedeva sempre di pagare alla romana, ma ogni tanto Mario si sentiva in dovere di regalarle un mazzolino di fiori, un disco o un libro.

Ormai la loro storia durava da cinque mesi e le Feste si avvicinavano. Mario, già alla fine di settembre, aveva cominciato a risparmiare per offrire alla sua Marta un dono davvero bello per il loro primo Natale insieme, ed in effetti era riuscito ad accantonare un discreto gruzzoletto.

Le gioiellerie ed i negozi che vendevano must e accessori di marca rimanevano per lui un miraggio, però aveva ugualmente trovato un regalo “giusto” per l’occasione: un mini pc portatile. Pesava poco meno di un chilo e Marta avrebbe potuto portarlo a lezione o in biblioteca senza stancarsi.

Quando, alla metà di dicembre, si recò nel discount di elettronica il negozio era affollato come un autobus alle otto di mattina: la maggior parte dei clienti si limitava però a curiosare o prendere nota dei prezzi, Mario invece aveva già deciso colore e modello e cercò subito un commesso libero. Con la sua scatola sotto braccio si diresse allegramente verso la cassa ma quando, per pagare, mise mano alla tasca posteriore dei jeans, rimase di sasso: il portafoglio non c’era più.

Per fortuna teneva la patente ed i documenti nel taschino del giubbotto, ma tutti i suoi risparmi avevano preso il volo. Tornò a casa senza computer e con il morale a terra. Aveva ancora qualche decina di euro nascosti nel cassetto della scrivania, ma potevano bastare al massimo per un mazzo di fiori o un CD.

Il suo compagno di stanza notò subito che qualcosa non andava e Mario si sfogò volentieri con lui. Stefano, il coinquilino, era un giovanotto pieno di risorse sempre pronto a dispensare i suoi consigli agli amici in difficoltà:

“Una volta – disse a Mario – nella tua situazione mi sono salvato regalando alla mia ragazza un cucciolo di barboncino. Poi mi ha lasciato, ma ha tenuto il cane: diceva che era più fedele e intelligente di me”

“Un cucciolo di razza però costa…”obiettò Mario

“Non sempre – disse Stefano – esistono canili dove ti danno gratis non solo simpatici meticci ma anche esemplari di razza che i padroni non vogliono o non possono più tenere. Non hai idea di quante povere bestie la gente abbandona: dobermann, huski, labrador, alani, levrieri!”

“Alla mia ragazza non piacciono i cani, ma tempo fa aveva un gatto a cui era molto affezionata. Un giorno è scappato per i tetti e di certo sarà finito sotto qualche auto.”

“Bene, allora  un micio potrebbe essere la soluzione che ti serve”

“Ma dove lo trovo? Non posso mica portarle un gatto selvatico catturato ai giardinetti”

“Certo che no, ma ci sono anche ricoveri che ospitano felini senza padrone: magari trovi pure una bestiola di razza e fai una bella figura!”

Mario si lasciò convincere: con gli ultimi risparmi comprò, su suggerimento di Stefano, un cestino da trasporto in vimini con sportello e  maniglia. Insieme ad un amico, fornito di auto, raggiunsero il “gattile” che ospitava i derelitti di tutta la provincia, un casale un po’ trasandato sperduto nella campagna.

La signora che li accolse fu molto gentile e mostrò a Mario gattini di tutti i colori: rossi, tigrati, tricolori, neri, bianchi, bianchi con macchie nere.. Mario esclamava di continuo “com’è carino, che musetto simpatico” ma non si decideva mai a scegliere. Alla fine confessò la verità: voleva un gatto di razza.

“In questo periodo – disse la signora del ricovero, per niente scandalizzata dalla richiesta – abbiamo solo due giovani siamesi che appartenevano ad una vecchietta morta da un mese… la padrona però voleva che fossero adottati in coppia. Ci sarebbe anche un certosino, simpatico ma non proprio di primo pelo … se vuole glielo mostro”

“Si, sono curioso di vederlo, non sapevo neppure che esistesse una razza con un nome così buffo.

Io non mi intendo di gatti, so solo che miagolano e fanno le fusa, però vorrei regalarne uno per Natale alla mia fidanzata, a lei piacciono molto”.

Il certosino dormiva in un angolo della grande cucina del casale, vicino al caminetto. Aveva una bella pelliccia grigio-marrone con le zampe più scure ma, in effetti, non si poteva definire un gattino.

“Mi garantisce che è di razza?” chiese Mario

“Non ha il pedigree, però si vede che non è un meticcio. Tenga presente che un cucciolo di certosino può costare anche cinquecento euro e poi, se lo prende, fa un’opera di bene perché questa bestia è triste, ha bisogno dell’affetto di un padrone”

“Dicono che i gatti si affezionano solo alla casa…”obiettò Stefano, schierato con il partito dei cani.

“Sciocchezze – disse la signora – si vede che anche lei non conosce questi animali”

Mario non aveva molta scelta: il certosino era gratis. E poi poteva commuovere Marta con il racconto dell’infelice destino del gatto malinconico, condannato ad invecchiare in quel ricovero cadente mentre i cucciolini trovavano subito casa. Così l’adozione si fece: Mario firmò le carte necessarie, lasciò dieci euro di contributo per il Natale del “gattile” e uscì dal casale reggendo a fatica il cesto con dentro il certosino che intanto continuava a dormicchiare, come se quello strano viaggio non lo riguardasse.

Era il pomeriggio del 22 dicembre e Mario doveva ospitare il suo regalo per almeno due giorni: fortunatamente durante le vacanze la Casa dello Studente era semivuota, nessuno lo aveva visto entrare con il clandestino, ed anche Stefano l’antivigilia sarebbe partito.

La signora del ricovero gli aveva consegnato un documento con le vaccinazioni del micio ed un piccolo manuale per padroni inesperti intitolato “Adesso ho un gatto”. Come un neo-padre Mario si attenne scrupolosamente alle istruzioni: comprò la cassetta e il relativo granulato assorbente, due ciotole, per l’acqua e per il cibo, scatolette di vari gusti, croccantini, per la pulizia dei denti e uno speciale tronchetto “grattaunghie”. L’acquisto del corredo esaurì del tutto le sue risorse.

Il felino, appena uscito dal cesto, con uno sguardo prese possesso della stanza e dettò le sue condizioni: per prima cosa si impossessò della poltrona davanti alla tv, quindi fece capire che avrebbe mangiato solo bocconcini di agnello infine, la mattina dopo, miagolando con insistenza alle cinque, comunicò l’ora in cui desiderava fare colazione. Il manuale suggeriva latte tiepido con croccantini. Poi tornò a dormire, ovviamente il gatto, perché Mario non riuscì più a chiudere occhio. Durante il giorno faceva una passeggiatina per la stanza, si arrampicava sui ripiani della libreria, giocava con qualche oggetto che trovava sotto il divano o in un angolo e, ogni tanto, saliva sul davanzale della finestra e guardava il gelido paesaggio invernale godendosi il tepore del sottostante termosifone. Però, per lo più dormiva, acciambellato sul letto o in poltrona.

“I gatti sono proprio odiosi – borbottò Stefano preparando la valigia – questa palla di pelo non fa nulla tutto il giorno ma ha l’aria di un lord che si degna di soggiornare nel cottage dei sui contadini”

“Però è silenzioso, miagola solo quando vuole qualcosa. I cani invece abbaiano per passatempo” notò Mario.

Giunse finalmente la mattina di Natale: per abbellire il suo protetto Mario aveva comprato un collarino blu con bubbola d’ottone. Al gatto però quel ridicolo sonaglio non piaceva e con le zampe tentò in tutti i modi di togliersi di dosso l’orpello: alla fine la testardaggine felina trionfò ancora una volta sulla volontà umana. Mario decise allora di decorare il cesto con nastri e fiocchi dorati che aveva trovato nel cassetto di Stefano, avanzi dei pacchetti che l’amico aveva preparato per i familiari. Il micio non si oppose.

Mario suonò con un po’ di titubanza alla porta di casa di Marta, il palazzo era elegante, c’era persino il portiere ed un bel giardino all’ingresso.

Forse regalare un gatto “vintage” ad una ragazza di buona famiglia non era stata una buona idea. Decise di lasciare la cesta fuori dalla porta e saggiare prima il terreno. Marta aprì la porta e lo fece accomodare in salotto. Da sotto l’albero prese un pacchetto che consegnò al fidanzato con un bacio e un “buon Natale”. La confezione conteneva un i-pod ultima generazione.

“E’ davvero un bel regalo, io invece ti ho portato una cosa un po’ particolare, non so se ti piacerà…”

“Se non mi piace la riporto al negozio e la cambio – disse ridendo Marta – ma vedrai che mi piace”. Dato che il fidanzato non aveva con sé nulla di voluminoso pensò che le avesse comprato un oggettino d’oro, magari un paio di orecchini poco costosi.

Mario si fece coraggio: “Chiudi gli occhi e non li aprire finché non ti dico: guarda!” disse alla fidanzata e andò a prendere la cesta.

La posò sul pavimento ed apri lo sportello: il certosino si affaccio incuriosito. Mario allora esclamò “Guarda!”. Quando Marta aprì gli occhi e vide il musetto che sporgeva guardingo dalla cesta lanciò un grido. Mario si sentì sprofondare, non pensava di avere fatto una cosa così terribile.

“Baron!” urlò Marta

“MAUUA” miagolò il certosino

Marta ed il gatto si corsero incontro, la ragazza prese in braccio il micio che si mise a fare le fusa come un motore di tram.

“Baron! Non sei morto, non sei morto!” ripeteva Marta.

Baron, con le zampine posate sulla spalla della ragazza, esprimeva tutta la sua gioia ritraendo ed estraendo le unghie, il gesto del gattino che succhia il latte.

Mario non sapeva che pensare: su un tavolino da fumo vide la foto di un gatto: in effetti sembrava proprio il certosino del rifugio, solo un po’ più giovane e grasso.

“Ma sei sicura che sia il tuo gatto?” domandò, quasi temesse di aver creato un nuovo caso Bruneri-Cannella.

“Certo che è lui, riconoscerei Baron tra mille certosini. Dove eri finito, mascalzone! – esclamò con le lacrime agli occhi – Ma come hai fatto a trovarlo? Questo è il regalo di Natale più bello che abbia mai ricevuto!”

Marta posò a terra il micio che subito infilò il corridoio. Dopo qualche secondo si sentì un insistente miagolio: Baron, agitato per l’emozione, doveva andare urgentemente alla toilette, ma nella lavanderia accanto al bagno di servizio non aveva trovato la sua cassetta.

Mario, ormai esperto gattofilo, comprese al volo il problema e uscì di nuovo sul pianerottolo: aveva portato anche la cassetta con la graniglia.

Il ritorno di Baron rallegrò incredibilmente i familiari di Marta. Mario fu invitato a pranzo: era la prima volta che accadeva.

“Pensi, giovanotto, che la mia bambina ha pianto settimane per colpa di quel vagabondo a quattro zampe!” disse scherzosamente il padre dentista.

“Stava con noi da quattro anni, tutti gli volevamo bene – aggiunse il fratello – però Baron amava solo Marta”.

“Allora adesso ho un rivale” ribatté Mario.

Baron, quasi avesse compreso la battuta, smise di addentare il pezzetto di agnello nella sua ciotola posata  sul pavimento accanto alla sedia della sua padroncina e saltò in grembo a Marta, strusciando il muso sul collo della ragazza: tutti risero.

“Giù, giù, Baron – disse Marta – fai il bravo gatto”

“Non è affatto bello mostrarsi gelosi del proprio salvatore – lo rimproverò il fratello, prendendolo per la collottola – finisci di mangiare il tuo agnello e comportati da felino moderno”

Mario, divenuto una specie di eroe domestico, fu costretto a raccontare più volte, per filo e per segno, le varie fasi del ritrovamento di Baron. Ovviamente non raccontò la verità: disse che era per caso in visita al “gattile” con due amici e Baron lo aveva colpito per la sua bellezza e vivacità, così aveva pensato di regalarlo a Marta. Tutti i presenti si commossero.

“Abbiamo cercato il fuggitivo dappertutto, anche con manifesti appesi per la strada, ma non potevamo certo pensare che fosse finito in un podere a trenta chilometri dalla città!” osservò la madre di Marta.

“E’ un ricovero che serve tutta la provincia” spiegò Mario.

“L’importante è che sia di nuovo a casa…non avevo voluto un altro gatto perché in cuor mio sentivo che era ancora vivo – disse Marta – e speravo che ritrovasse prima o poi la strada di casa”.

“Comunque è un caso incredibile. Il destino gioca davvero strani scherzi”, disse il fratello.

“No, il destino non c’entra, questo è un piccolo miracolo di Natale” esclamò Marta, rivolgendo a Mario uno sguardo colmo d’amore e di riconoscenza. Baron già dormiva sulla poltrona accanto al termosifone.

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Rosanna Bogo

Il premio

AlberoNatale

Marco spense il computer con una certa soddisfazione, prese il badge dalla tasca del cappotto e si avviò verso l’uscita con passo svelto. Ogni tanto può accadere che una giornata iniziata sottotono diventi all’improvviso migliore; era quello che era accaduto a lui, dopo che il capo aveva comunicato a tutti coloro che avevano preso parte al progetto speciale per l’innovazione che avrebbero ricevuto un bonus in denaro come premio per il miglior progetto messo in campo dai vari settori dell’azienda. Marco, a dire il vero, non aveva fatto granché, ma avrebbe ricevuto comunque ottocento euro in più rispetto alla tredicesima, e questo lo aveva messo di buonumore. Sua moglie era in cassa integrazione da due mesi e avevano deciso che questo Natale sarebbe stato più modesto del solito, per risparmiare qualcosa da accantonare. Dopotutto con due bambini che crescono il denaro ha la sua importanza. Avevano deciso di moderare soprattutto le spese per i regali, compresi quelli per i piccoli, ai quali sarebbe stata spiegata la differenza tra necessario, utile e superfluo, unendo alla necessità di limitare le loro richieste anche un intervento educativo di un certo valore. Nonostante tutti questi ragionamenti, condivisi con Laura nei giorni precedenti, Marco si rese conto che l’annuncio di quei soldi in più aveva subito minato le sue convinzioni. Un’idea gli era balenata immediatamente nella testa e aveva deciso che l’avrebbe messa in pratica appena uscito dal lavoro.

Dunque prese la macchina e si diresse verso il centro commerciale. Si fermò nel parcheggio sotterraneo, prese l’ascensore e salì al primo piano, dove un’allegra musica natalizia si confondeva tra le voci dei clienti e il rombo dei carrelli in movimento. Prima tappa: il gioielliere. Laura non comprava un gioiello da anni. Scelse senza indugio un paio di orecchini con un bel pendente, senza badare a spese. Poi via al reparto giocattoli: per Linda l’ultima versione della sua bambola preferita, con tanto di macchina e fidanzato. E per Gianni, che aveva insistito per mesi e poi si era arreso, il sospirato telefonino. Pagò con la carta di credito, senza pensieri. Depose i sacchetti nel carrello del supermercato, dove fece la solita spesa, come ogni venerdì. Si fermò su una panchina e scrisse i biglietti di auguri: avrebbe tenuto i pacchetti nascosti per tutta la settimana, doveva essere una vera sorpresa per tutti e tre. Poi l’ascensore lo ricondusse verso la sua auto. Durante la discesa, con la borsa della spesa in una mano e i tre sacchetti nell’altra, riuscì a stento ad afferrare le chiavi della macchina dalla tasca dei pantaloni. Pochi passi dopo l’uscita dall’ascensore un rumore metallico lo avvertì che gli erano appena sfuggite di mano. Chinarsi per raccoglierle era un problema, con tutti quei sacchetti in bilico sulle dita, perciò proseguì. Cercò la macchina con lo sguardo, la trovò lì vicino. Una rapida occhiata intorno; non c’era nessuno. Abbandonò per un momento le borse vicino alla macchina e tornò indietro a raccogliere le chiavi. Quando, dopo neanche trenta secondi, fu di nuovo lì, rimase di sasso: le borse con i pacchetti erano scomparse. La spesa c’era tutta, mancavano solo i regali. Il cuore iniziò a battergli forte nel petto. Girò lo sguardo intorno, ma non riuscì a vedere altro che automobili, e il silenzio era completo. Rimase un po’ lì, come intontito. Alla fine si decise a ripartire. Mise la borsa con la spesa sul sedile davanti, come faceva sempre nonostante le sgridate di Laura, e uscì lentamente dal parcheggio cercando con lo sguardo, in ogni angolo, qualcosa che potesse dargli la speranza di ritrovare i suoi regali. Niente.

Il viaggio verso casa fu surreale. Gli sembrava di scivolare sull’asfalto e rimase imbambolato davanti al semaforo anche dopo che era scattato il verde. Durante la cena fu taciturno, tanto che Laura gli chiese se stesse bene. Mentendo rispose di sì. La moglie pensò che fosse successo qualcosa di sgradevole in ufficio e quando furono a letto glielo chiese di nuovo. Marco ebbe addirittura il coraggio di rispondere di sì, che era deluso perché al suo ufficio non avevano dato il premio in denaro per il progetto innovativo e che c’era rimasto un po’ male, perché avrebbe voluto fare dei regali a lei e ai ragazzi, proprio con quei soldi. Si sentì vigliacco perché non aveva il coraggio di confidarle quanto era accaduto e fu contento che il buio coprisse la sua bugia. Il giorno dopo cercò di non pensarci più e pian piano riuscì a tornare alla normalità. L’episodio dei regali gli tornava di tanto in tanto alla memoria e lui subito cercava di occupare la mente con altri pensieri, perché ogni volta sentiva una insopportabile fitta allo stomaco.

E venne Natale. La mattina del 25 Dicembre, prestissimo, Laura svegliò Marco perché andasse a mettere sotto l’albero i regali che, insieme, avevano comprato per i bambini. Per Linda una sciarpa con i guanti, per Gianni un paio di scarpe da ginnastica. Poi c’erano i regali dei nonni e quelli di qualche amico. In tutto una decina di pacchetti. Marco li sistemò con cura uno accanto all’altro, poi tornò a letto in silenzio. Il pensiero dei regali mancanti lo faceva ancora soffrire, era una sconfitta che non poteva dimenticare. Farsi rubare i pacchi sotto il naso, così, non era degno di un bravo padre di famiglia. Qualcun altro avrebbe gioito per quei regali mentre ai suoi bambini non restava che far finta di essere felici per aver ricevuto doni utili. Tornò a letto e si riaddormentò di un sonno agitato.

Lo svegliò Gianni. Lo stava…baciando…sì, gli aveva dato un bacio…. Marco sobbalzò sul letto. Gianni non lo baciava dall’età di cinque anni! Gli stava anche dicendo “Grazie, papà, grazie!”.

Quando riuscì ad aprire gli occhi il ragazzino era già corso via….”Ma che diavolo sta succedendo?” si chiese Marco. Si alzò e si recò nel soggiorno, dove tutta la famiglia stava scartando i regali.

Gli mancò la terra sotto i piedi quando vide Linda scartare la sua bambola, Gianni con le dita e gli occhi concentrati sul telefonino nuovo e Laura con in mano il pacchetto con gli orecchini. Non seppe dire una parola. La moglie gli andò incontro e lo baciò: “Grazie, amore. Anche se non capisco come possa accadere che uno vada a comprare dei regali, scriva i biglietti e poi si dimentichi tutto in macchina. Certe volte ho difficoltà ad entrare nella tua testa, amore mio. Comunque grazie davvero.”

Marco deglutì, guardò Laura e le sorrise, cercando di mascherare l’imbarazzo: “ E’ che il mio ufficio.. l’ha vinto, poi, il progetto innovazione… Allora ho pensato di festeggiare…”. Sentì il calore della vergogna salire sul suo viso; si voltò e si mise a guardare fuori dalla finestra, dando le spalle alla sua famiglia. Non sapeva come era potuto succedere, gli sembrava di impazzire. Allora guardò il cielo, e l’azzurro dell’infinito gli sembrò particolarmente luminoso.

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Beatrix

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Una notte, un grido, un viaggio – II

(pseudo-giallo a puntate)

SECONDA PUNTATA: I PENSIERI

L’uomo e la donna rimasero di nuovo soli, ma almeno erano riparati dal freddo e dal buio. L’uomo pensò che forse la donna avrebbe voluto continuare la conversazione, ma non aveva alcuna voglia di farlo. Si trovava alla stazione a quell’ora per un motivo ben preciso, che non poteva dimenticare. La donna continuò a guardare quel giovane che sembrava voler calcare un cerchio sul pavimento con i suoi passi. In fondo aveva un’aria tenera. Appariva imbarazzato e pensoso. Provò ad immaginarlo sui libri. Doveva essere uno studente, oppure un musicista. Gli guardò le mani, ma non sembravano le mani di un violinista o di un pianista. Sembravano più di uno scrittore. Non aveva anelli, probabilmente non era sposato, ma sicuramente aveva una ragazza, carino com’era. Se sua figlia avesse saputo scegliere meglio il fidanzato non si sarebbe trovata con due bambini piccoli – gemelli, come se non bastasse – e un marito sull’orlo del fallimento. Invece aveva voluto fare la fuga d’amore. Romantica, certo, molto romantica. Ma poi finisce, e le conseguenze piangono e mangiano. Quante volte gliel’aveva detto, di non essere precipitosa. E quante volte sua figlia aveva promesso di darle retta. Tutte promesse sprecate. “Voglio essere felice” le aveva detto il giorno prima di scappare col suo eterno amore. Come se fosse facile. Come se la felicità esistesse davvero. Lei lo sapeva, che quello di essere felici è un sogno vano, che non si è mai soddisfatti, che una vita perfetta non è una vita possibile. Lo aveva saputo fin da piccola, sentendo litigare i suoi per i soliti problemi di soldi. Lo aveva provato sulla pelle quando il suo primo bambino era nato e subito morto, come se il destino avesse voluto mostrarle quello che avrebbe potuto avere ma che non le era stato concesso. Se fosse vissuto avrebbe avuto all’incirca l’età del ragazzo che aveva di fronte adesso, l’età di quello sconosciuto che stava condividendo con lei la notte più strana della sua vita.

II giorno in cui il suo matrimonio era finito non aveva provato dolore, aveva solo sentito un po’ di nostalgia, non di quella vita familiare che non era riuscita mai a cucirsi addosso, piuttosto della sua giovinezza, che se ne andava insieme a quelle firme. Suo marito si era preso gli anni migliori della sua vita e non li avrebbe restituiti. Questa era l’unica verità possibile. Da quel giorno erano stati i problemi di sua figlia a riempirle la vita. Crescere i gemellini era un compito che si era addossata volentieri, ma certe volte pensava che, forse, la sua esistenza avrebbe potuto essere cento volte diversa, cento volte migliore. Poi i suoi fratelli si erano rifatti vivi, dopo anni di quasi totale silenzio. La sera prima, all’improvviso, le condizioni di sua madre erano peggiorate e si era resa necessaria la presenza dell’unica figlia femmina, per accudirla negli ultimi giorni della sua lunga vita. Si era fatta portare alla stazione da un taxi. Voleva prendere il primo treno, temeva che aspettare ancora potesse privarla della madre. Se avesse pensato di dover attendere così, in compagnia di un giovane silenzioso, in una stazione quasi deserta dove qualcuno aveva dovuto gridare così forte da squarciare il silenzio avrebbe forse deciso di partire l’indomani.
Ce l’aveva un po’ con il ragazzo, che sembrava intenzionato a non pronunciare parola.

Ehi, siamo da soli in una stazione, ragazzo, cerca di essere carino e dimmi qualcosa.

Ma l’uomo sembrava assorto in tutt’altra conversazione. Doveva essere uno di quegli studenti che credono di sapere tutto e degnano di attenzione solo chi reputano alla propria altezza. Evidentemente era troppo vecchia, o troppo donna, o entrambe le cose. Continuava a girare in cerchio e a guardare il pavimento. Neanche fosse un’opera d’arte. Andiamo, dimmi qualcosa. Guarda che non sei simpatico e ora che ti guardo bene non sei nemmeno un bel ragazzo. Hai il naso un po’ storto verso destra, te l’hanno mai detto? E tra qualche annetto potresti essere calvo. A pensarci bene anche il mio ex marito cominciò così a perdere i capelli. Prima una leggera stempiatura, poi arriva l’autunno e le foglie cadono dagli alberi. Se tu fossi il figlio che non ho forse sarei preoccupata per questo sguardo da pulcino ferito. Invece, mio figlio non è stato.

L’uomo alzò un attimo la testa per lanciarle un’occhiata distratta. I pensieri che lo tenevano incollato con Io sguardo al pavimento non gli davano tregua. Forse a quest’ora suo padre si era già accorto che non era rincasato e forse aveva già svegliato sua madre per dirle che quel suo figlio disgraziato se n’era andato. Avrebbe già dovuto essere in viaggio, se tutto fosse filato liscio, se una titubanza non l’avesse fatto tornare sui suoi passi, per poi fargli di nuovo cambiare idea e riportarlo sulla strada della stazione. Appena in tempo per vedere il treno sparire all’orizzonte, senza che lui avesse potuto salire. E ora si trovava in questa insolita situazione. Il giorno dopo, a Roma, nel pomeriggio inoltrato, avrebbe sostenuto l’ennesimo provino, per una parte poco importante con la compagnia teatrale di un vecchio amico. Non aveva ancora deciso che cosa avrebbe recitato per fare colpo sulla commissione che lo avrebbe giudicato. Forse un pezzo di “Novecento”, il monologo di Baricco, oppure qualche stralcio di Pennac. O forse era meglio andare sul classico, magari Shakespeare. Se non fosse andata bene si sarebbe cercato un lavoretto a Roma, la capitale del mondo, in attesa di un altro provino. Prima o poi qualcuno lo avrebbe notato. Da quella notte era più solo, senza genitori, senza lei.

A suo padre aveva scritto una lettera. A quel suo padre che lo voleva avvocato aveva chiesto perdono. Non ci riusciva, a realizzare i sogni degli altri. Dopo dieci anni di tentennamenti, stava prendendo possesso della sua vita. Dieci anni di lavoretti saltuari, di bugie sulla mancata iscrizione all’università, di silenzi sui sogni covati, Poi la storia con lei, la donna sposata che lo guardava dalla finestra, la donna che gli aveva rapito l’anima e se l’era mangiata. Per due anni si erano visti ogni giorno, di nascosto dal marito troppo impegnato con la segretaria per accorgersi che sua moglie si era innamorata di un ragazzo. Aveva insistito a lungo per convincerla a lasciarlo e a ricominciare tutto insieme a lui. Alla fine si era arreso. Anche per questo se ne andava. Vederla passeggiare al braccio del marito, con la stessa pelliccia che indossava la prima volta che si erano baciati gli faceva un gran male. Ci mancava solo dover trascorrere una notte intera con una donna che ne indossava una quasi identica. Chissà se si è accorta che non la guardo mai. Non lo può sapere, ma quella pelliccia mi fa venire i brividi. E poi anche lei un po’ le somiglia. Forse è un po’ meno bionda, ma da lontano le assomiglia veramente. Chissà se anche tu sei una moglie devota. Sì, lo sei, ne hai l’aria. Se ci fosse tuo marito ti stringeresti a lui come ho visto fare a lei. Sei una di quelle mamme che cucinano per i figli? Il terrore delle fidanzate. Le classiche suocere che vogliono che il loro piccolo si sposi ma poi hanno paura che la nuora non sia all’altezza. Non so se mia madre mi ha viziato. Non mi pare, ho dovuto lottare per farmi rispettare. Ho il mio carattere, papà, quante volte te l’ho dovuto ripetere. Voglio fare l’attore, ci devo provare, se no mi sentirò sempre un fallito, lo vuoi capire?

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Beatrix

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I racconti dell’Avvento

I racconti dell'Avvento
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Nessuno di noi ‘soci fondatori’ di Scrivolo ha precedenti esperienze di scrittura, lo abbiamo già detto; per questo ci costa un certo sforzo l’iniziativa che vi presentiamo oggi: “I racconti dell’Avvento”.

Con un rapido giro di e-mail, perché alcuni di noi neppure si conoscono personalmente, abbiamo deciso di creare, in tutta fretta, una serie di racconti incentrati sul tema del Natale.

Li pubblicheremo via, via che arriveranno, senza un ordine preciso: lasceremo sulla prima pagina del sito un’immagine, cliccabile, per farvi arrivare velocemente a ciascun racconto.

Una nota importante per i lettori: dato che in questi racconti non ci sono né renne seviziate, né Babbi Natale impalati, la lettura è adatta anche ad un pubblico adulto.

Infine, un riferimento personale del dr. Iccapot: il primo “racconto di Natale” che ho letto, e che non posso assolutamente dimenticare, è “Il dono dei Magi”, dello scrittore americano O. Henry. Per tener vivo questo mio ricordo, ho messo il racconto originale e una mia modesta traduzione (per evitare problemi con i diritti d’autore) nell’area di download.

Chiunque voglia raccontare la propria storia di Natale, è il benvenuto, come al solito, sulle pagine di GioVediamoci. Inviate il vostro materiale a info@scrivolo.it

 

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Dr J. Iccapot

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Regalo di Natale

Pista

Natale si avvicinava e, come ogni anno, le maestre delle prime classi erano alle prese con le letterine che i piccoli scolari intendevano inviare a Babbo Natale. Dopo quattro mesi di scuola a fatica riuscivano a mettere insieme tre parole ma volevano a tutti i costi comunicare direttamente con il generoso vecchietto. Si erano accorti che non sempre i genitori riferivano esattamente all’uomo in rosso le loro richieste e così, a volte, capitava che il regalo sotto l’albero non fosse quello desiderato.

Le maestre li aiutavano a disegnare un rametto di pungitopo o di agrifoglio sul bordo della lettera, convincevano i più fantasiosi a non chiedere un treno, una nave, o un razzo spaziale, correggevano gli strafalcioni. Infine scrivevano sulla lavagna l’indirizzo da copiare con cura: Babbo Natale, Polo nord.

Le buste un tempo venivano consegnate ai familiari che tentavano, per quanto possibile, di soddisfare il desiderio espresso dai piccoli scrittori, da qualche anno però, all’ingresso dei negozi di giocattoli, venivano collocate ammiccanti cassette della Posta di Babbo Natale in cui molti bambini imbucavano fiduciosi le loro letterine. Così i genitori sapevano già dove recarsi per fare le veci del benefattore dei loro figli.

L’ultimo giorno di lezione prima delle vacanze natalizie la folla di mamme e nonne in attesa davanti al cancello della scuola appariva particolarmente impaziente. Carlo, come sempre, si teneva in disparte: da quando era in “cassa integrazione” si occupava della spesa, delle pulizie di casa e del figlio, ma essere il solo uomo giovane tra tante donne lo metteva a disagio. La moglie aveva trovato lavoro in una tavola calda e, bene o male, riuscivano a mettere insieme uno stipendio, ma quasi tutto il denaro che entrava in casa serviva per pagare bollette, mutuo e rate del condominio, senza contare le matite, la plastilina, i pennarelli, i quaderni, gli album e tutte le altre inezie necessarie per la scuola del bambino.

Per fortuna durante le Feste venivano invitati a pranzo da suoceri, genitori e fratelli e, risparmiando sulle spese alimentari, potevano accantonare qualcosa per il regalo del loro Giacomino: ormai aveva sei anni e non si accontentava più dei peluche cinesi comprati sui banchi del mercato.

Finalmente la campanella suonò e lo sciame dei bambini si fuse con il piccolo esercito dei parenti. Giacomino al solito faticò per trovare il padre, nascosto in un angolo: aveva in tasca la sua prima letterina a Babbo Natale, ma non disse nulla. Per arrivare a casa dovevano passare davanti ad un grande negozio di giocattoli e, se non erano in ritardo, il padre lo lasciava curiosare qualche minuto con il naso incollato alla vetrina. Tanto, pensava Carlo, guardare non costa nulla, però rimase di sasso quando vide la manina del figlio infilare di soppiatto una busta nella cassetta di Babbo Natale che troneggiava davanti all’entrata del “Paese dei Balocchi”.

Il 23 dicembre, nel tardo pomeriggio, Carlo si fece coraggio ed uscì per andare al negozio di giocattoli e comprare il regalo che il figlio aveva chiesto a Babbo Natale. Nel portafoglio largheggiavano cento euro, tutto quello che lui e la moglie erano riusciti a risparmiare nelle ultime settimane. Non sapeva esattamente cosa avrebbe dovuto acquistare e sperava con tutto il cuore che la spesa non fosse superiore alle sue disponibilità.

Entrò nel “Paese dei balocchi” con un groppo in gola; la commessa all’ingresso impiegò un po’ di tempo per trovare la lettera di Giacomino: si era firmato Mimmo, ma almeno il cognome era scritto correttamente.

Il negozio, a poche ore dal fatidico passaggio della slitta con le renne, era affollato di adulti e, per essere serviti, occorreva mettersi in fila e pazientare. Carlo si ritrovò accanto ad una signora elegantemente vestita ma dall’aria gentile e socievole: mentre aspettavano, per passare il tempo, scambiarono le solite quattro chiacchiere sull’educazione dei figli, i giocattoli nocivi, i danni prodotti dalla televisione, l’uso del computer, argomenti su cui Carlo barò spudoratamente perché in casa sua non c’erano né pc portatili, né collegamenti Internet, né televisori al plasma con canali satellitari ed anche l’albero di Natale era finto, lo stesso da sei anni. Del resto le cose veramente indispensabili per vivere, ripeteva Carlo alla moglie, erano altre: pane e companatico, scarpe, maglioni, cappotti e un tetto sulla testa.

La signora aveva un figlio della stessa età di Giacomino e non era affatto contenta del regalo che Babbo Natale doveva portare al suo bambino: un robot trasformer guidato da un computer. Personalmente avrebbe preferito comprare un meccano o una scatola di costruzioni, giochi formativi che insegnavano ad usare allo stesso tempo le mani e la testa, ma ormai venivano considerati pezzi da museo. Carlo era della stessa opinione, da bambino costruiva con il Lego piccoli castelli e per ore giocava con i pezzi degli scacchi come fossero davvero re, regine e cavalieri.

“Ha ragione – disse la signora – questi congegni elettronici uccidono la fantasia dei nostri figli. Una volta i bambini riuscivano a creare un intero mondo immaginario con due bambole o qualche soldatino”.

Quando venne il loro turno la signora si rivolse al commesso, un tipo sveglio che trovò subito l’oggetto richiesto; la ragazza che serviva Carlo aveva invece un’aria quasi annoiata, diede un’occhiata alla letterina di Giacomo e, senza dire una parola, andò nel deposito. Carlo notò che il robot trasformer era molto costoso, ma la signora non parve contrariata ed estrasse tranquillamente dalla borsetta una carta di credito.

La commessa tornò dopo qualche minuto con una pista elettrica per automobiline.

“Centoquaranta” disse con tono neutro, spolverando la scatola.

“Non potrebbe farmi un piccolo sconto?” chiese Carlo, pensando ai suoi cento striminziti euro.

“Qui pratichiamo il prezzo fisso, Signore, non ha visto il cartello? E poi guardi, è preso bene perché non è un prodotto nuovo ed ha solo due macchinine. Il modello superiore, uscito quest’anno, con quattro macchine costa 220”.

“E un modello inferiore non lo avete?” Carlo provava un certo disagio perché si era accorto che le persone intorno a lui seguivano con interesse la sua strana trattativa. Anche la signora del robot.

“Ma, scusi, con meno di due automobiline in pista non ci sarebbe gara!”

“Beh, allora devo pensarci un attimo”.

“Come vuole, però credo che questo sia l’ultimo pezzo rimasto”.

Il proprietario del negozio si avvicinò con aria gentile per risolvere l’intoppo.

“Qualche problema, Signore?”

“Il Signore vorrebbe uno sconto” disse aspra la commessa.

“Mi spiace proprio ma non è possibile… la scatola però è un po’ rovinata in un angolo. Possiamo togliere cinque euro. Mi creda, trattato bene!”

“Si, ma devo pensarci ancora, prima di decidere” disse arrossendo. Borbottò un saluto e si avviò verso la porta. Il padrone e la commessa lo guardarono con un misto di compassione e disprezzo.

Carlo notò che la signora del robot non c’era più e fu contento di non avere fatto una così magra figura davanti a lei. Ora però non sapeva come dire alla moglie che non aveva comprato il regalo. Non poteva  chiedere in prestito trentacinque euro al cognato, gli doveva un cinquantino, e la madre, quella settimana, gli aveva già allungato un po’ di contante tirando il collo alla sua magra pensione.

Uscì dal “Paese dei Balocchi” depresso e umiliato. Fosse stato un collier di diamanti… ma un padre che non può soddisfare il desiderio di un bimbo di sei anni è davvero alla canna del gas.

Si allontanò dalla luce delle vetrine camminando a testa bassa, rasente al muro; fatti pochi passi notò a terra qualcosa di chiaro, una carta arrotolata, si piegò e la raccolse: era la ricevuta di uno dei migliori Salon di parrucchiere della città avvolta attorno a due biglietti da venti euro. Alzò la testa e vide in cima alla strada la signora che aveva incontrato nel negozio: lo stava fissando, poi si voltò e sparì nella vicina piazza, colma di agitati compratori dell’ultima ora.

Carlo respirò due o tre volte a pieni polmoni. Era carità ma fatta con eleganza, si disse.

Rientrò subito nel negozio e cercò di nuovo la commessa.

“Allora prendo la pista con le due macchinine”.

“Ha fatto presto a decidere, Signore! Sono 135 euro”.

“No, non voglio lo sconto. Mi dia una scatola senza difetti, sono sicuro che se guarda bene nel deposito la trova” replicò Carlo.

La commessa lo fulminò con un’occhiata, ma andò a prendere una confezione nuova di zecca.

Carlo pagò e uscì con il suo pacco ben confezionato, carta dorata a stelline e lungo nastro svolazzante. Si sentiva un genitore come tutti, un Babbo Natale impeccabile: quello era il regalo che Giacomino si aspettava e la moglie non l’avrebbe guardato con la solita espressione delusa che tirava fuori ogni volta che dovevano privarsi di qualcosa di essenziale.

Camminava a testa alta tra la folla carica di buste e pacchetti canticchiando Jingle bells. Era felice.

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Rosanna Bogo

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Scrivolo

i racconti del nano grafomane

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Idelfonso Nieri, Cento racconti

Dice lo stesso Nieri, nella prefazione:

“Certi di questi Racconti son novelle di meraviglie; altri sono storielline tradizionali, che spiegano o pretendono spiegare qualche proverbio o qualche frase comune: i più sono veritelle, cioè fatti veri accaduti al mio paese o in quel vicinato. Per amor di varietà poi v’ho messo alcuni Caratteri e parlate prese dal vero che mi parevano degne di nota; il qual genere spesso è più ameno, spiritoso e istruttivo che molte facezie tradizionali.”

Digitalizzato da Scrivolo, il libro lo potete scaricare da qui: Idelfonso Nieri, Cento racconti popolari lucchesi (84)

 

 

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Dr J. Iccapot