Ultime pubblicazioni

I segnalibri di Sant'Agostino

Il 28 Agosto la Chiesa Cattolica festeggia Sant'Agostino. Noi abbiamo preparato dei segnalibri, utilizzando l'opera di Simone Martini. Potete scaricarli dall'area di download.

 

Archivio per dicembre 2009

San Silvestro

Era la notte di San Silvestro e l’anno vecchio non sembrava affatto contento di morire: pioveva a dirotto ed il vento agitava i decori luminosi e le cime degli alberi come onde di un mare in tempesta. Il telegiornale delle otto aveva mostrato immagini di coste battute dalla bufera e vette candide, ma le previsioni del tempo escludevano, per il momento, nevicate a bassa quota.

Aurelio , rivolto alla moglie, con tono di trionfo esclamò “Visto?!”

Lei rispose con noncuranza: “Ma sì. Hai ragione, il tempo non è poi così brutto come sembrava”. Ora che era certa che il suo ragazzo, uscito in macchina per andare a festeggiare Capodanno con gli amici, non rischiava di rimanere bloccato dalla neve, si sentiva più tranquilla ed era anche disposta a lasciare l’ultima parola al marito.

Aurelio, per evitare discussioni in una serata così speciale, lasciò cadere l’argomento.

“Vado a letto, sono stanca. Tu che fai?” chiese la moglie alzandosi dal divano.

“Io resto in salotto – rispose il marito –  ma, se mi addormento, quando manca un quarto chiamami”. Avevano concordato di festeggiare insieme lo scoccare della mezzanotte aprendo una bottiglia di spumante ed Aurelio era certo la “Chioccia”, così chiamava tra sé la moglie, sarebbe rimasta sveglia: quando il figlio era fuori si rotolava tutta la notte insonne tra le lenzuola come un’anima in pena fino a quando non sentiva la chiave girare nella toppa. Tanta materna apprensione per un giovanotto più che maggiorenne irritava Aurelio ma, almeno in questa occasione, tornava utile.

Anche lui, comunque, aveva tirato un respiro di sollievo ascoltando il Meteo: la prospettiva di affrontare la tormenta per recuperare l’erede bloccato senza catene chi sa dove non gli sorrideva affatto.

Aurelio, del resto, era abituato a trascorrere le sue serate da solo. Marito e moglie avevano gusti televisivi inconciliabili e, per evitare la guerra del telecomando, si erano divisi il territorio: lui occupava il salotto, lei si impadroniva della camera da letto. E quella notte, poi, stava proprio bene rintanato al calduccio nella sua poltrona preferita, avvolto in un morbido plaid, con l’albero di Natale illuminato, l’odore di resina e di mandarini, il vento che scuoteva le persiane: non aveva bisogno di compagnia.

Dopo aver saltellato qua e là tra i canali, decise di fare un pisolino: i programmi, sotto le feste, gli sembravano ogni anno più noiosi, ma le soporifere trasmissioni dedicate ai fatti accaduti nei precedenti trecentosessantacinque giorni se non altro gli avevano conciliato il sonno. Spense il televisore e, dato che diffidava della tecnologia orientale a basso costo, staccò anche la presa delle luci intermittenti dell’albero. Poi chiuse la luce e si sdraiò sul divano tirandosi la coperta sopra la testa.

All’improvviso si rese conto di avvertire un leggero fastidio allo stomaco, forse un’avvisaglia d’indigestione. E dire che non avevano neppure fatto un vero cenone! il figlio andava a ballare con gli amici e così, alle sette si erano messi tutti e tre a tavola: la moglie aveva preparato qualche tartina, antipasti e pesce, niente di pesante, però forse si era sbilanciato troppo con il vinello frizzante ed il capitone.

Si girò sul lato destro perché la spalla sinistra gli faceva male: era mancino e di recente aveva giocato a tennis. “Ormai non ho più l’età per queste ragazzate – borbottò tra sé –  passati i cinquanta conviene tirare i remi in barca”. Mentre studiava una strategia salutista da mettere in atto dopo la Befana, si addormentò profondamente.

Non riusciva a capire in che luogo fosse. Vagava per i corridoi di una casa sconosciuta, sentiva i tipici rumori di una cucina in attività l’eco lontano di voci femminili, ma lungo le pareti non c’erano porte. Senza sapere come, si ritrovò in un salotto ampio e luminoso, con una tavola imbandita e, in un angolo, un enorme albero di Natale addobbato con le decorazioni che si usavano prima dell’era della plastica. Aurelio si avvicinò per osservare quelle fragili forme di vetro colorato che gli ricordavano la sua infanzia: mentre fissava incantato gli uccellini, le casette, i funghi, le pigne, le stelle,  le sfere iridescenti che pendevano dai rami, un improvviso rumore di stoviglie e di posate lo fece voltare: a tavola sedeva, al completo, quella che era stata la sua famiglia: i nonni, la mamma, il babbo ed il fratello Sandrino, morto giovane. Si passavano i piatti di portata, versavano vino nei bicchieri e conversavano, chiassosi come sempre in simili occasioni. Il pranzo sembrava già a buon punto. Senza chiedersi da dove fossero sbucati, Aurelio li salutò allegramente.

“Siete venuti a farmi gli auguri di Buon Anno!” esclamò, per niente intimorito: gli capitava spesso di sognare i suoi morti ed erano sempre incontri gradevoli, forse perché in vita li aveva davvero amati, senza condizioni.

Prese una sedia e si accomodò tra il fratello e la madre: quello, da ragazzo, era il suo posto a tavola.

“Veramente sei tu che hai deciso di venire festeggiare con noi – disse la mamma – e ci fa tanto piacere. Vedrai, si sta bene qui.”

“Davvero mamma? Allora questo è il tuo Paradiso, è così che te lo immaginavi, non è vero?” domandò Aurelio. Gli era sempre piaciuto prendersi gioco dell’ingenua devozione di sua madre.

La madre non si offendeva e gli teneva testa ricorrendo alla saggezza popolare: “Ridi pure – lo minacciava scherzosamente – ma aspetta di diventare vecchio: quando il corpo si frusta l’anima si lustra!”.

“Sì, è proprio il Paradiso, Aurelio” disse la nonna con voce serena.

“E come mai c’è anche il babbo che bestemmiava come un turco, non ha voluto il prete al funerale e, scusa babbino, ma quel che è vero è vero, metteva pure le corna a mamma?” chiese Aurelio con tono impertinente.

“Ho pregato tanto per il mio figliolo e il Cielo è misericordioso” mormorò la nonna.

“Tra marito e moglie si perdonano tante cose – aggiunse la madre – ed in fondo tuo padre è un brav’uomo, lo sai.”

“E tu invece sei il solito diavolaccio scomunicato” commentò aspro il nonno, uomo notoriamente di poche ma sostanziose parole.

Aurelio trovava un po’ insolita la reazione dei familiari, ma continuò a scherzare.

“Così in Paradiso si sta tutti insieme, buoni  o cattivi! Strano!” aggiunse, fingendosi stupito.

“Solo per le Feste” replicò il padre.

“Questo mi pare già più ragionevole, babbo! – osservò con apparente serietà Aurelio – lo dice anche il proverbio  “Natale con i tuoi…” ma il resto del tempo immagino che tu stia “di sotto”. E come te la passi laggiù, al caldo? Sai, tanto per prepararmi…mi sa che quando sarà la mia ora verrò a farti compagnia.”

Se Aurelio toccava questo argomento il padre, da vivo, aveva sempre la battuta pronta. Ora però rispose seccamente: “Sta zitto, va’! che è meglio.”

“Te lo dicevo io! Lo dovevi mandare a zappare la terra, non all’università – aggiunse aspro il nonno – Lo vedi! Più studiano meno capiscono! soldi buttati via! Non sa neppure dov’è.”

“Dimmelo tu, Sandrino, che sei un ragazzo con la testa sulle spalle, in che posto mi trovo?” chiese Aurelio, nascondendo con un sorriso lo stupore per  la brusca risposta del padre.

“Non lo so, non sono in grado di dirti dove siamo e cosa accade, mi dispiace.”

“Ma che importa, siamo tutti di nuovo insieme e felici – disse la mamma, stringendo affettuosamente la mano di Aurelio – anche tu, figlio mio, sei contento, non è vero?”

Aurelio in effetti provava una piacevole sensazione di leggerezza: le preoccupazioni per il lavoro, il mutuo, le rate della macchina sembravano svanite. Si sentiva “a casa” ma di nuovo come figlio, non come padre.

“E sai perché sei così sereno? – proseguì la mamma – perché questo è il punto in cui passato e presente divengono la stessa cosa ed il futuro non esiste più.”

“Sì, mamma ha ragione, – aggiunse Sandrino – io volevo fare qualcosa d’importante nella vita, ero sempre indaffarato e  preoccupato, eppure avevo solo venti anni! Ora sono tranquillo. Vedrai, ti piacerà non dover più pensare al futuro.”

Aurelio ebbe un attimo di sgomento, sognava volentieri i suoi cari, ma quella conversazione stava diventando imbarazzante.

“Perché dici che non avrò più futuro? Io sono vivo!” replicò spaventato.

“Non ti ricordi…- gli sussurrò Sandrino in un orecchio – eppure lo sai: la morte verrà come un ladro nella notte!”

Aurelio, terrorizzato, sentì una specie di tuffo al cuore. Il bel sogno era diventato un incubo. Ora voleva a tutti i costi svegliarsi, essere certo di respirare, di muoversi, di essere ancora vivo.

Quel dolore allo stomaco, il fastidio al braccio potevano essere i sintomi iniziali di un infarto, forse era morto e non se ne rendeva conto.

Si ricordò che da bambino aveva sentito tante volte la nonna e la mamma raccontare storie di parenti defunti che si presentavano al letto dei moribondi per accompagnarli nell’aldilà: era una credenza diffusa nelle valli alpine da cui proveniva la sua famiglia e, ovviamente, le due donne trovavano rassicurate la prospettiva di non dover percorrere da sole la lunga strada fino al Paradiso.

Anche il nonno, prima di spirare, aveva ripetuto il nome dei fratelli, morti ormai da decenni, come se salutasse qualcuno presente nella stanza. Suggestione, superstizioni, ricordi d’infanzia oppure era davvero così che andavano le cose, in quel momento?

Aurelio aveva la schiena bagnata di sudore freddo e tremava: pensò che un morto non poteva provare fisicamente paura e si fece coraggio. Con un estremo sforzo di volontà riacquistò il controllo dei suoi muscoli ed riuscì a muovere una mano: avvertiva di nuovo dolore allo stomaco ed alla spalla, dunque era senza dubbio sveglio. E vivo!

“Che stupido – pensò, – spaventarmi così per un incubo! Fino al prossimo San Silvestro, giuro, niente capitone!”

Non aveva più sonno e, dopo qualche secondo aprì gli occhi: notò subito che il salotto non era del tutto al buio: qualcuno si aggirava nella stanza muovendo il fascio di luce di una torcia. Un’ombra umana si fermò davanti al cassettone e cominciò ad armeggiare intorno alla serratura. Aurelio, superata la sorpresa iniziale, reagì d’impulso: balzò in piedi e si gettò addosso all’intruso come una furia. Il ladro, preso alla sprovvista, si voltò di scatto brandendo il cacciavite con cui tentava di forzare il cassetto e lo colpì con forza. Aurelio sentì la punta che gli trapassava il cuore.

“Vuoi un coscetto di coniglio, Lillo? – chiese la nonna – ti piaceva tanto da bambino. Poi zia Pasquina ti regalò un coniglietto di pezza e a te venne il ghiribizzo di non  mangiare più carne di coniglio. Allora il babbo si inventò che era arrosto di opossum. E tutto andò bene, finché zio Antonio non ti portò dall’Australia un opossum di peluche!” I familiari risero, anche se la storiella in famiglia era risaputa.

“Ora sono cresciuto, non faccio più le bizze, nonna” mormorò Aurelio. Si era commosso sentendo, dopo tanti anni, l’antico vezzeggiativo dei suoi primi anni di vita. L’aveva dimenticato.

“Se non ti va il coniglio, c’è la torta di mele – aggiunse la mamma – e qualunque cosa tu voglia, Lillo. Oggi è festa!”

“Vieni a scartare i regali con me – disse Sandrino – come facevamo da bambini. Sono rimasti lì da Natale.”

Il gigantesco abete addobbato in effetti era circondato da una montagna di pacchetti infiocchettati. “Vedi, sono tutti i doni che abbiamo ricevuto nel passato: te li ricordi?”

Aurelio prese una pacco a caso, conteneva il trenino che aveva ricevuto nel Natale del 1965. Nella scatola più grande trovò la sua prima bicicletta, con le rotelline. Aveva sei anni. E poi il Monopoli, il Cluedo con la penna della verità, il Lego. In un angolo scovò il puzzle di cubi di legno che la nonna gli aveva regalato quando aveva tre anni.  Si sentiva felice come se davvero vedesse quegli oggetti per la prima volta e dovesse mettersi a giocare con il fratello fino allora di pranzo.

“Ti sono piaciuti i regali – chiese la mamma – è una gioia passare le Feste insieme, ricordi Sandrino quel Natale in montagna, sotto l’albero dell’albergo avete trovato due slittini uguali.”

“Sì, ma di colore diverso, il mio era rosso. Mi sono tanto divertito sulla neve” rispose Sandrino.

“Cos’è questa specie di scherzo – pensò Aurelio –  mi sembra di essere un personaggio di “Alice nel paese delle Meraviglie” o del “Racconto di Natale”, mancano solo il Cappellaio Matto ed il vecchio Scrooge. Non ho mai fatto un sogno così ridicolo. E poi, a un certo punto, sono sicuro di essermi svegliato. Ricordo che è successo qualcosa di terribile. Una scena confusa…ma sì, c’era un ladro in casa. Ci siamo azzuffati e mi ha pugnalato, al petto…Ho sentito un dolore tremendo al cuore, ma forse è stato solo un incubo ad occhi aperti, un’allucinazione, e ora di nuovo dormo. E mi ritrovo nello stesso sogno di prima. Come se nulla fosse accaduto.”

“Perché sei così pensieroso, Aurelio – chiese premurosa la mamma – ti senti poco bene?”

“Non so cosa mi succede, mamma. Non capisco se sto sognando o vivo un’esperienza reale. Ma forse mi trovo in una dimensione nuova che non conosco. Dimmelo tu, Sandrino, cosa viene ‘dopo’?”

“Dopo cosa?”, domandò il fratello.

“Andiamo, non fare lo gnorri! Metti per ipotesi che io sia morto, non vorrai davvero farmi credere che i defunti, per omnia saecula saeculorum, si baloccano con i giocattoli dell’infanzia ed i ricordi di famiglia! Certo è sempre meglio dell’Inferno, ma questa non può essere l’eternità dopo la vita.”

“E chi ha parlato di eternità? – rispose Sandrino stupito – dammi retta, non perdere tempo a farti domande. Prima o dopo è lo stesso. Posso solo dirti che adesso tutto il passato è presente, ma non per molto. Siamo un punto luminoso che si sta spengendo.”

“E quanto durerà questa condizione?” chiese angosciato Aurelio.

“Beh, dieci minuti, forse quindici: il tempo di sopravvivenza delle cellule cerebrali in mancanza di ossigeno” rispose con tono tranquillo Sandrino.

Aurelio guardò uno per uno i suoi cari: erano sereni e sorridenti, proprio come  se li ricordava al cenone di San Silvestro l’anno prima che il fratello si schiantasse con la macchina contro un albero.

“E dopo? Voi di certo siete morti, ditemi dove siete ora, vi prego! Devo sapere cosa mi accadrà.”

“Purtroppo, figlio mio, noi non sappiamo nulla del futuro – rispose il padre con tono accorato – però posso dirti dove siamo: nella tua mente, ma ancora solo per qualche minuto.”

La moglie di Aurelio, all’ora stabilita, entrò in salotto. Si accorse che il marito dormiva profondamente e, considerato che il maltempo avrebbe ridotto al minimo l’usuale bombardamento di Capodanno,  decise di non svegliarlo e tornò in camera a seguire i festeggiamenti in televisione.

Il figlio di Aurelio rientrò quasi all’alba. Per non disturbare accese la lampada da tavolo nel corridoio, la madre però era già affacciata alla porta della camera e così l’abbracciò augurandole a bassa voce Buon Anno. Poi entrò in salotto, certo di trovare, come sempre in simili occasioni, il padre addormentato sul divano. Quando accostò le labbra alla sua fronte mormorando  “Auguri, papà” subito si rese conto che qualcosa non andava. Aurelio non solo non russava come al solito, ma non respirava affatto: la pelle era appena tiepida e la mano, sfiorata, si era spostata inerte su un fianco.

L’ambulanza arrivò in pochi minuti.

“Infarto fulminante” sentenziò il dottore “Mi creda signora, non è proprio il caso di tentare la rianimazione.”

“Se mi fossi accorta subito… – disse piangendo la donna, abbracciata al figlio – stavo in camera da letto ma ero sveglia. Mi sembrava dormisse così bene… non l’ho chiamato a mezzanotte!  Povero Aurelio, ci teneva tanto a festeggiare insieme l’ultimo dell’anno! Aveva bisogno di me ed è morto da solo!”

“Non deve sentirsi in colpa, signora, non poteva fare nulla per aiutarlo.”

“Ha sofferto?” chiese il figlio, cercando un appiglio consolatorio.

“No, direi proprio di no – rispose pensieroso il dottore – vede com’è composto il corpo! E’ passato serenamente dal sonno alla morte senza neppure accorgersene! Anch’io vorrei andarmene così, quando sarà il momento, tranquillo e incosciente, magari sognando di essere in vacanza su una meravigliosa spiaggia dei Caraibi”.

VN:F [1.9.22_1171]
Rating: 1.0/5 (1 vote cast)

Rosanna Bogo

Una Panda color cielo

Silvanino era nato curioso. Già a pochi mesi, spinto da un irresistibile istinto naturale, gattonava tutto il giorno esplorando gli angoli più nascosti della sua stanza ed all’asilo, sfuggendo al controllo delle maestre, si intrufolava nei luoghi più impensabili: lo trovavano sotto il tavolo della mensa scolastica, nascosto dietro la porta del bagno, dentro gli armadietti dello spogliatoio, arrampicato sopra gli scaffali della dispensa. Il personale dell’asilo si lamentavano del suo comportamento con la madre, ma la povera donna, cuore di mamma, lo difendeva a spada tratta. No, il suo piccolo non era un impiccione maleducato, aveva solo un’intelligenza più vivace degli altri bambini, per questo si interessava tanto al mondo che lo circondava.

Alle elementari Silvanino aveva escogitato nuove strategie per soddisfare la sua innata inclinazione a curiosare: quando la classe uscivano in cortile per la ricreazione, tornava di soppiatto in aula per frugare negli zainetti; leggeva i diari, apriva gli astucci, rivoltava le tasche dei cappotti e, tuttavia, non si impadroniva di nulla, perché le sue incursioni furtive avevano un solo scopo: conoscere gli innocenti segreti dei compagni.

Con gli anni la piccola spia aveva smesso di rovistare nelle cartelle, ma non si era tolto il vizio di ficcanasare: quando in strada qualcosa di inconsueto attirava l’attenzione dei passanti e si formava un piccolo assembramento, subito Silvanino accorreva e si intrufolava fino alla prima fila per vedere, “cosa” non aveva importanza: una donna scippata, due ubriachi che si accapigliavano, uno scatolone pieno di cuccioli, un vecchietto vittima di un malore, un attore famoso, una corsa ciclistica, un fiume in piena, tutto gli appariva meritevole di essere guardato.

Quando doveva prendere il treno per un lungo viaggio di preferenza partiva all’imbrunire, così poteva sbirciare nelle cucine illuminate dei palazzoni popolari costruiti lungo la ferrovia, e nella sala d’aspetto del dottore non si annoiava mai: raccoglieva dettagliate informazioni sulla salute di tutti i presenti e, se aveva la fortuna di incontrare un ipocondriaco, era lieto di ascoltare il racconto della sua anamnesi dalla culla al presente.

A casa trascorreva ore con l’orecchio incollato alla porta per sentire i discorsi degli abitanti del palazzo, per lo più chiacchiere inconcludenti che, a ben guardare, non compensavano il lungo appostamento ed il conseguente, doloroso, torcicollo. Naturalmente non si perdeva una riunione condominiale e tra, tanti musi lunghi, spiccava per la sua aria contenta; che diamine, diceva al vicino di pianerottolo, di solito il più arrabbiato dei presenti, non è mica una convocazione in Questura!

I pochi amici intimi che conoscevano la sua strana mania di sapere e vedere tutto, lo prendevano in giro: “Sei peggio di un pensionato – lo canzonavano –  ti manca solo di fermarti a guardare i lavori nei cantieri stradali”. In effetti Silvanino faceva anche quello, ma fingendo di aspettare il tram per non attirare su di sé l’attenzione degli operai.

Filippo, il più burlone della compagnia, sosteneva che aveva la stoffa del “serial killer”: “Prima o poi – diceva ridendo – per togliersi la soddisfazione di vedere come siamo fatti dentro, il nostro “curiosane” si trasformerà in Jack lo Squartatore.”

Le disgrazie, in particolare, erano per Silvanino una vera calamita: alla televisione avevano visto centinaia di volte il crollo delle Torri Gemelle, ripreso dalle più svariate angolature, e conosceva a memoria tutti i filmati amatoriali dello “tzunami” di Santo Stefano, ma preferiva di gran lunga assistere di persona agli eventi, anche se i fatti che aveva occasione di osservare direttamente erano molto più banali.

In fondo si accontentava di un po’ di suspance: al mare, aveva seguito le operazioni di salvataggio di qualche bagnante in balia delle onde e non si perdeva mai l’intervento dei vigili del fuoco nella pineta a ridosso del camping in cui trascorreva abitualmente le vacanze, ogni anno immancabilmente in fiamme. Aveva trascorso uno dei pomeriggi più eccitanti della sua vita sotto una gru in attesa che un disoccupato, salito per protesta sulla traballante struttura, decidesse di buttarsi: i carabinieri avevano fatto venire la moglie e tutto si era risolto per il meglio, ma l’esperienza era stata ugualmente piacevole.

Silvanino, in certo senso, apparteneva alla categoria dei voyeur, ma la sua pulsione non aveva nulla di pruriginoso: una colonia di nudisti non lo interessava più di un affogato ripescato in mare perfettamente vestito: per lui il mondo era un grande palcoscenico su cui gli altri, attori involontari, recitavano a suo beneficio commedie, pantomime e tragedie. Era nato spettatore e per nulla al mondo avrebbe cambiato ruolo.

Una volta, per evitare di investire un cane, era caduto rovinosamente di bicicletta ed alcuni passanti si erano fermati per prestare soccorso: a disagio nella parte dell’osservato, Silvanino aveva respinto sdegnosamente il loro aiuto: “Che ci sarà da guardare! – aveva esclamato con rabbia, rialzandosi malconcio e barcollante da terra – mi dispiace per voi ma non mi sono fatto male, quindi non c’è proprio nulla da vedere!”.

Il traffico stradale offriva a Silvanino interessanti occasioni per curiosare con un pizzico di brivido. In città però quasi mai accadevano incidenti spettacolari, al massimo si poteva assistere ad una caduta dal motorino, ad un tamponamento o all’investimento di un malcapitato pedone, eventi spesso mortali ma visivamente di scarso impatto: per assistere a scene davvero apocalittiche occorreva imboccare l’autostrada o, almeno, la quattro corsie. Era la velocità a fare la differenza tra un incidente urbano con ambulanza ed un incidente extraurbano con elisoccorso, autobotte dei pompieri e carro-gru.

Un giorno d’estate, mentre percorreva la superstrada diretto al mare, Silvanino notò una piccola folla raccolta in uno spiazzo all’imboccatura di un cavalcavia. Intorno non si vedevano macchine incidentate o ambulanze però, poco più avanti, sostava un’auto della Stradale: “forse qualcuno minaccia di buttarsi” si disse, rallentando.

I poliziotti gli fecero capire con grandi gesti che doveva proseguire ma, ovviamente, Silvanino accostò, fermandosi in una vicina piazzola già quasi al completo.

Scese dalla macchina con malcelato entusiasmo.

“Che succede?” chiese, avvicinandosi al gruppo di persone sul ciglio della strada.

“Un’auto è caduta dal cavalcavia” rispose un poliziotto, indicando la recinzione, in parte divelta.

“Non si vede nulla” disse Silvanino sbirciando oltre il guard-rail.

“Come non si vede!? – esclamò una donna che aveva assistito all’incidente – basta sporgersi un po’!”

Silvanino però, per quanto si protendesse in avanti, non riusciva a vedere il fondo del burrone.

“Ma sì, è una Panda celeste ultimo modello e poi ci sono anche i corpi, un uomo e una donna, mi pare” aggiunse un giovanotto allampanato che si trovava al di là della recinzione e, tenendosi ad alcuni arbusti, guardava in basso.

La testimone oculare confermò colore e modello.

A minuti sarebbero arrivati i pompieri con l’argano ed anche l’ambulanza; intanto due carabinieri si erano già avventurati a piedi nel dirupo, scendendo per un sentiero sul lato meno impervio della scarpata: forse i passeggeri della Panda erano ancora vivi, forse c’era qualcuno da soccorrere dentro la macchina, magari solo svenuto.

Lo spilungone occhio di lince, appagato dallo spettacolo, se n’era andato e Silvanino occupò prontamente la sua postazione tra i cespugli di ginestra; però era molto più basso di lui ed anche sporgendosi non riusciva a vedere oltre il bordo del burrone. Decise quindi di cercare un punto di osservazione migliore più a valle, ma il tentativo non ebbe successo.

La gola era un cono con il vertice ficcato tra i pilastri del cavalcavia e l’auto era rotolata nella parte più bassa della conca, proprio sotto il punto di caduta: per questo non era visibile dalla strada.

Alle spalle di Silvanino, intanto, la piccola folla disquisivano sulle cause del tragico fuoristrada:

“Non ci sono segni di frenata, nessun altro mezzo è coinvolto – sentenziò uno dei due agenti – la causa per me è un guasto meccanico”

“Però di certo correvano troppo” dicevano altri, ben sapendo che in quel tratto nessuno rispettava i limiti di velocità; la signora che aveva visto tutto ipotizzava invece un suicidio-omicidio o un malore, perché l’auto aveva tirato diritto senza incertezze.

Silvanino era sull’orlo di una crisi di nervi: il dibattito sul come e perché non lo interessava, voleva solo dare un’occhiata alla scena dell’incidente e, dato che non riusciva a vedere nulla, si agitava come un’anima in pena. Stava lì da almeno mezz’ora e il solo spettacolo cui aveva assistito era il battibecco di un gruppo di petulanti curiosi.

La sua palese irrequietezza attirò l’attenzione di uno dei poliziotti che, pensando fosse un amico o addirittura un parente delle vittime, si avvicinò premuroso

“Se vuole chiedo l’intervento di uno medico, un calmante potrebbe aiutarla”.

Silvanino, stupito dall’insolita offerta, spalancò gli occhi.

“…in attesa che recuperino i corpi – aggiunse il poliziotto – Amici o parenti?”

Silvanino, compreso l’equivoco, reagì come se fosse stato offeso:

“Senta, a parte che non conoscevo neppure di vista le vittime e, per dirla tutta, non sono neanche riuscito a vedere la macchina che è volata di sotto, posso garantirle che non ho bisogno di un dottore, io!”

Il poliziotto, imbarazzato, se ne andò  borbottando “Mi scusi!”

“Scambiato per un familiare, come se la disgrazia mi riguardasse personalmente… ma che idea! – pensò tra sé Silvanino – io sono qui per guardare…ma dove accidenti sarà finita quella maledetta Panda celeste? Ogni giorno sulle strade muoiono in modo molto più drammatico decine di persone ed io perdo tempo con la macchina fantasma: stai a vedere che arrivo al mare in ritardo e poi chi le sente le mie donne!”

Silvanino ovviamente non era un fidanzato poligamo: al campeggio Baia Marina  l’attendevano la madre e la sorella, le sole creature di sesso femminile della sua vita. Quel sabato avevano stabilito di vedersi nel primo pomeriggio, più o meno verso le tre,  e l’ora era già passata! “Sono proprio uno stupido! Solo un idiota rinuncerebbe ad un bagno a metà agosto in cambio di un bel niente! Perché qui non c’è proprio niente da vedere.”

“Niente, niente!” ripeté irritato, senza rendersi conto che stava parlando ad alta voce.

“Giovanotto, crede di essere a teatro? – lo redarguì severa la signora che aveva assistito al drammatico incidente – Per caso vuole indietro i soldi del biglietto? Si vergogni e mostri un po’ di rispetto per i morti, che diamine!”

Silvanino però era troppo agitato per prestare orecchio ai rimproveri della testimone: “Quasi quasi torno alla macchina e me ne vado” si disse, cedendo per un attimo allo sconforto.

Intanto altri automobilisti si erano fermati. I poliziotti cercavano di allontanare i nuovi arrivati, ma proprio la mancanza di rottami e di lenzuoli stesi attirava l’attenzione di chi transitava in ambedue le direzioni di marcia. Se non si trattava di un incidente, quale mai poteva essere il motivo di un simile assembramento? Molti non resistevano alla tentazione di rallentare per chiedere notizie. Qualcuno parcheggiava nei dintorni.

Mentre i poliziotti si sforzavano di arginare la marea montante dei curiosi, Silvanino continuava a studiare indisturbato il teatro delle operazioni. Dopo vari esperimenti, alla fine trovò un sistema per osservare il fondo del burrone: con la destra saldamente aggrappata ad un paletto di sostegno del guard-rail, tenendo le gambe rigide come fosse appeso al quadro svedese, si protese di fianco nella posizione della bandiera. Così, sospeso nel vuoto, riuscì a vedere un angolo del cofano della Panda: non era molto, ma sempre meglio che niente! Ancora qualche centimetro più avanti e la visuale sarebbe stata migliore. Se era fortunato poteva addirittura scorgere i corpi delle vittime, sbalzati fuori dall’auto. Si allungò, cercò di sporgersi tendendo allo spasimo i muscoli, fece scivolare verso l’esterno il piede ma, all’improvviso, il ciglio del burrone ebbe un piccolo cedimento, la mano perse la presa e, senza neppure rendersene conto, Silvanino si ritrovò in aria:

“Volo!” pensò con stupore ma, un secondo dopo, comprese che stava precipitando nel baratro e non poteva farci nulla. Vide la Panda che si avvicinava a gran velocità, ormai era a pochi metri, e notò, lì accanto, due corpi immobili a terra, seminascosti nel sottobosco; poi guardò verso l’alto e si rese conto che quelle cose lunghe che si stagliavano contro il terso cielo canicolare erano le sue gambe: scendendo con la testa in avanti, in certo senso, poteva assistere alla propria caduta, essere allo stesso tempo spettatore ed attore dell’evento. Per un attimo la sua mente fu attraversata da un pensiero, l’ultimo della sua vita: “Che incidente curio…”. Non fece in tempo a concludere la frase perché la sillaba finale si confuse con il rumore del suo corpo che si schiantava sul tettino della macchina. Rimase immobile, inerte come una marionetta con i fili tagliati. Intorno si fece nuovamente silenzio.

I due carabinieri, ormai prossimi alla base del cavalcavia, raggiunsero di gran carriera la Panda, ma era evidente che l’uomo precipitato dalla strada non aveva più bisogno di aiuto.

“L’ha centrata in pieno” disse il primo carabiniere.

“E’ venuto giù come un sasso! – aggiunse il collega – Ma che gli sarà saltato in mente di sporgersi a quel modo. E per guardare cosa poi!”

“Io pagherei per non vederle certe cose… – disse l’altro, afferrando il braccio di Silvanino che penzolava inerte sul fianco dell’auto. Per pura formalità gli tastò il polso – Questo comunque è andato. Amen.”

“Anche per gli altri due ragazzi non c’è nulla da fare: probabilmente non avevano le cinture allacciate ma tanto, con un volo simile, sarebbero morti lo stesso” aggiunse il collega che, a sua volta, si era avvicinato ai corpi caduti non lontano dalla macchina.

“Ma guarda! il tachimetro di questa Ferrari è fermo a 130 – disse ironico il primo carabiniere, sbirciando all’intero della Panda – Che cavolo avrà in testa, la gente!”

“Però  hanno fatto davvero una brutta fine, poveri ragazzi!” replicò l’altro, turbato da quello spreco di giovani vite.

I due militari erano stanchi per la scarpinata, sudati per il gran caldo e consapevoli che il loro safari era stato del tutto inutile: laggiù non c’era nessuno da soccorrere ed anche il terzo incomodo volato dal cielo era morto.

“Già, ma se la sono cercata! tutti e tre – borbottò il primo carabiniere, sedendosi su un grosso sasso – e si sa, Tanto va la gatta al lardo…, l’ultimo poi era davvero un incosciente: sfracellarsi così senza neppure avere il piede sull’acceleratore! ”

“Come si dice dalle mie parti la curiosità ammazza il gatto – aggiunse il collega, asciugandosi il sudore con un enorme fazzoletto celeste – e poi c’è chi sostiene che impicciarsi dei fatti altrui è roba da donne!”

In alto, sul cavalcavia, la piccola folla si agitava incredula. Tutti apparivano sconvolti ma non dalla caduta, che avevano solo intuito vedendo la giovane vittima scomparire oltre il ciglio della strada, bensì dall’agghiacciante urlo di terrore che Silvanino aveva lanciato precipitando, bruscamente interrotto dal rumore sordo prodotto dall’impatto del novello Icaro con qualcosa di metallico: quei terribili suoni, rimbalzando tra le pareti della gola, avevano echeggiato per qualche secondo nelle loro orecchie.

La testimone oculare giaceva semisvenuta tra le braccia del marito, alcuni giovani si aggiravano attoniti, senza sapere che fare, e l’ambulanza, appena giunta sul posto, era ripartita a sirena spiegata per portare all’ospedale un anziano signore colto da infarto.

I poliziotti, temendo di essere accusati di negligenza per non aver sorvegliato a dovere il luogo dell’incidente, con modi bruschi impedivano ai nuovi arrivati di dare anche solo un’occhiata nel dirupo.

“Via, via di qui, sgombrate! è pericoloso! Non c’è nulla da vedere, anche la persona precipitata poco fa è morta sul colpo. Non avvicinatevi alla recinzione!” gridavano gli agenti.

In effetti i poliziotti si sentivano in colpa per non aver controllato da vicino quello strano tipo che si agitava avanti e indietro, ma chi poteva pensare che si sarebbe messo a fare l’equilibrista su uno strapiombo di centinaia di metri?

Intanto il telefonino squillava con insistenza dentro la macchina di Silvanino, parcheggiata nella vicina piazzola di servizio: la madre e la sorella volevano avvertirlo che sarebbero andate in spiaggia senza di lui, così imparava ad essere puntuale invece di confondersi dietro a chi sa quali sciocchezze!

“Vedrai che ha trovato qualcosa da guardare lungo la strada – disse con tono rassegnato la sorella, dopo l’ennesima chiamata senza risposta – è sceso dall’auto e si è dimenticato del nostro appuntamento. Non ti ricordi quando, per vedere il passaggio di un ‘rally’, arrivò tardi al mio matrimonio? Ed era pure il testimone!”

“Eh sì, il mio Silvano è sempre stato curioso come un gatto, che ci vuoi fare!” esclamò, al solito indulgente, la madre.

VN:F [1.9.22_1171]
Rating: 1.0/5 (1 vote cast)

Rosanna Bogo

Tags: , , ,

O. Henry, Il dono dei Magi

Un classico, tra i  racconti di Natale, scritto dall’autore americano nel 1906.

Qui in versione originale: O. Henry, The gift of the Magi (1450)

Qui invece in una nostra traduzione in italiano: O. Henry, Il dono dei Magi (2926)

VN:F [1.9.22_1171]
Rating: 0.0/5 (0 votes cast)

admin

Tags: , , ,

La fiaba del Bosco degli Abeti

Il bosco degli abeti era delimitato a nord da un piccolo corso d’acqua, ad ovest dalla strada principale che portava al villaggio, a sud e a est da un fitto bosco di lecci. Il villaggio vicino era piccolo ma grazioso, fatto di case dai tetti spioventi per sopportare meglio le fitte nevicate invernali. Ogni casa aveva il suo giardino, e ogni anno, a Natale, ogni famiglia vi esponeva, orgogliosa, il proprio albero addobbato in vario modo. Era una sorta di competizione: tutti cercavano di fare l’albero più bello, e il risultato era che a Natale il villaggio era un vero splendore. Venivano a vederli anche dai paesi vicini, perché in nessun altro luogo se ne potevano ammirare di così belli. Non era solo per via delle decorazioni, erano proprio gli alberi ad avere forme particolarmente belle, le più belle che si fossero mai viste tra gli abeti natalizi. A questo punto avrete già capito che gli splendidi alberi provenivano dal bosco degli abeti, che aveva la particolarità di dare vita a piante dalle forme più strane: ce n’erano a forma di goccia, a spirale, a vite, a cilindro, a cono, a stella. Insomma, per tutti i gusti. E quindi ogni anno gli abitanti del villaggio si recavano nel bosco degli abeti, guardavano, sceglievano i più belli, li tagliavano e li portavano via. Agli inizi di dicembre tra le piante iniziava a diffondersi il panico, perché tutte ormai sapevano che sarebbe avvenuta la consueta mattanza. Gli abeti piccoli piangevano, qualcuno si contorceva cercando di fuggire, ma così facendo prendevano forme sempre più strane e, agli occhi degli uomini, ancora più interessanti.

Ma quell’anno lo Spirito del Bosco decise che era ora di farla finita. Non poteva più sopportare i lamenti degli alberi terrorizzati. Il Consiglio degli Abeti Anziani si riunì e concordò con lo Spirito: era ora di fare qualcosa. Ma cosa? “Ci vorrebbe una magia”- pensò lo Spirito del Bosco. E così decise di recarsi dallo Spirito del Natale, per sentire anche il suo parere. Viaggiò per giorni e giorni, poiché il suo amico viveva all’altro capo del mondo. Poi, finalmente, arrivò. Quando espose il problema allo Spirito del Natale, questi si meravigliò, perché non aveva mai sentito di alberi che si lamentavano perché destinati ad essere addobbati ed ammirati da tutti; anzi, a suo parere avrebbero dovuto fare a gara per essere scelti!!! Lo Spirito del Bosco allora si mise a spiegargli che il suo era un bosco un po’ particolare, fatto di piante particolarmente sensibili e vive, che provavano dolore al momento del taglio e sapevano che essere scelte significava morire. Lo Spirito del Natale rimase dubbioso, ma decise ugualmente di aiutare l’amico; chiamò l’angioletto delle decorazioni natalizie e gli disse di recarsi al bosco degli abeti a risolvere in qualche modo questo problema.

Quando lo Spirito del Bosco tornò dagli abeti preannunciando la venuta dell’angioletto delle decorazioni, gli alberi si sentirono sollevati. Qualche uomo era già stato a perlustrare e diverse piante si erano impressionate. L’angioletto arrivò dopo qualche giorno, tutto trafelato per il lungo viaggio. Si guardò intorno e pensò: “Che bel bosco! Che piante eccezionali! Devo trovare il modo di salvarle”. Si mise subito all’opera. Sorvolò il villaggio diverse volte, lentamente, poi tornò dagli abeti e disse loro: “Ora, qualsiasi cosa succeda, non spaventatevi”. Nei giorni successivi gli abeti iniziarono a deperire: un rametto ingiallito, una punta cadente, le chiome ciondoloni. “Che succede?” si chiesero gli abeti. Ma l’angioletto sembrava scomparso, e nessuno dette loro risposta. Nel giro di una settimana gli alberi erano irriconoscibili, sembravano tutti secchi e vizzi. In realtà, e loro stessi ne erano sorpresi, si sentivano bene. Si guardavano l’uno con l’altro, si prendevano in giro, ridevano di questa strana novità. Era ormai chiaro che c’era lo zampino dell’angelo, e questo li faceva ben sperare.

Quando gli uomini si recarono al bosco per prelevare gli esemplari migliori, si trovarono di fronte ad uno spettacolo tristissimo. Il bosco degli abeti stava morendo. Al villaggio ci fu un gran subbuglio, gli abitanti erano sgomenti. Dove avrebbero trovato alberi di pari bellezza? Fecero venire un dottore forestale, che diagnosticò la presenza di vari parassiti infestanti e dichiarò la situazione senza speranza. Che cosa potevano fare, a questo punto, gli abitanti del villaggio? Pensa e ripensa, alla fine decisero di acquistare per ogni giardino un grosso albero artificiale, di quelli che da tempo si trovavano in vendita nei supermercati. Quindi, armati di forbici, cercarono di farli assomigliare il più possibile agli alberi del bosco. Alla fine del lavoro, i giardini erano, come al solito, bellissimi.

E venne la sera di Natale. Nel villaggio era tutto un luccicare di luci e nastri colorati, e i visitatori di ogni anno ammiravano, come sempre, i bellissimi alberi, con decorazioni elaborate. Allo scoccare della mezzanotte un bagliore illuminò il cielo e una stella cometa dalla lunga coda sembrò cadere nel bosco degli abeti. Tutti si precipitarono per vedere dove fosse finita la stella, ma quando arrivarono rimasero senza fiato: gli abeti erano lì, belli come erano sempre stati, ed erano tutti decorati di luci e palline colorate. Il bosco si era trasformato in un bosco di alberi di Natale. Gli abeti erano felicissimi: si sentivano belli e si vantavano del loro aspetto, felici di essere ammirati dagli uomini. Gli abitanti del villaggio pensarono che fosse un miracolo e alzarono gli occhi al cielo, giusto in tempo per vedere un angioletto dorato volare via tra le nuvole. Da quell’anno in poi i giardini del villaggio non ospitarono più alberi di Natale veri, ma continuarono ad essere ornati con alberi artificiali variamente modificati. Ed ogni anno, da allora, chi passa vicino al villaggio può ammirare uno splendido bosco di abeti dalle forme più strane, che, come per magia, a dicembre diventano alberi di Natale.

VN:F [1.9.22_1171]
Rating: 5.0/5 (1 vote cast)

Beatrix

Tags: , ,

Natale con i tuoi…

TavolaNatale

Dalle prime ore del mattino il telefono in casa Carloni squillava senza tregua. Peppino e Maria, ogni volta, correvano a rispondere, curiosi di ascoltare la voce che, all’altro capo dell’apparecchio, avrebbe replicato al loro “pronto!”. Quel petulante squittio non li infastidiva: era Natale e lontani parenti o amici che raramente sentivano durante l’anno approfittavano del rito degli auguri per farsi di nuovo vivi con loro.

Marito e moglie si passavano di continuo la cornetta per salutare cugini e biscugini, ex colleghi di lavoro di Peppino, vecchie conoscenze fatte in altri tempi al mare, la vicina di casa che ora abitava con la figlia all’altro capo della città, un’anziana domestica che aveva assistito i genitori di Maria, qualche amico di gioventù.

Da anni il primo a far suonare il telefono era, per via del fuso orario, il compagno di banco di Peppino che viveva a Boston: chiamava alle sette in punto, prima di mettersi a tavola per la cena della Vigilia, e presentava sempre nuovi nipotini che, di certo, trovavano divertente augurare in anticipo “Happy Christmas” a dei perfetti sconosciuti al di là dell’oceano.

Le telefonate della mattina di Natale erano diventate un appuntamento tradizionale per i Carloni: se non altro, sosteneva Peppino, provavano che tante care persone erano ancora in questo mondo, condizione che, dopo una certa età, non si poteva più dare per scontata.

Del resto le conversazioni erano calorose ma brevi e non interferivano con la preparazione del pranzo. I parenti più stretti, un fratello di Peppino, una cognata di Maria e vari nipoti, sparsi in giro per la Penisola, chiamavano sempre nel tardo pomeriggio proprio per avere modo di parlare in santa pace e senza guardare l’orologio.

Maria aveva alle spalle una lunga carriera di casalinga e, come un vecchio lupo di mare al timone della sua nave, affrontava con tranquillità la tempesta delle feste. La cucina, intorno alle dieci, già funzionava a pieno regime: il pollo alla cacciatora e l’agnello rosolavano allegramente sul fuoco mentre nel forno le lasagne si indoravano in compagnia dell’arrosto con le patate. Il burro del pandoro intanto si scioglieva al tepore del termosifone. Da tempo immemorabile Maria seguiva una collaudata tabella di marcia: si alzava all’alba e subito si metteva all’opera in modo che tutto fosse pronto per le undici, poi una scaldatina al momento giusto e via! si andava in tavola senza affanni per la padrona di casa.

Anche Peppino era in piedi dalle sei. Per un’oretta aveva armeggiato con inneschi, carta e legnetti. intorno al camino del salotto. Maria lo teneva sempre spento per evitare di combattere con la cenere ma, a Natale, sosteneva il marito, un bel fuoco allegro non poteva mancare perché simboleggiava il calore della famiglia. Subito dopo aveva preparato il vassoio dei dolci natalizi tagliando a pezzetti torrone, cavallucci, panforte e pandoro, infine si era dedicato al suo incarico principale: l’allestimento della tavola.

Stesa la tovaglia rossa bordata d’agrifoglio, aveva sistemato con cura le stoviglie, sottopiatto, piatto, fondina e piattino, le posate, i tre tipi di bicchieri, acqua, vino e flute, i segnaposti, i tovaglioli arrotolati a cono, ed infine il centrotavola, un’alzatina decorata con una piramide di pigne dorate, candele e rami di agrifoglio. All’interno celava una spugna verde bagnata dove, all’ultimo momento, Peppino avrebbe infilato i gambi accorciati di una decina di rose rosse.

Naturalmente l’uomo di casa si occupava anche del vino: il contenuto di due bordolesi di rosso riposavano già nel decanter e in frigorifero, accanto allo spumante, si raffreddava una bottiglia di un particolare bianco frizzantino che piaceva tanto alla nuora e alla moglie.

Ultimati i preparativi nei tempi previsti, intorno alle undici Peppino e Maria si concessero una meritata pausa di riposo.

Il marito si accomodò sul divano per riprendere fiato, la moglie si mise a trafficare con le foto di famiglia raccolte sulla mensola del caminetto: spostava avanti e indietro le cornici d’argento, come se esistesse un ordine preciso da rispettare. In realtà cercava di collocare in posizione meno evidente le immagini della figlia Cristina, per non turbare il clima natalizio. Vedendo le foto della sorella, morta da qualche anno, di certo Andrea e Carla si sarebbero rattristati. Per lei invece era una gioia posare ogni giorno lo sguardo su quel caro volto sorridente, per un attimo dimenticava che non esisteva più.

All’inizio di dicembre Maria metteva in cornice una foto che ritraeva Cristina mentre alzava il bicchiere per brindare al termine del suo ultimo pranzo di Natale: le sembrava così che la figlia, in qualche modo, partecipasse ancora alla festa.

Peppino fingeva di non notare i maneggi della moglie. Al dolore per quella inaccettabile perdita aveva reagito con il silenzio: la sua vita doveva continuare come se nulla fosse accaduto o, altrimenti, cessare del tutto.

Dopo una tregua di mezz’ora il telefono di nuovo squillò: Maria corse a rispondere. Quando tornò in salotto aveva un’aria cupa.

“Era Andrea. Non vengono…- disse al marito – i bambini sono a letto con la febbre alta ed anche la moglie non si sente bene. Probabilmente si sono presi l’influenza.”

“Ma ieri sembrava fosse solo un raffreddore! – esclamò Peppino risentito – e Andrea mi ha detto che non avrebbero rinunciato per nulla al mondo al pranzo di Natale in famiglia.”

“Non può certo lasciare i suoi in quelle condizioni per venire a fare compagnia a due vecchi – rispose bruscamente Maria – e poi quest’anno non ci siamo neppure vaccinati.”

Il marito non replicò. A che serviva discutere, ormai era andata così.

“Carla ed il fidanzato non arriveranno prima dell’una – osservò Peppino – possiamo anche metterci a guardare la televisione”

“Ma sì, prenditi la benedizione del Papa, male non ti fa. – disse Maria che, da quando aveva perso la figlia minore, era in pessimi rapporti con Dio – Io vado in cucina a sistemare i tegami sporchi!”. A stento tratteneva le lacrime e non voleva che il marito la vedesse piangere.

Dopo un quarto d’ora il telefono suonò di nuovo. Peppino si alzò di corsa, forse Andrea aveva cambiato idea, magari i bambini stavano meglio.

“Pronto” disse ansimando per la corsa nel corridoio.

“Sono Carla, mi senti papà?”: la voce a tratti scompariva ma, nonostante la comunicazione fosse molto disturbata, Peppino riconobbe subito il tono svagato della figlia maggiore: aveva quasi quaranta anni e ogni sei mesi si presentava con un nuovo fidanzato, sempre più giovane di lei.

“Che diavolo succede, Carla, ti sento appena…sembra che chiami dalla luna”

“E’ perché siamo su una linea internazionale. Stamani all’alba ci hanno avvertito che si erano liberati due posti per Sharm: “last minute”, lo sai, costano un’inezia…ma dovevamo arrivare all’aeroporto in mezz’ora. Figurati che siamo usciti di casa col cappotto sul pigiama!”

“Insomma, quando arrivate? – chiese Peppino che, tra rumori e gergo inglese, aveva capito ben poco – io comincio ad avere fame!”

“Ma papà, te l’ho detto, siamo sul Mar Rosso. Saluta la mamma… Buon Natale! Ci vediamo dopo Capodanno.” In lontananza si sentì una voce maschile che ripeteva “Buone Feste”, di certo era il fidanzato in carica.

Peppino buttò giù il telefono. Non credeva alle sue orecchie: rinunciare al pranzo di Natale solo perché, con quattro lire, si potevano fare i bagni di mare a dicembre. Una pazzia tipica di Carla.

La moglie si affacciò alla porta di cucina con aria interrogativa.

“Carla ti manda i suoi saluti dal Mar Rosso” disse Peppino, avviandosi verso il salotto.

“Non viene neppure lei? – Maria non ricordava dove si trovasse esattamente il Mar Rosso, ma era certa che non fosse nei dintorni – bene, proprio una bella notizia! se ci avvertiva in tempo potevamo andare anche noi a divertirci in qualche bel ristorante invece di sfacchinare intorno ai fornelli” commentò amareggiata.

Peppino era per carattere un taciturno: faticava a trasformare le emozioni in parole e, quando proprio non riusciva a trattenersi, si sfogava con un gesto.

Così, invece di gridare che era stufo di avere due figli egoisti che si facevano vedere solo per mangiare a sbafo o chiedere un prestito, si avvicinò alla tavola, prese l’alzatina decorata e la scaraventò con violenza sul pavimento. La moglie accorse spaventata, ma capì subito la situazione. “Hai ragione Beppe – disse con tono comprensivo – però non rovinarmi il servito buono: oltre al danno non voglio anche l’uscio addosso!”. In un attimo tornò con scopa e paletta, raccogliendo in silenzio le spoglie dell’innocente vittima di quel Natale sfortunato. Peppino la seguì in cucina.

Mentre buttava nel secchio i resti del centrotavola Maria si accorse che il marito aveva afferrato il tegame del pollo con l’evidente intento di rovesciarlo nel sacco.

“No, fermo! – gridò – È peccato sprecare questo ben di Dio”

“A che serve, meglio buttare tutto nella spazzatura, tanto non si può neppure conservare. E per noi bastano due pezzetti d’agnello”

In effetti il pollo e la vitella erano in freezer da un mese e non si potevano ricongelare, però Maria non se la sentiva di buttare un filetto e un intero gallo ruspante!

“Senti Beppe, posa tutto, ti trovo io qualcuno che mangi il nostro pranzo.”

“Già, potremmo invitare un mendicante affamato, come nel Vangelo. Sai che goduria! – replicò ironico il marito – ma almeno ci ringrazierebbe. Per  Carla e Andrea tutto è dovuto.”

“Veramente io pensavo ad una signora vedova che incontro spesso alla fermata dell’autobus. Il figlio vive in Canada e lei non ha parenti, figurati che prende il tram per stare in compagnia. A quest’ora è di certo in chiesa per la messa.”

Maria, senza attendere il benestare del marito, indossò il cappotto ed uscì.

Peppino, rimasto solo, si mise a pensare se qualcuno tra le sue conoscenze avrebbe gradito un invito natalizio in extremis. Si ricordò di un collega di lavoro solo di qualche anno più giovane di lui, uno scapolo gaudente che tutti in ufficio invidiavano perché non aveva il peso di una famiglia sulle spalle e trascorreva le feste di fine anno in meravigliose località esotiche.

Di recente lo aveva incontrato al Centro Prelievi e non gli era sembrato affatto in forma; soffriva per una brutta artrite ed aveva anche perso da poco l’anziana madre. Ora viveva solo e non era più in grado di viaggiare. Cercò il suo numero nell’elenco telefonico e, con un certo imbarazzo, lo chiamò. In fondo non erano mai stati veri amici.

Il collega sembrò in un primo momento stupito, poi si schernì affermando di essere atteso a casa di parenti, infine accettò l’invito. In realtà era ben contento di non dover trascorrere il primo Natale senza la madre in compagnia di una squallida bistecca annaffiata con abbondante Chianti. “Tra mezz’ora sono da te. Porto una bottiglia di rosso di quello buono”

“Sì, va benissimo. Ti aspetto.”

Maria intanto era arrivata davanti alla chiesa. I fedeli sciamavano già verso casa, ma la vecchia signora non c’era. Si avvicinò alla Perpetua, un donnone che conosceva morte e miracoli di tutti, e chiese notizie della vedova.

“Una donna anziana con i capelli corti …a sì, quella che ha un figlio in Canada. Ma non lo sa? E’ in rianimazione all’ospedale…una brutta caduta… alla sua età basta poco per andarsene. Poverina, speriamo che il Signore l’aiuti!”

Maria era delusa. A capo chino si avviò verso casa, chiedendosi se la perpetua aveva invocato l’intervento divino per produrre una miracolosa guarigione oppure per mettere fine alle sofferenze della vecchina.

Passando davanti alla rosticceria notò che il locale era aperto ma non spargeva nei dintorni il solito odore indefinito di cucinato. Il fuoco sotto il girarrosto era spento. Evidentemente qualcuno si accontentava di festeggiare Natale con un pollo rinseccolito e patate unte del giorno prima.

Mentre Maria camminava lentamente, persa dietro ai suoi pensieri, dal negozio uscì di corsa una ragazza che la investì in pieno. A fatica rimasero in piedi, tenendosi l’una con l’altra, ma il sacchetto con gli acquisti volò a terra. Pollo e tagliatelle al ragù si sparsero sul marciapiede.

“Mi scusi, signora, non l’ho vista” esclamò la ragazza mortificata.

“Mi dispiace davvero per le sue…cose” rispose Maria, faticando a trovare una parola non offensiva per definire il cibo caduto a terra.

“Non importa” disse la ragazza cercando di rimettere pollo e pasta nelle vaschette.

“Ma che fa! Non vorrà mica mangiare quella robaccia sporca”

“E’ il mio pranzo…” mormorò la ragazza

Maria si chiese dove aveva già visto la sua investitrice: probabilmente al Supermercato, ma non era del tutto sicura. “Le ragazze di oggi – pensò – si vestono e si pettinano più o meno tutte nello stesso modo”. L’accento sembrava meridionale, probabilmente era una studentessa universitaria.

“Senta, visto che ormai la rosticceria sta chiudendo, mi permetta di invitarla a pranzo. Lo consideri un indennizzo.”

“Scherza! sono io che l’ho urtata. Non guardo mai dove metto i piedi. Mi scusi, ma devo andare, mi aspettano.”

“Non racconti storie. Se si è in compagnia non si compra una porzione di pollo riscaldato. Su, accetti, abito qui vicino.”

La ragazza aveva visto così tante volte Maria, sola o con il marito, alla fermata dell’autobus e nei negozi del quartiere che le sembrava quasi di conoscerla e, alla fine, si lasciò convincere.

Quando entrarono in casa Peppino parve stupito.

“Mi scusi – disse la ragazza – lo so che sono inopportuna a presentarmi così, proprio il giorno di Natale, ma sua moglie ha insistito tanto…”

“Lei non disturba affatto – replicò Peppino – sono solo piacevolmente sorpreso: Maria mi aveva detto che avrebbe invitato una vecchia carampana ed invece è tornata con una bella ragazza!”

“Consideralo un miracolo di Natale – disse Maria con tono ironico – comunque la mia vecchietta, non può venire perché è all’ospedale, la signorina invece oggi non aveva impegni.”

“Mi chiamo Bosco… Salvatrice: dalle mie parti è un nome di buon augurio, come Salvatore. Però gli amici mi chiamano Silvia”

“Silvia, in effetti, è più…moderno – commentò prontamente Peppino – noi siamo Maria e Giuseppe Carloni, venga, si accomodi in salotto. Aspettiamo un altro ospite – aggiunse rivolgendosi alla moglie – ho invitato Franco Martelli. Te lo ricordi?”

“Come no, quel tuo collega arzillo che mandava cartoline dai posti più strani, Calcutta, Tokio, l’Isola di Pasqua…lui sì che s’è goduto la vita, altro che te, Peppino mio” rispose Maria ironica.

“Ridi, ridi, ma vedrai che non è più il galletto di un tempo. Ogni bel fior diventa fieno…” replicò il marito.

“Scusi la curiosità – chiese Maria rivolgendosi a Silvia – ma come mai è sola il giorno di Natale?”

“Abito alla Casa dello Studente, quasi tutti sono tornati a casa per le Feste e la mensa universitaria è chiusa .”

“E lei non torna dai suoi? Non ha una famiglia?” domandò Peppino.

“Veramente ne ho anche troppe: i miei sono divorziati e risposati. Per essere sincera non mi trovo bene con quella folla di pseudo nonni e pseudo fratelli. E poi, se vado a casa di mio padre la mamma si offende e viceversa. Io sono cresciuta con una zia nubile che però è morta l’anno scorso. Così preferisco rimanere qui, con la scusa di preparare gli esami.”

“Di certo sarà una brava studentessa!”

“Per forza, se voglio mantenere la borsa di studio mi tocca sgobbare.”

“E il fidanzato? Non c’è un Principe Azzurro per questa Biancaneve?” chiese Peppino.

“Non c’è neppure un nano”  rispose ridendo la ragazza.

“Ah, ho capito – disse Maria – qualcosa bolle in pentola ma non è ancora cotto!”

Proprio in quel momento il campanello della porta suonò: era il collega Martelli con la sua bottiglia di Chianti.

Si misero a tavola e, chiacchierando del più e del meno, pranzarono serenamente. Franco aveva un repertorio di storie esotiche sufficiente per dieci natali, Peppino si divertiva a stuzzicarlo alludendo alle sue disavventure sentimentali: quattro fidanzamenti andati a monte a causa dell’invadenza della vecchia madre. Silvia parlò delle tradizioni natalizie del suo paese, promettendo a Maria la ricetta di un dolce con le noci che era la specialità della zia.

Brindarono con lo spumante augurandosi felicità e buona salute. In quattro consumarono solo metà del pandoro e Silvia accettò di portarsi via il resto per fare colazione nei giorni successivi.

“Il pandoro piace anche a noi tre vecchietti – disse Peppino – ma non possiamo esagerare con i grassi per via del colesterolo killer.”

“Eh sì – disse Franco – dopo una certa età tutto diventa pericoloso, lo zucchero, il vino, la cioccolata. Ma il vero killer è il tempo che passa!”

Per prendere il caffè si accomodarono sul divano. Silvia rimase in piedi e si mise a guardare le foto sulla mensola del caminetto. Subito fu attratta dal volto allegro di Cristina.

“Sono i nostri figli, Carla, Cristina e Andrea” disse Maria, entrando con la caffettiera fumante sul vassoio. Le foto della nuora e dei nipoti erano sull’altra estremità della mensola.

“Hanno tutti un’aria così felice, si vede che sono cresciuti in una famiglia unita.”

“Già, tanto unita che il giorno di Natale siamo rimasti soli – osservò con amarezza Peppino – eppure lo dice anche il proverbio Natale con i tuoi e Pasqua…

“Alle Maldive, anzi a Bali !- aggiunse Franco – Però non ti devi lamentare, Beppe, magari il prossimo Natale lo passerete tutti insieme, come sempre. Pensa invece alla mia situazione: senza figli, senza moglie e ora pure senza madre. Mi aspetta un futuro di solitudine.”

“Non è che tu sia esattamente un orfanello in fasce – replicò Peppino, per niente disposto a compatire l’ex gaudente – e poi non ti sei sposato perché da giovane volevi essere libero: quando hai deciso di cercare moglie ormai non potevi più fare a meno di “mammà” e le tue donne, appena fiutavano puzza di suocera invadente, ovviamente se la davano a gambe! Però almeno ti sei divertito! Ma noi? Quaranta anni a sgobbare per la famiglia, per dare un tetto e un’istruzione ai figli e, alla fine, il risultato è lo stesso. Siamo soli come te.”

“Se i vostri figli sono lontani non vuol dire che non vi vogliono bene, – disse Silvia guardando la foto di Cristina: anche lei, pensò, evidentemente aveva dato buca ai genitori – a volte noi giovani siamo un po’ egoisti, però ci comportiamo male per disattenzione, non per cattiveria.”

“La verità è che ti lamenti con il topo in bocca e, sotto sotto, sei orgoglioso di quello che hai costruito nella vita” aggiunse Franco, tentando di riaffermare la propria posizione di svantaggio.

“Sai che ti dico, Franchino, oggi sarei contento di cambiarmi con te” replicò Beppe serio.

“Magari! con lo scambio ci guadagnerei anch’io, noioso brontolone che non sei altro” aggiunse Maria, buttando sul ridere l’amara riflessione del marito.

“Quando troverò l’uomo giusto io voglio avere tanti bambini – disse Silvia – la solitudine è brutta.”

“Noi a tavola eravamo in otto – mormorò Maria, pensando ai tempi andati – tre figli, i suoceri e lo zio Giovanni, un vecchietto sempre contento. Poi, uno alla volta, se ne sono andati tutti, chi in un modo chi in un altro.”

“Allora non c’è speranza di sfuggire alla solitudine?” chiese Anna, posando la foto di Cristina in prima fila.

“Chi vive a lungo purtroppo è destinato a rimanere solo – rispose Peppino – però ci si abitua anche a questo. E poi, ogni tanto, capita di passare una giornata in compagnia, come oggi, e per un po’ si mettono da parte i ricordi.”

“Io vorrei dimenticare di essere vecchio – esclamò Franco – ma la mia artrite non è d’accordo.”

Peppino pensò che il suo più grande desiderio era dimenticare la figlia morta, un dolore che gli aveva tolto la voglia di vivere, però tenne per sé questa riflessione.

“Pure a me pesano gli anni – disse Maria – ma per nulla al mondo rinuncerei ai miei ricordi.  I momenti felici, diceva mia madre, sono monete di un tesoro che si accantona per la vecchiaia: solo ora capisco di cosa parlava. Penso spesso a quando, tutti insieme, andavamo alla messa di mezzanotte, festeggiavamo i compleanni in famiglia, giocavamo a tombola il sabato sera, passavamo un mese di vacanza al mare e lo zio Giovanni faceva i castelli di sabbia con i bambini: per un attimo il passato torna presente, sono di nuovo giovane e nessuno manca all’appello. Non sembra anche a te, Peppino, che in certi momenti la casa sia piena di vita e di voci?”.

Maria non si accorse dell’imbarazzo degli ospiti e del cupo silenzio del marito: con lo sguardo accarezzava Cristina che le sorrideva da un lontano Natale, per sempre felice in uno scatto, per sempre presente nel suo cuore.

VN:F [1.9.22_1171]
Rating: 5.0/5 (1 vote cast)

Rosanna Bogo

Tags: , ,

Non è una festa per vecchi

Babbi

L’Arca di Noè si reclamizzava come la sola agenzia in grado di rispondere a qualsiasi richiesta di personale qualificato per servizi a domicilio: l’Arca, in poche ore, recapitava a casa dei clienti un cuoco giapponese, un dog-sitter, una badante italiana, un’istitutrice svizzera, un facchino, un’infermiera, un giardiniere bonsai, un pianista jazz, un clown, una guardia del corpo, un coiffeur e, sotto le Feste, ovviamente anche un Babbo Natale.

Quest’ultimo settore, stagionale ma particolarmente redditizio, era affidato alla signorina Varzi, responsabile “Santa”, una zitella autoritaria e molto organizzata: aveva un Book sempre aggiornato in cui registrava età, condizioni di salute, peso, attitudini, gusti, livello d’istruzione di quella che definiva  la sua “scuderia di Babbi” e non assegnava mai un incarico a caso.

Per ottenere un buon risultato, affermava la signorina Varzi, occorreva prima di tutto comprendere le esigenze del cliente e poi scegliere il “cavallo” più adatto: il suo motto era “non esiste un Babbo Natale per tutte le situazioni, ma ogni situazione ha un Babbo Natale”.

Stefano aveva lavorato per venti anni in fabbrica. Svitava ed avvitava bulloni, montava componenti elettriche, sorvegliava macchinari però non aveva mai ben capito a cosa servisse quello che produceva. Un giorno il padrone aveva deciso di “delocalizzare” la ditta in un paese dell’Est e così, a cinquanta anni, Stefano si era ritrovato disoccupato e senza un mestiere. Per non sentirsi un peso morto sulle spalle della moglie, bidella in una scuola, si era adattato a fare mille lavoretti, finché non aveva sentito parlare dell’Arca di Noè. Pensò che forse lì avrebbero accolto anche un animale inutile come lui: si presentò e venne registrato come dog-sitter, giardiniere generico e facchino.

Dato che aveva il fisico giusto, vita larga, pelle chiara, un sorriso simpatico, fu segnalato anche alla signorina Varzi. Purtroppo non era un tipo spigliato e, con tanti pensieri per la testa, non sprizzava certo allegria, così l’implacabile zitella lo aveva inserito nella categoria “cavallo da miniera”, il livello appena sopra “macelleria equina”: non a caso la sua scheda era la più breve del Book.

Nel complesso però Stefano non poteva lamentarsi del suo rapporto con l’Arca. Ogni mese aveva tre o quattro chiamate, per lo più come facchino o dog-sitter, e riusciva a mettere insieme qualche centinaio di euro. Sotto Natale il lavoro aumentava: la Varzi gli affidava tutti gli incarichi che gli altri “Santa” rifiutavano: carceri, cliniche psichiatriche, istituti per disabili, ospizi. Così non si stupì quando, la mattina della Vigilia, aprendo la busta recapitata dal pony dell’Arca, scoprì dove doveva recarsi quella sera alle otto: Casa di Riposo delle sorelle di Vita Eterna, via del Forno Vecchio 3.

Arrivò all’ospizio in autobus con mezz’ora di anticipo: di solito si metteva il costume sul posto, non era facile girare sui mezzi pubblici vestito da Babbo Natale. Suonò il campanello ed una suora venne ad aprire la porta.

Stefano si chiuse nel bagno e, dopo dieci minuti, uscì con il vestito rosso, la barba e il cappello. Le sopracciglia ed i capelli bianchi erano i suoi.

La suora gli mostrò il sacco con i doni da distribuire: spazzolini da denti, saponette, mollette per capelli colorate, smalto per le unghie, dopobarba dozzinali, fazzoletti, una borsa dell’acqua calda ed altro ciarpame del genere. Tra sé pensò che, nel buglione, mancavano solo i pannoloni per incontinenti e qualche pasticca di cianuro.

“Sono cose da poco – disse la suora, notando il disappunto di Stefano – ma tanti ospiti neppure capiscono dove si trovano o chi sono, e poi i mezzi di cui disponiamo sono modesti…avevamo chiesto un aiuto economico ai parenti per fare un Natale più bello ai nostri vecchietti, ma con poco successo. Domani comunque qualche familiare verrà di sicuro a portare un regalino.

L’unico che ci ha dato qualcosa per la festa è il signore che si è offerto di noleggiare anche un Babbo Natale per la consegna dei regali. Di solito facevamo venire un bambino e lo vestivamo da piccolo Gesù.”

“Immagino che per voi fosse più normale. Babbo Natale non c’entra nulla con la religione” rispose Stefano.

“Però ormai è di moda. Oggi non si festeggia più la nascita di Nostro Signore ma l’arrivo dell’uomo vestito di rosso che distribuisce regali. Pare sia più divertente.”

“A Gesù, in effetti, i regali li portavano” disse Stefano.

“Eh sì, i Magi per l’Epifania” aggiunse la suora sorridendo.

Con il suo sacco di miserie Stefano entrò nel Refettorio, per l’occasione trasformato in sala delle feste grazie a qualche palloncino colorato, tre o quattro rami di pungitopo ed uno striminzito albero di Natale. Una trentina di anziani, uomini e donne tutti oltre la settantina, alcuni in carrozzella, altri seduti su poltroncine o sedie, lo accolsero con un debole applauso.

Le suore approfittarono della presenza di Stefano per andare a pregare in cappella. Per un po’, dei loro ospiti, si sarebbe occupato l’uomo in rosso.

“Buon Natale a tutti” esclamò Stefano con la voce più gioiosa che riuscì a tirare fuori.

Prese una sedia libera e si  accomodò accanto all’albero di Natale, al centro della stanza. Il presepe di sicuro era stato preparato altrove, forse in cappella.

“Vogliamo cantare una canzone natalizia?” propose Stefano.

Nessuno dei presenti disse sì. Avevano appena il fiato per campare, di cantare non se la sentivano proprio.

“Allora vi racconto una bella storia di Natale”. La signorina Varzi aveva consegnato a tutti i “Santa” della sua scuderia uno stampato con alcuni racconti d’argomento natalizio, un escamotage per trarsi d’impaccio in situazioni difficili.  Il preferito di Stefano era “Il regalo dei Magi” di O. Henry.

“In una grande città vivevano due sposi che si volevano tanto bene. Erano così poveri che non avevano neppure il denaro per farsi un regalo a Natale…”

I vecchietti ancora lucidi sembravano seguire con interesse il racconto, alcuni però dormivano già, altri non capivano neppure di cosa parlasse.

Alla fine ci fu un timido battimano. Le espressioni però rimanevano sempre tra l’inebetito e il depresso.

“Natale è la festa più bella dell’anno, tutti ci ricordiamo qualche bel Natale della nostra vita, non è vero? – Stefano cercava un appiglio per sollevare il morale del suo pubblico. Quelle facce senza più speranza e futuro, già viste in altri luoghi simili in precedenti Natali, lo sconfortavano – da bambini ricevevamo regali,  poi siamo stati noi a fare regali ai figli, è la ruota della vita. Ma anche chi non ha niente può regalare una parola buona…”

Il suo discorso però non produsse alcun effetto. I vecchi non avevano voglia di ricordare la loro infanzia più o meno felice. Erano stati bambini in tempo di guerra e molto prima del Boom, di certo a quei tempi il Natale si festeggiava molto modestamente.

Stefano pensò di passare subito alla distribuzione dei così detti “doni” e levarsi di torno al più presto. Anche lui non era più tanto giovane e di guai ne aveva a bizzeffe: se continuava a stare lì  sentiva che, prima o poi, si sarebbe messo a piangere.

“Bab-bo Na-tale non… esiste” balbettò una vecchietta in carrozzella, apparentemente in stato di semi-incoscienza.

“Avete sentito?- disse la donna anziana che le sedeva accanto – Marisa ha parlato! ed ha pure detto una cosa sensata.”

Qualche anziana rise mettendosi la mano davanti alla bocca.

“Mi arrendo – esclamò Stefano – Marisa mi ha smascherato: mi chiamo Stefano e non vengo dal Polo Nord ma dall’Agenzia Arca di Noè. Forse ha ripetuto una cosa che pensava da bambina: quando mi ha visto, quelle parole le sono tornate in mente.”

“E’ vero! alla nostra età se pensiamo qualcosa dopo un minuto la dimentichiamo, eppure ci ricordiamo fatti accaduti tanto tempo fa” commentò la vicina di Marisa.

“Allora facciamo un gioco: Babbo Natale vi regala cinque minuti per dire quello che pensate in questo momento. Se poi ve lo scordate non importa!”

I vecchi rimasero in silenzio.

“Per incoraggiarvi vi do un tema, come a scuola” Stefano voleva provare a rianimare, almeno per un attimo, quei cervelli spenti. Era un punto d’onore: doveva comunicare un po’ di vita e d’allegria a quella platea di zombi, altrimenti la sua missione di Babbo Natale sarebbe stata un  fallimento e la Varzi avrebbe avuto ragione di metterlo nel reparto “Macelleria equina”, con  nota di demerito sul Book.

“Bene allora ditemi, ma con tre parole, cosa pensate dei…figli.”

“Una mamma guarda dieci figli, dieci figli non guardano una mamma” sentenziò una donna anziana con la faccia pensierosa.

“E’ vero! Mi sono sacrificata per loro tutta la vita e poi mi hanno messo all’ospizio” disse un’altra voce, acuta e piena di rancore.

“Io sono venuto qui per lasciargli la mia casa e loro neanche si fanno vedere la domenica” esclamò un vecchio dall’aria decorosa ma leggermente sbavante.

Le voci intanto si accavallavano, ma il senso delle parole era, più o meno, lo stesso.

“Mi vogliono bene ma hanno sempre qualcosa da fare, non li vedo quasi mai” disse una signora che si vergognava di essere stata abbandonata.

“Io non ho figli, però mi pare che alla fine faccia poca differenza, a parte quando si presentano nella camera mortuaria e piangono che sembrano davvero dispiaciuti” esclamò una vecchia signora dall’aria ancora piacente.

“Coccodrilli” disse ad alta voce un vecchio che, per l’occasione, si era messo giacca e cravatta, ostentando un’antica dignità che, in quel luogo, sembrava quasi ridicola.

“Io stavo con mia figlia, ma per lei ero un peso perché non riuscivo più a fare i mestieri, – esclamò un’anziana tutta pelle e ossa – anche i figli piccoli però sono un peso, eppure non li mettono mica all’orfanotrofio!”

“La mia figliola invece era tanto affettuosa ma è morta prima di me. Non è giusto” borbottò una vecchia quasi piegata in due dall’osteoporosi.

Anche Marisa tentò di dire qualcosa:“I figli – sussurrò – i figli… non… so-no nostri”

“Giusto, facciano pure la loro vita e intanto noi gli teniamo il posto caldo. Prima o poi verranno qui anche loro, accompagnati dai nostri cari nipotini. Chi la fa l’aspetti” disse la donna con la voce acuta.

“Ora cambiamo tema – propose Stefano, sorpreso dalla reazione risentita dei vecchietti – che mi dite della vecchiaia?”

“Peggio della galera” esclamò perentorio un nonnetto che prima non aveva osato aprire bocca.

“Se per questo anche peggio della morte” aggiunse il suo vicino, il signore in giacca e cravatta.

“Però quando c’è la salute e si sta a casa propria è un’altra faccenda” disse la vicina di Marisa

“Salute e quattrini. E si sta bene, da giovani come da vecchi” disse l’anziano bavoso.

“Anche i quattrini e basta, ma tanti” ribadì l’uomo che si sentiva in galera.

“Tanto non c’è alternativa. O si muore o si diventa come noi” replicò il signore in cravatta.

“Ma, invecchiando, non si diventa saggi?” chiese Stefano.

“Oh Babbo Natale, non ci prendere per i fondelli! Scemi si diventa, che non ti ricordi neanche dove stai di casa e ti mettono qui perché sei Zaime” bofonchiò un vecchio con il naso rosso.

“Alzhei-mer, Alzheimer!” ripetè Marisa: il suo cervello funzionava come un lampeggiante, spento e acceso, ma con la luce si illuminava davvero.

“Ai tempi del mi’ babbo i vecchi si rispettavano – disse una signora molto anziana – e gli si baciava la mano quando s’andava a letto”

“Ma che rispetto e rispetto. Siamo qui perché non ci possono affogare nella tinozza” disse il nonnetto con il naso rosso.

“Allora se la vecchiaia fa così schifo parliamo della giovinezza – propose Stefano, alla ricerca di un argomento più leggero – che ne pensate in questo momento?

“ E’ troppo breve e quando c’è non te ne accorgi” rispose la vecchia signora pensierosa

“Non ti fa male nulla: corri, salti, balli. E pensi sempre a cosa farai domani” aggiunse la vicina di Marisa

“E tutti ti dicono bellina di qua, carina di là. Poi sei sempre la stessa persona, ma ti chiamano vecchiaccia!” borbottò l’anziana in cui qualcosa ancora traspariva della passata avvenenza.

“Oh, io da giovane ero proprio matto, ho fatto tante di quelle scemenze che mi vergogno a pensarci. Ora mi  sembrano ricordi di un altro” esclamò un settantenne ancora prestante.

“Ma guarda! abbiamo trovato un vecchio saggio!” ribatte con un sorrisetto ironico l’amica di Marisa.

“Certo a trenta o quaranta anni hai tanti problemi, devi mandare avanti la famiglia, lavorare duro. Però sei tu che conti in casa, nessuno a tavola ti dice ‘stai zitto vecchio’ ” aggiunse, quasi riflettendo ad alta voce, il signore in cravatta.

“Io non vorrei tornare indietro nella vita – replicò l’uomo che in gioventù aveva combinava tanti guai – mi basterebbe avere dieci anni di meno.”

“Da giovani però c’è anche l’amore…” disse Stefano, pensando di avere trovato un argomento più stimolante.

Il vecchietto col naso rosso prese subito la palla al balzo e cominciò a cantare, con tutto il fiato che gli rimaneva in corpo, una vecchia canzone.

“Amore amore, amore un corno… la gioventù finisce, la mamma more…”

Altri si unirono al coro, tutti conoscevano il motivetto:

“ti resta la fregatura del primo amore!”

Molti dei presenti si misero a ridere di cuore.

“Ma via, signor Babbo Natale, le pare il caso di parlare di certe cose con dei cadaveri!” lo rimproverò con tono semiserio il vecchio in giacca e cravatta.

“Di tutti gli scherzi della vita è il meno brutto, però meglio non pensarci” aggiunse la vicina di Marisa.

“Eh sì,  siamo tutti vedove e vedovi!” aggiunse, mogia mogia, una nonnina in carrozzella.

“Oh, allora sposiamoci tra di noi, che fa allegria!” esclamò scherzoso l’uomo con il naso rosso.

Stefano era abbastanza soddisfatto dell’agitazione che aveva invaso la sala. Almeno sembravano vivi, incavolati con il mondo, scocciati di essere vecchi, ma vivi.

“E ora l’ultimo gioco della serata – disse, battendo le mani per riportare all’ordine il suo uditorio – l’elezione del più brutto regalo di Natale. Attenti! pescherò dal sacco un oggetto alla volta, voi  dovete dare un punteggio da 1 a 5 con le dita di una mano: naturalmente 5 vuol dire che il regalo vi fa proprio schifo.”

Lo spazzolino da denti totalizzò ben 90 punti ed anche la medaglietta con san Cristoforo si piazzò bene, forse perché le suore erano in cappella a pregare, però peggior regalo di Natale venne eletto trionfalmente un quadretto con un’autentica stella alpina. Per un qualche motivo la maggior parte dei presenti lo trovava orribile.

Poi Stefano passò a distribuire scherzosamente tra il suo pubblico tutta quella paccottiglia, ognuno prese qualcosa, ma come fosse un gioco. Marisa volle la stella alpina, con la mano aveva votato 1, le piaceva davvero!

Gli ospiti del ricovero iniziarono a scambiarsi battute su chi doveva avere la saponetta perché così finalmente si lavava  o il fazzoletto perché piangeva sempre o il filo interdentale perché aveva solo tre denti e li doveva legare insieme. Sembravano ragazzini in gita scolastica.

Le suore, finite le orazioni in cappella, entrarono all’improvviso nel Refettorio e inorridirono di fronte alla scena: i loro ospiti ridevano, si davano pacche sulle spalle, si tiravano mollette e spazzolini. E in mezzo a quel gran baccano Stefano sorrideva compiaciuto.

“Ma cosa ha fatto! Li ha messi in agitazione, stanotte non dormiranno!” esclamò la madre superiora scandalizzata. Stefano non tentò neppure di giustificarsi: uscendo dalla stanza salutò allegramente il suo pubblico: “Buon Natale! Buon Natale a tutti, di cuore” gridò. I vecchietti gli tributarono un caloroso applauso.  “Ciao, Ste-fano” disse Marisa agitando scompostamente la mano.

Intanto la confusione non si placava:“Silenzio, basta!” strillavano le suore raccogliendo da terra i “regali”. Qualche molletta colorata arrivò anche in testa alla madre superiora.

Stefano andò a levarsi il costume. Con i suoi vestiti addosso tornò ad essere un uomo qualsiasi, soffocato da problemi e frustrazioni, ma quando giunse a casa il suo umore era migliore del solito: in bagno si mise addirittura a canticchiare.

La moglie, incuriosita da un’allegria tanto insolita, gli chiese dove fosse stato.

“In un ospizio, dove finiremo tra un po’ anche noi, se non riusciamo a morire prima” rispose Stefano tranquillamente.

La moglie si girò dall’altra parte del letto e aggiunse con voce seria.

“Speriamo di no…che Dio ci lasci invecchiare insieme fino alla morte, uno cieco e l’altro sordo, ma insieme”.

L’indomani mattina alle otto in punto, nonostante fosse Natale, la Varzi telefonò a Stefano.

“Ma che hai combinato ieri sera al Ricovero di Vita Eterna? – strillò la signorina – Le suore mi hanno cercato a casa per protestare. Hai scatenato la fine del mondo!”
“Davvero? C’è stata anche qualche resurrezione? – chiese Stefano con tono ironico – Comunque  io ho fatto solo il mio dovere: Babbo Natale deve portare gioia e sorrisi. Non è questo che ci dice sempre?  E gli ospiti delle sorelle di Vita Eterna meritavano di passare almeno la sera della Vigilia in allegria perché Natale, mi creda, signorina Varzi, non è una festa per vecchi!”.

VN:F [1.9.22_1171]
Rating: 4.0/5 (1 vote cast)

Rosanna Bogo

Tags: , , ,

Una notte, un grido, un viaggio – IV

(pseudo-giallo a puntate)

QUARTA PUNTATA: L’EPILOGO

Alla fine dell’interrogatorio Giacomo Forti uscì dalla stanza e si sedette su una gelida panchina di marmo. La donna lo osservò con benevolenza. Se fosse stato il figlio che non aveva avuto, l’avrebbe abbracciato stretto. Invece si limitò a guardarlo. Ad un tratto il giovane si alzò, prese la sua valigia e s’incamminò verso l’uscita della stazione.

“Dove vai?” Qualcuno alle sue spalle aveva parlato. La donna.

“Non si preoccupi. Hanno detto che non sospettano seriamente di noi. Non sanno nemmeno se è accaduto davvero qualcosa di brutto. Forse è stato solo un incubo, io me ne torno a casa”

“Proprio adesso? E’ quasi l’ora del tuo treno.”

“Non lo voglio più prendere, quel treno. Si vede che non era destino”

“II destino… .E tu ci credi?”

Il ragazzo guardò la donna negli occhi.

“Che ne vuole sapere lei del mio destino?” Il tono della sua voce era freddo.

“Ho sentito il tuo racconto. Siamo soli, io e te, in questo posto desolato. Non te ne andare. Stai cercando il tuo futuro…”

“Bella abitudine quella di origliare. Comunque non sono sicuro di avere tutto questo coraggio. Se torno a casa sarà tutto come ieri. Sarò al sicuro.”

La donna si avvicinò a lui. Gli raccontò della sua vita, del figlio perduto, del marito traditore, della figlia in cerca di felicità. Gli disse di aver rinunciato ai propri sogni per la sicurezza di un matrimonio sbagliato. Avrebbe potuto lavorare, avrebbe potuto viaggiare, avrebbe potuto vivere.

Giacomo Forti confessò di avere paura, perché quello in cui aveva creduto gli si era sgretolato tra le mani. La donna che aveva amato non era stata abbastanza coraggiosa da lasciare il marito per lui, perché lei era una donna e lui solo un ragazzo con il cuore adulto. Parlarono a lungo, a voce bassa, come due fiumi che confondono le proprie acque gettandosi nel mare.

Un fischio lontano annunciò l’arrivo di un treno. Una voce metallica turbò il silenzio della stazione: Sul binario uno è in arrivo il diretto per Roma. Prossime fermate…

Giacomo Forti salì su quel treno stringendosi ancora nel suo cappotto scuro. Sul marciapiede una donna lo salutò con la mano. Mentre il treno lasciava la stazione Giacomo pensò che quella era stata la notte più straordinaria della sua vita. Quella donna sconosciuta l’aveva ascoltato e aveva capito. Se non fosse stato per lei non avrebbe più avuto il coraggio di partire. L’aveva giudicata come spesso gli uomini giudicano le donne, l’aveva vista ai fornelli, o col marito, o intenta a viziare un figlio. Non aveva colto niente di ciò che aveva dentro. Non l’avrebbe dimenticata, di questo era sicuro.

Senza sapere neanche il suo nome. Addio, amica mia, e scusami.

Il giorno dopo, a Roma, il ragazzo acquistò un giornale per vedere se le pagine della cronaca riportavano la notizia di un delitto avvenuto nella notte, ma la sua ricerca fu vana. Non era accaduto niente. La donna, a Genova, fece la stessa cosa, con lo stesso risultato. Dalla polizia non ebbero più alcuna notizia.

Qualche anno dopo due bambini si fermarono a giocare intorno alla fontana di fronte al cinema di quella stessa città. Li osservava una donna seduta sopra una panchina. I suoi occhi si fermarono sul manifesto del film in programmazione quella settimana. Si avvicinò per guardare meglio. Tra gli attori della foto le parve di scorgere una faccia nota, in un certo modo familiare. Le tornò alla mente il ragazzo di quella notte trascorsa alla stazione, quella notte che le era rimasta scolpita nella mente, ma che aveva dubitato di aver solo sognato. Forse era lui, che ce l’aveva fatta a realizzare il suo sogno. Poteva essere così? Non ne era sicura.
Una sola cosa gli parve irrimediabilmente certa: avrebbe potuto essere quel figlio che non aveva mai avuto.

E’ possibile scaricare tutto il racconto, in formato PDF, dall’area di download.

VN:F [1.9.22_1171]
Rating: 0.0/5 (0 votes cast)

Beatrix

Tags: , , , , , ,

Il Natale degli altri

Natale degli Altri25 Dicembre, ore 9:00 – Sulla porta di casa una stella cometa dorata, con la coda sfilacciata dalla ruota del tempo. Nell’ingresso un alberino artificiale fittamente decorato con palline blu. Sullo specchio, vanitoso, un rametto di vischio. Io dormo nel mio letto ancora caldo di strani sogni antichi. E la sveglia che mi interrompe il sonno con le note di Jingle Bells. Jingle Bells? Ma che succede questa mattina? Ah già. Ricordo. Non è la sveglia, è il cellulare. Ho scaricato giusto ieri la suoneria da Internet. No, perché oggi è Natale e quindi è un giorno speciale. Per i bimbi, per le mamme, per i nonni e – perché no?- anche per me che sono solo ormai da tanti anni. Solo da quando mia moglie se n’è andata senza che i figli fossero mai arrivati. Da allora ogni Natale è un po’ uguale a se stesso. Però ai particolari ci tengo, per questo ho scaricato questa suoneria. Mi sono attrezzato, perché sarà una giornata faticosa.

Ore 11:00 – Situazione movimentata. I parenti degli inquilini del piano di sopra sono in ritardo, ho sentito la signora Franca che diceva al marito che hanno telefonato dall’autostrada. Sono imbottigliati per un incidente, arriveranno più tardi. Il marito le ha detto che è meglio così, almeno hanno più tempo per preparare tutto. La Franca ha risposto con un mesto: “Eh sì, hai ragione”

Ore 12:00 – Nel cortile lato sud ci sono due o tre macchine nuove fiammanti. Devono essere i figli di Ada. E’ vedova da quest’estate, è il primo Natale che passa da sola, probabilmente sono venuti tutti a pranzo da lei. Non ne sono certo, perché stranamente non ha aperto la tenda della sala, questa mattina. Di solito a quest’ora la vedo spolverare i mobili. Sarà in cucina.
Intanto la Franca si è data da fare. Sento un profumino….
Anch’io mi sono messo a cucinare. Oggi lasagne e arrosto. Vabbè, via, lasagne surgelate, pollo arrosto del supermercato, patate al rosmarino precotte. Tutto ottimo però, ve l’assicuro.
Mi sono anche ricordato del presepe. Io ho il presepe più piccolo del mondo. Me l’ha regalato il figlio del mio amico Mario, l’ha portato dal viaggio di nozze in Perù. E’ intagliato nel legno e alto tre centimetri. Ogni anno lo tiro fuori dalla scatolina e lo metto sul mobile della sala, ma quest’anno non riuscivo a trovarlo e temevo di doverne fare a meno.

Ore 13:30 – Un uccellino è venuto a farmi visita sul davanzale della camera. Allora ho preso del pane e l’ho sbriciolato, per vedere se torna. Gli offro il pranzo, che c’è di male? E’ o non è una creatura del Signore? I nuovi inquilini che abitano al secondo piano del palazzo di fronte hanno aperto la porta finestra del terrazzo, si vede che hanno caldo. Non li conosco. Abitano qui da poco più di un mese e per adesso l’unica cosa che so di loro è che hanno all’incirca la mia età, sono sposati e hanno una macchina azzurra sempre parcheggiata nell’ultimo posto del parcheggio, nella corte. Dalla porta finestra vedo il divano e sul divano ci sono due bimbi che scartano dei pacchi. Il maschietto sta osservando il suo regalo. Si è avvicinato alla finestra…no, rientra…no, esce sulla terrazza. Ecco il regalo, è una macchinina, neanche tanto “ina”, rossa fiammante. Ah, ha pure il telecomando. Deve essere una Ferrari. E’ un bel bambino, biondo come l’oro. La bambina non esce, chissà che cosa avrà ricevuto. Una bambola? Si regalano ancora le bambole alle bambine? Con questo interrogativo torno in cucina, devo finire il mio pranzo di Natale.

Ore 15:00 – Povera Ada. Ad un certo punto l’ho vista affacciarsi alla finestra, le ho fatto un cenno con la mano. Mi ha salutato, poi mi ha detto, quasi gridando per farsi sentire, ma senza gridare per non fare troppo rumore: “Noi siamo soli, eh!” “Non sono venuti i suoi ragazzi?” le ho chiesto, immaginando la risposta. “No, doveva venire quello più grande ma si è ammalato il bimbo e non sono venuti. Gli altri avevano da fare. Andrò io domani. E’ un po’ triste il Natale da soli, ma che ci vuole fare?” Ho stretto le spalle, in senso di rassegnazione. Ada deve ancora imparare a festeggiare da sola con se stessa. Anche per me i primi tempi sono stati duri. Se entri nel vortice dell’autocommiserazione non riesci a pensare ad altro che a “quello che gli altri hanno e che tu non hai”. Una famiglia, sostanzialmente, dei parenti con cui scambiare regali inutili ma umanamente importanti. I primi anni cercavo sempre di trovare qualcuno che mi invitasse a pranzo. Vivere il Natale degli altri facendo finta di farne parte. Però la sensazione di non entrarci niente mi si attaccava addosso quando arrivavo e se ne andava solo quando rientravo a casa. E allora, con il passare degli anni, divenendo un “solitario esperto”, mi sono reso conto di poter fare a meno degli inviti e delle finte famiglie. Ho iniziato ad elaborare alcuni concetti importanti: che ognuno di noi esiste per un miracolo, che ognuno di noi alla fine è sempre solo quando deve fare i conti con la vita, che ciascuno vive indipendentemente dagli altri. E che stare soli con se stessi può essere piacevole, se non si cede alla rabbia di esser soli. E quindi mi industrio e sto bene attento a non farla entrare dentro, quella rabbia, perché di essa si nutrono i ricordi, soprattutto quelli che lasciano le ferite aperte. E poi la tecnologia può dare una mano: dopo un po’ di tv mi collegherò ad Internet, andrò sulla mia solita chat e cercherò qualche altro essere umano solitario che abbia voglia di scambiare quattro chiacchiere. Non è male, dopotutto, non c’è neanche bisogno di mettersi il vestito  buono!

Ore 17:30 – I parenti della Franca sono ancora su da loro, sento sulla testa un gran via vai di passi. Il figlio invece è uscito. La fidanzata è venuta a prenderlo, gli ha detto: “Sbrigati che il film inizia alle cinque”. Cinema. Potevo anche andarci. Ogni tanto ci vado, ma per Natale c’è troppa confusione. Mi sto abituando male, la gente inizia a darmi fastidio. Fuori è già buio, piove e c’è anche un po’ di nebbia, anche se non deve fare troppo freddo. Poco fa ho avuto un attimo di malinconia e allora ho scritto una poesia. Indovinate come l’ho intitolata? “Natale”. Che idea originale!

E ancora qui è Natale,
come ieri.
Ancora un anno
giunto ormai sull’orlo,
ancora un giorno,
trascorso lieto in casa
a chiacchierar col mondo.

Non più i bei sogni,
come da bambino,
quando mi interrogavo sui bei doni,
sapendo dentro me che non è vero
che chi li porta scende dal camino.

Non più le nevicate
e i gridolini
di meraviglia, nel toccarla
fredda, sul davanzale
tiepido di casa.

Ho scrutato a lungo l’aria,
l’albero che illuminava il buio,
fuori un deserto
pallido di nebbia
un concerto
di silenzio quasi sacro
da ascoltare.

Sfrigolano le auto
scivolando sul bagnato della pioggia
che ormai dura da ore
e non s’arrende.
Mentre
s’intrecciano,
pensieri rapidi e scalfiti.

Bella, no? Sono molto soddisfatto, sembra quasi vera….

ORE 19:00 – Se ne stanno andando tutti. I parenti di Franca sono usciti poco fa. Erano in quattro, un uomo e tre donne. Ridevano a crepapelle quando hanno sceso le scale, mi hanno messo allegria. Ada ha le luci spente, non l’ho più vista da oggi. Il parcheggio si è svuotato; i bambini che osservavo oggi nella casa di fronte sono andati via nel pomeriggio. I loro nomi sono Irene e Mattia, ho sentito la mamma che li chiamava. Ha smesso di piovere ma la nebbia è rimasta, perché non tira un alito di vento. Per cena mangerò gli avanzi del pranzo, non ho voglia di rimettermi a cucinare. Mangerò anche il panettone che mi ha regalato il mio collega Riccardo. Ne ho altri due, uno me l’ha portato Mirella, mia cugina, uno ce l’ hanno dato in ufficio, come ogni anno.
Domani se non piove ho intenzione di uscire. Voglio portare un giaccone vecchio che non metto più al barbone che dorme su una panchina nel parco non lontano da qui. Lo vedo ogni mattina, che si lava alla fontana, con l’acqua fredda. Tutte le volte mi fa rabbrividire. L’altra mattina mi sono fermato e gli ho chiesto se lo offendevo, a regalargli un vecchio giaccone che non metto più. Mi ha risposto: “No, no, no offende”, in un italiano stentato. Chissà da dove viene. Gli regalerò anche uno dei tre panettoni, tanto per me sono troppi, sono da solo. Sono generoso, vero? No. Falso. Non è generosità. E’ che mi piace pensare che c’è sempre qualcuno che sta peggio di me. E’ più solidarietà che generosità. Egoisticamente, mi sentirò meglio quando gli avrò consegnato il mio regalo: sarà come dirgli “So cosa vuol dire essere soli, ti offro questo perché tu capisca che c’è qualcun altro nella tua stessa solitudine”; il che significa, intanto, essere in due. Questi pensieri mi hanno aiutato molto in questi anni, soprattutto nel periodo del Natale, che per chi soffre di solitudine è il periodo peggiore dell’anno. In questo modo, pensando a tutti quelli che stanno peggio di me, ho imparato a non soffrire guardando vivere gli altri, i fortunati che stanno meglio di me. E piano piano, osservando la vita che mi scorre intorno, sono diventato molto abile a nutrire il mio Natale del Natale degli altri.

VN:F [1.9.22_1171]
Rating: 4.3/5 (3 votes cast)

Beatrix

L’ordalia dei libri

Bruciare libri, con intenzione e metodo e non per accidente, è stato spesso preludio ai roghi di uomini.
Qualche volta un rogo di libri poteva essere utilizzato anche per fini diversi.

Si dice che Domenico di Guzman, per aiutare i poveri affamati durante un periodo di carestia nella sua Castiglia, vendesse addirittura i suoi preziosi volumi(e alla fine del 1100 un solo libro valeva una fortuna).
Ordinato sacerdote, si occupò, nel sud della Francia, di una riforma del clero e dell’opera di correzione dalle eresie. La sua fu una attività di confutazione soprattutto dialettica, ben lontana da quegli orrori dell’inquisizione che sarebbero stati cari a Torquemada.
In questo quadro del 1495, di Pedro Berruguete (sì, quello del ritratto del Duca di Montefeltro) il futuro Santo (fu canonizzato a Rieti nel 1234, dodici anni dopo la morte, da papa Gregorio IX) gioca con i suoi oppositori eretici la carta del ‘giudizio divino': fa accendere un rogo e poi, a turno, lui ed i suoi oppositori vi getteranno sopra i propri libri.

Berruguete, L'ordalia dei libri

I volumi che raccontano le teorie false saranno preda del fuoco, gli altri (i suoi…) miracolosamente si libreranno per l’aria a dimostrare da che parte stiano la Verità e Dio.

Berruguete, L'ordalia dei libri (part.)

VN:F [1.9.22_1171]
Rating: 0.0/5 (0 votes cast)

fuchs

Tags: , , ,

Una notte, un grido, un viaggio – III

(pseudo-giallo a puntate)

TERZA PUNTATA: L’INTERROGATORIO

L’arrivo di due nuovi poliziotti fermò il flusso dei pensieri dei nostri viaggiatori notturni. Uno dei due si fermò in mezzo alla stanza ed annunciò: “Signori, mi dispiace ma dovrete rispondere a qualche domanda. Là fuori, a circa cinquecento metri dall’entrata della stazione, abbiamo trovato una scarpa da donna ed un fazzoletto sporco di sangue. Siete le uniche due persone che hanno sentito quelle grida, quindi solo voi potrete aiutarci a capire che cosa è successo. Se volete seguirmi….”

Il poliziotto si avviò verso gli uffici della polizia ferroviaria. L’uomo e la donna lo seguivano, ancora in silenzio, con l’animo turbato dal timore di potersi trovare in un guaio inatteso. La stanzetta in cui furono accompagnati era piccola ma ben riscaldata da un grosso termosifone. Uno dei due poliziotti si mise a sedere dietro la scrivania ed indicò due sedie ai due malcapitati. Quando tutti si furono seduti iniziò a parlare:

“Questa notte, precisamente alle due e ventidue, abbiamo ricevuto una chiamata da un telefono cellulare. La voce era quella di un donna che diceva di trovarsi alla stazione e di aver udito delle grida provenire dalla campagna. Quella voce era la sua, signora?”

“Si, ho chiamato io dal mio cellulare. Mi sono spaventata per via di quegli urli.”

“Potrei sapere i vostri nomi ed il motivo della vostra presenza qui a quest’ora di notte?”

L’uomo fu il primo a rispondere. La donna ne fu sollevata, perché il cuore le batteva fortissimo nel
petto. Tutto questo la inquietava. Che notte maledetta.

“Mi chiamo Giacomo Forti. Sto andando a Roma.”

“A quest’ora? E’ sicuro che ci sia un treno, a quest’ora? Di solito qui la notte non ci sono
viaggiatori. Sarà una coincidenza, ma voi siete qui e qualcosa di strano è accaduto nelle vicinanze”

“Senta, non credo di essere sospettato di qualcosa. Non mi sono mosso di qui. Dovevo partire poco
dopo la mezzanotte, ma ho fatto tardi ed ho perso il treno, quindi mi sono messo ad aspettare il
prossimo. Le sembra così strano?”

“Si, mi sembra strano, perché il primo treno per Roma è previsto alle sei e mancano ancora due ore.
Non le conveniva tornare a casa piuttosto che rimanere qui al freddo per sei ore?”

Il giovane tacque. Come poteva spiegare al poliziotto che tornare a casa voleva dire dover dare spiegazioni, magari cambiare idea e perdere il coraggio di mollare tutto? Tuttavia si rendeva conto che il suo comportamento poteva sembrare obbiettivamente strano.

La donna scrutava il poliziotto. L’aveva sicuramente già visto da qualche parte. O era così, o era un tipo talmente insignificante da essere confuso con centinaia di altri uomini qualunque. Però la domanda era ragionevole. Già, ragazzo, perché ti trovi qua al freddo se il tuo treno passa tra due ore? Ed io? Perché non ho controllato gli orari dei treni e non mi sono assicurata che ce ne fosse uno al più presto? Però se non fosse accaduto tutto questo me ne sarei tornata a casa. No, non è vero. Prima di chiedere al marito di mia figlia di venire a prendermi avrei aspettato anche di più. Abbiamo qualcosa in comune, io e te, ragazzo. Siamo soli.

“Per favore, vorrei evitare di parlare della mia vita privata a dei perfetti sconosciuti. Almeno finché
non sarò accusato di qualcosa. E comunque questa signora può testimoniare. Eravamo insieme
quando abbiamo sentito gridare.”

Girò la testa verso di lei. La donna si sentì in dovere di confermare la versione del suo compagno di sventura.

“E’ vero, ci siamo visti subito dopo aver sentito gli urli. Non c’entriamo niente, non abbiamo fatto niente di male. Almeno non alle due e venti di questa notte”

“E lei, signora, mi sa dire per quale motivo non è a dormire nel suo letto? Cosa ci fa qui? Conosce quest’uomo?”

“Non sono nel mio letto perché dovevo commettere un omicidio, quindi sono venuta qui per farlo. Il signore è il mio amante e complice….diciamo che ho ucciso mio marito, anzi, l’amante di mio marito. Ma le pare credibile? Io sono qui perché voglio arrivare a Genova al più presto. Mia madre è in fin di vita, quindi ho una certa fretta. Speravo di trovare un treno, ma dovevo immaginare che le ferrovie italiane non potevano smentirsi. Ho sentito gridare, ho avuto paura, ho visto il signore vicino alla cabina del telefono e mi sono avvicinata, perché noi esseri umani amiamo stare in compagnia, specialmente se è notte fonda. Le basta?”

Il poliziotto rimase un po’ in silenzio. Probabilmente il tono ironico e amaro della donna l’aveva colpito.

“Va bene, signora, lei può andare. Lei, invece, ancora no. Voglio sapere qualcosa di più. Ah, signora, le nostre indagini continueranno tutta la notte. Vuole lasciarmi un recapito? Potremmo avere ancora bisogno di lei.”

Dopo averle fatto compilare un foglio con le generalità le fece cenno di uscire e chiudere la porta. La donna obbedì, ma provò un certo disagio nel lasciare il giovane da solo. Non poté fare a meno di origliare. Sentì il ragazzo raccontare al poliziotto del suo sogno di fare l’attore, della sua storia d’amore mancata. Non era uno scrittore, non era uno studente saccente. Era un ragazzo disperato in cerca della propria vita. Provò una tenerezza infinita per il suo compagno di viaggio, solo come lei, ma molto più giovane e soprattutto molto più deluso di quanto non fosse lei alla sua età.

Prosegui a leggere la quarta puntata

VN:F [1.9.22_1171]
Rating: 0.0/5 (0 votes cast)

Beatrix

Tags: , , ,

Scrivolo

i racconti del nano grafomane

http://www.scrivolo.it

Segnalibri Sant’Agostino

Segnalibri Agostino

Il 28 Agosto la Chiesa Cattolica festeggia Sant’Agostino. Un’occasione, per noi, per ricordare il grande lettore (e scrittore!), morto 1583 anni fa.

Da stampare fronte e retro e  ritagliare: Segnalibro Sant'Agostino (485)

VN:F [1.9.22_1171]
Rating: 0.0/5 (0 votes cast)

Dr J. Iccapot