Natale degli Altri25 Dicembre, ore 9:00 – Sulla porta di casa una stella cometa dorata, con la coda sfilacciata dalla ruota del tempo. Nell’ingresso un alberino artificiale fittamente decorato con palline blu. Sullo specchio, vanitoso, un rametto di vischio. Io dormo nel mio letto ancora caldo di strani sogni antichi. E la sveglia che mi interrompe il sonno con le note di Jingle Bells. Jingle Bells? Ma che succede questa mattina? Ah già. Ricordo. Non è la sveglia, è il cellulare. Ho scaricato giusto ieri la suoneria da Internet. No, perché oggi è Natale e quindi è un giorno speciale. Per i bimbi, per le mamme, per i nonni e – perché no?- anche per me che sono solo ormai da tanti anni. Solo da quando mia moglie se n’è andata senza che i figli fossero mai arrivati. Da allora ogni Natale è un po’ uguale a se stesso. Però ai particolari ci tengo, per questo ho scaricato questa suoneria. Mi sono attrezzato, perché sarà una giornata faticosa.

Ore 11:00 – Situazione movimentata. I parenti degli inquilini del piano di sopra sono in ritardo, ho sentito la signora Franca che diceva al marito che hanno telefonato dall’autostrada. Sono imbottigliati per un incidente, arriveranno più tardi. Il marito le ha detto che è meglio così, almeno hanno più tempo per preparare tutto. La Franca ha risposto con un mesto: “Eh sì, hai ragione”

Ore 12:00 – Nel cortile lato sud ci sono due o tre macchine nuove fiammanti. Devono essere i figli di Ada. E’ vedova da quest’estate, è il primo Natale che passa da sola, probabilmente sono venuti tutti a pranzo da lei. Non ne sono certo, perché stranamente non ha aperto la tenda della sala, questa mattina. Di solito a quest’ora la vedo spolverare i mobili. Sarà in cucina.
Intanto la Franca si è data da fare. Sento un profumino….
Anch’io mi sono messo a cucinare. Oggi lasagne e arrosto. Vabbè, via, lasagne surgelate, pollo arrosto del supermercato, patate al rosmarino precotte. Tutto ottimo però, ve l’assicuro.
Mi sono anche ricordato del presepe. Io ho il presepe più piccolo del mondo. Me l’ha regalato il figlio del mio amico Mario, l’ha portato dal viaggio di nozze in Perù. E’ intagliato nel legno e alto tre centimetri. Ogni anno lo tiro fuori dalla scatolina e lo metto sul mobile della sala, ma quest’anno non riuscivo a trovarlo e temevo di doverne fare a meno.

Ore 13:30 – Un uccellino è venuto a farmi visita sul davanzale della camera. Allora ho preso del pane e l’ho sbriciolato, per vedere se torna. Gli offro il pranzo, che c’è di male? E’ o non è una creatura del Signore? I nuovi inquilini che abitano al secondo piano del palazzo di fronte hanno aperto la porta finestra del terrazzo, si vede che hanno caldo. Non li conosco. Abitano qui da poco più di un mese e per adesso l’unica cosa che so di loro è che hanno all’incirca la mia età, sono sposati e hanno una macchina azzurra sempre parcheggiata nell’ultimo posto del parcheggio, nella corte. Dalla porta finestra vedo il divano e sul divano ci sono due bimbi che scartano dei pacchi. Il maschietto sta osservando il suo regalo. Si è avvicinato alla finestra…no, rientra…no, esce sulla terrazza. Ecco il regalo, è una macchinina, neanche tanto “ina”, rossa fiammante. Ah, ha pure il telecomando. Deve essere una Ferrari. E’ un bel bambino, biondo come l’oro. La bambina non esce, chissà che cosa avrà ricevuto. Una bambola? Si regalano ancora le bambole alle bambine? Con questo interrogativo torno in cucina, devo finire il mio pranzo di Natale.

Ore 15:00 – Povera Ada. Ad un certo punto l’ho vista affacciarsi alla finestra, le ho fatto un cenno con la mano. Mi ha salutato, poi mi ha detto, quasi gridando per farsi sentire, ma senza gridare per non fare troppo rumore: “Noi siamo soli, eh!” “Non sono venuti i suoi ragazzi?” le ho chiesto, immaginando la risposta. “No, doveva venire quello più grande ma si è ammalato il bimbo e non sono venuti. Gli altri avevano da fare. Andrò io domani. E’ un po’ triste il Natale da soli, ma che ci vuole fare?” Ho stretto le spalle, in senso di rassegnazione. Ada deve ancora imparare a festeggiare da sola con se stessa. Anche per me i primi tempi sono stati duri. Se entri nel vortice dell’autocommiserazione non riesci a pensare ad altro che a “quello che gli altri hanno e che tu non hai”. Una famiglia, sostanzialmente, dei parenti con cui scambiare regali inutili ma umanamente importanti. I primi anni cercavo sempre di trovare qualcuno che mi invitasse a pranzo. Vivere il Natale degli altri facendo finta di farne parte. Però la sensazione di non entrarci niente mi si attaccava addosso quando arrivavo e se ne andava solo quando rientravo a casa. E allora, con il passare degli anni, divenendo un “solitario esperto”, mi sono reso conto di poter fare a meno degli inviti e delle finte famiglie. Ho iniziato ad elaborare alcuni concetti importanti: che ognuno di noi esiste per un miracolo, che ognuno di noi alla fine è sempre solo quando deve fare i conti con la vita, che ciascuno vive indipendentemente dagli altri. E che stare soli con se stessi può essere piacevole, se non si cede alla rabbia di esser soli. E quindi mi industrio e sto bene attento a non farla entrare dentro, quella rabbia, perché di essa si nutrono i ricordi, soprattutto quelli che lasciano le ferite aperte. E poi la tecnologia può dare una mano: dopo un po’ di tv mi collegherò ad Internet, andrò sulla mia solita chat e cercherò qualche altro essere umano solitario che abbia voglia di scambiare quattro chiacchiere. Non è male, dopotutto, non c’è neanche bisogno di mettersi il vestito  buono!

Ore 17:30 – I parenti della Franca sono ancora su da loro, sento sulla testa un gran via vai di passi. Il figlio invece è uscito. La fidanzata è venuta a prenderlo, gli ha detto: “Sbrigati che il film inizia alle cinque”. Cinema. Potevo anche andarci. Ogni tanto ci vado, ma per Natale c’è troppa confusione. Mi sto abituando male, la gente inizia a darmi fastidio. Fuori è già buio, piove e c’è anche un po’ di nebbia, anche se non deve fare troppo freddo. Poco fa ho avuto un attimo di malinconia e allora ho scritto una poesia. Indovinate come l’ho intitolata? “Natale”. Che idea originale!

E ancora qui è Natale,
come ieri.
Ancora un anno
giunto ormai sull’orlo,
ancora un giorno,
trascorso lieto in casa
a chiacchierar col mondo.

Non più i bei sogni,
come da bambino,
quando mi interrogavo sui bei doni,
sapendo dentro me che non è vero
che chi li porta scende dal camino.

Non più le nevicate
e i gridolini
di meraviglia, nel toccarla
fredda, sul davanzale
tiepido di casa.

Ho scrutato a lungo l’aria,
l’albero che illuminava il buio,
fuori un deserto
pallido di nebbia
un concerto
di silenzio quasi sacro
da ascoltare.

Sfrigolano le auto
scivolando sul bagnato della pioggia
che ormai dura da ore
e non s’arrende.
Mentre
s’intrecciano,
pensieri rapidi e scalfiti.

Bella, no? Sono molto soddisfatto, sembra quasi vera….

ORE 19:00 – Se ne stanno andando tutti. I parenti di Franca sono usciti poco fa. Erano in quattro, un uomo e tre donne. Ridevano a crepapelle quando hanno sceso le scale, mi hanno messo allegria. Ada ha le luci spente, non l’ho più vista da oggi. Il parcheggio si è svuotato; i bambini che osservavo oggi nella casa di fronte sono andati via nel pomeriggio. I loro nomi sono Irene e Mattia, ho sentito la mamma che li chiamava. Ha smesso di piovere ma la nebbia è rimasta, perché non tira un alito di vento. Per cena mangerò gli avanzi del pranzo, non ho voglia di rimettermi a cucinare. Mangerò anche il panettone che mi ha regalato il mio collega Riccardo. Ne ho altri due, uno me l’ha portato Mirella, mia cugina, uno ce l’ hanno dato in ufficio, come ogni anno.
Domani se non piove ho intenzione di uscire. Voglio portare un giaccone vecchio che non metto più al barbone che dorme su una panchina nel parco non lontano da qui. Lo vedo ogni mattina, che si lava alla fontana, con l’acqua fredda. Tutte le volte mi fa rabbrividire. L’altra mattina mi sono fermato e gli ho chiesto se lo offendevo, a regalargli un vecchio giaccone che non metto più. Mi ha risposto: “No, no, no offende”, in un italiano stentato. Chissà da dove viene. Gli regalerò anche uno dei tre panettoni, tanto per me sono troppi, sono da solo. Sono generoso, vero? No. Falso. Non è generosità. E’ che mi piace pensare che c’è sempre qualcuno che sta peggio di me. E’ più solidarietà che generosità. Egoisticamente, mi sentirò meglio quando gli avrò consegnato il mio regalo: sarà come dirgli “So cosa vuol dire essere soli, ti offro questo perché tu capisca che c’è qualcun altro nella tua stessa solitudine”; il che significa, intanto, essere in due. Questi pensieri mi hanno aiutato molto in questi anni, soprattutto nel periodo del Natale, che per chi soffre di solitudine è il periodo peggiore dell’anno. In questo modo, pensando a tutti quelli che stanno peggio di me, ho imparato a non soffrire guardando vivere gli altri, i fortunati che stanno meglio di me. E piano piano, osservando la vita che mi scorre intorno, sono diventato molto abile a nutrire il mio Natale del Natale degli altri.

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Beatrix